30 giorni di scrittura: 1. Dieci forme di felicità.

[...CONTINUA DA Una sfida: 30 giorni di scrittura]

Fai una lista di dieci cose che ti rendono davvero felice.

Ho stilato questa lista nel bar in cui vado quasi tutti i giorni, finanze permettendo. Scendo, prendo un caffè macchiato e un bicchierone d’acqua e trascorro un po’ di tempo a scrivere o a studiare. Potremmo definirlo un rituale? Considerazioni antropologiche a parte, forse sì.
Strano a dirsi, scopro negli anni la mia tendenza a circoscrivere tempi e spazi- i miei tempi, i miei spazi.
Il che mi spaventa un po’.
Ricordo ancora quello che disse una mia conoscenza, allora quasi sessantenne: “Alla mia età, ho bisogno delle mie certezze”.
Ho sempre pensato che le certezze che funzionassero come boe e cordoli di sicurezza per distanziare gli altri- una forma di Absolute Terror Field. Perciò, mi proponevo di non averne mai e di rifuggirne il più possibile.
Ma allora ero più giovane e meno rispettosa delle mie mancanze.
C’è bisogno di un argine fra la laguna e il mare, dopotutto.

1: Esplorare
La mia classe preferita in D&D è il ranger. Per una serie di ragioni sono cresciuta in spazi costretti, e ho avvertito presto la necessità di reclamare un poco di smarrimento.
Chiaramente, ho paura. Sono miope, soffro di vertigini, non so nuotare. Sono completamente inadeguata alla sopravvivenza in spazi estremi.
La mia esplorazione si limita per lo più all’ambiente urbano e ai viaggi intellettuali. Del resto, ci sto lavorando, sto lavorando per allargare i miei confini e poter superare le mie paure.
Sono consapevole che, per avventurarsi, non serve partire, il che è una vera fortuna.
Sto cercando di costruire a piccoli pezzi il mio Grande Viaggio, di addomesticare la vastità. Una tensione davvero contraddittoria, fra ciò che è al di qua e ciò che è al di là dalla soglia, ma almeno ho dato un nome alle mie inquietudini.
Ricordo come la mia vita è cambiata nel momento in cui sono andata a vivere in un’occupazione. In quel momento mi sentii così terribilmente umiliata ed espulsa dal centro della vita. Abitavo in un palazzo dell’INPS fra Anagnina e Cinecittà, estrema periferia meridionale di Roma. Non mi ero neppure accorta che alle mie spalle fioriva lo splendore degli antichi acquedotti.
Ma per quanto andare e tornare da scuola fosse un viaggio della speranza, questo almeno mi costringeva all’esterno. Ho iniziato a camminare molto. L’estate 2007 mi portò fuori. Studiavo in piazza Navona e giravo il centro con uno stradario AZ che cadeva a pezzi.
Il mio palinsesto da piccola pioniera.
Roma è una città con cui si finisce per stabilire una relazione intima, per cui ci si trova cuciti alla sua continuità. Ma forse accade così in ogni città?

2: Camminare e stare all’aria aperta
Corollario del primo punto. I miei piedi sono pieni di calli, di duroni, e devo badare a non stancarli troppo perché soffro facilmente di tendiniti. Non mi piacciono molto, i miei piedi, ed evito di indossare sandali e scarpe aperte.
Mi affeziono alle scarpe, con le quali, a volte, ho ingaggiato vere battaglie. Le ho dovute domare, e loro si sono vendicate a colpi di vesciche. Si rompono sempre quando sono finalmente diventate comode, non vero?
Gli stivali fra ultimo del liceo e primo anno di università sono stati buttati con grandi onori. Si trattava pur sempre di grandi guerrieri.
Le mie ultime scarpe sono piene di fango del Tevere. Suppongo che anche loro meriteranno un funeral vichingo, ma spero che accadrà tardi. Le buone scarpe non costano poco.
Non ho voluto seppellire mio padre senza scarpe, nonostante, data la sua statura, si facesse fatica a farlo stare nella bara. Per me avrebbe naturalmente dovuto camminare a lungo, prima di arrivare ovunque sia che alla fine si va dopo la morte. Camminare è un atto di vita e di conoscenza, e il mio bisogno di calzare un corpo morto credo sia la prova incontestabile della mia fede in “qualcosa, dopo”.
Non so cosa e non so dove, ma intanto, da questa parte e dall’altra della tomba, si cammina, o così voglio credere.

3: Le coccole
(specialmente quelle del mio compagno)
C’è qualcuno che non è felice di riceverne e di farne?
In ogni caso, se si parla di coppia, una delle cose che stimo e amo di più è la dolcezza. Non c’è bisogno che sia estroflessa, continuamente ostesa agli astanti. E questa è la ragione per cui mi si scuserà, spero, se mi asterrò dal parlarne oltre…

4:La bellezza
Difficile definire un concetto così ampio, sì che non vi cape, come direbbe Dante, e poi io sono abbastanza stravagante in termini d estetica.
Oltre a collegare la bellezza al piacere, a me viene piuttosto spontaneo collegare la bellezza con il tempo. Mi pare che si manifesti in tutte le cose che sono tenaci al tempo.
Questo non vuol dire che la bellezza non sfiorisca, che sia materialmente durevole. Anzi, potrebbe sostanziarsi nella cosa più fragile della terra- la fioritura dei ciliegi, potrebbe dire un giapponese, e io gli darei ragione. Ma quella sensazione di meraviglia, quel senso di contrazione del tempo che proviamo davanti alle cose belle, non penso possa subire decadimenti. Ogni uomo in ogni luogo e in ogni tempo conosce quella sensazione, e nel provarlo si riconnette agli altri uomini che lo hanno preceduto, e sfiora quelli che lo seguiranno.
Le persone rischiano la vita per conservare la bellezza, faticano e si ostinano intorno alla bellezza, anche quando essa è in qualche misura del tutto irrilevante rispetto a una più primaria sussistenza.
Questa ininterrotta catena di sforzi verso la bellezza opera come una rete per l’uomo che è, infine, piccolo e solo e impotente, e
senza appigli rischierebbe di venir rovesciato nella vasta solitudine dell’universo.

5: Scrivere
Ho iniziato a scrivere quando avevo otto anni: per evadere, immagino, e perché avevo una buona immaginazione. Mio padre e mia madre hanno sempre cercato di favorire la mia inclinazione a leggere, ascoltare e inventare storie. A loro modo, erano dei narratori loro stessi.
Con alti, bassi e momenti mortificanti, questa attività non mi ha più abbandonato, nemmeno quando sono stata io ad accantonarla per due o tre anni.
Io ho una connaturata difficoltà all’equilibrio: mi succede con l’attività fisica, con il cibo e con la scrittura. Ci sono persone che hanno il dono della pazienza, della costanza e della meticolosità. Io devo imparare a dosarmi e a non oscillare fra estremi, senza infine concludere mai niente. Edward Morgan Forster, il grande scrittore, avrebbe parlato di asceta e di bestia e della necessità di connetterli. Credo che nel mio caso il paragone sia pienamente azzeccato.
Oggi, la mia scrittura è un laboratorio di misura. Misura nella quantità di cose che scrivo; misura nel modo di esprimermi; misura nei riguardi della mia impazienza e della mia ansia di risultati.
Ho sempre scritto per curarmi. Dalla solitudine, dalla noia, dal dolore, dai lutti; dalle crisi di panico e dai blocchi emotivi. Scrivere è la mia reazione- e anche la mia abreazione. Il che è un’ottima cosa.

6: Gli affetti e gli amici
Non sono stata abituata alle relazioni interpersonali, e non ho frequentato scuola fino al liceo. Lunga storia. In questo senso, sono estremamente immatura per la mia età e devo riconoscere che le interazioni con gli altri, ancora oggi, possono lasciarmi stremata.
Questo non significa che io non sia felice di stare con le persone che mi sono care, anche se preferisco i piccoli gruppi e le serate tranquille.
Non sono molto aperta circa i miei sentimenti, in parte per chiusura, in parte perché cerco di ascoltare. Le persone hanno già molti problemi, e non se ne fanno molto di quelli altrui.
Con gli anni, sono riuscita almeno ad ammettere quando avevo bisogno di aiuto e di vicinanza. Per un carattere come il mio non è un conseguimento di scarsa importanza.
Per lunghi periodi mi accade di non riuscire ad interagire, nemmeno via social. Cerco di contenere questo aspetto di me perché non voglio che gli altri pensino che non m’importa nulla di loro. Durante i miei silenzi, a dire il vero, penso molto agli amici, ma quando si tratta di contattarli è come se non ne avessi le forze. Migliorerò, spero.
Rispetto a una volta, però, sono certa di una cosa: vorrei realizzare qualcosa che mi permettesse di unire le persone, prime fra tutte quelle che mi sono intorno. Hanno i loro difetti, come tutti, ma nei momenti in cui non mi oscurano la stanchezza e le paure per il domani riesco a vederne chiaramente la bellezza.

7: Casa
La mia prima casa era un appartamento in affitto, ed era troppo piccola per la grande mole di oggetti che mia madre e mio padre avevano accumulato negli anni. Io dormivo in un letto di proporzioni mastodontiche, che era appartenuto a mia nonna e che era davvero troppo grande e troppo alto per una bambina della mia età.
Abitavamo nel rione Parella di Torino; dalla mia finestra vedevo un grande campo aperto e le persone che passavano per la strada. Il sole del tramonto colpiva un grande quadro scuro appeso alla parete e la camera si faceva tutta dorata. Ho un ricordo abbastanza chiaro di quella casa, e da quando la lasciammo per una soluzione più comoda le sorti della nostra famiglia iniziarono a declinare rapidamente. Non che sia stata colpa del trasloco.
Non sono stata fortunatissima, con le case, come dimostrano gli anni in occupazione e poi in residence,in attesa di un alloggio di edilizia popolare. Eppure io amo l’idea di casa e fin da piccola ho desiderato di trovare LA CASA- quella giusta per me. Immagino che tutti ne abbiamo una.
Auguro a me stessa di poter acquistare, un giorno, la mia casa- e di trovarla, perché oltre alla disponibilità economica è necessario imbattersi nel luogo che fa per noi.
Per adesso, uno dei miei guilty pleasures è leggere i depliant delle agenzie immobiliari e curiosare sui siti dedicati.

8: Ritornare alla Garbatella
Non sarebbe esatto dire che io sia cresciuta nel quartiere popolare reso famoso dal cinema e dalle produzioni televisive: tecnicamente, ci ho abitato meno di un anno. Materialmente, però, per sei anni vi ho trascorso buona parte delle mie giornate.
Là- fra Ostiense, San Paolo, la Cristoforo Colombo- ho molti dei miei affetti. In quel quartiere ha lavorato per tanti anni mio padre. È un luogo che non mi ha mai fatto mancare il suo affetto, dove ho potuto costruire dei legami. La mia vita è iniziata da lì, rincollando le macerie del mio trascorso, e io torno sempre con immensa felicità e speranza alle sue strade. Per me, esse sono abitate da un’interminabile primavera.

9: Il Tevere
Ultimamente, direi da dicembre, ho iniziato a cambiare percorso per le mie passeggiate. Dopo aver lambito Monte Mario, il monte più alto di Roma in cima al quale sorge l’Osservatorio Astronomico, ho scoperto di poter raggiungere con poco sforzo il Lungotevere.
Inizialmente percorrevo solo il tratto fra il Tevere e Mazzini. Ricordo anche di essermi fermata spesso sotto un albero in una piccola piazza, la Piazza del Fante, sotto il quale ho praticamente letto due libri di antropologia.
Il Fante: chissà chi era mai costui? Là vicino, comunque, c’è la lapide a ricordo di un ragazzo morto sul suo motorino. I suoi cari continuano a tenere fiorita e in ordine un’aiuola ai piedi di un platano. Era bellissimo e aveva i capelli lunghi- ho visto le foto inchiodate con delle puntine al tronco dell’albero. Non posso evitare di immaginare che il Fante possieda le sue fattezze, come se lui fosse diventato il nuovo guardiano di quel luogo.
Comunque, agli inizi non passavo dalla parte del Tevere: avevo le vertigini. Eh, lo so, che ci posso fare?
Infine, ho pensato di tentare lo stesso e di camminare lungo la ciclabile- ce ne sono due, sovrapposte: la prima è a livello strada, la seconda corre al di sotto sotto e poco sopra il fiume.
Non azzardavo ancora a scendere lungo i muraglioni.
Ma, già da quel punto, intravedevo quella che mi sembrava una piccola valle ai piedi della montagna: era solamente l’ansa che il fiume supera scendendo dai quartieri settentrionali della città, e dalle rapide di Ponte Milvio.
Quella vista, nelle giornate grigie, con il vento freddo, era bellissima, e mi attraeva lungo le rive. Per cui ho iniziato, poco per volta, a seguire la seconda ciclabile e a fermarmi qualche minuto per osservare il fiume- questo gravido nastro verde, senza il quale questa città non sarebbe stata possibile, e del quale ci curiamo così poco.
Sono passati ormai cinque mesi e almeno tre volte a settimana io torno sulle rive del Tevere. A volte riesco perfino ad avvicinarmi all’acqua.
Il fiume è discreto. Si scrive e si pensa bene, in sua compagnia, e c’è tanto vento, tanto sole e un odore aperto di canneti.
Quando sono preoccupata, quando sono stanca, lui ha abbastanza forza e pazienza per entrambi.
A volte lo sogno, incommensurabile presenza dagli occhi verdi.

10: L’autonomia
Sapere di poter contare su un piccolo stipendio, per quanto modesto, mi rende felice. So che ho le capacità e la costanza necessarie a lavorare per pagarmi ciò di cui ho bisogno. Non dipendo più dai miei genitori, e posso contare su me stessa per risollevare la mia condizione economica.
Non guadagno molto; lavoro ancora part-time per poter studiare, e anche perché non so ancora adeguarmi all’idea che mi rimanga poco tempo per me stessa e i miei cari. Ne parlavo in riva al fiume con una mia vecchia compagna di università. Lei non si sentiva in colpa ad ammetterlo: ho bisogno di avere tempo per me stessa, per pensare e per pregare, diceva.
Io sono abituata a una relativa povertà, se è qualcosa al quale ci si possa mai abituare, e sto tentando comunque di ridurre le mie esigenze. Non solo per limiti economici: credo che la frugalità ci renda più liberi. (Frugale: aggettivo un po’ desueto, ma lo preferisco a “minimale”. Il primo profuma quasi di stoicismo, il secondo invece ha il potere di evocare una Marie Kondo).


E questo, per ora, è tutto.

[CONTINUA…]











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Una sfida: 30 giorni di scrittura.

Ho trovato questa sfida di scrittura tramite il blog di Aven, Le avventure di tutto, che la svolge con il suo umorismo e la sua consueta leggerezza.
Devo ammetterlo: il titolo della challenge non mi aveva affatto preparato al suo carattere diaristico. Scorrendone le domande, ho notato solo dopo che si parla quasi sempre di faccende personali.
Del resto, per superare il blocco dello scrittore, mantenersi in esercizio o semplicemente passare il tempo scrivendo, possono bastare anche spunti apparentemente minimali.
Per quanto mi riguarda, in questo periodo sto scrivendo quotidianamente, ma nulla che sia maturo per essere pubblicato- né qui né in altre sedi.
Inoltre leggo molto, è vero, ma quasi esclusivamente saggistica, circa la quale potrei parlare ma sulla quale, per ora, ho bisogno di riflettere.
Insomma, sono a corto di contenuti. O meglio: i contenuti ci sono, ma è come se mi trovassi in una grande cucina con molte pietanze sui fornelli, delle quali nessuna è ancora pronta per essere servita.
Così, ho deciso di tentare la sfida- un po’ insolita- e di vedere come va.
Se non altro, potrò inserire qualche post in più in attesa di sfornare materiali più sostanziosi.
In calce, una riflessione.
Questo blog mi segue, fra alti e bassi, periodi di sfioritura e lunghi deserti, da ormai due anni.
Forse anche tre.
L’ho pensato come una cala tranquilla in cui ormeggiare le mie storie, le cose che scrivo, di cui mi interesso. Potrebbe sembrare abbandonato a sé stesso, ma in realtà ci torno di quando in quando, anche senza pubblicare.
Non so voi, ma io ho sempre amato l’immagine del cantiere.
Di cantieri ne conosciamo tanti, veri o immaginari.
Siamo assuefatti, da italiani, a cantieri interrotti, sospesi, abbandonati; a cantieri che durano anni, a volte per l’intervenirvi delle Sovrintendenze ai Beni Archeologici, a volte per penuria di fondi o per la corruzione che li soffoca e rallenta.
Paese invecchiato e qua e là ancora indolente, i cantieri ci fanno pensare ad archetipici pensionati che vi trascorrono le ore con le braccia conserte a spiare altre opere, altre vite, e così si lasciano sospingere verso i suburbi dell’esistenza.
Però, il cantiere non è solo languore e fallimento; è anche, a suo proprio modo, una creatura vivente. Nelle sue impalcature, nei suoi grandi spazi polverosi e provvisori, è innervato di possibilità. Ed è come un figlio di due genitori del tutto diversi: l’idea, misurata, nitida sopra la carta, e l’evenienza, quel fatto non sistematico, incidentale, che assomiglia al vento e al correre dell’acqua.
Ci vogliono molta pazienza, molta cura e una buona dose di fortuna perché un’idea passi da intuizione a progetto e, infine, al suo relativo cantiere. E ancora di più ce ne vogliono perché il cantiere sia portato a termine, ed è un percorso lastricato d’imponderabile.
Litri di caffè. Sudore. Desideri, fatica. Arrabbiature, litigi, mediazioni- frammenti di pace presto sparigliati da nuove imprevedute tempeste. Levatacce, ingorghi, legami di solidarietà che forse si dissolveranno prima che sia finita l’opera, o forse dureranno anche oltre, come ponti.
Amarezze, soddisfazioni, insulti e brutte storie. Perfino perdite, a volte anche tragedie che si potevano evitare.
Gente che se ne va all’improvviso, che ritarda, che c’è sempre. Gente che non vale niente o che si scopre piano piano insostituibile. Gente che sarebbe stato meglio se non l’avessimo mai incontrata.
I cantieri, visti così, sono le vite. Sono i racconti delle vite.
Racconti delle nostre frontiere.
Questo blog, anche quando ci vengo in silenzio senza aggiungere niente, o quando ci metto qualcosa di piccolo e di poco peso, è un pezzo particolarmente accogliente del mio personale cantiere.
Adesso il cantiere sembra dormiente, ma sotto i teloni e fra i ponteggi c’è un silenzioso fervore.
Ogni tanto, si aggiunge un pezzo di muro, un secchio di calcinacci, una sacca di gesso che sembra spuntata per caso durante la notte.
Quando gli uomini riposano, è possibile che si mettano all’opera i folletti.


SEGUE: #1: Dieci cose che mi rendono davvero felice


Llampret et Aimée

«Tutto passa, tutto rimane,
ma il nostro è un passare,
un passare tracciando sentieri,
sentieri sul mare.
Mai ho cercato la gloria,
né di lasciare il mio canto
alla memoria degli uomini;
io amo i mondi lievi,
sottili, gentili
come bolle di sapone».
Antonio Machado, Viandante, vv. 1- 10

Un tempo, in patria, Llampret era un falegname.
Un mestiere umile, ma che gli fruttava oneste rendite, bastanti a sfamare moglie e figli. Guadagni puliti, senza macchia di sangue, se non quel poco che poteva spillare dai tagli e dalle vesciche sulle sue mani. Di qualche ferita gli è rimasta la cicatrice, bianca: sembra pelle tenera sotto i più recenti calli.
Qui, è un mercenario. I soldi che racimola li strappa dalla carne dei morti, e questo non gli piace, ma è così che lo hanno ridotto: a non avere altra scelta.
Casa è lontana. La terra che li separa si stende verde e rossa sotto i passi degli uomini, ma non sotto i suoi. Per lui, quelle strade che venendo ha percorso raggomitolato fra le ombre sono come contrade appestate. Oltre il loro confine, ad attenderlo, solo desolazione.
Per un poco, la solitudine lo ha ritemprato. Come gli animali feriti, non voleva compagni né per spezzare il pane né per lamentarsi del suo dolore.
La ra… il ragazzo, il ragazzo è arrivato dopo.
Lo ha trovato sporco di sangue, lercio di fango, avvolto nel vomito. Questo è il mantello dei miseri, a suo modo mirabile, miracoloso.
Lo avevano battuto fino a farlo svenire- chissà poi perché? Non glielo ha voluto (forse saputo) dire.
Lo ha preso con sé: era un cucciolo randagio, adatto a un pastore senza più armenti- a uno come lui.

Questa notte, nella casupola in riva alla palude, non si sente che lo scroscio dell’acqua. Invero è un dolce suono: il presagio della morte lo assottiglia.
Ad Aimé, al ragazzo, i capelli stanno ricrescendo sul cranio, candido come la pasta del pane. E sotto il collo, nascoste dalla camicia e da strette fasciature, ci sono due molliche di pane ugualmente morbide e bianche: i suoi seni.
Prima di morire, dicono, ci si avvede delle cose che contano davvero, e ciò che conta davvero per Llampret, adesso, è la dolcezza.
– Credevo che ci avrebbe ucciso la fame- mormora. Nessuna candela, c’è una luna opaca che fa tenui i contorni dei mondi.
– Credevo che non ci avrebbe ucciso niente- fa eco Aimé.
La mano- sua o del ragazzo? La pioggia, la nebbia sono un naufragio di confini- si allunga verso l’Altro, e l’Altro gli si accuccia contro il petto, la carne fresca e agile e luminosa, simile a fasci di betulla.
Il desiderio è come un martin pescatore: il suo piumaggio azzurro non sa confondersi con il grigio della vegetazione. Per la vergogna, Llampret si richiude un poco nel suo mantello, ma il ra… la ragazza, la ragazza lo segue. Perché è fatta di betulla, e la betulla è fatata e fatalmente malleabile al tocco.
– Solo per questa notte, potremmo…?
– Anche se solo per una notte, sarebbe ugualmente sbagliato- le risponde, e la avvolge.
Stanno un po’ in silenzio, abbracciati: tendono l’orecchio all’abbattersi della loro quieta passione, che non ha sbocchi e che forse, domani, morirà con loro.

– Comunque vada, almeno vedremo l’alba insieme.

 

FINE

Questa storia ha partecipato e vinto la decima edizione (25 febbraio-6 marzo) di Una Challenge per Amica del sito Wtriter’s Wing.

 

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25 dicembre 1863

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David Teniers, Two drunkards

– Sei un vigliacco, ecco quel che sei!
– E piantala un po’! Sarai bravo tu. Risparmia il fiato e pensa a correre.
Un bambino. Un bambino, Cristo santo.

Chi si fosse avventurato nella campagna di Marionsville, durante la fredda alba del 25 dicembre 1863, si sarebbe probabilmente imbattuto in una strana coppia di individui piuttosto male in arnese che, ora correndo, ora quasi ruzzolando nella neve, attraversavano i campi in direzione opposta al centro abitato.

Chi erano quei due, dite? Beh, per saperlo dobbiamo tornare alla mattina precedente, quando Barnaba Awkwings e Thomas “Slant” Swartzburg, due ladruncoli di poca rinomanza e ancor minor fortuna, avevano raggiunto Marionsville dalla vicina St. Andreas.

Conoscevano bene la zona; sapevano che, quella sera, la gente l’avrebbe passata in Chiesa ad aspettare la mezzanotte. La guerra aveva svuotato le case per cui, tranne qualche vecchio infermo lasciato a sonnecchiare nel suo letto, il resto della popolazione sarebbe stata troppo presa dalla funzione per accorgersi di loro due.

Il piano era semplice: si trattava intrufolarsi nelle abitazioni e ripulirle, ma con discrezione.
Prima o poi, la brava gente di Marionsville avrebbe iniziato a notare delle strane sparizioni:
Sempre troppo tardi, comunque: ormai, loro sarebbero stati a miglia e miglia di distanza, al sicuro da ogni sospetto, probabilmente intenti a bersi un bicchierino alla salute dei loro ignari benefattori.

Si erano mantenuti relativamente sobri per tutto il 24, cosa che, con quel freddo, e viste le loro abitudini, rappresentava per entrambi un notevole sforzo, nonché un’inconfutabile prova della loro coscienza professionale.
Il tempo non era dalla loro ma, con un po’ di pazienza, avevano aspettato rannicchiati al riparo nella boscaglia sopra il crinale, riuscendo così ad evitare gran parte della pioggia.

Verso l’orario stabilito, i sensi acutizzati dalla fame e dal freddo pungente, erano scivolati giù verso la cittadina e si erano avvicinati alle prime case.
Una, in particolare, era parsa loro molto promettente, grazie alla sua posizione defilata verso la campagna e ad un piccolo ingresso di servizio, che non era stato difficile forzare.

La casa era vuota; chiunque l’abitasse non possedeva molto, ma c’era comunque qualche gingillo che poteva fare al caso loro.
Alla fine, sapevano accontentarsi: una bella bevuta ed un letto caldo in un’osteria senza pretese, né più né meno, non avevano altre aspirazioni; alla fine, era Natale anche per loro, che diamine!

Qualcosa, però, era andato storto.
A un certo punto, avevano sentito un gran frastuono provenire dal paese.
C’erano schioppettate, gente che urlava: insomma, una gran confusione.
Le tasche gonfie di cianfrusaglie, si erano avvicinati a una finestra per capire cosa diavolo stesse succedendo e, bang!, per poco Barnaba non ci rimetteva la testa per una fucilata che aveva fracassato il vetro (e poi i vasi sopra il caminetto).
Non avevano indagato oltre, naturalmente: si erano limitati a darsela a gambe dal retro, via nella campagna innevata.

Solo “Slant” si era voltato a guardare: se la notte non fosse stata nera come l’inferno, forse Barnaba l’avrebbe visto impallidire ma, al momento, non gli interessava altro che mettersi la pellaccia in salvo.

Avevano corso, e corso, e poi ancora corso.
Ogni tanto si fermavano a rifiatare nella neve; poi, ricominciavano.
Avevano passato così tutta la notte, finché non avevano più sentito sparare.
A essere onesti, però, non sapevano se era per via della distanza, o perché ormai erano morti tutti.

A un certo punto, “Slant” si fermò, la neve fino a mezzo stinco.
– Avremmo dovuto avvertire qualcuno- ansimò.
– Sì, per farci beccare. Tanto non avremmo potuto fare niente!
– Questo non lo sai- mormorò l’altro.
– Beh, sei ancora in tempo. Da quella pare c’è Tahallabee. Vai a dare l’allerta, se hai il coraggio.
– Sì che ce l’ho, il coraggio; sei tu, quello che se la fa sotto.- Scusa tanto, se non voglio finire i miei giorni appeso ad una forca!

“Slant” guardò il suo vecchio compagno, risentito. Fino al giorno prima gli avrebbe dato ragione, certo, ma questa volta era diverso; e poi, lui non aveva visto… non aveva visto e basta, si disse, scuotendo la testa come per scacciare via il ricordo.
Ma non ci riuscì.
– Tu non capisci! – sbottò- Erano nordisti! C’era una donna incinta, le hanno sfondato la pancia con una fucilata; ho visto il bambino dentro, Barnaba. Il bambino, Cristo santo!

Barnaba non fece una piega; invece, si lasciò andare a sedere su un masso.
– Chi muore giace; chi vive si dà pace- bofonchiò con aria torva- Faresti meglio a impararlo, prima o poi.
– Può darsi.
– Ci diranno che li dovevamo avvertire prima; ci ammazzeranno!
– Non mi importa. Ho visto quel che ho visto. Avremmo dovuto farlo prima- giunse la voce attutita di “Slant”; si era girato nella direzione di Tahallabee e procedeva risolutamente nella neve.
– Slant! Ehi, dico, Slant!- Barnaba balzò in piedi- Non avrai intenzione…?
– Stammi bene, vecchio mio. Io mi sono stufato di questa vita. Per una volta, voglio fare il mio dovere di patriota.

Barnaba lo guardò allontanarsi di qualche metro: era sempre stato il più testardo di loro due, ragionò, e forse, gli rincresceva ammetterlo, il migliore.
Tirò fuori qualcosa dalla tasca.
– Aspetta, vecchio mio!- gridò.
L’altro si bloccò.
– Prenditi almeno un po’ di whiskey!

Slant si girò. Era rosso in faccia per lo sforzo, ma sorrideva.
– Tienilo tu. E stanotte, fatti un goccio alla mia salute- gli rispose.
Fu l’ultima volta che Barnaba Awkwings vide il suo amico.

Chissà che fine ha fatto, mi ha detto l’altro giorno.
Già, chissà.

Avvertenza: Questa storia è l’ottava di una serie di nove fra flashfic e one-shot che partecipano all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Cliccate per la storia precedente e per la prima storia, 24 dicembre 1863, che costituisce il sequel di questa!

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24 dicembre 1325

winter-385640_1280Avevano fatto molta strada, il giovane monaco e lo strano viaggiatore.
Il sole stava tramontando: non riposavano ormai da qualche ora.
Manca poco, disse il monaco.
La notte fa in fretta a venire; presto, non ci furono che un quarto di luna ed il riflesso della neve a guidare i loro passi.
Mentre procedevano, il ragazzo indicò il crinale: oltre, fece segno, sorgeva il monastero.
Troveremo miso appena fatto e un focolare per ritemprarci, soggiunse, arrossendo di gioia.
Attraversarono la steppa; alla loro sinistra si stagliavano macchie di sempreverdi.
Il viaggiatore rabbrividì. Ci sono molti lupi, qui?, domandò.
Il ragazzo scosse la testa. L’uomo non disse altro.

Cos’è quest’odore?, mormorò, dopo un po’ che camminavano.
Il ragazzo lo guardò; evidentemente, non capiva.
Il monaco si accorse solo dopo un poco che il suo compagno era rimasto indietro.
Affrettandosi, tornò sui suoi passi.
Trovò l’uomo chino a studiare il terreno. Sangue, gli disse, sentendolo arrivare.
Il ragazzo si fermò; non tentò nemmeno di sbirciare. Sarà un animale del bosco, rispose.
L’uomo si tese; portò un dito alle labbra e guardò il giovane negli occhi.
Poi, senza aspettarlo, si incamminò verso lo boscaglia.

Il terreno era duro; i rami avevano diradato la neve ma non avevano impedito al ghiaccio di attecchire.
L’uomo s’inoltrò fra gli arbusti, lasciandosi dietro spilli di ghiaccio e piccoli cumuli di neve.
Le macchie di sangue si facevano sempre più distinte, più larghe.
La pista terminava in una depressione circondata di alberi.
La luna disegnava strane forme sul terreno.
È semplicemente soffocante, ragionò l’uomo, coprendosi la bocca.
Al centro della radura, a terra, c’era un fagotto di stracci.
Circospetto, l’uomo si avvicinò e rimase a guardare.

– Non la toccare.
La voce del monaco perforò il silenzio. Quando si era avvicinato? Come aveva fatto a essere così silenzioso?
Il viandante lo ignorò. Si accoccolò accanto al fagotto e lo girò.
C’erano solo capelli, folti lunghi capelli neri: qualcosa gli gelò il sangue nelle vene.
– Ti ricordi questo posto, vero?-
L’uomo balzò in piedi; tremava.
– Dieci anni fa, tu e i tuoi uomini scendeste in questa valle- proseguì il monaco; per quanto guardasse, l’uomo non ne distingueva la figura.
-C’era un villaggio. Ci lasciasti i tuoi uomini, ricordi?, e venisti qui con un paio di loro, nei boschi, a caccia. La figlia del capo villaggio non era là, quando arrivaste, quindi i tuoi si accontentarono delle altre. Tranne le vecchie, naturalmente; quelle le sbudellaste e poi le appendeste all’ingresso del villaggio, nude. Quanto avete riso!…Te lo ricordi?
– Io…ti stai sbagliando. Hai preso la persona sbagliata- balbettò l’uomo.
– La ragazza era da sola; si era addormentata e non vi sentì arrivare. Oh, ma dopo vi sentì, vi sentì bene; glielo dicesti tu stesso mentre la stupravi, tu per primo, dopo gli altri.
Te lo ricordi?-
L’uomo aveva tirato fuori da sotto il mantello una spada; iniziò ad avanzare, la lama sguainata. Dove sei, dove sei, maledetto?, ansimò.
– Poi, quando è finita la guerra, ve ne siete andati. Ma siete stati poco attenti, quel giorno; eravate così presi che non vi siete accorti che qualcuno vi aveva visto. Ti sei preso un bel po’ di tempo, con lei. E io me lo sono preso a guardarti bene in faccia.
Sei un vigliacco, ansimò l’uomo, menando fendenti alla cieca.
La voce gli si spostava intorno; gli alberi gli si chiudevano addosso.
– E perché? Cos’avrebbe potuto fare una bambina di sette anni?
E pensi di potermi ammazzare, adesso, puttana?, sibilò il viaggiatore.
Qualcosa gli sfiorò la spalla.
-Oh, ma l’ho già fatto. Mentre dormivi, qualche ora fa.

 

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Questa è la settima di nove fra flash-fic e one-shot che partecipano all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
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24 dicembre 1943

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– Come ti chiami?

Il ragazzino mi guarda come se me lo dovessi mangiare; avrà diciannove anni- almeno lo spero. Glielo chiederò.
Sta seduto su una cassa di legno nel vicolo; l’odore di piscio è insopportabile, ma lui sembra abituato e, chissà come, la cosa non mi sorprende.
– Ehi, dico a te- gli ripeto. Sento che la mia pronuncia è stentata e, per la prima a volta, questo mi mette a disagio.
Sono uno straniero in divisa- una divisa immacolata, profumata di colonia- e sono qui, in piedi in un vicolo dal fetore intollerabile, davanti a un ragazzo con gli occhi neri.
Lui mi guarda e so cosa esattamente cosa vede: un invasore.

So anche che lo diverto. Ormai conosco abbastanza bene questi italiani; non mi ridono mai in faccia ma i loro occhi diventano d’un tratto scintillanti; pezzi di brace che mi bruciano in faccia e mi osservano impassibili, mentre avvampo di rabbia.

– Salvatore- risponde.

Ha la voce roca e, nonostante sgrani gli occhi, il tono è annoiato.
Forse non sono il primo che glielo chiede.
– Salvatore…- ripeto, impacciato. Stringo il pugno e sento che la pelle, dentro il guanto, è sudata.
– Vorresti bere qualcosa?- gli chiedo.
Lui mi guarda per qualche minuto; dio mio, penso, forse è più piccolo. Sto commettendo un grosso errore.
Credo che abbia capito cosa mi passa per la testa; c’è una luce canzonatoria, in quei begli occhi neri.
– No- mi risponde. Fa un rumore con la bocca e si alza, le mani in tasca.

Si allontana di qualche passo; è basso e snello, i movimenti elastici.
Il suo corpo possiede un’innata eleganza; non potrei smettere di pensare a quegli occhi, mi dico, quindi tanto vale tentare.
– Potrei darti fare un giro sulla mia moto- gli dico.
Lui si ferma e gira la testa verso di me; ha le ciglia lunghe e le palpebre affusolate.

Gli indico la moto posteggiata oltre il vicolo, addossata a un muretto di pietre bianche a strapiombo sul mare.
Guarda me; poi guarda la moto; poi, di nuovo me.
– Mi ci porti a Scandiano?- mi chiede, con quell’inconfondibile cadenza lamentosa del Meridione.
– Ma certo- rispondo, con un po’ troppo calore.
Lui sorride, mi guarda in tralice, sornione.

Passiamo a Scandiano; mi tiene stretto in vita.
Mentre corriamo giù per le misere stradicciole, l’aria ci spettina: è tiepida, nonostante sia dicembre.
Sento l’odore del suo sudore di moro che gli sale dai vestiti, e il suo bacino premuto contro le mie reni.
I suoi amici escono in strada e lo guardano: hanno sguardi risentiti, ma anche invidiosi.
Stasera sarà la favola di tutta la frazione.

– Ti lascio al vicolo?- gli chiedo.Lui annuisce, sorride: questa volta, è un sorriso spensierato.
È felice, ed io sono felice che lui abbia scordato che io sono un tedesco, e lui un italiano.
Quando lo faccio scendere, per un attimo, mi guarda con l’innocenza di un bambino.
Così, quando mi si struscia addosso, io mi scosto.
– Stammi bene, allora- gli dico.

Per un attimo, lui spalanca gli occhi, sorpreso; poi fa spallucce, si gira e se ne va.
Sento il suo sguardo sulla nuca mentre mi sistemo il casco.
Metto in moto e corro verso il mare; dove mi ha toccato, la pelle brucia di desiderio.
È un pomeriggio bellissimo.

Avvertenza: Questa è la quinta di una raccolta di nove fra flash-fic e one-shot, che partecipano all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
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24 dicembre 2015

La strada è piena di buche, e lui non ce la fa più.

– Kalib. Kalib, fermati un po’, ho la schiena a pezzi.
Il suo compagno è un ragazzo di circa sedici anni, ma è già grosso e ha più muscoli di lui.
Mpoutou lo invidia; se fosse così grosso, ce la farebbe anche lui. Invece, dopo pochi chilometri le reni gli fanno troppo male e i polmoni gli bruciano per la fatica.
Ogni tanto, per la strada, passano camionette scoperchiate, con le ruote incrostate di fango, cariche di soldataglia con i kalashnikov sulle spalle.

A ogni passaggio, la fila di ragazzi con i sacchi sulle spalle si sposta verso il bordo della strada, nel fossato scavato dalle ultime piogge: tremano come gazzelle, come fili di erba nella prateria.
A volte, i soldati non li guardano; altre volte, fermano la camionetta e ne ispezionano qualcuno.
A volte, lo pestano a sangue, quasi sempre senza un vero motivo; i cadaveri restano per strada, in mezzo alle ruote dei mezzi. Nell’arco di pochi giorni non sembrano nemmeno più umani; passando, bisogna scavalcarli o spingerli dentro al fosso e aspettare che la pioggia se li porti a valle.

Per questo, fermarsi al ciglio della strada non è mai una buona idea.
Chi lo sa che tu non attragga l’attenzione di qualche miliziano in vena di divertirsi con i poveri disgraziati della miniera.
Ai caporali non interessa chi porta il coltan sul confine; l’importante è che ci arrivi.
Le gambe, la schiena e le braccia che lo trasportano sono come figure disegnate su un pezzo di carta, e i soldati possono appallottolarti quando vogliono.
– Ci siamo già fermati due volte- mormora Kalib, la gola secca, un’evidente fastidio negli occhi.
– Ma sta scendendo la sera. Dopo farà meno caldo, cammineremo più spediti.
Lo guarda, implorante.
– Sei un debole, Mpoutou. Se continui così, nessuno avrà stima di te.
Ma almeno sarò vivo per un altro po’.

Accostano; l’aria calda trema sugli orli delle cose.
Mpoutou si butta sulla proda di terra che si innalza sul fossato, accasciandosi sul suo sacco.
Niente cibo nello stomaco, poca acqua in corpo e 30-40 chili sulla schiena: va così, per venti chilometri, da Rubay fino a a qualche posto sul confine con il Rwanda, dove i sacchi verranno consegnati ai punti di raccolta.

A volte, Mpoutou pensa di scappare con il suo sacco e trovare qualcuno a cui venderlo per andarsene.
Alla fine, è solo: non potrebbero rifarsi su nessuno della sua famiglia.
Ne ha parlato tante volte a Kalib; tu potresti farcela, sei forte. Io non potrei correre abbastanza in fretta da sfuggirgli.
Neanche una gazzella corre abbastanza veloce da sfuggirgli, gli ha risposto il compagno, e ha chiuso gli occhi. La sua pelle è così lucida che sembra scolpito nella tantalite.- Se ci fermiamo troppo, tornerà indietro il capofila e ti bastonerà- mormora Kalib.
– Adesso che è scuro ci metterà un po’ ad accorgersene. Siediti anche tu.
– Preferisco di no. Tanto adesso me ne vado-
Mpoutuou non dice niente. Il suo amico è forte, ma ha più paura di lui; è la sventura di avere una famiglia, pensa.

Rotola sulla terra e sente gli insetti che strisciano sotto le zolle.
Le formiche frusciano nella polvere con i loro carichi, sono una formica, pensa.
Poi, alza lo sguardo; è venuto il buio, da questa parte.
La miniera sarà nera come l’acqua e ci staranno cadendo dentro le stelle che si staccano dal cielo.
La vista gli si annebbia.
– Non mi svegliare- ha il appena il tempo di mormorare a Kalib.

 

Avvertenza: Questa è la terza storia di una raccolta di nove fra flash-fic e one-shot, che partecipano all’iniziativa Christmas Game di F anwriter.it
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