Nanoviaggi/1

L’Alhambra dell’assurdo.
Tiburtina, Togliatti e anabasi.

24 dicembre 2017

Avevo deciso di iniziare la rubrica con un pezzo diverso da quello che state leggendo e in cui vi avrei parlato del quartiere in cui ho vissuto i primi anni in cui sono arrivata a Roma; avevo anche fatto delle foto, come promesso, e mi ero proposta di lasciar riposare un po’ le immagini e le emozioni prima di mettermi a scrivere. La ragione è che quel quartiere, un po’ come Garbatella, è molto importante per me. Mi richiama alla memoria tanti ricordi brutti e belli e, in casi come questo, scrivere di quello che si vede e di quello che si sente mi richiede sempre di frapporre un certo distacco fra me e il mio argomento.
Ieri però è successo qualcosa e io ho cambiato programma.
Una persona importante per il mio compagno, che ormai vive lontano e con la quale abbiamo modo di vederci solo una o due volte l’anno, è tornata per qualche giorno. Abbiamo trascorso una bella giornata, mangiando, passeggiando e ridendo; alla fine abbiamo anche cenato tutti insieme e l’abbiamo riaccompagnata a casa.
Era tardi e abbiamo fatto un giro della nostalgia nei posti in cui questa persona era vissuta; poi abbiamo imboccato il Raccordo, ci siamo persi l’uscita perché parlavamo di linguistica computazionale, siamo sbucati sulla Tiburtina e da lì abbiamo raggiunto la Togliatti, tornando più di una volta a perderci e inanellando giri viziosi nel bel mezzo della notte.

Il Raccordo è un posto particolare. I sociologhi direbbero che è un non luogo, qualsiasi cosa questo voglia dire.
Croce e delizia dei romani, è un lungo nastro di asfalto che incintura la città e permette di muoversi lungo i suoi margini, senza semafori e passaggi pedonali a rallentare il viaggio.
In cambio di questo servizio alla comunità, però, il GRA non manca di ritagliare per sé generose fette del nostro tempo: non è raro infatti trovarcisi imbottigliati in coda prima di una delle uscite che riportano all’interno del perimetro cittadino.
Fortunatamente, di notte è difficile trovare traffico. Si corre sull’asfalto, che è l’unica cosa uniformemente luminosa davanti a noi. Sotto i lampioni è argentato, quindi l’impressione è di viaggiare sopra una piccola via lattea; a sinistra e a destra si susseguono bastioni di contenimento, là dove il GRA è incassato in costoloni d’erba su cui si inerpicano le propaggini della città, oppure quartieri addormentati in cui l’illuminazione stradale, non sempre funzionante, disegna chiazze gialle e nere imperlate dal riflesso dei posteggi o dall’insonnia di qualche finestra ancora accesa. A volte, dopo teorie di muri e di muretti, dopo brutti edifici popolari e vaste rimesse, scoppia inattesa la campagna.

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Street art sul raccordo, fonte: Touring Club Italiano

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Il vagabondo del manga: Igort e i suoi Quaderni Giapponesi.

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Oggi vi parlo di un volume da poco disponibile in libreria. Come credo di aver già detto, le recensioni che riesco (un po’ rocambolescamente) a scrivere scaturiscono quasi sempre da incontri “personali” con il libro o con il suo autore. In questo caso posso dire di essermi davvero e fatalmente imbattuta in questa bellissima graphic novel che mi aspettava in cima a una pila odorosa di carta e inchiostro, un po’ a sinistra sul bancale delle novità editoriali.
Non era l’unico in bella mostra, certo, ma mi ha attirato per il titolo e per il disegno del dragone che contorna a destra la copertina di un bel verde scuro.

Il titolo non poteva non accendere la mia curiosità: Quaderni Giapponesi vol. 2- Il vagabondo del manga (che, premetto, è seguito e ampliamento del primo e omonimo volume uscito nel 2015; in ogni caso io l’ho letto come a sé stante, dato che il sottotitolo è così ben nascosto che ancora non l’ho scovato, e anche così è perfettamente godibile).
L’ho preso in mano aspettandomi, a dire il vero, una delle molte pubblicazioni scritte da moderni guru del “ritrova te stesso in paesi lontani”. Nel retro di copertina sono stata però accolta dagli sguardi di una serie di volti, fra i quali ho riconosciuto quello ormai familiare di Yasunari Kawabata, premio Nobel 1968, uomo mite e profondo la cui scrittura mi ha conquistata e per certi versi cambiata.

Ho dischiuso le pagine alla ricerca del mio amato Yasunari: la stampa, come orgogliosamente specificato nelle note finali sotto uno splendido ritratto di Miyamoto Musashi, è stata impressa a colori su carta Arcoprint della Fedrigoni, grammatura 1.40, di un caldo color avorio. La consistenza del materiale e il profumo di bambù e di riso che sprigiona a contatto con l’inchiostro sono un valore aggiunto di questa bella edizione in brossura, pensata dall’autore e realizzata per i tipi di Oblomov Edizioni (di cui vi consiglio il sito non solo per le proposte e per il progetto editoriale, ma anche per il puro piacere di ammirarne la grafica).
Il prezzo del volume in libreria- diciannove euro- non è eccessivo, vista la spesa media per una graphic novel e la cura editoriale nel fare di questo libro quanto di più simile a un quaderno di viaggio, tuttavia in quel momento non potevo assolutamente permettermi di acquistarlo e così l’ho mentalmente aggiunto alla lista delle Cose Bellissime Che Comprerai Con il Tuo prossimo Stipendio.
Magicamente, però, qualcuno che mi vuole bene ha pensato di regalarmelo prima e così, quel giorno stesso, ho potuto portarlo a casa nella sua bustina.

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