Llampret et Aimée

«Tutto passa, tutto rimane,
ma il nostro è un passare,
un passare tracciando sentieri,
sentieri sul mare.
Mai ho cercato la gloria,
né di lasciare il mio canto
alla memoria degli uomini;
io amo i mondi lievi,
sottili, gentili
come bolle di sapone».
Antonio Machado, Viandante, vv. 1- 10

Un tempo, in patria, Llampret era un falegname.
Un mestiere umile, ma che gli fruttava oneste rendite, bastanti a sfamare moglie e figli. Guadagni puliti, senza macchia di sangue, se non quel poco che poteva spillare dai tagli e dalle vesciche sulle sue mani. Di qualche ferita gli è rimasta la cicatrice, bianca: sembra pelle tenera sotto i più recenti calli.
Qui, è un mercenario. I soldi che racimola li strappa dalla carne dei morti, e questo non gli piace, ma è così che lo hanno ridotto: a non avere altra scelta.
Casa è lontana. La terra che li separa si stende verde e rossa sotto i passi degli uomini, ma non sotto i suoi. Per lui, quelle strade che venendo ha percorso raggomitolato fra le ombre sono come contrade appestate. Oltre il loro confine, ad attenderlo, solo desolazione.
Per un poco, la solitudine lo ha ritemprato. Come gli animali feriti, non voleva compagni né per spezzare il pane né per lamentarsi del suo dolore.
La ra… il ragazzo, il ragazzo è arrivato dopo.
Lo ha trovato sporco di sangue, lercio di fango, avvolto nel vomito. Questo è il mantello dei miseri, a suo modo mirabile, miracoloso.
Lo avevano battuto fino a farlo svenire- chissà poi perché? Non glielo ha voluto (forse saputo) dire.
Lo ha preso con sé: era un cucciolo randagio, adatto a un pastore senza più armenti- a uno come lui.

Questa notte, nella casupola in riva alla palude, non si sente che lo scroscio dell’acqua. Invero è un dolce suono: il presagio della morte lo assottiglia.
Ad Aimé, al ragazzo, i capelli stanno ricrescendo sul cranio, candido come la pasta del pane. E sotto il collo, nascoste dalla camicia e da strette fasciature, ci sono due molliche di pane ugualmente morbide e bianche: i suoi seni.
Prima di morire, dicono, ci si avvede delle cose che contano davvero, e ciò che conta davvero per Llampret, adesso, è la dolcezza.
– Credevo che ci avrebbe ucciso la fame- mormora. Nessuna candela, c’è una luna opaca che fa tenui i contorni dei mondi.
– Credevo che non ci avrebbe ucciso niente- fa eco Aimé.
La mano- sua o del ragazzo? La pioggia, la nebbia sono un naufragio di confini- si allunga verso l’Altro, e l’Altro gli si accuccia contro il petto, la carne fresca e agile e luminosa, simile a fasci di betulla.
Il desiderio è come un martin pescatore: il suo piumaggio azzurro non sa confondersi con il grigio della vegetazione. Per la vergogna, Llampret si richiude un poco nel suo mantello, ma il ra… la ragazza, la ragazza lo segue. Perché è fatta di betulla, e la betulla è fatata e fatalmente malleabile al tocco.
– Solo per questa notte, potremmo…?
– Anche se solo per una notte, sarebbe ugualmente sbagliato- le risponde, e la avvolge.
Stanno un po’ in silenzio, abbracciati: tendono l’orecchio all’abbattersi della loro quieta passione, che non ha sbocchi e che forse, domani, morirà con loro.

– Comunque vada, almeno vedremo l’alba insieme.

 

FINE

Questa storia ha partecipato e vinto la decima edizione (25 febbraio-6 marzo) di Una Challenge per Amica del sito Wtriter’s Wing.

 

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A Yoshi- 5. Fiordaliso

[segue da A Yoshi-4. Bucaneve e conclude una serie di 5 racconti brevi]

Questa settimana sono passata al monastero per portare dei biscotti a Jikan.
L’abate è malato della sua solita allergia. Se può, se ne sta in disparte e non si fa vedere da nessuno. Ho portato un barattolo di unguento anche per lui: nella borsa ho infilato un biglietto con le istruzioni per i suffumigi. Spero che non sarà troppo testardo e che li farà.
Ho trovato Jikan con i piedi nudi immersi nello stagno più piccolo: dragava il fondo con un cucchiaio ma non mi ha voluto spiegare perché.
Dalla sponda vedevo le sue magre caviglie che affondavano nell’acqua: ho notato che si è un po’ gonfiato. Sotto di lui si muoveva riflesso l’orlo della veste, rimboccata con negligenza dentro i pantaloni.
– Con che denti li mangerò, vorrei sapere?- ha detto. Era chino sull’acqua e per questo si era fatto tutto rosso: di bianco gli era rimasto soltanto il sorriso sdentato.
– Che fortuna che mi siano venuti morbidi!- ho risposto.
Dentro di me lievitavano la tua voce e l’immagine delle tue mani: eri seduto sull’orlo della branda, con un cesto in grembo, e mi dicevi: “a volte gli frullo la verdura. Tiene molto ai denti che gli sono rimasti, così cerchiamo di fargli cibi morbidi e gli diciamo che preferiamo la verdura passata per non farlo sentire vecchio”.

Quando Jikan è uscito dallo stagno, zampettando come un’anatra, perfettamente a suo agio, l’acqua gli sciacquava mollemente intorno. Non si è neppure preoccupato delle alghe e delle foglie morte che gli erano rimaste fra le dita e sul dorso dei piedi.
Ci siamo seduti sui massi in riva allo stagno: si tergeva la fronte con il polso e il cucchiaio gocciolava sulla sua guancia sudata. Ora la barba gli ricresce più ispida e più bianca.
Mentre mangiavamo i biscotti nella quiete prima di mezzogiorno, mi ha additato una pianta.
– Quello è fiordaliso- ha biascicato. Briciole di biscotto gli scappavano fra i denti e cadevano ai nostri piedi.
Ho avuto l’impressione che la pianta fosse molto importante: l’ho capito da come la guardava.
– Sembri affezionato a quei fiori.
– Oh, sì. Sì, molto- ha aggiunto dopo un poco.
– Li ha portati un visitatore dall’Europa e li abbiamo piantati qui in giardino, io e Yoshi. Non sapevamo nemmeno se sarebbero sopravvissuti ma le piante sono più forti degli uomini. Si sono adattati bene.

Le api ronzavano sui fiordalisi e qualcosa si muoveva dolcemente nello stagno. Il rumore di Jikan che masticava i biscotti mi ha cullato per un altro po’ sotto l’azzurro del platano.
Prima di andare via ho toccato il fiordaliso.

FINE

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Fire Warnings- Pt.2

pexels-photo(…segue da Fire Warnings pt. 1)

 

Dopo un po’ di tempo che non la vedevamo, la gente iniziò a farsi domande; pensarono che si fosse trasferita, che alla fine avesse deciso di abbandonare la vita dei bassifondi e accettare l’offerta di qualche pezzo grosso a cui aveva sicuramente fatto girare la testa.
Molti di noi si convinsero che le cose stavano proprio così, anche se, in cuor loro, sapevano che una come lei sarebbe tornata a riprendersi la sua roba e ci avrebbe salutato, anche a costo di sentirsi insultare.
Tutto d’un tratto, tutti si ricordarono che mestiere faceva. E non si facevano problemi a ripeterlo, sapete. Persino quelli che avevano mangiato a casa sua, o che dovevano lei un qualche pulcioso lavoretto per il Comando, grazie al quale adesso potevano permettersi di andare allo Spaccio a ubriacarsi di birra, e sparlarle alle spalle fra i fumi dell’alcol.

Io, invece, sapevo la verità; allora, lui mi aveva fatto promettere di non dire nulla, ed io non sapevo niente di quello che sarebbe successo dopo. Fra una cosa e l’altra è passato così tanto tempo che, sulle prime, non ho collegato i pezzi del puzzle.
Inoltre, all’epoca ero un mocciosetto di tredici anni; chi mi avrebbe dato retta?
Ma andiamo per ordine.
Le cose andarono così.

Vivevo in un comprensorio poco distante da dove abitava Marion; me n’ero andato via di casa e vivevo da solo con qualche altro sbandato a cui non facevo domande, e che non ne faceva a me. Rubacchiavo e facevo lavoretti poco puliti, e conoscevo abbastanza bene il Tunnel.
Era l’unica strada che connetteva il Sopra con noi altri dabbasso, ma non era sorvegliato.
Un tempo, quando il Comando non si era ancora insediato, c’erano delle scale mobili che lo percorrevano, e delle scale normali che raccordavano i vari settori.
Era una struttura a chiocciola, con dei piani intermedi. Non so bene cosa ci facesse la gente, ma dicono che fosse molto frequentato.
Il Comando lo aveva chiuso anni e anni prima; l’unica maniera di arrivare di Sopra, adesso, era il Cubo.

Credo che il Comando fosse sicuro di non avere niente da temere dal Tunnel: avevano fatto sigillare lo sbocco, che sbucava esattamente alle spalle della Necropolis Tower, e tutte le strutture che il Tunnel conteneva erano andate lentamente ma inesorabilmente in malora, saccheggiate o semplicemente lasciate a se stesse.
L’ossigeno era scarso, dato che l’alimentazione era spenta da anni.
Molte parti del Tunnel erano ancora inesplorate; bisognava stare attenti a non perdercisi, parecchi poveri diavoli c’erano crepati dentro per anossia e l’unica cosa che rimaneva di loro era la puzza di cadavere che aleggiava fra i corridoi deserti.

Era lì, nelle parti più vicine al Sotto, che gran parte della mala gestiva i suoi affari; ed era lì che lavoravo- in particolare, recuperavo rottami e facevo piccole consegne.
Qualcuno, non si sa se da Sopra o da Sotto, aveva approfittato del tempo e dell’indifferenza del Comando, e aveva forzato i sigilli; anche se restava implicito che noi dabbasso non potevamo salire, c’era qualcosa o qualcuno che invece scendeva da Sopra, e a metà strada avvenivano scambi di merci varie, stupefacenti, materiali dal mercato nero, informazioni e, dicevano, persone.

Quanto a me, non ho mai indagato; mi limitavo a fare quello che mi veniva detto e a passare solo nelle aree di competenza delle bande per cui lavoravo.

E poi, c’era la terra di nessuno; la parte più buia e sconosciuta del Tunnel.
Sapevo che era piena di tesori almeno quanto lo era di pericoli e, dato che ero un marmocchio e mi infilavo agevolmente in posti dove gli adulti non passavano, avevo iniziato a perlustrare il posto, con molta prudenza e qualche bombola d’ossigeno.
E, a proposito di ossigeno, le mie ricerche non avevano tardato a darmi qualche soddisfazione: avevo trovato un piccolo deposito di bombole e altra roba chimica- niente di cui mi intendessi direttamente, ma che, per quel poco che ne sapevo, sicuramente avrebbe fatto gola a qualcuna delle bande.

Avevo deciso di continuare a esplorare: l’ossigeno, in ogni caso, era oro, ed era esattamente quello di cui avevo bisogno.
Non lo avevo detto a nessuno, naturalmente, ed ero stato ben attento a non farmi notare.
A qualcuno però, evidentemente, le mie piccole escursioni non erano sfuggite: e, una notte, me lo trovai sdraiato accanto, al posto del mio solito compagno di stanza.

(segue…)

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24 dicembre 4017

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Glass, by Hans on Pixabay

 

– Ma guarda un po’ che roba!
Sloan scostò un pezzo di rivestimento che occupava il passaggio; il corridoio della nave era buio, ad eccezione della debole luce che filtrava dal soffitto.
– Fred!- ansimò dentro il commlink.
Alle sue spalle, qualcosa frusciò e, pochi secondi dopo, sul pavimento scivolava il tremulo cerchio di una torcia al plasma.
– È davvero in pessime condizioni- constatò Ford.
– Come si regola il volume di questi cosi? Mi state rincoglionendo- fece eco Levi.
– Zitti, un po’- rispose Sloan, infastidito- non siamo qui per fare conversazione.

I quattro uomini sgattaiolarono oltre il portellone: lo spettacolo era desolante.
Si trovavano a bordo di un mercantile 45G-Fisher: un modello piuttosto comune.
Avevano deciso di tentare un abbordaggio alla ricerca di qualche pezzo di ricambio ma, appena avevano letto il seriale, stampato lungo una delle fiancate, erano impalliditi.
– Pensate che ci sia ancora qualcuno?- mormorò Ford.
– Non è impossibile; è ovvio che la nave è rimasta in gravitazione intorno a questo sole. Qui sono passati solo pochi anni.
– Sarà la diagnostica a dircelo- tagliò corto Sloane- Tenete pronto il generatore.

Procedettero lentamente fra le macerie.
La nave doveva essere stata teatro di un combattimento; alcune pareti erano squarciate da lesioni nerastre e numerose parti dell’arredamento giacevano a terra, in pezzi.
– È un miracolo che la tenuta gravità abbia retto- commentò Fred, muovendo la torcia ai lati del camminamento.
– Forse la Federazione voleva riarmarla contro i ribelli.
– Già; deve essere così.
– Ehi, gente!- la voce sonora di Ford risuonò dentro i caschi; sembrava turbato.
– Dove sei, Ford?
– Prima a destra.

Si infilarono nella stanza.
La torcia scivolò a terra e si rifranse su qualcosa di minuscolo e scintillante.
– Vetri?
– Già; bicchieri rotti, a quanto pare- rispose Fred.
– Porca…- era la voce di Ford, che non aveva aspettato gli altri per avventurarsi più in là.
-Che c’è?- chiese Sloane, sudando nella tuta- Se ci hai messo nei guai, Ford, giuro che…
Ford tornò indietro e strappò bruscamente la torcia dalle mani di Fred, illuminando qualcosa sul pavimento cosparso di vetri.
– Cristo santo!

A terra, c’erano due corpi; due ragazzi, un maschio e una femmina.
Erano bianchi, le labbra blu, il ghiaccio incrostato sulla pelle; le vene dei polsi erano recise.
Si tenevano per mano. Il sangue gli si era ingrommato addosso.
– Suicidi- mormorò Fred, chinandosi a guardare meglio.
– Guardate, c’è qualcosa- esclamò Rand, indicando il soffitto*.
Puntarono la luce verso l’alto; qualcuno aveva tracciato delle lettere.
– Hanno usato il loro stesso sangue…per scrivere?- mormorò Levi.
– CSS 75. Sezione Criogenica, segmento 75: è una cabina di ibernazione- osservò Sloane.
– Credi che?…
– Sbrighiamoci- replicò l’uomo, avviandosi verso il settore criogenico.

– Qui Sloane a Pioneer, Sloane a Pioneer, mi sentite?
– Roger, tenente. Che notizie mi porta? Trovato ricambi, su quel relitto della Guerra Galattica?
– Non proprio, signore; abbiamo trovato una bambina dentro a una cella criogenica. Qualcuno ha connesso tutti i sistemi di mantenimento al modulo di ibernazione. Mandate soccorsi, ripeto, mandate soccorsi; è ancora viva.
– Ma com’è possibile? La Guerra è finita settant’anni fa!
– Negativo, signore; in questo sistema, sono passati solo cinque anni.

*Nota: La sospensione dei sistemi comprende quello di gravità. Quando i due si sono uccisi, la gravità interna della nave deve aver ceduto poco dopo, rilasciando i corpi verso l’alto; questo ha permesso a uno dei due di scrivere sul soffitto, ed è il motivo per cui non c’è sangue visibile intorno ai corpi. Prima di ispezionare la nave, ovviamente, è stata riconnessa l’unità che forniva elettricità al mantenimento della gravità interna alla nave, o quanto meno quella che la forniva al settore in cui i quattro uomini si trovano al momento dell’ingresso.

 

Avvertenza: Questa è la sesta di una raccolta di nove fra lash-fic e one-shot che partecipano all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Cliccate per la prima, seconda, terza, quarta e quinta storia.

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