Llampret et Aimée

«Tutto passa, tutto rimane,
ma il nostro è un passare,
un passare tracciando sentieri,
sentieri sul mare.
Mai ho cercato la gloria,
né di lasciare il mio canto
alla memoria degli uomini;
io amo i mondi lievi,
sottili, gentili
come bolle di sapone».
Antonio Machado, Viandante, vv. 1- 10

Un tempo, in patria, Llampret era un falegname.
Un mestiere umile, ma che gli fruttava oneste rendite, bastanti a sfamare moglie e figli. Guadagni puliti, senza macchia di sangue, se non quel poco che poteva spillare dai tagli e dalle vesciche sulle sue mani. Di qualche ferita gli è rimasta la cicatrice, bianca: sembra pelle tenera sotto i più recenti calli.
Qui, è un mercenario. I soldi che racimola li strappa dalla carne dei morti, e questo non gli piace, ma è così che lo hanno ridotto: a non avere altra scelta.
Casa è lontana. La terra che li separa si stende verde e rossa sotto i passi degli uomini, ma non sotto i suoi. Per lui, quelle strade che venendo ha percorso raggomitolato fra le ombre sono come contrade appestate. Oltre il loro confine, ad attenderlo, solo desolazione.
Per un poco, la solitudine lo ha ritemprato. Come gli animali feriti, non voleva compagni né per spezzare il pane né per lamentarsi del suo dolore.
La ra… il ragazzo, il ragazzo è arrivato dopo.
Lo ha trovato sporco di sangue, lercio di fango, avvolto nel vomito. Questo è il mantello dei miseri, a suo modo mirabile, miracoloso.
Lo avevano battuto fino a farlo svenire- chissà poi perché? Non glielo ha voluto (forse saputo) dire.
Lo ha preso con sé: era un cucciolo randagio, adatto a un pastore senza più armenti- a uno come lui.

Questa notte, nella casupola in riva alla palude, non si sente che lo scroscio dell’acqua. Invero è un dolce suono: il presagio della morte lo assottiglia.
Ad Aimé, al ragazzo, i capelli stanno ricrescendo sul cranio, candido come la pasta del pane. E sotto il collo, nascoste dalla camicia e da strette fasciature, ci sono due molliche di pane ugualmente morbide e bianche: i suoi seni.
Prima di morire, dicono, ci si avvede delle cose che contano davvero, e ciò che conta davvero per Llampret, adesso, è la dolcezza.
– Credevo che ci avrebbe ucciso la fame- mormora. Nessuna candela, c’è una luna opaca che fa tenui i contorni dei mondi.
– Credevo che non ci avrebbe ucciso niente- fa eco Aimé.
La mano- sua o del ragazzo? La pioggia, la nebbia sono un naufragio di confini- si allunga verso l’Altro, e l’Altro gli si accuccia contro il petto, la carne fresca e agile e luminosa, simile a fasci di betulla.
Il desiderio è come un martin pescatore: il suo piumaggio azzurro non sa confondersi con il grigio della vegetazione. Per la vergogna, Llampret si richiude un poco nel suo mantello, ma il ra… la ragazza, la ragazza lo segue. Perché è fatta di betulla, e la betulla è fatata e fatalmente malleabile al tocco.
– Solo per questa notte, potremmo…?
– Anche se solo per una notte, sarebbe ugualmente sbagliato- le risponde, e la avvolge.
Stanno un po’ in silenzio, abbracciati: tendono l’orecchio all’abbattersi della loro quieta passione, che non ha sbocchi e che forse, domani, morirà con loro.

– Comunque vada, almeno vedremo l’alba insieme.

 

FINE

Questa storia ha partecipato e vinto la decima edizione (25 febbraio-6 marzo) di Una Challenge per Amica del sito Wtriter’s Wing.

 

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A Yoshi- 5. Fiordaliso

[segue da A Yoshi-4. Bucaneve e conclude una serie di 5 racconti brevi]

Questa settimana sono passata al monastero per portare dei biscotti a Jikan.
L’abate è malato della sua solita allergia. Se può, se ne sta in disparte e non si fa vedere da nessuno. Ho portato un barattolo di unguento anche per lui: nella borsa ho infilato un biglietto con le istruzioni per i suffumigi. Spero che non sarà troppo testardo e che li farà.
Ho trovato Jikan con i piedi nudi immersi nello stagno più piccolo: dragava il fondo con un cucchiaio ma non mi ha voluto spiegare perché.
Dalla sponda vedevo le sue magre caviglie che affondavano nell’acqua: ho notato che si è un po’ gonfiato. Sotto di lui si muoveva riflesso l’orlo della veste, rimboccata con negligenza dentro i pantaloni.
– Con che denti li mangerò, vorrei sapere?- ha detto. Era chino sull’acqua e per questo si era fatto tutto rosso: di bianco gli era rimasto soltanto il sorriso sdentato.
– Che fortuna che mi siano venuti morbidi!- ho risposto.
Dentro di me lievitavano la tua voce e l’immagine delle tue mani: eri seduto sull’orlo della branda, con un cesto in grembo, e mi dicevi: “a volte gli frullo la verdura. Tiene molto ai denti che gli sono rimasti, così cerchiamo di fargli cibi morbidi e gli diciamo che preferiamo la verdura passata per non farlo sentire vecchio”.

Quando Jikan è uscito dallo stagno, zampettando come un’anatra, perfettamente a suo agio, l’acqua gli sciacquava mollemente intorno. Non si è neppure preoccupato delle alghe e delle foglie morte che gli erano rimaste fra le dita e sul dorso dei piedi.
Ci siamo seduti sui massi in riva allo stagno: si tergeva la fronte con il polso e il cucchiaio gocciolava sulla sua guancia sudata. Ora la barba gli ricresce più ispida e più bianca.
Mentre mangiavamo i biscotti nella quiete prima di mezzogiorno, mi ha additato una pianta.
– Quello è fiordaliso- ha biascicato. Briciole di biscotto gli scappavano fra i denti e cadevano ai nostri piedi.
Ho avuto l’impressione che la pianta fosse molto importante: l’ho capito da come la guardava.
– Sembri affezionato a quei fiori.
– Oh, sì. Sì, molto- ha aggiunto dopo un poco.
– Li ha portati un visitatore dall’Europa e li abbiamo piantati qui in giardino, io e Yoshi. Non sapevamo nemmeno se sarebbero sopravvissuti ma le piante sono più forti degli uomini. Si sono adattati bene.

Le api ronzavano sui fiordalisi e qualcosa si muoveva dolcemente nello stagno. Il rumore di Jikan che masticava i biscotti mi ha cullato per un altro po’ sotto l’azzurro del platano.
Prima di andare via ho toccato il fiordaliso.

FINE

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Apribottiglie

Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?
Apocalisse 6. 16-17

 

Sono in due: avranno quindici, sedici anni.
Quando esco dal negozio del pakistano stanno scherzando sottovoce; uno fuma, l’altro giocherella con i lacci della felpa- bianca.
Sento che mi guardano: poco dopo stanno parlottando, e so che ridono di me.
Che cosa posso farci? Non è nemmeno la prima volta.
Stasera, però, è diverso; c’è qualcosa che mi fa stringere i denti e tirare su nel naso e l’aria, l’aria è fredda e mi fa lacrimare.
Solo un mese fa avrei avuto paura; non sarei uscito così tardi, mi sarei tenuto lontano dalle strade meno frequentate.
Cos’è successo?
Mi avvio verso casa e li sento, i loro passi nelle scarpe piatte all’americana, il tintinnio delle chiavi nelle tasche dei pantaloni da rapper. Camminano con l’elasticità dell’adolescenza, la schiena non ancora accartocciata da ore di lavoro sedentario, i muscoli non intorpiditi dal chiuso grigiore degli uffici.
Ed io ho solo venticinque anni.
Perché sono venuto in questa città?
Perché ho accettato di sbiadire, mentre il mio corpo appassiva intorno al mio animo spento?
Sono tranquilli come lupi dietro una carovana dispersa.
Penso di voltarmi, dargli quello che vogliono, accettare i loro sorrisi aguzzi e il loro disprezzo. E le loro botte, sì, anche quelle; perché io vengo dalle campagne e non ho abiti alla moda e sguardi sfrontati, e i miei capelli non sono pettinati col gel a buon mercato dei supermercati di periferia.

– Ehi, frocio!
Non gli do retta, penso. È giusto accontentarli e tornare a casa umiliato e deriso, con il cuore che trema di paura- una falena sopravvissuta all’estate?
Da bravo, Jun, ragiona: dagli quello che vogliono, anche se sono i tuoi ultimi soldi, perché proprio due settimane fa ti hanno licenziato e ti restano pochi yen prima del nulla.
– Ehi, frocio! Dico a te!
Caccio le mani in tasca per prendere il portafoglio.
Vicino, tasto qualcosa di metallico: è l’apribottiglie che ho comprato con la birra.
Lo sfioro: la sua lama punge la mia pelle, taglia i miei pensieri.
All’improvviso la notte è mille inverni meno gelida del mio cuore.
Mi giro, uno di loro è così vicino che sento il suo alito sulla faccia.
– Che hai in quella tasca, finocchio? Fa’ vedere!

Mi muovo veloce e metto nella mia mano tutta la mia rabbia.
Tutta la mia rabbia, e l’apribottiglie.
Il suo sangue è caldo e sboccia al centro della felpa- bianca.
Muori.

 

*Questa storia partecipa all’iniziativa di Writer’s Wing,
Una challenge per amica-III edizione*

 

Lo stregone- estratto

Aichiyk Temuluin era un uomo miope.

Lo era nel corpo così come nello spirito; quale dei due avesse principiato a deteriorarsi, tuttavia, era impossibile dirlo, e forse egli stesso, se mai qualcuno dei suoi consigliere lo avesse onestamente richiamato su questo punto, non avrebbe saputo rispondere.
Era solito pensare alla sua malattia come il frutto di lunghe notte trascorse a studiare le carte geografiche della regione e a compulsare dispacci all’avaro lume di piccole candele, che lasciava consumare fino allo stoppino, troppo preso per accorgersene o, forse, inveteratamente parsimonioso.
Parsimonioso, sì: come il contadino che era, e come il guerriero che era diventato.
Ma era o no merito di quelle notti insonni, se adesso si trovava qui, le gambe giunte sotto la casacca di seta, e accanto un tavolo ben lavorato da un diligente artigiano, con sopra raffinate stoviglie ed un the d’ambra di prima qualità?
Aveva perso in acutezza di vista, pensava, ma guadagnato in tutto quello che un uomo può desiderare.
Sollevò l’oculario: era costato una fortuna, ma i suoi medici avevano fatto un ottimo lavoro.
Posizionò i due piccoli cerchietti d’argento sul setto nasale e sospirò di sollievo.
Le lenti gli rischiaravano notevolmente la visuale.

Ora poteva guardare meglio il vagabondo che gli era stato sospinto davanti.

Per abitudine, più che per bisogno, adesso, Aichiyk strizzò le palpebre.
L’uomo davanti a lui pensò che la sua faccia, già stolida e priva di qualsiasi lume d’arguzia o nobiltà, così arricciata nello sforzo di vedere somigliava più a quella di un maiale che d’un uomo.
Ma la miopia interiore di Aichiyk lo salvò dal cogliere il guizzo del disprezzo negli occhi del suo interlocutore.
Lo esaminò, invece; lo esaminò a fondo, dall’alto in basso e poi, di nuovo- dai piedi polverosi, avvolti in grossolani stivali di pessima fattura, alla testa coperta di fini capelli spruzzati qua e là di grigio.
La costituzione era robusta, il viso franco; l’età, non più di una cinquantina.
Indugiò sulla strana cicatrice che gli attraversava in senso longitudinale lo zigomo e parte del sopracciglio sinistro.
Sembrava un mercenario squattrinato, fuoriuscito da un esercito in rotta.
Fece una smorfia e lasciò ricadere l’oculario sul petto, dove rimase a penzolare.

– E così, sei tu il famoso stregone?

25 dicembre 1863

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David Teniers, Two drunkards

– Sei un vigliacco, ecco quel che sei!
– E piantala un po’! Sarai bravo tu. Risparmia il fiato e pensa a correre.
Un bambino. Un bambino, Cristo santo.

Chi si fosse avventurato nella campagna di Marionsville, durante la fredda alba del 25 dicembre 1863, si sarebbe probabilmente imbattuto in una strana coppia di individui piuttosto male in arnese che, ora correndo, ora quasi ruzzolando nella neve, attraversavano i campi in direzione opposta al centro abitato.

Chi erano quei due, dite? Beh, per saperlo dobbiamo tornare alla mattina precedente, quando Barnaba Awkwings e Thomas “Slant” Swartzburg, due ladruncoli di poca rinomanza e ancor minor fortuna, avevano raggiunto Marionsville dalla vicina St. Andreas.

Conoscevano bene la zona; sapevano che, quella sera, la gente l’avrebbe passata in Chiesa ad aspettare la mezzanotte. La guerra aveva svuotato le case per cui, tranne qualche vecchio infermo lasciato a sonnecchiare nel suo letto, il resto della popolazione sarebbe stata troppo presa dalla funzione per accorgersi di loro due.

Il piano era semplice: si trattava intrufolarsi nelle abitazioni e ripulirle, ma con discrezione.
Prima o poi, la brava gente di Marionsville avrebbe iniziato a notare delle strane sparizioni:
Sempre troppo tardi, comunque: ormai, loro sarebbero stati a miglia e miglia di distanza, al sicuro da ogni sospetto, probabilmente intenti a bersi un bicchierino alla salute dei loro ignari benefattori.

Si erano mantenuti relativamente sobri per tutto il 24, cosa che, con quel freddo, e viste le loro abitudini, rappresentava per entrambi un notevole sforzo, nonché un’inconfutabile prova della loro coscienza professionale.
Il tempo non era dalla loro ma, con un po’ di pazienza, avevano aspettato rannicchiati al riparo nella boscaglia sopra il crinale, riuscendo così ad evitare gran parte della pioggia.

Verso l’orario stabilito, i sensi acutizzati dalla fame e dal freddo pungente, erano scivolati giù verso la cittadina e si erano avvicinati alle prime case.
Una, in particolare, era parsa loro molto promettente, grazie alla sua posizione defilata verso la campagna e ad un piccolo ingresso di servizio, che non era stato difficile forzare.

La casa era vuota; chiunque l’abitasse non possedeva molto, ma c’era comunque qualche gingillo che poteva fare al caso loro.
Alla fine, sapevano accontentarsi: una bella bevuta ed un letto caldo in un’osteria senza pretese, né più né meno, non avevano altre aspirazioni; alla fine, era Natale anche per loro, che diamine!

Qualcosa, però, era andato storto.
A un certo punto, avevano sentito un gran frastuono provenire dal paese.
C’erano schioppettate, gente che urlava: insomma, una gran confusione.
Le tasche gonfie di cianfrusaglie, si erano avvicinati a una finestra per capire cosa diavolo stesse succedendo e, bang!, per poco Barnaba non ci rimetteva la testa per una fucilata che aveva fracassato il vetro (e poi i vasi sopra il caminetto).
Non avevano indagato oltre, naturalmente: si erano limitati a darsela a gambe dal retro, via nella campagna innevata.

Solo “Slant” si era voltato a guardare: se la notte non fosse stata nera come l’inferno, forse Barnaba l’avrebbe visto impallidire ma, al momento, non gli interessava altro che mettersi la pellaccia in salvo.

Avevano corso, e corso, e poi ancora corso.
Ogni tanto si fermavano a rifiatare nella neve; poi, ricominciavano.
Avevano passato così tutta la notte, finché non avevano più sentito sparare.
A essere onesti, però, non sapevano se era per via della distanza, o perché ormai erano morti tutti.

A un certo punto, “Slant” si fermò, la neve fino a mezzo stinco.
– Avremmo dovuto avvertire qualcuno- ansimò.
– Sì, per farci beccare. Tanto non avremmo potuto fare niente!
– Questo non lo sai- mormorò l’altro.
– Beh, sei ancora in tempo. Da quella pare c’è Tahallabee. Vai a dare l’allerta, se hai il coraggio.
– Sì che ce l’ho, il coraggio; sei tu, quello che se la fa sotto.- Scusa tanto, se non voglio finire i miei giorni appeso ad una forca!

“Slant” guardò il suo vecchio compagno, risentito. Fino al giorno prima gli avrebbe dato ragione, certo, ma questa volta era diverso; e poi, lui non aveva visto… non aveva visto e basta, si disse, scuotendo la testa come per scacciare via il ricordo.
Ma non ci riuscì.
– Tu non capisci! – sbottò- Erano nordisti! C’era una donna incinta, le hanno sfondato la pancia con una fucilata; ho visto il bambino dentro, Barnaba. Il bambino, Cristo santo!

Barnaba non fece una piega; invece, si lasciò andare a sedere su un masso.
– Chi muore giace; chi vive si dà pace- bofonchiò con aria torva- Faresti meglio a impararlo, prima o poi.
– Può darsi.
– Ci diranno che li dovevamo avvertire prima; ci ammazzeranno!
– Non mi importa. Ho visto quel che ho visto. Avremmo dovuto farlo prima- giunse la voce attutita di “Slant”; si era girato nella direzione di Tahallabee e procedeva risolutamente nella neve.
– Slant! Ehi, dico, Slant!- Barnaba balzò in piedi- Non avrai intenzione…?
– Stammi bene, vecchio mio. Io mi sono stufato di questa vita. Per una volta, voglio fare il mio dovere di patriota.

Barnaba lo guardò allontanarsi di qualche metro: era sempre stato il più testardo di loro due, ragionò, e forse, gli rincresceva ammetterlo, il migliore.
Tirò fuori qualcosa dalla tasca.
– Aspetta, vecchio mio!- gridò.
L’altro si bloccò.
– Prenditi almeno un po’ di whiskey!

Slant si girò. Era rosso in faccia per lo sforzo, ma sorrideva.
– Tienilo tu. E stanotte, fatti un goccio alla mia salute- gli rispose.
Fu l’ultima volta che Barnaba Awkwings vide il suo amico.

Chissà che fine ha fatto, mi ha detto l’altro giorno.
Già, chissà.

Avvertenza: Questa storia è l’ottava di una serie di nove fra flashfic e one-shot che partecipano all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Cliccate per la storia precedente e per la prima storia, 24 dicembre 1863, che costituisce il sequel di questa!

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24 dicembre 3065

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Blackout. Lo chiamavano così.

Era un tipo strano e nessuno ci teneva così tanto da cercargli un nome migliore.
È anche possibile che ne avesse uno più normale; ma non gliel’abbiamo mai chiesto.
Così, per tutti, era solo e soltanto Blackout.

Faceva un lavoro sgradevole- uno che una persona con un nome non avrebbe probabilmente mai svolto.
In ogni caso, vista l’eccezionalità del suo impiego, aveva un lasciapassare che gli consentiva di andare e venire dalla Città di Sotto senza subire le restrizioni del coprifuoco.
Immagino che la cosa lo abbia aiutato; in ogni caso, è evidente che quelli del Comando Generale non se lo aspettavano.
In effetti, se dici sabotatore, pensi a molte tipologie di persone; ma non penseresti mai a uno che lavora in un obitorio.

Per quanto ne so, lo avevano chiamato così perché era stato trovato vicino al Cancello Meridionale durante un blackout. L’elettricità era poca già allora e, dato che il Comando ne ciucciava via la maggior parte per le loro apparecchiature, dabbasso eravamo abituati al fatto che la luce andasse più spesso di quanto veniva.

In ogni caso, gli venne affibbiato quel nome dal Pastore, che lo crebbe con quel che aveva- cioè, molto poco. Era un uomo rude e sporco, ma credo che gli volesse bene, a suo modo.
Comunque, Blackout finì per somigliargli. In più, era taciturno.
Se ci piaceva? No, lo detestavamo.
Fu una fortuna che si fosse preso lui la responsabilità; non sarebbe mancato a nessuno.

Andava e veniva liberamente; era grosso e torvo, ma innocuo.
Portava sempre con sé una valigetta; non so niente sul contenuto.
Non sono mai riuscito a capire in cosa esattamente consistesse il suo mestiere, lassù all’Obitorio.
Dicono che faceva il becchino; altri sono sicuri che truccasse i morti e li vestisse; altri ancora si inventano mansioni più efferate.
In ogni caso, dati gli sviluppi, credo che avesse a che fare con lo spostamento dei cadaveri e il loro posizionamento nelle teche.
Al Comando ci tenevano terribilmente, ai loro morti; prima che ci mettesse mano lui, avevano un’enorme torre in cui li conservavano- la Necropolis Tower.
Ho sentito dire cose strane in merito, voci di esperimenti.
Francamente? Penso che sia un mucchio di stronzate, inventate da poveracci per sentirsi in qualche modo migliori di chi li opprime. Del resto, non si può mai sapere; forse è vero, ma a me pare che il Comando fosse già abbastanza mostruoso, senza ricamarci sopra la storia degli scienziati pazzi.

Viene fuori che, negli anni in cui aveva lavorato per loro- quindici, per essere precisi- aveva lavorato di fino: da quello che hanno detto gli esperti, non c’era un cadavere di quelli trattati da lui che non fosse stato imbottito di esplosivo.

Quella notte, la Necropolis Tower è si è accesa come un cerino; neanche a farlo apposta, la gran parte della strumentazione elettronica del Comando era collegata a dei generatori ai piedi della Torre, così, quando è saltata, gli ha fritto tutti gli apparecchi.
Siamo rimasti tutti senza luce, per una volta, tutti al buio- la firma di Blackout.
Quanto a lui, se n’è andato con la sua Torre e i suoi cadaveri.

E niente, senza i loro apparecchi, al Comando erano nudi come bambini; capita, quando passi il tempo con il cervello collegato alle macchine.
Non c’è voluto molto a fare fuori quelli che rimanevano.
Adesso abbiamo grossi problemi a far funzionare la rete elettrica, ma siamo liberi.

Dovremmo ringraziare lui, ma sono troppo occupati a prendersi il suo merito.
Quanto a me, nonostante non mi sia mai piaciuto, spero di non dimenticarmi di Blackout.

Avvertenza: Questa storia è la quarta di una raccolta di nove flash-fic e oneshot che partecipan all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Qui trovate la prima, seconda e terza storia.

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24 dicembre 2015

La strada è piena di buche, e lui non ce la fa più.

– Kalib. Kalib, fermati un po’, ho la schiena a pezzi.
Il suo compagno è un ragazzo di circa sedici anni, ma è già grosso e ha più muscoli di lui.
Mpoutou lo invidia; se fosse così grosso, ce la farebbe anche lui. Invece, dopo pochi chilometri le reni gli fanno troppo male e i polmoni gli bruciano per la fatica.
Ogni tanto, per la strada, passano camionette scoperchiate, con le ruote incrostate di fango, cariche di soldataglia con i kalashnikov sulle spalle.

A ogni passaggio, la fila di ragazzi con i sacchi sulle spalle si sposta verso il bordo della strada, nel fossato scavato dalle ultime piogge: tremano come gazzelle, come fili di erba nella prateria.
A volte, i soldati non li guardano; altre volte, fermano la camionetta e ne ispezionano qualcuno.
A volte, lo pestano a sangue, quasi sempre senza un vero motivo; i cadaveri restano per strada, in mezzo alle ruote dei mezzi. Nell’arco di pochi giorni non sembrano nemmeno più umani; passando, bisogna scavalcarli o spingerli dentro al fosso e aspettare che la pioggia se li porti a valle.

Per questo, fermarsi al ciglio della strada non è mai una buona idea.
Chi lo sa che tu non attragga l’attenzione di qualche miliziano in vena di divertirsi con i poveri disgraziati della miniera.
Ai caporali non interessa chi porta il coltan sul confine; l’importante è che ci arrivi.
Le gambe, la schiena e le braccia che lo trasportano sono come figure disegnate su un pezzo di carta, e i soldati possono appallottolarti quando vogliono.
– Ci siamo già fermati due volte- mormora Kalib, la gola secca, un’evidente fastidio negli occhi.
– Ma sta scendendo la sera. Dopo farà meno caldo, cammineremo più spediti.
Lo guarda, implorante.
– Sei un debole, Mpoutou. Se continui così, nessuno avrà stima di te.
Ma almeno sarò vivo per un altro po’.

Accostano; l’aria calda trema sugli orli delle cose.
Mpoutou si butta sulla proda di terra che si innalza sul fossato, accasciandosi sul suo sacco.
Niente cibo nello stomaco, poca acqua in corpo e 30-40 chili sulla schiena: va così, per venti chilometri, da Rubay fino a a qualche posto sul confine con il Rwanda, dove i sacchi verranno consegnati ai punti di raccolta.

A volte, Mpoutou pensa di scappare con il suo sacco e trovare qualcuno a cui venderlo per andarsene.
Alla fine, è solo: non potrebbero rifarsi su nessuno della sua famiglia.
Ne ha parlato tante volte a Kalib; tu potresti farcela, sei forte. Io non potrei correre abbastanza in fretta da sfuggirgli.
Neanche una gazzella corre abbastanza veloce da sfuggirgli, gli ha risposto il compagno, e ha chiuso gli occhi. La sua pelle è così lucida che sembra scolpito nella tantalite.- Se ci fermiamo troppo, tornerà indietro il capofila e ti bastonerà- mormora Kalib.
– Adesso che è scuro ci metterà un po’ ad accorgersene. Siediti anche tu.
– Preferisco di no. Tanto adesso me ne vado-
Mpoutuou non dice niente. Il suo amico è forte, ma ha più paura di lui; è la sventura di avere una famiglia, pensa.

Rotola sulla terra e sente gli insetti che strisciano sotto le zolle.
Le formiche frusciano nella polvere con i loro carichi, sono una formica, pensa.
Poi, alza lo sguardo; è venuto il buio, da questa parte.
La miniera sarà nera come l’acqua e ci staranno cadendo dentro le stelle che si staccano dal cielo.
La vista gli si annebbia.
– Non mi svegliare- ha il appena il tempo di mormorare a Kalib.

 

Avvertenza: Questa è la terza storia di una raccolta di nove fra flash-fic e one-shot, che partecipano all’iniziativa Christmas Game di F anwriter.it
Cliccate per la prima e la seconda storia della raccolta.

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