A Yoshi- 3. Gelsomino

[segue da A Yoshi- 2. Fiore di loto]

Il tuo tè preferito era quello al gelsomino: non lo abbiamo mai tolto dalla scatola di bambù, che adesso ne è tutta impregnata.
Quando sei andato via ho sentito lo stesso odore dentro le tue maniche, fin nei risvolti sopra i tuoi polsi: premere il viso dentro la stoffa era come tuffarsi in un campo tutto bianco e soffice di fiori.
Ora che i bambini vanno a scuola e io ho ripreso il lavoro, la sera siamo tutti molto stanchi.
Vanno a letto quieti, gli occhi socchiusi: nel corridoio di sopra, con i loro pigiami, sembrano piccoli fantasmi, o fiorellini con lo stelo troppo sottile per sorreggerne le corolle.
Vedo i loro piedi dentro i calzini che si sollevano nella penombra: la notte è un sogno di calcagni candidi e di gomiti assonnati, che sbattono contro gli stipiti delle porte.
Scendo da sola, tendo le orecchie ai loro suoni: in pochi minuti, tutto quello che resta è il rumore del mio peso sulle assi di legno. Sono troppo pesante? Forse.
Per un po’ vado su e giù per la casa vuota, controllo che tutto sia in ordine per l’indomani. Le anche sono indolenzite per le ore che trascorro in piedi: più che camminare, scivolo sul pavimento. Sono una navicella.
Quando ho finito il giro, mi siedo in cucina. A volte resto alzata ancora un poco: faccio giochi enigmistici per la memoria, leggo dei libri, guardo la televisione- una piccola televisione portatile che mi fa sentire sempre più miope e fuori dal mondo.
Ci sono facce che non metto bene a fuoco, ma non metto bene a fuoco nemmeno i loro discorsi.
Mi capita ogni tanto di tirare verso di me la scatola del cucito: rammendo, conto i bottoni, li tiro fuori e ne faccio delle piccole torri che il mio respiro basta a travolgere in una grandine di bachelite.
Allora, sento l’odore del tè al gelsomino che mi chiama verso la credenza.
Quando fa molto freddo me ne faccio una bustina nella tazza azzurra, quella un po’ sbeccata.
Siedo davanti alla televisione, sparsa insieme ai bottoni, il naso nel vapore.
So per certo che sei seduto con me e per questo lascio la scatola aperta e l’acqua dentro il bollitore.

(CONTINUA…)

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Mercoledì 18 novembre, 47 Saddington Rd., ore 7:45

      Il fatto era che lui non gradiva- anzi, non desiderava affatto- un nuovo vicino. Perché mai avrebbe dovuto?
A maggior ragione non dopo l’ultima, deplorevole esperienza: un paio di studenti stranieri perennemente euforici, instancabilmente alticci, appassionati di reggae oltre ogni limite di tollerabilità nonché di orario, dotati di amici e sodali in quantità inversamente proporzionali alle loro risorse pecuniarie.
Non che lui fosse un tipo venale: ricchi o poveri, davvero, per lui non faceva nessuna differenza. Ma che litigassero ogni fine settimana con il padrone di casa, a voce alta e in coincidenza con i suoi “momenti speciali”, oh, di questo glie ne importava eccome!
Il padrone di casa, è bene dirlo, si sostanziava in tre persone uguali e distinte: un carlino ansimante che rispondeva all’appellativo di Sir Puggsley; la signora Carson, una vecchina che chiunque non avrebbe esitato a definire adorabile (fin tanto che non ne avesse scoperto l’inquietante attitudine ad allevare piccioni. Quelle bestie schifose!) e infine suo figlio, Tibbikins Carson.
Era costui un’emanazione assolutamente grottesca di sua madre, dalla quale si differenziava solo per i baffi, le bretelle e l’insaziabile appetito per le pigioni dei suoi affittuari.
Per farla breve: non si potevano biasimare eccessivamente quei poveri studenti. Perennemente affamato di soldi com’era, Tibbikins Carson avrebbe tormentato chiunque non lo pagasse con largo anticipo.
Cosa che lui, Charles Solomon Dane, si premurava di fare ogni mese, per l’appunto con il preciso intento di tenere la Trimurti dei Carson quanto più lontana possibile dal proprio zerbino.
Nonostante tale precauzione, tuttavia, la signora Carson era venuta proprio quel mattino a squittirgli davanti alla porta. Preannunciava l’arrivo del nuovo vicino, come un arcangelo Gabriele- ma femmina, lievemente svampita ed inequivocabilmente gallese.
La sua lieta novella gli rese indigesta la sostanziosa colazione che aveva appena trangugiato compiacendosi con sé stesso di essere finalmente l’unico e silenziosissimo occupante del secondo piano.
– Vedrà, è una ragazza de-li-zio-sa!-: erano state quelle le sue esatte parole.
“Ragazza”, però, suggeriva alla sua mente scenari a dir poco inquietanti- risatine; via vai di cicisbei; melense musiche romantiche prima di andare a dormire. Telefonate fino a tarda notte. Freddie Mercury a tutto volume durante le pulizie della domenica. Effluvi alimentari dalla cucina. Promiscue condivisioni di ascensore, imbarazzanti incontri nel pianerottolo, buon Dio!…
Ora, poiché il suo appartamento e quello della ragazza avevano ingressi contrapposti- precisamente l’uno di fronte all’altro- ma erano contigui quanto a camere da letto, la prospettiva aveva dell’orrifico.
Chiese con un filo di voce che fine avessero fatto gli studenti. Non ottenendo risposta, ventilò che la signora Carson li avesse dati in pasto ai suoi piccioni.

    No, Charles Solomon Dane non voleva nessuna, nessunissima ragazza de-li-zio-sa nell’appartamento di fronte.
E aveva dannatamente ragione, sapete?
Perché finì appunto per innamorarsene- qualche mese dopo, beninteso, e nonostante fossero così evidentemente male assortiti che anche la notte e il giorno avrebbero avuto più cose in comune di loro due.

[continua…]

Nota: Questa storia fa parte della raccolta Quei due matti là a Saddington Road e ha partecipato alla White Day Run di Torre di Carta, 15-17 marzo 2019.

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A Yoshi- 2. Fiore di loto

[segue da A Yoshi- 1. Albero di pesco]

Tu meditavi più volentieri di pomeriggio e dopo, anche se il cielo era limpido e le previsioni ci rassicuravano (noi che volentieri ce ne fidavamo), prendevi sempre l’ombrello e uscivi con noi a passeggiare.
Io ricordo ancora le impronte lasciate dai tuoi sandali dentro la terra molle: accanto non mancava mai quella rotonda del puntale.
Dicevi che le ossa non sono come lo spirito e che la meditazione non giova affatto alla postura. Eppure, quando ti spiavamo fra le fessure dei pannelli, trattenendo il respiro per non distoglierti dalla pratica, ci sembravi morbido e leggiadro come un fiore di loto.
Era la vanità, penso, che non te lo faceva ammettere: l’ombrello ti serviva per appoggiarti.
– Perché non compri un bastone?- ti chiedevo a volte. Capitava spesso quando ci trovavamo in cucina e tu riflettevi davanti alla colazione.
– A che mi serve?- rispondevi sorridendo, e io mi mordevo la lingua.
Pensavo “sciocca che sei stata, non avresti dovuto chiederlo” : tu, però, non ti sei mai offeso.

A volte sento ancora il ticchettio del puntale sulla pietra del vialetto: viene d’autunno, insieme al vento che riga i muri con le foglie secche.
Allora, io mi siedo con le spalle alla veranda e resto ferma ad ascoltare.

 

(CONTINUA…)

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A Yoshi- 1. Albero di pesco

Questa storia è la prima di una serie di cinque di frammenti, o drabble, con i quali ho partecipato alla Corsa delle 48 ore tenutasi 8-10 dicembre 2018 sul forum Torre di Carta.

 

L’albero di pesco sotto cui ti sedevi sempre è sfiorito da settimane, Yoshi.
A volte porto i bambini allo stagno. Teniamo il pane a seccare sul davanzale, sotto il sole, sopra il termosifone. Stiamo attenti che la condensa non lo faccia ammuffire. Poi, quando ci sembra raffermo, lo infiliamo dentro a una sporta di tela e carichiamo il portapacchi della bicicletta. Aspettiamo che sia bello, per farlo, e anche se fa freddo siamo contenti lo stesso di poter pedalare con l’aria che ci si infila fra le gambe e ci fa ridere e rabbrividire.
È strano, lo stagno non si ghiaccia mai: a volte ho pensato che fosse per via dei fiori di pesco che, sfiorendo, ci cadono dentro. Io credo sia il calore di quei petali a proteggerlo dalle gelate.
Ma i petali, da soli, non trattengono il sole: era la tua presenza a riempirli di tepore, Yoshi, ed è il ricordo di te che scalda l’acqua e le anatre dentro di essa.
Ci sporgiamo dalla balaustra e gettiamo molliche di pane. A volte, se passa l’abate, ci sgrida dolcemente: non abituate le anatre al vostro pane, ci dice, non le abituate alla sazietà.
Abituarsi a essere felici: è quello che vorremmo per noi e per i nostri cari. Ma se tornasse l’inverno, e non ci fosse più calore, allora i nostri cuori inteneriti dall’estate si gelerebbero prima di ogni altra cosa.
Deve essere questa la ragione per cui l’abate non vuole che si dia da mangiare alle anatre.

(CONTINUA…)

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Gli occhi di Wallenstein

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Da un manoscritto contente testi sull’alchimia di e attribuiti al letterato, poeta ed esoterista catalano Ramon Llul (1232-1316)

** vedi note**

Chi sono io?
Questa domanda mi tormenta.
Ma la ragione della mia irrequietudine non risiede, come forse credete, nella domanda; io so chi sono, certo, lo so- così come ciascuno di voi conosce il proprio nome- ed è esattamente perché lo so che non trovo pace.
È la risposta a torturarmi, non la domanda.
Forse c’è fra voi chi può capirmi?
Forse fra voi c’è chi non si accontenti di giudicarmi?
Io non credo.
Ma se c’è, ti prego, fatti avanti, parlami, guardami negli occhi: fammi questo dono, di offrirti a me nudo come il primo uomo, di offrirmi il tuo sguardo non velato dalla follia o dalla menzogna.
Sono gli occhi la ragione per cui sono vivo, sai, sono proprio questi occhi la mia maledizione.
Come vorrei guardarti negli occhi, fratello, e non trovare in essi niente più che la tua innocenza- forse perfino la tua compassione!
Ma, vedi, neppure in quel caso potrei trarre conforto dalla tua pietà; non appena la parola “fratello” risuona nella mia mente (ha il suono grave e fresco della prima pioggia dopo una lunga ed arida estate), il Demone che è dentro di me alza la testa e sogghignando prende a deridermi.
“Non essere sciocco- mi dice- non è tuo fratello. Tu non hai fratelli. Tu sei unico nel tuo genere, non c’è al mondo una creatura uguale a te. Sei unico nella tua perfezione, unico nel tuo abominio. Perché temi la tua solitudine? È la solitudine delle cose rare; dovresti esserne orgoglioso. Invece non fai che tormentarti e desideri quello che non ti è concesso.
Che individuo patetico, davvero. Non so cosa mi trattenga dall’ucciderti”.

Questa è la mia condizione; sono solo con me stesso, solo con il Demone.
E la ragione è che io sono ciò che sono: un essere contro natura.
Cosa avrei potuto fare per sfuggire alla mia condizione?
Uccidermi, forse… Sì, uccidermi sarebbe stata la scelta più saggia, e tuttavia non mi è permesso: il Demone me lo impedisce perché togliendomi la vita ne priverei anche lui e lui non vuole. La sua brama di vivere, per me completamente inconcepibile, è immensa; egli ha fame di questa esistenza che a me sembra tanto miserabile, sì, ha fame di cibi delicati in cui io non trovo nessun conforto, desidera il lusso e l’agio, per me privi di significato, e ricava piacere da abitudini per me del tutto esecrabili.
Chi sono io?
Un prigioniero.
Chi sono io?
Uno schiavo, come tale nato e vissuto.
Non avevo che un tesoro, la morte, e mi è stato strappato il giorno stesso in cui sono venuto al mondo; io, un essere immortale, sono condannato a conoscermi in eterno.
Ma se tu mi stai ascoltando, chiunque tu sia, ti prego, non te ne andare; rimani con me un altro po’.
Permettimi di raccontarti la mia storia; non è necessario che tu ti trattenga oltre la parola fine, te lo assicuro. Mi è sufficiente sapere che sarò ricordato e che, sia pure per un solo momento, qualcuno ha avuto pietà di me.

Mio Padre non era mio Padre: era il mio creatore.
Finché è vissuto, l’ho odiato con così tanta passione che in questo non mi si sarebbe potuto distinguere da qualsiasi altro essere umano sotto l’occhio del cielo.
La ragione per cui mio Padre mi aveva prodotto- non potrei usare altri termini che questo, perché nella mia nascita non ebbero ruolo né amore né dedizione alla vita, bensì mero egoismo- era la sua cecità.
Chirurgo di giorno, studioso delle arti magiche di notte: Zeno di Wallenstein, colui che più che un Padre si sarebbe rivelato essere il mio padrone, soffriva fin dall’infanzia di un male apparentemente incurabile.
Si era avvicinato alla medicina e in seguito alle arti mistiche precisamente con l’intento di riacquistare la vista, destinata a venirgli meno per via di una grave malattia ereditaria.
Inflessibile costanza, incrollabile disciplina, una fortuna familiare a sostenerlo nei suoi studi e, in più, uno sciagurato genio per le cose oltremondane: con queste premesse, e nonostante la sua malattia, egli aveva rapidamente conseguito una stupefacente padronanza della sua materia.
Il fatto che i suoi occhi stessero progressivamente perdendo la loro facoltà- negli ultimi anni non vedeva altro che macchie luminose immerse in una sorta di perenne crepuscolo- non fece che renderlo ancora più celebre, per l’assoluta eccezionalità di quel suo talento che si era sviluppato a dispetto e anzi quasi in virtù delle avversità.
Poteva piagare un corpo con le più terribili malattie e improvvisamente rimuoverle senza che vi restasse traccia d’infermità. Poteva creare morbi spaventosi e con la stessa facilità portare sollievo a intere popolazioni tribolate dalle medesime epidemie che lui, e chi altri?, aveva rovesciato sulle loro teste. In particolare, non c’era malattia degli occhi che lui non fosse in grado di emendare; non ce n’era nessuna, certo, a parte la sua.
La sua sapienza e apparente magnanimità lo avevano reso così celebre che divenne presto uno degli uomini più influenti del suo tempo; e poiché le sue arti, quando non tentava di riacquistare la vista, avevano come prima applicazione la sua propria salute, vi assicuro che la sua vita fu molto, molto lunga, al punto che dovette ritirarsi prima del tempo ed esercitare di nascosto la professione medica per non destare sospetti.
Del resto, era così potente che chiunque si fosse arrischiato a denunciarlo per stregoneria avrebbe incontrato la morte ancor prima che le sue accuse potessero raggiungere le orecchie di qualcuno disposto a darvi credito.

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Apribottiglie

Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?
Apocalisse 6. 16-17

 

Sono in due: avranno quindici, sedici anni.
Quando esco dal negozio del pakistano stanno scherzando sottovoce; uno fuma, l’altro giocherella con i lacci della felpa- bianca.
Sento che mi guardano: poco dopo stanno parlottando, e so che ridono di me.
Che cosa posso farci? Non è nemmeno la prima volta.
Stasera, però, è diverso; c’è qualcosa che mi fa stringere i denti e tirare su nel naso e l’aria, l’aria è fredda e mi fa lacrimare.
Solo un mese fa avrei avuto paura; non sarei uscito così tardi, mi sarei tenuto lontano dalle strade meno frequentate.
Cos’è successo?
Mi avvio verso casa e li sento, i loro passi nelle scarpe piatte all’americana, il tintinnio delle chiavi nelle tasche dei pantaloni da rapper. Camminano con l’elasticità dell’adolescenza, la schiena non ancora accartocciata da ore di lavoro sedentario, i muscoli non intorpiditi dal chiuso grigiore degli uffici.
Ed io ho solo venticinque anni.
Perché sono venuto in questa città?
Perché ho accettato di sbiadire, mentre il mio corpo appassiva intorno al mio animo spento?
Sono tranquilli come lupi dietro una carovana dispersa.
Penso di voltarmi, dargli quello che vogliono, accettare i loro sorrisi aguzzi e il loro disprezzo. E le loro botte, sì, anche quelle; perché io vengo dalle campagne e non ho abiti alla moda e sguardi sfrontati, e i miei capelli non sono pettinati col gel a buon mercato dei supermercati di periferia.

– Ehi, frocio!
Non gli do retta, penso. È giusto accontentarli e tornare a casa umiliato e deriso, con il cuore che trema di paura- una falena sopravvissuta all’estate?
Da bravo, Jun, ragiona: dagli quello che vogliono, anche se sono i tuoi ultimi soldi, perché proprio due settimane fa ti hanno licenziato e ti restano pochi yen prima del nulla.
– Ehi, frocio! Dico a te!
Caccio le mani in tasca per prendere il portafoglio.
Vicino, tasto qualcosa di metallico: è l’apribottiglie che ho comprato con la birra.
Lo sfioro: la sua lama punge la mia pelle, taglia i miei pensieri.
All’improvviso la notte è mille inverni meno gelida del mio cuore.
Mi giro, uno di loro è così vicino che sento il suo alito sulla faccia.
– Che hai in quella tasca, finocchio? Fa’ vedere!

Mi muovo veloce e metto nella mia mano tutta la mia rabbia.
Tutta la mia rabbia, e l’apribottiglie.
Il suo sangue è caldo e sboccia al centro della felpa- bianca.
Muori.

 

*Questa storia partecipa all’iniziativa di Writer’s Wing,
Una challenge per amica-III edizione*

 

Fire Warnings: estratto

[…]
nothing is sure
but what’s already burned—
water that’s ash, steel
that has flowed and cooled

[…]
Fire Warnings, James Richardson.

Ogni giorno, prima dell’alba, Blackout passava sempre per la stessa strada.
La gente non ci faceva caso, ma io abitavo da quelle parti e me lo ricordo bene.
Era un tipo abitudinario; o meglio, mi ero fatto l’idea che fosse così.
Inoltre, non aveva un’aria molto sveglia, il che concordava perfettamente con il fatto che non fosse quella la strada più breve per raggiungere il Cubo (chiamavamo così l’ascensore che saliva su al Comando: ce n’era solo uno, con tanto di tessere magnetiche e controlli).

All’epoca, non avevo collegato il fatto che Marion abitasse proprio lungo il percorso e che, più o meno alla stessa ora, avesse l’abitudine di uscire dalla sua baracca e sedersi sulla porta a bere una tazza di surrogato.

Lui le passava davanti, gli occhi bassi, il collo insaccato nelle spalle, come se volesse nascondersi; ma chi ci avrebbe fatto caso?

Qualcuno mi ha chiesto di scrivere un seguito per questa storia e io ci sto lavorando.
Questo è un primo assaggio; Fire Warnings sta arrivando!