25 dicembre 1863

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David Teniers, Two drunkards

– Sei un vigliacco, ecco quel che sei!
– E piantala un po’! Sarai bravo tu. Risparmia il fiato e pensa a correre.
Un bambino. Un bambino, Cristo santo.

Chi si fosse avventurato nella campagna di Marionsville, durante la fredda alba del 25 dicembre 1863, si sarebbe probabilmente imbattuto in una strana coppia di individui piuttosto male in arnese che, ora correndo, ora quasi ruzzolando nella neve, attraversavano i campi in direzione opposta al centro abitato.

Chi erano quei due, dite? Beh, per saperlo dobbiamo tornare alla mattina precedente, quando Barnaba Awkwings e Thomas “Slant” Swartzburg, due ladruncoli di poca rinomanza e ancor minor fortuna, avevano raggiunto Marionsville dalla vicina St. Andreas.

Conoscevano bene la zona; sapevano che, quella sera, la gente l’avrebbe passata in Chiesa ad aspettare la mezzanotte. La guerra aveva svuotato le case per cui, tranne qualche vecchio infermo lasciato a sonnecchiare nel suo letto, il resto della popolazione sarebbe stata troppo presa dalla funzione per accorgersi di loro due.

Il piano era semplice: si trattava intrufolarsi nelle abitazioni e ripulirle, ma con discrezione.
Prima o poi, la brava gente di Marionsville avrebbe iniziato a notare delle strane sparizioni:
Sempre troppo tardi, comunque: ormai, loro sarebbero stati a miglia e miglia di distanza, al sicuro da ogni sospetto, probabilmente intenti a bersi un bicchierino alla salute dei loro ignari benefattori.

Si erano mantenuti relativamente sobri per tutto il 24, cosa che, con quel freddo, e viste le loro abitudini, rappresentava per entrambi un notevole sforzo, nonché un’inconfutabile prova della loro coscienza professionale.
Il tempo non era dalla loro ma, con un po’ di pazienza, avevano aspettato rannicchiati al riparo nella boscaglia sopra il crinale, riuscendo così ad evitare gran parte della pioggia.

Verso l’orario stabilito, i sensi acutizzati dalla fame e dal freddo pungente, erano scivolati giù verso la cittadina e si erano avvicinati alle prime case.
Una, in particolare, era parsa loro molto promettente, grazie alla sua posizione defilata verso la campagna e ad un piccolo ingresso di servizio, che non era stato difficile forzare.

La casa era vuota; chiunque l’abitasse non possedeva molto, ma c’era comunque qualche gingillo che poteva fare al caso loro.
Alla fine, sapevano accontentarsi: una bella bevuta ed un letto caldo in un’osteria senza pretese, né più né meno, non avevano altre aspirazioni; alla fine, era Natale anche per loro, che diamine!

Qualcosa, però, era andato storto.
A un certo punto, avevano sentito un gran frastuono provenire dal paese.
C’erano schioppettate, gente che urlava: insomma, una gran confusione.
Le tasche gonfie di cianfrusaglie, si erano avvicinati a una finestra per capire cosa diavolo stesse succedendo e, bang!, per poco Barnaba non ci rimetteva la testa per una fucilata che aveva fracassato il vetro (e poi i vasi sopra il caminetto).
Non avevano indagato oltre, naturalmente: si erano limitati a darsela a gambe dal retro, via nella campagna innevata.

Solo “Slant” si era voltato a guardare: se la notte non fosse stata nera come l’inferno, forse Barnaba l’avrebbe visto impallidire ma, al momento, non gli interessava altro che mettersi la pellaccia in salvo.

Avevano corso, e corso, e poi ancora corso.
Ogni tanto si fermavano a rifiatare nella neve; poi, ricominciavano.
Avevano passato così tutta la notte, finché non avevano più sentito sparare.
A essere onesti, però, non sapevano se era per via della distanza, o perché ormai erano morti tutti.

A un certo punto, “Slant” si fermò, la neve fino a mezzo stinco.
– Avremmo dovuto avvertire qualcuno- ansimò.
– Sì, per farci beccare. Tanto non avremmo potuto fare niente!
– Questo non lo sai- mormorò l’altro.
– Beh, sei ancora in tempo. Da quella pare c’è Tahallabee. Vai a dare l’allerta, se hai il coraggio.
– Sì che ce l’ho, il coraggio; sei tu, quello che se la fa sotto.- Scusa tanto, se non voglio finire i miei giorni appeso ad una forca!

“Slant” guardò il suo vecchio compagno, risentito. Fino al giorno prima gli avrebbe dato ragione, certo, ma questa volta era diverso; e poi, lui non aveva visto… non aveva visto e basta, si disse, scuotendo la testa come per scacciare via il ricordo.
Ma non ci riuscì.
– Tu non capisci! – sbottò- Erano nordisti! C’era una donna incinta, le hanno sfondato la pancia con una fucilata; ho visto il bambino dentro, Barnaba. Il bambino, Cristo santo!

Barnaba non fece una piega; invece, si lasciò andare a sedere su un masso.
– Chi muore giace; chi vive si dà pace- bofonchiò con aria torva- Faresti meglio a impararlo, prima o poi.
– Può darsi.
– Ci diranno che li dovevamo avvertire prima; ci ammazzeranno!
– Non mi importa. Ho visto quel che ho visto. Avremmo dovuto farlo prima- giunse la voce attutita di “Slant”; si era girato nella direzione di Tahallabee e procedeva risolutamente nella neve.
– Slant! Ehi, dico, Slant!- Barnaba balzò in piedi- Non avrai intenzione…?
– Stammi bene, vecchio mio. Io mi sono stufato di questa vita. Per una volta, voglio fare il mio dovere di patriota.

Barnaba lo guardò allontanarsi di qualche metro: era sempre stato il più testardo di loro due, ragionò, e forse, gli rincresceva ammetterlo, il migliore.
Tirò fuori qualcosa dalla tasca.
– Aspetta, vecchio mio!- gridò.
L’altro si bloccò.
– Prenditi almeno un po’ di whiskey!

Slant si girò. Era rosso in faccia per lo sforzo, ma sorrideva.
– Tienilo tu. E stanotte, fatti un goccio alla mia salute- gli rispose.
Fu l’ultima volta che Barnaba Awkwings vide il suo amico.

Chissà che fine ha fatto, mi ha detto l’altro giorno.
Già, chissà.

Avvertenza: Questa storia è l’ottava di una serie di nove fra flashfic e one-shot che partecipano all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Cliccate per la storia precedente e per la prima storia, 24 dicembre 1863, che costituisce il sequel di questa!

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24 dicembre 1325

winter-385640_1280Avevano fatto molta strada, il giovane monaco e lo strano viaggiatore.
Il sole stava tramontando: non riposavano ormai da qualche ora.
Manca poco, disse il monaco.
La notte fa in fretta a venire; presto, non ci furono che un quarto di luna ed il riflesso della neve a guidare i loro passi.
Mentre procedevano, il ragazzo indicò il crinale: oltre, fece segno, sorgeva il monastero.
Troveremo miso appena fatto e un focolare per ritemprarci, soggiunse, arrossendo di gioia.
Attraversarono la steppa; alla loro sinistra si stagliavano macchie di sempreverdi.
Il viaggiatore rabbrividì. Ci sono molti lupi, qui?, domandò.
Il ragazzo scosse la testa. L’uomo non disse altro.

Cos’è quest’odore?, mormorò, dopo un po’ che camminavano.
Il ragazzo lo guardò; evidentemente, non capiva.
Il monaco si accorse solo dopo un poco che il suo compagno era rimasto indietro.
Affrettandosi, tornò sui suoi passi.
Trovò l’uomo chino a studiare il terreno. Sangue, gli disse, sentendolo arrivare.
Il ragazzo si fermò; non tentò nemmeno di sbirciare. Sarà un animale del bosco, rispose.
L’uomo si tese; portò un dito alle labbra e guardò il giovane negli occhi.
Poi, senza aspettarlo, si incamminò verso lo boscaglia.

Il terreno era duro; i rami avevano diradato la neve ma non avevano impedito al ghiaccio di attecchire.
L’uomo s’inoltrò fra gli arbusti, lasciandosi dietro spilli di ghiaccio e piccoli cumuli di neve.
Le macchie di sangue si facevano sempre più distinte, più larghe.
La pista terminava in una depressione circondata di alberi.
La luna disegnava strane forme sul terreno.
È semplicemente soffocante, ragionò l’uomo, coprendosi la bocca.
Al centro della radura, a terra, c’era un fagotto di stracci.
Circospetto, l’uomo si avvicinò e rimase a guardare.

– Non la toccare.
La voce del monaco perforò il silenzio. Quando si era avvicinato? Come aveva fatto a essere così silenzioso?
Il viandante lo ignorò. Si accoccolò accanto al fagotto e lo girò.
C’erano solo capelli, folti lunghi capelli neri: qualcosa gli gelò il sangue nelle vene.
– Ti ricordi questo posto, vero?-
L’uomo balzò in piedi; tremava.
– Dieci anni fa, tu e i tuoi uomini scendeste in questa valle- proseguì il monaco; per quanto guardasse, l’uomo non ne distingueva la figura.
-C’era un villaggio. Ci lasciasti i tuoi uomini, ricordi?, e venisti qui con un paio di loro, nei boschi, a caccia. La figlia del capo villaggio non era là, quando arrivaste, quindi i tuoi si accontentarono delle altre. Tranne le vecchie, naturalmente; quelle le sbudellaste e poi le appendeste all’ingresso del villaggio, nude. Quanto avete riso!…Te lo ricordi?
– Io…ti stai sbagliando. Hai preso la persona sbagliata- balbettò l’uomo.
– La ragazza era da sola; si era addormentata e non vi sentì arrivare. Oh, ma dopo vi sentì, vi sentì bene; glielo dicesti tu stesso mentre la stupravi, tu per primo, dopo gli altri.
Te lo ricordi?-
L’uomo aveva tirato fuori da sotto il mantello una spada; iniziò ad avanzare, la lama sguainata. Dove sei, dove sei, maledetto?, ansimò.
– Poi, quando è finita la guerra, ve ne siete andati. Ma siete stati poco attenti, quel giorno; eravate così presi che non vi siete accorti che qualcuno vi aveva visto. Ti sei preso un bel po’ di tempo, con lei. E io me lo sono preso a guardarti bene in faccia.
Sei un vigliacco, ansimò l’uomo, menando fendenti alla cieca.
La voce gli si spostava intorno; gli alberi gli si chiudevano addosso.
– E perché? Cos’avrebbe potuto fare una bambina di sette anni?
E pensi di potermi ammazzare, adesso, puttana?, sibilò il viaggiatore.
Qualcosa gli sfiorò la spalla.
-Oh, ma l’ho già fatto. Mentre dormivi, qualche ora fa.

 

Avvertenza:
Questa è la settima di nove fra flash-fic e one-shot che partecipano all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Cliccate per prima, seconda, terza, quarta, quinta, sesta storia.
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24 dicembre 3065

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Blackout. Lo chiamavano così.

Era un tipo strano e nessuno ci teneva così tanto da cercargli un nome migliore.
È anche possibile che ne avesse uno più normale; ma non gliel’abbiamo mai chiesto.
Così, per tutti, era solo e soltanto Blackout.

Faceva un lavoro sgradevole- uno che una persona con un nome non avrebbe probabilmente mai svolto.
In ogni caso, vista l’eccezionalità del suo impiego, aveva un lasciapassare che gli consentiva di andare e venire dalla Città di Sotto senza subire le restrizioni del coprifuoco.
Immagino che la cosa lo abbia aiutato; in ogni caso, è evidente che quelli del Comando Generale non se lo aspettavano.
In effetti, se dici sabotatore, pensi a molte tipologie di persone; ma non penseresti mai a uno che lavora in un obitorio.

Per quanto ne so, lo avevano chiamato così perché era stato trovato vicino al Cancello Meridionale durante un blackout. L’elettricità era poca già allora e, dato che il Comando ne ciucciava via la maggior parte per le loro apparecchiature, dabbasso eravamo abituati al fatto che la luce andasse più spesso di quanto veniva.

In ogni caso, gli venne affibbiato quel nome dal Pastore, che lo crebbe con quel che aveva- cioè, molto poco. Era un uomo rude e sporco, ma credo che gli volesse bene, a suo modo.
Comunque, Blackout finì per somigliargli. In più, era taciturno.
Se ci piaceva? No, lo detestavamo.
Fu una fortuna che si fosse preso lui la responsabilità; non sarebbe mancato a nessuno.

Andava e veniva liberamente; era grosso e torvo, ma innocuo.
Portava sempre con sé una valigetta; non so niente sul contenuto.
Non sono mai riuscito a capire in cosa esattamente consistesse il suo mestiere, lassù all’Obitorio.
Dicono che faceva il becchino; altri sono sicuri che truccasse i morti e li vestisse; altri ancora si inventano mansioni più efferate.
In ogni caso, dati gli sviluppi, credo che avesse a che fare con lo spostamento dei cadaveri e il loro posizionamento nelle teche.
Al Comando ci tenevano terribilmente, ai loro morti; prima che ci mettesse mano lui, avevano un’enorme torre in cui li conservavano- la Necropolis Tower.
Ho sentito dire cose strane in merito, voci di esperimenti.
Francamente? Penso che sia un mucchio di stronzate, inventate da poveracci per sentirsi in qualche modo migliori di chi li opprime. Del resto, non si può mai sapere; forse è vero, ma a me pare che il Comando fosse già abbastanza mostruoso, senza ricamarci sopra la storia degli scienziati pazzi.

Viene fuori che, negli anni in cui aveva lavorato per loro- quindici, per essere precisi- aveva lavorato di fino: da quello che hanno detto gli esperti, non c’era un cadavere di quelli trattati da lui che non fosse stato imbottito di esplosivo.

Quella notte, la Necropolis Tower è si è accesa come un cerino; neanche a farlo apposta, la gran parte della strumentazione elettronica del Comando era collegata a dei generatori ai piedi della Torre, così, quando è saltata, gli ha fritto tutti gli apparecchi.
Siamo rimasti tutti senza luce, per una volta, tutti al buio- la firma di Blackout.
Quanto a lui, se n’è andato con la sua Torre e i suoi cadaveri.

E niente, senza i loro apparecchi, al Comando erano nudi come bambini; capita, quando passi il tempo con il cervello collegato alle macchine.
Non c’è voluto molto a fare fuori quelli che rimanevano.
Adesso abbiamo grossi problemi a far funzionare la rete elettrica, ma siamo liberi.

Dovremmo ringraziare lui, ma sono troppo occupati a prendersi il suo merito.
Quanto a me, nonostante non mi sia mai piaciuto, spero di non dimenticarmi di Blackout.

Avvertenza: Questa storia è la quarta di una raccolta di nove flash-fic e oneshot che partecipan all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Qui trovate la prima, seconda e terza storia.

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24 dicembre 2027

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– Sei una ragazzina.
La stanza in cui l’avevano fatta entrare era buia.
Si vedeva solo una finestra, dritta davanti a lei; c’era una tapparella sconnessa, e la luce del grosso faro all’entrata del campo penetrava attraverso le assi, disegnando una zebratura gialla e nera sul pavimento.
Fece spallucce.
– Quanti anni avresti?-
La voce proveniva da qualche parte alla sua destra.
– Quindici.
– Andiamo bene. Come ti chiami?
– Mira.
Qualcosa si mosse.
La voce era profonda però, ragionò Mira, non potrà avere più di trent’anni.
– Ce ne sono altre come te, Mira?
Ci rifletté un po’ su: tanto valeva dirlo, anche se l’uomo non le era sembrato entusiasta.
– Altre, sì, ce ne sono. Ma sono tutte più vecchie.
Sentì un rumore di vetri rotti che esplodevano sotto delle suole.
L’aria, nella stanza, si spostò insieme al suono; Mira inclinò il viso, socchiudendo le palpebre per abituarsi al buio.
Forse non è così brutto, pensò.
– Ti hanno detto chi sono, almeno?
(Sì, me l’hanno detto. Sei un assassino e un torturatore. Mi hanno detto che conosci più di cento modi diversi per far urlare un uomo. Ma sei il capo della Resistenza Armata, e per questo ti perdonano quello che fai, anche se, prima o poi, lo farai anche a loro, dato che non vai troppo per il sottile. La guerra è guerra: così dicono, almeno.)
– Mustang, signore. Il leader della Resistenza.

L’uomo fece un suono con la bocca, una sorta di mugolio affermativo; qualcosa, nel buio, tintinnò.
– Un bel bastardo, eh?- sogghignò la voce- Vuoi bere?
– Male non fa- rispose Mira.
– Quant’è vero!
Lo sentì trafficare.
– Non lo hai mai fatto prima?
– No, signore. Non è il mio ramo.
– E quale sarebbe, il tuo “ramo”?
– Furtarelli, scassi. A volte faccio la staffetta.
– Vieni avanti.
Mira si mosse, entrò nel rettangolo luminoso; il faro le arrivava dritto negli occhi, accecandola.
Dall’oscurità, una mano si protese verso di lei porgendole un bicchiere con dentro un liquido dorato. Il bicchiere era sbeccato: i riflessi della luce si rifrangevano sul pavimento.
Mira prese il contenitore e annusò: il liquido aveva un forte sentore alcolico.
– Bevilo. Non c’è niente dentro. Niente di più dei suoi 50 gradi.
– Pensavo che l’alcol fosse finito. La gente fuori beve quello etilico.
– Qualcosa è rimasto, se sai dove cercare.

Lo mandò giù. Bruciava la gola.
Mentre strizzava gli occhi cercando di non tossire, sentì l’aria che si muoveva intorno a lei.
– Come sei finita a fare la puttana?
– Non lo faccio. Mi hanno presa e mi hanno detto che c’era un lavoro da fare.
– E tu non hai chiesto che lavoro era, prima di accettare?
Mira scosse la testa.
(Mi hanno presa e mi hanno buttata dentro il pick up. Tu andrai bene, hanno detto, sei abbastanza carina. Ti va di lusso, cercavamo una puttanella per Mustang. Dovresti sentirti onorata. Se lavori bene, potrebbe perfino richiamarti. Che vuol dire, non sei una puttana? Ce l’hai, la fica, no? Che differenza fa, allora?).
– Beh, gìrati.
Mira si voltò. I suoi occhi si riabituarono alla penombra.
Qualcosa scintillò in un angolo e una nuvola di fumo galleggiò verso di lei.
– Sei bionda- osservò l’uomo.
Alzò nuovamente le spalle.
Lui mosse qualche passo verso di lei e, finalmente, lo intravide. Era alto. Pallido.
– La treccia. Scioglila.
Lo fece.
– Sai cantare?
– Un pochino.
– Fallo.
– Che cosa devo cantare?
– Quello che ti pare.
Il fumo si allontanò da lei e sentì un cigolio, e il suono di un corpo pesante che si lasciava andare a su qualcosa (un materasso? Mi porterà lì, dopo?).
Per non pensarci troppo, si mise a cantare una vecchia canzone che aveva sentito da piccola. Non conosceva le parole.
La sua voce era acerba, e lei tremava di vergogna.
Sempre meglio che stare in quel letto invisibile, con quell’uomo invisibile di cui tutti hanno paura.
Quanto a Mustang, lo sentiva nell’ombra: respirava forte e fumava.
Coraggio.

– È una bella canzone- disse Mustang, quando lei finì.
-Grazie- rispose lei, controluce.
Sentì che lui si alzava e veniva di nuovo dalla sua parte; i suoi scarponi facevano un gran frastuono. Dovevano avere la suola spessa e incavata; i pezzi di vetro ci si erano incastrati dentro e scricchiolavano a ogni suo passo.
– Sai, i tuoi capelli… Sono molto belli.
Mira non rispose; si strinse nelle braccia e si guardò le caviglie.
(“Se ti viene vicino, tu non lo guardarlo in faccia e soprattutto non lo fissare. Non gli piace per niente. Ma tanto non ce ne sarà bisogno; da che lo conosco, se le scopa tutte al buio”).
Eccoli lì; davanti ai suoi piedi c’erano un paio di scarponi, adesso.
Erano malandati, mezzi sfondati, sporchi di polvere e con delle macchie rossastre sulle punte.
Sangue, pensò, e rabbrividì.
Sentì la sua mano che le prendeva il mento e lo tirava su.
– Ti hanno detto di non guardarmi, eh?
Annuì.
La faccia le sorrise; era orribile.
Se non fosse per quella cicatrice, sarebbe un bel ragazzo.
Ma l’avevano proprio macellato; opera del Governo, dicevano.
– Mira, lo sai cosa si aspettano da noi, là fuori?
Lei annuì, di nuovo.
– Cosa dovremmo fare, secondo te?
Lei lo fissò negli occhi.
Le avevano detto come rispondere, naturalmente, ma aveva quindici anni: tutto considerato, non se la sentiva di mentire.
– Non lo so- gli rispose- ma io non voglio venire a letto con lei.
Lui la lasciò andare.
Che cosa hai fatto? Stupida Mira. Beh, per lo meno ti farà fuori e avrai smesso di soffrire per la guerra, la fame e tutte il resto.
Invece, Mustang si girò e raccolse qualcosa da terra.
– Beh, viva l’onestà. Peccato; ma forse non hai tutti i torti.

Si sedette per terra, vicino a lei. Aveva una specie di piccola chitarra al collo.
Batté il pavimento con la mano senza guardarla; voleva dire “siediti” e, visto che le sembrava di aver sfidato l’autorità a sufficienza, per quella sera, obbedì.
– Che altre canzoni conosci?
– Gracias a la vida; la Paloma; Cielito Lindo, Don’t cry for me Argentina. Cose così.
– Per questa notte vanno bene; domani te ne insegnerò delle altre.
D’un tratto, Mira si ricordò e si voltò verso di lui con gli occhi sgranati.
– Domani? Ma… domani assedierete Juarez; lo ha detto anche lei alla radio. Ha detto che domani la Resistenza “o vince o muore”.
Mustang pescò una bottiglia da qualche parte vicino a loro, bevve un sorso e si asciugò la bocca su una spalla.
– Beh- rispose, allungandole la bottiglia- in entrambi i casi, si canterà. Non ti pare?

 

 

Avvertenza: Questo è il secondo di nove racconti di circa 600 parole ciascuno, che partecipano all’iniziativa Christmas Game di fanwriter.it
Cliccate per il primo racconto.

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24 dicembre 1863

Faceva uno stradannatissimo freddo: gli uomini di Beewaldt erano nervosi.

Il posto era lontano; circa quaranta chilometri a tappe forzate, sotto la pioggia, con la melma fino a mezzo polpaccio e la terra che veniva via a tocchi e finiva sulle braghe, nelle mutande, oppure sull’orlo del cappotto del tizio davanti.
Quando avevano iniziato, si gelava; poi, a metà percorso, erano fradici di sudore e non sentivano più freddo.
Siccome bisognava sbrigarsi e arrivare prima dell’alba- un bel po’ prima- non c’era stato tempo di fermarsi e allestire un fuoco. Avevano mangiato marciando, masticando gallette con la bocca rattrappita dall’aria gelida. Ruminavano come le capre che li guardavano passare da sopra i massi.
Poi era venuta la notte; pensavano che la terra avesse già sputato tutta l’umidità disponibile sulla faccia di questo mondo e invece no, ce n’era dell’altra, nascosta sa dio dove.
La strada era diventata un letto di nebbia e il sudore si era congelato sulla facce e sotto i giacconi.

Erano stanchi, quindi il corpo stava rilasciando piuttosto rapidamente il suo calore; camminavano come un’orda di zombi, avvolti nel fumo di centocinquanta respiri affannosi.
Alla fine, arrivarono in vista del crinale.
– Zitti, stronzi!- disse il capitano. Si acquattarono lungo il fianco della collina.
Aveva smesso di piovere già da un po’, per loro fortuna, ma gli stivali facevano ancora rumore mentre camminavano sul fango.
– Svuotatevi le scarpe- ordinò il capitano.- Facciamo troppo chiasso.
Si sedettero sull’erba bagnata; la terra sgusciò sotto di loro.
Tolsero i piedi dagli stivali, ordinatamente, in silenzio; si sentiva solo il frusciare dei cappotti, il rumore dell’acqua che sciacquava dentro le scarpe e gli spruzzi sul terreno.
Quasi tutti avevano chili di melma nelle calzature; provarono a scrostarne un po’ con quello che trovavano per terra- rametti, foglie non troppo marce.
Alla fine, venne Beewaldt.

Alla luce di un acciarino, passò in rassegna i piedi e le scarpe e tutto il resto; disse agli uomini di tenersi pronti con la mercanzia e caricare le canne.
– Sparate per le vostre mogli che vi aspettano a casa. Sparate per i vostri figli. Domani mattina, non voglio vedervi sporchi di fango, ma di sangue sudista.
Scivolarono verso il crinale, strisciando come lombrichi.
Nell’aria c’era solo odore di pioggia, piedi e polvere da sparo.
Si affacciarono: sotto di loro, Marionsville sembrava una miniatura.
– Quinn, sei sicuro?- mormorò a Beewaldt il suo comandante in seconda- Potremmo fare un po’ di confusione, arrestare due o tre civili e cavarcela così.
– Falli scendere. Manovra ad ala- fu la risposta.
Centocinquanta uomini ripiegarono verso valle smottando nel buio, i fucili che emettevano solo un flebile tintinnio.

Le case erano illuminate, ma deserte; tutta Marionsville era radunata in Chiesa per la veglia.
Bene, pensò Beewaldt. All’alba avrò la promozione in pugno.
Prima che fossero a fondo valle, iniziò a nevicare.
– Dobbiamo circondare la Chiesa?- chiese ancora il comandante in seconda.
– No, aspettiamo che escano. Non voglio mica dannarmi l’anima e farli fuori mentre sono ancora dentro- rispose Beewaldt.
La strada era dritta spianata davanti a loro, il portone della Chiesa spalancato.
Gli uomini si rannicchiarono al buio, oltre le case.
– Tenetevi pronti a sparare. La linea di fuoco è pulita- disse il comandante.
Tutti si gettarono pancia a terra; il gelo attutì il gracidare dei cani tirati indietro.
Fissarono i fucili sul punto in cui sarebbe uscita la gente, e aspettarono, le dita sui grilletti.

La neve continuava a cadere.

Avvertenze: Questo è il primo di nove racconti di circa 600 parole ciascuno, che partecipano all’iniziativa Christmas Game di fanwriter.it

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