Solomon Sanders- Estratto

Solomon Sanders nacque di notte, in una casa buia nelle campagne del Nord, il 17 novembre di molti, molti anni fa.
Era stata una giornata triste e piovosa e, al calar del sole, l’impeto dei temporali, susseguitisi per l’intero giorno, si esaurì in uno stanco stillicidio.
Sua madre morì, dopo poche ore, e non dovettero trascorrere molti anni prima che Solomon restasse definitivamente solo.
Il ragazzino, a dire il vero, era l’ultimo della sua famiglia, i Sanders, e chi ne conosceva la storia non mancò di dire la propria su quanto sciagurata fosse la sua ascendenza, così segnata com’era da sciali di ogni tipo, stravaganze e vanità.
Vivendo sregolatamente, avevano perse le terre che possedevano nel Sussex e, con esse, la piccola nobiltà campestre di cui erano tanto fieri e che costituiva l’unica ragione per cui qualcuno, ancora, gli dava retta.
Così, si erano ben presto ridotti in miseria e in solitudine.

Solomon non aveva un solo parente in vita sulla faccia della terra; quanto al denaro, vi lascio immaginare, non c’era nemmeno da parlarne.
In tanta sfortuna, però, gli era rimasto un padrino a Londra.

E fu proprio quest’ultimo che il signor Suckler pensò bene di avvertire, quando la situazione si fece, come soleva, “veramente, veramente insostenibile”.

Annunci

24 dicembre 4017

glass-1355707_1280
Glass, by Hans on Pixabay

 

– Ma guarda un po’ che roba!
Sloan scostò un pezzo di rivestimento che occupava il passaggio; il corridoio della nave era buio, ad eccezione della debole luce che filtrava dal soffitto.
– Fred!- ansimò dentro il commlink.
Alle sue spalle, qualcosa frusciò e, pochi secondi dopo, sul pavimento scivolava il tremulo cerchio di una torcia al plasma.
– È davvero in pessime condizioni- constatò Ford.
– Come si regola il volume di questi cosi? Mi state rincoglionendo- fece eco Levi.
– Zitti, un po’- rispose Sloan, infastidito- non siamo qui per fare conversazione.

I quattro uomini sgattaiolarono oltre il portellone: lo spettacolo era desolante.
Si trovavano a bordo di un mercantile 45G-Fisher: un modello piuttosto comune.
Avevano deciso di tentare un abbordaggio alla ricerca di qualche pezzo di ricambio ma, appena avevano letto il seriale, stampato lungo una delle fiancate, erano impalliditi.
– Pensate che ci sia ancora qualcuno?- mormorò Ford.
– Non è impossibile; è ovvio che la nave è rimasta in gravitazione intorno a questo sole. Qui sono passati solo pochi anni.
– Sarà la diagnostica a dircelo- tagliò corto Sloane- Tenete pronto il generatore.

Procedettero lentamente fra le macerie.
La nave doveva essere stata teatro di un combattimento; alcune pareti erano squarciate da lesioni nerastre e numerose parti dell’arredamento giacevano a terra, in pezzi.
– È un miracolo che la tenuta gravità abbia retto- commentò Fred, muovendo la torcia ai lati del camminamento.
– Forse la Federazione voleva riarmarla contro i ribelli.
– Già; deve essere così.
– Ehi, gente!- la voce sonora di Ford risuonò dentro i caschi; sembrava turbato.
– Dove sei, Ford?
– Prima a destra.

Si infilarono nella stanza.
La torcia scivolò a terra e si rifranse su qualcosa di minuscolo e scintillante.
– Vetri?
– Già; bicchieri rotti, a quanto pare- rispose Fred.
– Porca…- era la voce di Ford, che non aveva aspettato gli altri per avventurarsi più in là.
-Che c’è?- chiese Sloane, sudando nella tuta- Se ci hai messo nei guai, Ford, giuro che…
Ford tornò indietro e strappò bruscamente la torcia dalle mani di Fred, illuminando qualcosa sul pavimento cosparso di vetri.
– Cristo santo!

A terra, c’erano due corpi; due ragazzi, un maschio e una femmina.
Erano bianchi, le labbra blu, il ghiaccio incrostato sulla pelle; le vene dei polsi erano recise.
Si tenevano per mano. Il sangue gli si era ingrommato addosso.
– Suicidi- mormorò Fred, chinandosi a guardare meglio.
– Guardate, c’è qualcosa- esclamò Rand, indicando il soffitto*.
Puntarono la luce verso l’alto; qualcuno aveva tracciato delle lettere.
– Hanno usato il loro stesso sangue…per scrivere?- mormorò Levi.
– CSS 75. Sezione Criogenica, segmento 75: è una cabina di ibernazione- osservò Sloane.
– Credi che?…
– Sbrighiamoci- replicò l’uomo, avviandosi verso il settore criogenico.

– Qui Sloane a Pioneer, Sloane a Pioneer, mi sentite?
– Roger, tenente. Che notizie mi porta? Trovato ricambi, su quel relitto della Guerra Galattica?
– Non proprio, signore; abbiamo trovato una bambina dentro a una cella criogenica. Qualcuno ha connesso tutti i sistemi di mantenimento al modulo di ibernazione. Mandate soccorsi, ripeto, mandate soccorsi; è ancora viva.
– Ma com’è possibile? La Guerra è finita settant’anni fa!
– Negativo, signore; in questo sistema, sono passati solo cinque anni.

*Nota: La sospensione dei sistemi comprende quello di gravità. Quando i due si sono uccisi, la gravità interna della nave deve aver ceduto poco dopo, rilasciando i corpi verso l’alto; questo ha permesso a uno dei due di scrivere sul soffitto, ed è il motivo per cui non c’è sangue visibile intorno ai corpi. Prima di ispezionare la nave, ovviamente, è stata riconnessa l’unità che forniva elettricità al mantenimento della gravità interna alla nave, o quanto meno quella che la forniva al settore in cui i quattro uomini si trovano al momento dell’ingresso.

 

Avvertenza: Questa è la sesta di una raccolta di nove fra lash-fic e one-shot che partecipano all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Cliccate per la prima, seconda, terza, quarta e quinta storia.

Creative Commons Licence

This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.

24 dicembre 2015

La strada è piena di buche, e lui non ce la fa più.

– Kalib. Kalib, fermati un po’, ho la schiena a pezzi.
Il suo compagno è un ragazzo di circa sedici anni, ma è già grosso e ha più muscoli di lui.
Mpoutou lo invidia; se fosse così grosso, ce la farebbe anche lui. Invece, dopo pochi chilometri le reni gli fanno troppo male e i polmoni gli bruciano per la fatica.
Ogni tanto, per la strada, passano camionette scoperchiate, con le ruote incrostate di fango, cariche di soldataglia con i kalashnikov sulle spalle.

A ogni passaggio, la fila di ragazzi con i sacchi sulle spalle si sposta verso il bordo della strada, nel fossato scavato dalle ultime piogge: tremano come gazzelle, come fili di erba nella prateria.
A volte, i soldati non li guardano; altre volte, fermano la camionetta e ne ispezionano qualcuno.
A volte, lo pestano a sangue, quasi sempre senza un vero motivo; i cadaveri restano per strada, in mezzo alle ruote dei mezzi. Nell’arco di pochi giorni non sembrano nemmeno più umani; passando, bisogna scavalcarli o spingerli dentro al fosso e aspettare che la pioggia se li porti a valle.

Per questo, fermarsi al ciglio della strada non è mai una buona idea.
Chi lo sa che tu non attragga l’attenzione di qualche miliziano in vena di divertirsi con i poveri disgraziati della miniera.
Ai caporali non interessa chi porta il coltan sul confine; l’importante è che ci arrivi.
Le gambe, la schiena e le braccia che lo trasportano sono come figure disegnate su un pezzo di carta, e i soldati possono appallottolarti quando vogliono.
– Ci siamo già fermati due volte- mormora Kalib, la gola secca, un’evidente fastidio negli occhi.
– Ma sta scendendo la sera. Dopo farà meno caldo, cammineremo più spediti.
Lo guarda, implorante.
– Sei un debole, Mpoutou. Se continui così, nessuno avrà stima di te.
Ma almeno sarò vivo per un altro po’.

Accostano; l’aria calda trema sugli orli delle cose.
Mpoutou si butta sulla proda di terra che si innalza sul fossato, accasciandosi sul suo sacco.
Niente cibo nello stomaco, poca acqua in corpo e 30-40 chili sulla schiena: va così, per venti chilometri, da Rubay fino a a qualche posto sul confine con il Rwanda, dove i sacchi verranno consegnati ai punti di raccolta.

A volte, Mpoutou pensa di scappare con il suo sacco e trovare qualcuno a cui venderlo per andarsene.
Alla fine, è solo: non potrebbero rifarsi su nessuno della sua famiglia.
Ne ha parlato tante volte a Kalib; tu potresti farcela, sei forte. Io non potrei correre abbastanza in fretta da sfuggirgli.
Neanche una gazzella corre abbastanza veloce da sfuggirgli, gli ha risposto il compagno, e ha chiuso gli occhi. La sua pelle è così lucida che sembra scolpito nella tantalite.- Se ci fermiamo troppo, tornerà indietro il capofila e ti bastonerà- mormora Kalib.
– Adesso che è scuro ci metterà un po’ ad accorgersene. Siediti anche tu.
– Preferisco di no. Tanto adesso me ne vado-
Mpoutuou non dice niente. Il suo amico è forte, ma ha più paura di lui; è la sventura di avere una famiglia, pensa.

Rotola sulla terra e sente gli insetti che strisciano sotto le zolle.
Le formiche frusciano nella polvere con i loro carichi, sono una formica, pensa.
Poi, alza lo sguardo; è venuto il buio, da questa parte.
La miniera sarà nera come l’acqua e ci staranno cadendo dentro le stelle che si staccano dal cielo.
La vista gli si annebbia.
– Non mi svegliare- ha il appena il tempo di mormorare a Kalib.

 

Avvertenza: Questa è la terza storia di una raccolta di nove fra flash-fic e one-shot, che partecipano all’iniziativa Christmas Game di F anwriter.it
Cliccate per la prima e la seconda storia della raccolta.

Creative Commons Licence

This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.