A Yoshi- 4. Bucaneve

[segue da A Yoshi- 3. Gelsomino]

Quando vivevi quell’altra tua vita, di cui a volte ci parlavi come al risveglio si parla di un sogno, ti appassionavi alla botanica.
Avevi conservato ancora qualche libro di quegli anni: su molti c’era sempre la stessa dedica, “Al mio luminoso Hideki”.
Io non ricordavo chi te li avessi dati, e nemmeno di chi fosse quella calligrafia. Per noi era difficile chiamarti col tuo nuovo nome, Yoshi- per noi, ma per me meno che per gli altri.
C’era un volume sui giardini occidentali: a quello tenevi più che a tutti gli altri e lo conservavi sempre in modo che non fosse mai troppo lontano da te.
L’altro giorno mi è caduto mentre toglievo la polvere e cambiavo aria nella tua stanza: mi dispiace molto e te ne chiedo scusa, ma per fortuna non si è rovinato. Ci ho messo il piede sotto prima che finisse per terra: di certo l’urto avrebbe ammaccato la rilegatura. L’ho preso di spigolo sull’attaccatura dell’unghia e adesso è tutta viola. Penso di essermi tagliata, perché più tardi ho trovato una macchiolina di sangue sul calzino.
Ma è stata colpa mia e della mia sbadataggine: il caldo mi rende assente, mi sento come se svaporassi insieme all’acqua dentro i sottovasi.
Il libro si è aperto alle pagine in cui avevi infilato un segnalibro- una fettuccia di raso.
Mi sono seduta a terra e l’ho raccolto: il caldo e il dolore mi rintontivano. La nostalgia dell’inverno mi ha preso ai polsi mentre guardavo le illustrazioni: un giardino coperto di neve, dei piccoli fiori bianchi che non conoscevo.
Galanthus nivalis, dice la scritta. Tu mi dicevi che le piante hanno nomi latini perché quella lingua si addice all’antichità delle loro anime: io però non so che suono ha, fuorché per quelle poche parole che a volte ti sentivo leggere quando te lo chiedevo.
Bucaneve.
È un fiore che fa capolino sotto la neve e che annuncia la fine dell’inverno: ha la forma di un’ampolla, come se dentro ci fosse qualcosa di gentile.
Mentre mi meravigliavo della sua bellezza, il sole è tramontato su di me e sui miei stracci per la polvere. Ho sentito le voci di Sonoko e dei bimbi che si avvicinavano dal fondo della strada e mi sono tirata su troppo in fretta: non volevo che mi vedessero così.
Il piede mi ha fatto male e ho zoppicato fino alla veranda: il sole obliquo mi accecava.
– Sonoko- ho detto alla luce- tira il paletto ed entra pure! Mi sono fatta un po’ male a un piede.
– Mamma è sbadata!- ha detto Yukine.
– Ho preso tante conchiglie così!-: a Saeko non interessava della mia goffaggine.
– Se entrate in casa sporcherete tutto di sabbia. Via, alla pompa dell’acqua!-: era Sonoko, ma controluce non vedevo nessuno di loro.
Ero quasi sepolta nel sole, come il fiore sotto la neve.
Al mio luminoso, luminoso Hideki.

 

(CONTINUA…)

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Mercoledì 18 novembre, 47 Saddington Rd., ore 7:45

      Il fatto era che lui non gradiva- anzi, non desiderava affatto- un nuovo vicino. Perché mai avrebbe dovuto?
A maggior ragione non dopo l’ultima, deplorevole esperienza: un paio di studenti stranieri perennemente euforici, instancabilmente alticci, appassionati di reggae oltre ogni limite di tollerabilità nonché di orario, dotati di amici e sodali in quantità inversamente proporzionali alle loro risorse pecuniarie.
Non che lui fosse un tipo venale: ricchi o poveri, davvero, per lui non faceva nessuna differenza. Ma che litigassero ogni fine settimana con il padrone di casa, a voce alta e in coincidenza con i suoi “momenti speciali”, oh, di questo glie ne importava eccome!
Il padrone di casa, è bene dirlo, si sostanziava in tre persone uguali e distinte: un carlino ansimante che rispondeva all’appellativo di Sir Puggsley; la signora Carson, una vecchina che chiunque non avrebbe esitato a definire adorabile (fin tanto che non ne avesse scoperto l’inquietante attitudine ad allevare piccioni. Quelle bestie schifose!) e infine suo figlio, Tibbikins Carson.
Era costui un’emanazione assolutamente grottesca di sua madre, dalla quale si differenziava solo per i baffi, le bretelle e l’insaziabile appetito per le pigioni dei suoi affittuari.
Per farla breve: non si potevano biasimare eccessivamente quei poveri studenti. Perennemente affamato di soldi com’era, Tibbikins Carson avrebbe tormentato chiunque non lo pagasse con largo anticipo.
Cosa che lui, Charles Solomon Dane, si premurava di fare ogni mese, per l’appunto con il preciso intento di tenere la Trimurti dei Carson quanto più lontana possibile dal proprio zerbino.
Nonostante tale precauzione, tuttavia, la signora Carson era venuta proprio quel mattino a squittirgli davanti alla porta. Preannunciava l’arrivo del nuovo vicino, come un arcangelo Gabriele- ma femmina, lievemente svampita ed inequivocabilmente gallese.
La sua lieta novella gli rese indigesta la sostanziosa colazione che aveva appena trangugiato compiacendosi con sé stesso di essere finalmente l’unico e silenziosissimo occupante del secondo piano.
– Vedrà, è una ragazza de-li-zio-sa!-: erano state quelle le sue esatte parole.
“Ragazza”, però, suggeriva alla sua mente scenari a dir poco inquietanti- risatine; via vai di cicisbei; melense musiche romantiche prima di andare a dormire. Telefonate fino a tarda notte. Freddie Mercury a tutto volume durante le pulizie della domenica. Effluvi alimentari dalla cucina. Promiscue condivisioni di ascensore, imbarazzanti incontri nel pianerottolo, buon Dio!…
Ora, poiché il suo appartamento e quello della ragazza avevano ingressi contrapposti- precisamente l’uno di fronte all’altro- ma erano contigui quanto a camere da letto, la prospettiva aveva dell’orrifico.
Chiese con un filo di voce che fine avessero fatto gli studenti. Non ottenendo risposta, ventilò che la signora Carson li avesse dati in pasto ai suoi piccioni.

    No, Charles Solomon Dane non voleva nessuna, nessunissima ragazza de-li-zio-sa nell’appartamento di fronte.
E aveva dannatamente ragione, sapete?
Perché finì appunto per innamorarsene- qualche mese dopo, beninteso, e nonostante fossero così evidentemente male assortiti che anche la notte e il giorno avrebbero avuto più cose in comune di loro due.

[continua…]

Nota: Questa storia fa parte della raccolta Quei due matti là a Saddington Road e ha partecipato alla White Day Run di Torre di Carta, 15-17 marzo 2019.

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A Yoshi- 1. Albero di pesco

Questa storia è la prima di una serie di cinque di frammenti, o drabble, con i quali ho partecipato alla Corsa delle 48 ore tenutasi 8-10 dicembre 2018 sul forum Torre di Carta.

 

L’albero di pesco sotto cui ti sedevi sempre è sfiorito da settimane, Yoshi.
A volte porto i bambini allo stagno. Teniamo il pane a seccare sul davanzale, sotto il sole, sopra il termosifone. Stiamo attenti che la condensa non lo faccia ammuffire. Poi, quando ci sembra raffermo, lo infiliamo dentro a una sporta di tela e carichiamo il portapacchi della bicicletta. Aspettiamo che sia bello, per farlo, e anche se fa freddo siamo contenti lo stesso di poter pedalare con l’aria che ci si infila fra le gambe e ci fa ridere e rabbrividire.
È strano, lo stagno non si ghiaccia mai: a volte ho pensato che fosse per via dei fiori di pesco che, sfiorendo, ci cadono dentro. Io credo sia il calore di quei petali a proteggerlo dalle gelate.
Ma i petali, da soli, non trattengono il sole: era la tua presenza a riempirli di tepore, Yoshi, ed è il ricordo di te che scalda l’acqua e le anatre dentro di essa.
Ci sporgiamo dalla balaustra e gettiamo molliche di pane. A volte, se passa l’abate, ci sgrida dolcemente: non abituate le anatre al vostro pane, ci dice, non le abituate alla sazietà.
Abituarsi a essere felici: è quello che vorremmo per noi e per i nostri cari. Ma se tornasse l’inverno, e non ci fosse più calore, allora i nostri cuori inteneriti dall’estate si gelerebbero prima di ogni altra cosa.
Deve essere questa la ragione per cui l’abate non vuole che si dia da mangiare alle anatre.

(CONTINUA…)

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Insieme a Sumiko

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Annie Sessler, Gyotaku (una tecnica di pittura tradizionale giapponese), da Pinterest

Soffriva di un brutto male, il signor Ideyoshi.
I medici furono molto chiari: gli restavano pochi mesi di vita. Inoltre, sarebbe morto con dolore.
Il figlio maggiore decise di firmare perché lo dimettessero dalla clinica.
– Dovrebbe trascorrere queste ultime settimane assieme ai suoi familiari- commentò.

A quanto pare, però, Ideyoshi Hideki la pensava diversamente.
– Visto che devo crepare, voglio almeno passare una bella estate- disse mentre tornavano a casa.
Era giugno: il riverbero del sole sui tralicci e lungo la strada costringeva tutti a tenere gli occhi abbassati sul pavimento grigio del tram. Soltanto lui guardava tranquillamente fuori dal finestrino.
– Perché non venite in villeggiatura con noi a Kamakura?- gli propose la nuora.
– Fossi matto!- fu la risposta.

In meno di un mese, aveva già affittato un villino al mare nella prefettura di Chiba.
Inoltre, fece spargere la voce che avrebbe assunto una ragazza. Il compenso prevedeva vitto, alloggio e una generosa mancia settimanale; in cambio, la ragazza lo avrebbe accompagnato in spiaggia, avrebbe cucinato per lui- insomma, se ne sarebbe presa cura.
Aveva selezionato personalmente le candidate, respingendo caparbiamente le raccomandazioni di conoscenti e vecchi colleghi.
Alla fine scelse un’orfana; qualcuno storse il naso, ma lui fece spallucce.

Fuda Sumiko: ora che la contemplava, seduto sul fondo scrostato della barca, era sempre più convinto della propria scelta.
Attorno a loro, al largo, nient’altro che splendore: beccheggiante, argentata, la barca s’inclinava sempre dal lato della giovane e i flutti si incrinavano sull’orlo dello scafo, bianchi, nel candore e nello scintillio del sole e delle onde.
Accucciata davanti a lui, Sumiko si sporgeva dall’imbarcazione, la testa infilata in quello strano affare: era il catino per la caccia al polpo. Nella destra, sotto il pelo dell’acqua, lui sapeva che la sua mano stringeva una pertica ma da sopra gli era impossibile distinguerla.
Vedeva soltanto il corpo giovane e nudo di lei, scurito dal sole e incrostato di salso, e il guizzare dei muscoli lungo la sua schiena mentre acchiappava i polpi e li gettava con maestria sul fondo della barca.

– Basta, basta!- le disse battendo le mani.
La ragazza riemerse, tutta rossa in viso: fra le sue labbra i denti brillavano freschi.
Si sedette a gambe incrociate sul tavolato, le cosce dischiuse, senza nascondergli niente. Non c’era ombra di seduzione nei suoi gesti: era una cosa pura.
– Sono così felice!- gli disse ridendo.
I polipi, lucidi d’acqua, abbaglianti, si contorcevano allungando e contraendo i tentacoli e rotolavano a tentoni verso l’eco del mare.
Qualcuno, stuzzicato dalla ragazza, descrisse sulle assi una scia d’inchiostro.
– Sembra un saggio di calligrafia!- esclamarono insieme, pieni di meraviglia.
– Ora rimettili in acqua- le chiese dopo un po’.
Lei obbedì, svelta: tra le sue dita brune i polpi sembravano grumi di madreperla. Ne ascoltarono il tonfo mentre quelli tornavano a fondersi con l’azzurro.
– Morirai qui, nonnino?- gli domandò giocherellando con l’inchiostro.
– Sì, domani. Ormai ho deciso.
Dai capelli di lei, l’acqua gocciolava dolcemente bagnando i loro piedi.

 FINE

[NOTE: Questa storia partecipa alla V Edizione di Una Challenge per amica, indetta dal sito Writer’s Wing. L’obiettivo era scrivere un testo di massimo 500 parole basato sulla traccia “Inchiostro”.
Inoltre (o forse sarebbe meglio dire soprattutto), Insieme a Sumiko è un omaggio a Natsume Soseki (per la sua magistrale rappresentazione della caccia con pertica e catino al polpo si vedano i capp. 23 e 24 del romanzo Fino a dopo l’equinozio, a cura di Andrea Maurizi, Neri Pozza 2018) e al toccante talento di Yasunari Kawabata.
Ringrazio infine il mio compagno per il suo decisivo aiuto nell’ideazione del titolo!]

2017 ♦ Writing Year in Review — Il blog di Writer’s Wing

È (quasi) fine anno ed è tempo di cominciare a pensare a cosa ci aspetta l’anno prossimo! Ma è importante anche ricordarsi cosa ci stiamo lasciando alle spalle, soprattutto quando si parla di scrittura. Per cui a seguire vi lasciamo le domande tradotte (e ampliate) della Writing Year in Review. Fateci sapere le vostre risposte! […]

via 2017 ♦ Writing Year in Review — Il blog di Writer’s Wing

Il mio contributo alla cosa bellissima dell’anno, dal mio letto di dolore e mal di pancia.

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Elleboro

** Questa storia partecipa all’iniziativa “Calendario dell’Avvento 2017!” a cura di Fanwriter.it**

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Cose senza memoria
e neve fresca
e piccoli salti di scoiattolo
Nakamura Kusatao

Povero fanciullo! L’avevano trovato morto.
Si era congelato, tutto rannicchiato in quegli stracci che certo non sarebbero mai bastati a proteggerlo dalla cattiveria del freddo. Ingannato dal torpore dell’assideramento, si era abbandonato al sonno contro le radici di un vecchio olmo che lambiva la strada. Il tronco era un po’ incavato, come se l’ impotenza davanti alla solitudine del ragazzo lo avesse deformato; o forse, lo spirito che abitava l’albero aveva provato pena per il ragazzo e aveva cercato di abbracciarlo perché non fosse abbandonato senza un conforto alla morte.
Nessuno sapeva chi fosse; poteva avere dodici anni come venti, era così minuto e delicato.
Ciò che la colpì furono i suoi polsi: erano bianchissimi e, in vita, le vene dovevano essere state di un bel verde. I palmi erano già consumati dal lavoro; di certo era un servitore o un artigiano perché, per quanto ruvide, le sue dita non recavano i segni dei dolorosi calli impressi sulla pelle dagli strumenti del contadino.
Seppellirlo nei boschi non si poteva, la terra era ghiacciata e per romperla c’era da spezzarsi i fianchi. La vecchia viveva da sola, non molto distante dal villaggio, ma in quei giorni le ghiacciate e la neve rendevano impervia anche la strada che la separava dall’abitato.
Non sapendo come fare aveva caricato il corpo sul suo somaro; chissà poi perché? Era stata una strana idea. Le era sembrato che da morto potesse ben meritare la pietà e il calore che gli erano forse mancati in vita, anche se questo non avrebbe risarcito la solitudine che di certo l’aveva ucciso.
– Non si prendono mai cura di noi. Troppo giovani o troppo vecchi, siamo comunque un peso per loro- gli aveva mormorato spostandolo con il vigore che ancora non la abbandonava nonostante l’età.
Mentre lo portava a casa, rifletteva a come far venire il sacerdote perché lo benedicesse. Lei avrebbe conservato il corpo come meglio poteva e l’avrebbe avvolto in una bella coperta.
Un tempo era appartenuta a suo marito, ma quello era morto e non ne aveva più bisogno.
Mentre ci pensava, le era venuto proprio da ridere: beh, alla fine anche il ragazzo era morto, perché mai avrebbe dovuto averne più bisogno di suo marito?
– Il fatto è che io e te non ci conosciamo abbastanza ma lui, oh, lui l’ho conosciuto abbastanza invece, e posso dire con certezza che la coperta non se la meritava né da vivo né da morto.
Chiacchierare con il ragazzo le veniva naturale ma, del resto, non se ne diede pensiero; era vecchia e sola, e da tempo la morte non le faceva più nessun effetto. Parlare con sé stessa o con un morto non faceva nessuna differenza, era come discorrere con qualcuno stando ognuno su una riva di un fiume. Un fiume tanto stretto che ci si poteva sentire e vedere con chiarezza attraverso le sue acque.

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Gli occhi di Wallenstein

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Da un manoscritto contente testi sull’alchimia di e attribuiti al letterato, poeta ed esoterista catalano Ramon Llul (1232-1316)

** vedi note**

Chi sono io?
Questa domanda mi tormenta.
Ma la ragione della mia irrequietudine non risiede, come forse credete, nella domanda; io so chi sono, certo, lo so- così come ciascuno di voi conosce il proprio nome- ed è esattamente perché lo so che non trovo pace.
È la risposta a torturarmi, non la domanda.
Forse c’è fra voi chi può capirmi?
Forse fra voi c’è chi non si accontenti di giudicarmi?
Io non credo.
Ma se c’è, ti prego, fatti avanti, parlami, guardami negli occhi: fammi questo dono, di offrirti a me nudo come il primo uomo, di offrirmi il tuo sguardo non velato dalla follia o dalla menzogna.
Sono gli occhi la ragione per cui sono vivo, sai, sono proprio questi occhi la mia maledizione.
Come vorrei guardarti negli occhi, fratello, e non trovare in essi niente più che la tua innocenza- forse perfino la tua compassione!
Ma, vedi, neppure in quel caso potrei trarre conforto dalla tua pietà; non appena la parola “fratello” risuona nella mia mente (ha il suono grave e fresco della prima pioggia dopo una lunga ed arida estate), il Demone che è dentro di me alza la testa e sogghignando prende a deridermi.
“Non essere sciocco- mi dice- non è tuo fratello. Tu non hai fratelli. Tu sei unico nel tuo genere, non c’è al mondo una creatura uguale a te. Sei unico nella tua perfezione, unico nel tuo abominio. Perché temi la tua solitudine? È la solitudine delle cose rare; dovresti esserne orgoglioso. Invece non fai che tormentarti e desideri quello che non ti è concesso.
Che individuo patetico, davvero. Non so cosa mi trattenga dall’ucciderti”.

Questa è la mia condizione; sono solo con me stesso, solo con il Demone.
E la ragione è che io sono ciò che sono: un essere contro natura.
Cosa avrei potuto fare per sfuggire alla mia condizione?
Uccidermi, forse… Sì, uccidermi sarebbe stata la scelta più saggia, e tuttavia non mi è permesso: il Demone me lo impedisce perché togliendomi la vita ne priverei anche lui e lui non vuole. La sua brama di vivere, per me completamente inconcepibile, è immensa; egli ha fame di questa esistenza che a me sembra tanto miserabile, sì, ha fame di cibi delicati in cui io non trovo nessun conforto, desidera il lusso e l’agio, per me privi di significato, e ricava piacere da abitudini per me del tutto esecrabili.
Chi sono io?
Un prigioniero.
Chi sono io?
Uno schiavo, come tale nato e vissuto.
Non avevo che un tesoro, la morte, e mi è stato strappato il giorno stesso in cui sono venuto al mondo; io, un essere immortale, sono condannato a conoscermi in eterno.
Ma se tu mi stai ascoltando, chiunque tu sia, ti prego, non te ne andare; rimani con me un altro po’.
Permettimi di raccontarti la mia storia; non è necessario che tu ti trattenga oltre la parola fine, te lo assicuro. Mi è sufficiente sapere che sarò ricordato e che, sia pure per un solo momento, qualcuno ha avuto pietà di me.

Mio Padre non era mio Padre: era il mio creatore.
Finché è vissuto, l’ho odiato con così tanta passione che in questo non mi si sarebbe potuto distinguere da qualsiasi altro essere umano sotto l’occhio del cielo.
La ragione per cui mio Padre mi aveva prodotto- non potrei usare altri termini che questo, perché nella mia nascita non ebbero ruolo né amore né dedizione alla vita, bensì mero egoismo- era la sua cecità.
Chirurgo di giorno, studioso delle arti magiche di notte: Zeno di Wallenstein, colui che più che un Padre si sarebbe rivelato essere il mio padrone, soffriva fin dall’infanzia di un male apparentemente incurabile.
Si era avvicinato alla medicina e in seguito alle arti mistiche precisamente con l’intento di riacquistare la vista, destinata a venirgli meno per via di una grave malattia ereditaria.
Inflessibile costanza, incrollabile disciplina, una fortuna familiare a sostenerlo nei suoi studi e, in più, uno sciagurato genio per le cose oltremondane: con queste premesse, e nonostante la sua malattia, egli aveva rapidamente conseguito una stupefacente padronanza della sua materia.
Il fatto che i suoi occhi stessero progressivamente perdendo la loro facoltà- negli ultimi anni non vedeva altro che macchie luminose immerse in una sorta di perenne crepuscolo- non fece che renderlo ancora più celebre, per l’assoluta eccezionalità di quel suo talento che si era sviluppato a dispetto e anzi quasi in virtù delle avversità.
Poteva piagare un corpo con le più terribili malattie e improvvisamente rimuoverle senza che vi restasse traccia d’infermità. Poteva creare morbi spaventosi e con la stessa facilità portare sollievo a intere popolazioni tribolate dalle medesime epidemie che lui, e chi altri?, aveva rovesciato sulle loro teste. In particolare, non c’era malattia degli occhi che lui non fosse in grado di emendare; non ce n’era nessuna, certo, a parte la sua.
La sua sapienza e apparente magnanimità lo avevano reso così celebre che divenne presto uno degli uomini più influenti del suo tempo; e poiché le sue arti, quando non tentava di riacquistare la vista, avevano come prima applicazione la sua propria salute, vi assicuro che la sua vita fu molto, molto lunga, al punto che dovette ritirarsi prima del tempo ed esercitare di nascosto la professione medica per non destare sospetti.
Del resto, era così potente che chiunque si fosse arrischiato a denunciarlo per stregoneria avrebbe incontrato la morte ancor prima che le sue accuse potessero raggiungere le orecchie di qualcuno disposto a darvi credito.

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