L’uomo attraverso il tempo: “Il suono della montagna” di Yasunari Kawabata.

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Che cos’è questo suono della montagna che dà titolo al libro?

Lo incontriamo molto presto. Kawabata ci presenta subito Shingo e il suo male (se così si può definire): la vecchiaia.
Shingo è anziano e sta perdendo la memoria. Ma in realtà, ciò per cui perde memoria sono le cose poco importanti, quelle prive di un più profondo significato.
Così gli accade di dimenticare il viso di una cameriera ma non la sua gentilezza; scorda come ci si fa il nodo alla cravatta ma, in cambio, i ricordi del suo passato e della sua vita interiore si fanno incredibilmente più vivi. 

Il fluire delle stagioni, il grande ciliegio nel giardino della sua casa, le cime degli alberi lungo il tragitto della ferrovia che ogni giorno lo porta al lavoro diventano abitanti ed attori di verità.
La sua testa è la testa di uno splendido girasole reciso dal vento, la sua famiglia è il ciliegio soffocato da un arbusto infestante e che ha bisogno di nutrimento, di luce. L’arbusto deve essere estirpato come le cose superflue e insincere, non importa quanto dolore ciò possa comportare- si tratta pur sempre di una vita, non è così?

 

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Il toro della steppa: Ian Manook e la sua Mongolia violenta

Quest’estate è stata fra le più fortunate della mia vita, quanto a letture; credo di aver letto di più soltanto durante le vacanze fra primo e secondo anno di superiori, quando divorai (senza poi ricordarmi quasi niente) Il barone rampante, Il cavaliere inesistente, Mar morto di Amado, Il deserto dei tartari e non so quanti altri libri di cui ora non rammento il titolo.
Fra agosto e settembre ho consumato Niente di nuovo sul fronte occidentale, Confessioni di una maschera (di cui vi parlo qui) e Morte nella steppa, primo di tre noir incentrati sulla figura del commissario mongolo Yeruldelgger (l’editore è Fazi).
Oggi voglio condividere con voi alcune delle mie impressioni su questo libro così aspro e affascinante.

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Ammetto che si tratta del terzo noir di cui tento l’abbordaggio: da adolescente ho adorato A che punto è la notte di Fruttero e Lucentini, pochi mesi fa ho iniziato Il grande sonno di Raymond Chandler, ben scritto ma mal tradotto (almeno nell’edizione che possiedo io, un vecchio libro trovato sulle bancarelle per pochi euro). Tuttavia, non sono mai riuscita ad avvicinarmi al genere in modo così diretto, sebbene io adori le tinte fosche e il sapore violento della narrazione hard boiled (anche e soprattutto nel cinema).
Non ho molti termini di paragone a cui accostarlo, lo ammetto, e tuttavia mi è piaciuto moltissimo.
Ian Manook (alias Patrick Manoukian) è un autore armeno che vive a Parigi. Il libro, leggo in rete spigolando le poche informazioni che lo scrittore ci concede, nasce da un guanto di sfida lanciatogli dalla figlia Zoe.
Evidentemente, Manoukian soffre di una patologia a me molto familiare (e familiare, temo, a quasi tutti gli scrittori amatoriali e non), ossia la tendenza a lasciare incompiute la gran parte delle storie intraprese. Morte nella steppa è il frutto della scommessa fatta con Zoe: riuscire a portare a termine almeno un progetto di scrittura.
In effetti, chissà se per riflesso di un legame reale, la paternità e le figlie femmine ricoprono un ruolo determinante nella vicenda del commissario mongolo.
Paternità, dicevo: una paternità violentata e spezzata dalla ferocia con cui gli è stata sottratta e uccisa l’amata Kushi, la sua bella bambina dalle scarpette nuove.
Dopo quel lutto, la vita di Yeruldelgger è andata in frantumi e la rabbia è l’unica colla con cui penosamente lui cerca di rimetterla insieme. Ma il risultato non è che una deforme contraffazione di qualsiasi cosa ci sia stata prima della perdita di Kushi.
Abbandonato dalla moglie, intrattiene con Solongo, medico legale e donna bellissima, un rapporto platonico; amato da Oyun, la sua giovane e valida spalla, non riesce a corrispondere i sentimenti né dell’una né dell’altra, chiuso in un dolore che lo rende fragile e allo stesso tempo furente.
La sua vulnerabilità lo espone e gli fa perdere i due casi sui quali si apre il libro: il ritrovamento di un corpo nel cuore della steppa mongola e un quintuplice delitto, a quanto pare a sfondo sessuale, perpetrato nel cuore di una Ulan Bator che è insieme miseranda, malinconica, ammaliante.
Eppure, nonostante tutto, Yeruldelgger non molla: continua a indagare coadiuvato dalle donne che lo amano, scoprendo ben presto che, proprio come la sua esistenza, anche quei delitti apparentemente episodici non sono che una contraffattura di qualcosa che affonda le sue radici nel marcio del paese.

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Patrick Manoukian, alias Ian Manook, il papà di Yeruldelgger.

L’autore è soprattutto un viaggiatore e infatti le pagine più belle sono quelle in cui può sfogare il suo talento di acquarellista della parola: un angolo di città, una iurta bianca nell’erba grigia, un pianoro brullo, un antico monastero in rovina. Bozzetti di pastori, figure di neonazistelli nostalgici di Gengis Khan o di loschi meccanici kazaki.
È nella descrizione della terra mongola e nelle gallerie di personaggi strampalati che Manook dà il suo meglio.
A volte il suo amore per la Mongolia rischia di appiattire la trama e i personaggi a una cartolina di tradizioni che forse appaiono seduttive solo a noi occidentali; a volte invece rifluisce come elemento sostanziale, che riscatta e nobilita le piccole vite violente dei suoi protagonisti- primo fra tutti Yeruldelgger, il poliziotto violento che nasconde nel suo cuore un padre amorevole e un monaco sciamano.
La storia alterna momenti più densi a capitoli (specie quelli centrali) in cui si ha l’impressione che Manook smarrisca il filo della sua stessa narrazione. Non di rado ci troviamo a sgranare gli occhi con un po’ di stupore e persino di sufficienza davanti a certe ingenuità da promo turistico dal sapore vagamente new age.
Ma i profumi aspri e le sconfinate vedute della steppa respirano vento e avventura fra le pagine, e alla fine Morte nella steppa emana una coralità e un’umanità che sopravanzano i difetti narrativi.
Sopra tutti ho amato Solongo, la splendida donna di scienza che è tuttavia anche intimamente connessa al mondo degli spiriti, e Gantulga- Cuore d’acciaio– il ragazzino senza vergogna che sembra incarnare la perpetua giovinezza del mito nomadico.

L’onanista barocco: impressioni su “Confessioni di una maschera” di Yukio Mishima

71JHTuy0lsLHo finito oggi, dopo tre giorni di lettura, un piccolo libro che mi ha lasciato un po’ frastornata.
Parlo di Confessioni di una maschera, di Yukio Mishima.
Mishima è conosciuto soprattutto per un titolo che molti appassionati di cultura nipponica avranno almeno sbirciato, Lezioni spirituali per giovani samurai, per il suo controverso nazionalismo e per la sua morte spettacolare- si tolse la vita il 25 novembre del 1970, in diretta, tramite seppuku.
Confessioni di una maschera esce nel 1949: il Giappone è ancora nella morsa del trauma di Hiroshima e Nagasaki, eppure Mishima scuote le coscienze, suscita scandalo e si annuncia come una delle promesse più brillanti della narrativa nipponica.
Il romanzo, in effetti, si svolge durante la guerra, e la guerra influenza gli spostamenti, le scelte, persino gli eventi narrati; ma soprattutto, la guerra- sotto forma di continuo presagio di una vita breve, di una morte sempre presente e vicina- imbeve di sé ogni pagina, non solo nella sua dimensione storica e precisamente individuabile ma quasi come pilastro interiore attorno al quale si agita la vita d’un uomo.
Per la verità, questo è il primo sortilegio che riesce a Mishima: parlare di guerra nominandola tutto sommato di passaggio, dedicandole solo brevi intermezzi e raccontandola sporadicamente, per come la vive un civile molto lontano dal fronte. Parlare di guerra in modo del tutto diverso da quello che la narrazione sobria e violenta di un Remarque o di un Hemingway ci hanno abituato ad apprezzare; parlare di guerra, ma della guerra dentro.
La guerra dentro è la battaglia di chi deve costantemente dissimulare la sua vera natura.
Kochan, il protagonista, che è probabilmente un doppio di Mishima stesso, è omosessuale.
Lo è fin da piccolo, quando rimane abbagliato dall’incontro con un bellissimo ragazzo del popolino, fasciato in aderenti pantaloni di jeans che ne esaltano la forza e la grazia virile.
Cresciuto in solitudine, ostaggio di una nonna troppo protettiva (come in effetti accadde anche a Mishima), Kochan sviluppa un’attrazione erotica sempre più torbida e violenta per corpi straziati, pratiche al limite della necrofilia e persino per la propria stessa morte.
Anzi, è convinto di morire giovane, a soli vent’anni, magari in battaglia e coprendosi di gloria.
Ma gli anni passano, viene l’adolescenza, e a contatto con la realtà Kochan si accorge presto che c’è un abisso fra le sue pulsioni e quello che gli altri ragazzi sperimentano al risveglio puberale.
Le donne non lo attraggono, eppure è proprio questo che ci si aspetta da lui; d’altro canto, Kochan è ancora troppo giovane per rendersi conto dell’effettiva differenza fra sé e gli altri e così, fra la percezione di un’insanabile alterità e il disperato desiderio di essere “normale”, inizia l’odissea della sua maschera.
Mentre il Giappone precipita nell’abisso dell’illusione collettiva- l’illusione dell’Imperialismo e della Grande Asia, alimentata dalla retorica del martirio e della bella morte- Kochan intesse da solo la sua prigione di finta normalità, fino a tentare di sedurre Sonoko, la placida e sensibile sorella del suo più caro amico.
Alla fine del libro, la maschera è integra ma l’uomo che la porta è spezzato; allo stesso tempo, la guerra è persa e il Giappone sembra vivere una nuova normalità americanizzata, fatta di sale da ballo che puzzano di sudore, giovanotti della mala in camicia hawaiana e musica d’oltreceano di pessimo gusto.
Mishima indulge nei più precisi particolari: non solo non ci risparmia nulla sulle fantasie sempre più estreme del suo protagonista, ma si profonde in episodi di autoerotismo, alcuni comici, altri a modo loro grandiosi.
E mentre seziona il desiderio e l’atto per soddisfarlo, diventa sempre più ferocemente preciso e dettagliato nello smontare la macchina dell’autoimpostura, come lui stesso la definisce.
Nel fare questo, devo dire, è spesso oscuro, cervellotico, esagerato e certamente indelicato; eppure, l’interiorità in cui veniamo travolti e trascinati è terribilmente affascinante ed è onesta, desolantemente sincera.

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Mishima come San Sebastiano. Penso l’immagine sia tratta dal corto da lui scritto, diretto e interpretato, Yukoku.

Presa da perplessità iniziale (e a volte da ilarità, per le disavventure di un onanista barocco) mi sono lasciata prendere la mano e alla fine ho divorato il libro, proprio io che detesto gli scrittori verbosi e troppo introspettivi.
In più punti ho pensato che il narratore (e l’autore nascosto dietro di lui) fosse davvero troppo contorto, che l’emotività di cui erano iniettate le sue parole fosse così sopra le righe da risultare stucchevole.
In più di un passo ho perso il filo, trovandomi costretta a leggere e rileggere una frase, talvolta senza riuscire a decifrare l’enigma, eppure molte volte sono stata improvvisamente colpita da descrizioni di intensa poesia o da osservazioni, disseminate qua e là nel testo, in cui mi identificavo pienamente o che mi facevano dire “capisco cosa hai provato, ho presente quello che intendi dire”.
Interessante è stato il vedere come il desiderio maschile verso un altro uomo sia diverso ma per certi versi vicino al mio desiderio femminile di donna che è attratta dagli uomini, e come la sensualità omosessuale possa esercitare su di me una sua misteriosa attrattiva.
Quello che infine mi ha maggiormente affascinata è stata la domanda che mi sono posta mentre lo leggevo: perché un uomo come Mishima, così legato alla sua terra e così nazionalista (e uso questo termine sapendo che mal si adatta all’ideologia di Mishima) avrebbe dovuto scrivere un libro simile?
Che cosa si nasconde dietro questa lunga confessione sull’impossibilità di essere sé stessi e sul desiderio costante di morire per sfuggire al dovere dell’auto-dissimulazione?
A questa domanda non ho risposta, ma la mia ipotesi è che Mishima non parli soltanto di sé attraverso la maschera di Kochan.
Io sospetto che lui abbia voluto parlare anche del suo Giappone e del senso di colpa della nazione per la sua natura isolata e “differente”. E, con ogni probabilità, ha voluto parlare anche contro il grigiore impiegatizio della modernità di cui fu, fino alla morte, uno dei più strenui oppositori.

Le mutande di Biancaneve: i racconti di Andrzej Sapkowski

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Ho appena finito (per la seconda volta) Il Guardiano degli innocenti e, anche dopo una seconda lettura, continuo a pensare che, almeno in Italia, Andrzej Sapkowski, non sia famoso quanto merita.

Qualcuno ha sentito parlare della fortunatissima (e bellissima) saga videoludica The Witcher?
Beh, sappiate che sto parlando del papà di Geralt di Rivia, lo strigo che ne è il protagonista.

Lo scrittore polacco esordisce nel lontano 1986 con una serie di racconti, la cui pubblicazione sulla rivista settoriale Fantastyka si protrae fino al 1990.
Nel 1990, i primi cinque racconti vengono pubblicati in un’edizione che circola solo in Polonia e viene tradotta in ceco, Wiedźmin (Lo strigo).
Di questi cinque, quattro racconti vengono estrapolati e inseriti dentro una cornice narrativa (La voce della ragione): sono Lo strigo, Un briciolo di verità, Il male minore e Una questione di prezzo, al quale vengono aggiunti Il confine del mondo e L’ultimo desiderio.
Così nasce la raccolta che, in Italia, conosciamo come Il Guardiano degli Innocenti, pubblicata nel 1993 e tradotta da noi nel 2010 dalla sempre benemerita Editrice Nord. Continua a leggere Le mutande di Biancaneve: i racconti di Andrzej Sapkowski

Il lettore alla porta. Ovvero, di carta, penna e tastiera.

Scrivere su carta o su editor di testo?
Cambia qualcosa? O è solo questione di gusti e di comodità?

Lo spunto per questo articoletto nasce mentre navigo su Torre di Carta, il forum di scrittura al quale sono iscritta, dove un utente ha aperto una discussione in merito.
Mi piace chiacchierare e scambiare idee e, naturalmente, mi sono messa subito a digitare la mia risposta…per accorgermi poi che, effettivamente, c’era molto altro che avrei voluto dire.
Non tanto (o non solo) osservazioni personali, che sono e restano arbitrarie: quello che stava uscendo dalla mia tastiera era piuttosto una riflessione su come il mezzo cambia il rapporto di un autore con la sua scrittura.
Ovviamente, non ho la pretesa di affermare verità universali; se vi vi va, però, vi dico la mia, e resto in ascolto per sentire soprattutto cosa ne pensate voi.

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Videogiochi,TV e gli altri cattivoni che ci hanno fatto diventare dei mostri assetati di sangue

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A wild onigiri appears

Interrompiamo le trasmissioni per fare un po’di sano spam.
Ma anche no.
Quello che trovate qui è il testo di una nota che io e il mio compagno abbiamo scritto in risposta all’annoso problema che, periodicamente, riciccia fuori sulle pagine della stampa nostrana.

È d’uopo un’introduzione.
Il trend dura da anni e lo conosciamo tutti anche troppo bene.
Se un under 35 commette un delitto o un atto di vandalismo, la colpa è di *inserire media proclamato diseducativo a furor di popolo*
Ci siamo passati tutti: noi millenials eravamo debosciati per colpa di *televisione cattiva maestra!!!!1!*.
Negli anni ’80-90, a fuorviare le giovani menti c’erano i *giochi di ruolo*- sì, avete capito bene; se qualcuno si macchiava di un delitto, si facevano oscure allusioni alla sua passione per Dungeons & Dragons.
Un fattore rilevante per delineare il quadro criminologico dell’individuo?
Scusate la citazione: io non credo!

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Le domande che non stanno bene: una riflessione da umanista.

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Di recente, la mia attività universitaria ha subito un cambiamento; la ragione non sta solo nel mio trasferimento presso un altro dei tre atenei romani, ma riguarda il mio approccio allo studio e gli obiettivi che mi prefiggo di raggiungere con esso.

Vedete, ho iniziato un po’ alla cieca questo bel percorso accademico in Lettere, sapendo solo che desideravo continuare ad approfondire la Letteratura Italiana come, per un breve anno, la mia docente dell’ultimo periodo liceale mi aveva consentito di fare. Mi era stato mostrato che la Letteratura italiana nascondeva tesori linguistici e di idee; allora amavo il Versimo e tutti i rivi e rigagnoli che scorrono via dal grande fiume dell’Espressionismo.

Arrivai alla Sapienza e, mi duole dirlo, forse per mia carenza nell’entrare nel vivo della vita accademica, quello che era sembrato così splendente e prezioso si rivelò alquanto opaco e privo di interesse. Non ho trovato nessun altro o che mi sapesse comunicare la passione per quel repertorio, e ho iniziato a cercare altrove, nella tradizione romanza e, oggi, nel fantasy e nella letteratura germanica dei primi secoli. Sono contenta così.

Studiando cose che poco hanno a che fare con i miei antichi amori, sto lentamente riscoprendo l’affascinante patrimonio culturale dell’Italia; ci insegnano che esiste, badate bene, ma vi siete mai chiesti, davvero, se è solo quello canonicamente sciorinato nelle scuole, o il luogo comune della “Bella Italia”? Sapete quanti insostituibili manoscritti esistono, ancora non catalogati e quindi non protetti, in Italia? Vi siete mai domandati quanto sia peculiare la varietà di dialetti e le miriadi di tradizioni popolari dei più piccoli centri nostrani? Vi siete chiesti perché ha senso studiare Leopardi? Siete entrati in una biblioteca storica cercando di rivestire i panni di un bambino di fronte a un mondo nuovo e misterioso, o un archeologo che entri in territori inesplorati? Vi siete chiesti il senso e la storia del nome dato ad una strada, ad un paese, o quale gene le donne della vostra famiglia si siano comunicate per generazioni, a traverso quali vicende storiche? Potreste essere etruschi, e non saperlo.

Non ci chiediamo affatto il perché delle cose che ci circondano o che ci vengono insegnate; nessuno ci educa veramente a chiedercelo, troppe domande sono fastidiose, insidiose, e a volte dissacranti. Ad esempio, vi chiedo, perché si studia ancora Manzoni nelle scuole? Vi invito a domandarvelo e vi suggerisco di trovare i motivi, o contestare, sulla base di ragionate esperienze e sensati esperimenti, a ciò che ora vi dirò: Manzoni è un caposaldo, ma tenerlo sui banchi di scuola più di Dante e più di, che so, Wu Ming o Tolkien, è inattuale.

Guai sono in serbo per chi vuol vivere nella sua campana di vetro, immune da interrogativi. La persistenza di dogmi, di qualsiasi sorta, è un tratto delle società più fragili e isolate, e, a contatto con il mondo esterno in tutta la sua caoticità, simili società vanno presto in frantumi. I dogmi sono significati precostituiti, anzi, predigeriti: e ciò che è predigerito non ha motivo di esser assaporato, ciò che è già pronto non richiede che lo si vivifichi con la presenza dei propri spiriti cognitivi. E’ come timbrare il cartellino: un’operazione prettamente meccanica, fatta la quale siamo tutti a posto e possiamo anche uscire dal retro.

Le due università italiane che ho avuto modo di esperire, fatte salve alcune eccezioni, sono ciò che si è stratificato in anni di cartellini timbrati dalla coscienza civile. Non si investe nella scuola ma, del resto, se s’investisse ci sarebbe chi prende il denaro ed esce dal retro, sempre quello. Le pubblicazioni, l’attività di studio si svolgono, almeno per il settore letterario, in gran parte a tavolino, con la scusa che, per allestire un laboratorio, sono necessarie risorse. Eppure, per mettere insieme una classe di individui pensanti e far svolgere loro ricerca sul campo in ambito umanistico non vedo molte necessità; se lo faceva Socrate, ed era uno squattrinato, cos’abbiamo noi in meno, che ci incateni all’obsoleto metodo della sola lezione frontale?

Mi sono laureata in Linguistica con 110 e lode, e non credo di meritarlo, con una modesta tesi compilativa intorno allo stato degli studi sul Perceval di Chrétien de Troyes (per scrivere la quale non ho trovato, in Italia, che poco materiale ed inattuale). Se oggi mi doveste chiedere di svolgere un compito per cui dovrei essere qualificata, come un’intervista linguistica su un dialetto o una tematica socio-linguistica, non lo saprei fare. I libri che ho studiato, e che in parte continuo a studiare, sono saturi di affascinanti nozioni sulle isolglosse La Spezia-Rimini e Roma-Ancona, ridondano di termini tecnici, utili ad una prova sul campo. Ma sono, io, come un bambino con le sagome in mano, e nessuna mascherina in cui provare ad inserirle. I pochi fortunati che sanno fare quel che mi difetta sono vincitori di borse o tirocinanti di corsi il tirocinio dei quali è stato quanto meno attivato. Alla Sapienza (una delle ragioni per cui me ne sono andata, anche se la amo ancora e ci torno spesso) mi risulta che ci sia ancora chi aspetta di poterlo fare. Mi domando quale paradosso si produrrebbe se, per traslare l’esempio in un altro campo, un giovane medico stesse ancora aspettando che qualche ragazzino gli comunichi la sua disponibilità a sbucciarsi un ginocchio o a rompersi un mignolo, per consentirgli di muovere i primi passi nella sua professione, apponendo un bel cerotto o un’ingessatura inaugurale.

E poi apro le pagine di Facebook collegate al settore che più mi appassiona, e sul quale mi sento ignorante e non c’è nessuno, qui, che mi insegni alcunché, gli studi celtici, e vedo la miriade di articoli, saggi, ricerche e dibattiti che si producono nel mondo anglosassone sulla loro storia, i loro reperti, la loro cultura, quasi tutti interessanti, vividi, accessibili anche ai meno esperti. Molto di quel materiale è reperibile online oppure piratabile per chi non ha denaro sufficiente a comprare sempre tutto; perché chi lo legge, là, scannerizza e condivide, cosa che qui sembra poco di moda (forse per l’innata  osservanza delle leggi che caratterizza il nostro popolo?).

E’ un colpo al cuore, sapendo quanto potremmo lavorare sul nostro territorio. E lo è ancor di più perché, oggi, sono andata in due biblioteche di Ateneo a cercare un libro che avrei preferito non acquistare, per ragioni economiche; beh, una delle due era chiusa, nell’altra non me l’hanno potuto dare perché era conservato in un’aula dove si teneva lezione. Così, alla fine, l’ho comprato; stringerò su vestiti, film e cibo per rientrare con la spesa. Si dura tanta fatica a trovare il minimo per lavorare, nel mio caso studiare, che farsi domande è diventato sempre più faticoso, e non il tempo per farlo non avanza.

Ma io continuo a chiedermi come fare ad affrancare la cultura e l’Università dall’assenza di ricerca, dalla proibitività dei costi di accesso alle risorse culturali, dalle beffe dei tirocini negati o dell’istruzione docenziale a cui non possono accedere coloro che non hanno soldi per pagarsela. A liberarci dall’estrema provincialità della nostra formazione, e soprattutto, al fatto che non ci facciamo domande. Oppure preferiamo tacere le risposte.

Non è onesto, non è intellettuale, non è morale. Sono queste le vere cose per cui lavorare, piuttosto che limitarsi a manifestazioni sporadiche, occupazioni di scuole e rettorati, lanci di uova: esternazioni legittime, ma che proseguono da trent’anni, e non hanno rinnovato la linfa ormai rinsecchita e calcificata nelle vene della nostra cultura. Vi siete chiesti se avete davvero fatto la vostra parte, se avete fatto di più di quello che vi hanno insegnato essere la “protesta”, il cambiamento”? Fatelo. Facciamolo.