Apribottiglie

Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?
Apocalisse 6. 16-17

 

Sono in due: avranno quindici, sedici anni.
Quando esco dal negozio del pakistano stanno scherzando sottovoce; uno fuma, l’altro giocherella con i lacci della felpa- bianca.
Sento che mi guardano: poco dopo stanno parlottando, e so che ridono di me.
Che cosa posso farci? Non è nemmeno la prima volta.
Stasera, però, è diverso; c’è qualcosa che mi fa stringere i denti e tirare su nel naso e l’aria, l’aria è fredda e mi fa lacrimare.
Solo un mese fa avrei avuto paura; non sarei uscito così tardi, mi sarei tenuto lontano dalle strade meno frequentate.
Cos’è successo?
Mi avvio verso casa e li sento, i loro passi nelle scarpe piatte all’americana, il tintinnio delle chiavi nelle tasche dei pantaloni da rapper. Camminano con l’elasticità dell’adolescenza, la schiena non ancora accartocciata da ore di lavoro sedentario, i muscoli non intorpiditi dal chiuso grigiore degli uffici.
Ed io ho solo venticinque anni.
Perché sono venuto in questa città?
Perché ho accettato di sbiadire, mentre il mio corpo appassiva intorno al mio animo spento?
Sono tranquilli come lupi dietro una carovana dispersa.
Penso di voltarmi, dargli quello che vogliono, accettare i loro sorrisi aguzzi e il loro disprezzo. E le loro botte, sì, anche quelle; perché io vengo dalle campagne e non ho abiti alla moda e sguardi sfrontati, e i miei capelli non sono pettinati col gel a buon mercato dei supermercati di periferia.

– Ehi, frocio!
Non gli do retta, penso. È giusto accontentarli e tornare a casa umiliato e deriso, con il cuore che trema di paura- una falena sopravvissuta all’estate?
Da bravo, Jun, ragiona: dagli quello che vogliono, anche se sono i tuoi ultimi soldi, perché proprio due settimane fa ti hanno licenziato e ti restano pochi yen prima del nulla.
– Ehi, frocio! Dico a te!
Caccio le mani in tasca per prendere il portafoglio.
Vicino, tasto qualcosa di metallico: è l’apribottiglie che ho comprato con la birra.
Lo sfioro: la sua lama punge la mia pelle, taglia i miei pensieri.
All’improvviso la notte è mille inverni meno gelida del mio cuore.
Mi giro, uno di loro è così vicino che sento il suo alito sulla faccia.
– Che hai in quella tasca, finocchio? Fa’ vedere!

Mi muovo veloce e metto nella mia mano tutta la mia rabbia.
Tutta la mia rabbia, e l’apribottiglie.
Il suo sangue è caldo e sboccia al centro della felpa- bianca.
Muori.

 

*Questa storia partecipa all’iniziativa di Writer’s Wing,
Una challenge per amica-III edizione*

 

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Il gioco di Fu Lai

Avvertenze:
Questo esperimento- una totale follia- nasce dall’iniziativa della pagina Efp Fandoms per lo scambio di generi narrativi. 
Due scrittori di generi differenti venivano accoppiati casualmente e ciascuno doveva scrivere una one-shot del genere familiare all’altro scrittore.
LadyHawke83 ha scritto una one-shot di guerra, In the desert; a me tocca il fantasy, genere di cui solitamente non mi occupo.
L’ambientazione è di gusto orientale (Tibet/Cina/Giappone) ma i luoghi e il mondo in essa rappresentati sono di pura fantasia e quindi non mi sono sforzata di fare qualcosa di antropologicamente e filologicamente corretto. Prendetela per quello che è: una favola senza nessuna pretesa.
La documentazione per il gioco degli scacchi e del Go viene dalla pagina History of Chess e dai bellissimi articoli di Rodolfo Pozzi sugli scacchi in Mongolia, che potete trovare qui.
Il Saggio Cremisi è il mio omaggio al mio grande amore degli anime di quando ero piccola. 
Vediamo chi indovina xD

Molti secoli fa, nel cuore delle montagne di Shi-Ju, si diceva che abitasse un uomo particolarmente santo e particolarmente sapiente.
Viveva, così pare, nel più completo isolamento, in una capanna nascosta fra la vegetazione; si nutriva di radici e praticava il più rigido ascetismo, astenendosi da qualsiasi contatto umano che potesse in qualche modo arrecargli impurità.
Sembra che conducesse questa vita da tempo immemorabile, così tanto che non solo la brava gente dei villaggi circostanti non aveva la più pallida idea di come fosse fatta la sua faccia, ma addirittura se ne ricordavano a stento il nome.
Infatti, avevano smesso da un bel pezzo di recarsi in pellegrinaggio ai piedi del suo eremo: sapevano ormai per esperienza che il sant’uomo, per quanto appunto santo, era anche completamente sordo alle loro invocazioni.
Mai una volta si era degnato di ricevere i loro anziani e i loro malati, né tanto meno si era preoccupato di prestare loro soccorso dopo le molte calamità che spesso tormentavano la regione.
Se non si dimenticavano della sua presenza era solo perché, di tanto in tanto, qualche straniero saliva fino al villaggio e chiedeva del Saggio Cremisi. Si trattava invariabilmente di giovani monaci o di altri consimili zeloti che speravano di persuadere il pio eremita a prenderli con sé e a istruirli nella sacra arte della meditazione.
La brava gente del villaggio cercava quasi sempre di convincerli che i loro sforzi erano del tutto inutili: il Saggio non li avrebbe degnati della minima considerazione.
Quelli, naturalmente, troppo giovani e troppo ardenti com’erano, per tutta risposta li guardavano con il sorriso trasognato di chi si è già votato al martirio.
E in effetti, se non si trattava di martirio, poco ci mancava, perché nessuno sapeva dove si nascondesse il Saggio e le piste che si inerpicavano fra i boschi erano così impervie che chi le percorreva lo faceva a suo rischio e pericolo: perfino i più pratici fra i pastori della regione evitavano con molta prudenza di avventurarsi più del dovuto fra quelle gole.
Ma gli aspiranti allievi del santo non sembravano preoccuparsi molto della propria incolumità; anzi c’era chi, sperando di impressionarlo, si incamminava scalzo, vestito solo di uno straccio attorno ai fianchi e con l’unico equipaggiamento di un bastone.
Che fine facessero, spesso non era dato saperlo: ma quelli che tornavano attraversavano il villaggio mogi e a testa bassa o addirittura lo aggiravano, pensando di non essere visti dai caprai seduti sulle rocce a pascolare le loro bestie. Quelli, per parte loro, ridacchiavano vedendoli andarsene con la coda fra le gambe.

Le cose procedevano a questo modo da anni e anni quando, un giorno, arrivò alle porte del villaggio un monacello diverso da tutti quelli di cui il paese aveva memoria.
Come coloro che lo avevano preceduto era vestito poveramente, ma non ostentava la sua sobrietà. Sulle spalle portava uno zaino di lana intrecciata, indossava un paio di buone scarpe da montanaro e avanzava appoggiandosi a un lungo bastone.
In cima al bastone erano assicurati dei campanelli di legno che producevano un allegro frastuono mentre il ragazzino procedeva di buon passo verso la locanda del posto.
Una volta che fu entrato, si sedette e chiese con voce squillante che gli si portasse qualcosa da mettere sotto i denti.
Il locandiere (se locanda si poteva chiamare quella specie di casupola messa su alla bell’e meglio per dare rifugio a qualche viandante di passaggio) si affrettò a preparagli una ciotola di riso e un po’ d’acqua fresca. Dopodiché glieli mise davanti.
Il ragazzino guardò la ciotola, poi guardò il locandiere e di nuovo la ciotola.
Il brav’uomo, poveraccio, non sapendo cosa dire si grattò la testa con il mestolo e si azzardò a chiedere se qualcosa non andava.
– Assolutamente nulla- rispose il ragazzo- ma vorrei anche della carne stufata e del latte fermentato. E un altro po’ di riso, per piacere.

Il locandiere se ne tornò nell’angolo in cui sobbollivano i paioli con il cibo e diede una gomitata alla moglie. – Ha chiesto più riso. E carne, e del latte fermentato- le mormorò.
Lei sgranò gli occhi.
– Carne e latte fermentato? Non si è mai sentito che un monaco mangiasse carne e bevesse alcolici!- esclamò.
– Forse non è qui per il Saggio- rispose il marito.
– Che sciocco che sei- replicò la donna, strappandogli il mestolo per mescolare lo stufato- perché mai uno straniero dovrebbe venire in un posto come questo, se non per il Saggio?
– Che vuoi che ne sappia, donna? Forse è uno stregone.
– Uno stregone piccolo come un soldo di cacio? Ma guardalo. Il suo bastone è più grosso di lui! No, no, sono sicura: dopo aver mangiato, ci chiederà la strada per le montagne. Sta’ a vedere.
E si mise a dimenare il cucchiaio nel sugo; suo marito, invece, rimase a guardare il ragazzo con un’aria perplessa.
Davvero uno strano tipo, pensò.
Continua a leggere Il gioco di Fu Lai

Jundo. Junjo.

Jundo. Junjo1

Questa storia partecipa alla Challenge La notte di Tanabata indetta dal sito Fanwriter. it.
Prompt 8; bonus: 39, 50; conteggio parole: 4.
486
Un sentito ringraziamento a Nat_Matryoshka per aver dissipato i miei dubbi sulla scelta del titolo.

 

旅に病んで夢は枯野をかけ廻る

“Tabi ni yande
yume wa kareno wo
kake meguru”

____________________________

Casa è distaccata dal villaggio, lontana dalla baia.
Si cammina, sì, si cammina su per il pendio, per circa un’ora.
È tutta salita, sebbene non ripida; ci sono molte altre case, ma tutte quante più a nord.
Casa è l’ultima, la più isolata.
Intorno c’è un boschetto di eucalipti, e davanti un piccolo cancello di legno che Ichiyō ha faticato molto a riparare e riverniciare.
Povera Ichiyō, con le sue vecchie morbide ossa.
Buona donna, brava donna. Fedele Ichiyō, uccisa a dicembre dai rigori dell’inverno, prima che lui potesse tornare a casa e rivederla un ultima volta- un’ultima volta rivedere i suoi bianchi capelli quasi ingialliti sopra le tempie, e le sue piccole dita distorte dall’artrite, simili a radici di ninfea.
Radici di ninfea, proprio così: come quelle che crescevano nello stagno ai piedi della collina. Quando erano piccoli, lui e sua sorella Azumi le tormentavano sempre con dei bastoncini per stanarne i girini e le pulci d’acqua.
Ora sembra tutto lontano come millenni fa.
Quando i miei occhi erano vergini. 
Quando la mia anima era vergine.
Tu vegliavi su di me e su Azumi2; i tuoi capelli erano già grigi.

Fa caldo, adesso: è quasi sera, ed è il settimo giorno del settimo mese. L’anno è il 1939.
Sono passati esattamente ventiquattro mesi dall’inizio della guerra3; questa è la prima licenza che gli concedono, e la gran parte l’ha spesa per tornare a casa.
Non ha molto tempo per fermarsi. Poco, sì, ma è quanto basta.
Le scarpe sono pesanti e fanno rumore, calpestando i ciottoli e la sabbia sul sentiero.
Gli alberi intorno sussurrano e lo fissano, e lui li sente, sente il sospiro della sera fra le fronde dei liquidi eucalipti e ode un suono d’acqua da qualche parte dietro di lui.
E sente scricchiolare le cinghie del suo zaino, e tintinnare la zavorra che gli pesa sulle spalle come se vi portasse il cielo…Un tondo cielo nero, pieno di bombe e di fumo e di cose innominabili che non hanno niente, niente a che vedere con questa pace, con questi alberi, con questa terra.
La terra lo giudica facendogli sentire il suono dei suoi passi e del suo corpo e del metallo con cui lo grava: tutti rumori così sgraziati e cruenti, mentre il rumore degli alberi e del vento è così puro e così mite.
Senza peccato.
Naitō Minori4, sembra che dicano, Naitō Minori, tu sei fuori posto.
Tu non appartieni a noi, e se mai ci hai appartenuto ora c’è troppo fango giallo sulle tue suole, troppo sangue sotto le tue unghie.
Sangue e polvere da sparo, e violenza nei tuoi occhi.
Noi non ti vogliamo, Naitō.
Noi non ti vogliamo.
Continua a leggere Jundo. Junjo.

Solomon Sanders- Estratto

Solomon Sanders nacque di notte, in una casa buia nelle campagne del Nord, il 17 novembre di molti, molti anni fa.
Era stata una giornata triste e piovosa e, al calar del sole, l’impeto dei temporali, susseguitisi per l’intero giorno, si esaurì in uno stanco stillicidio.
Sua madre morì, dopo poche ore, e non dovettero trascorrere molti anni prima che Solomon restasse definitivamente solo.
Il ragazzino, a dire il vero, era l’ultimo della sua famiglia, i Sanders, e chi ne conosceva la storia non mancò di dire la propria su quanto sciagurata fosse la sua ascendenza, così segnata com’era da sciali di ogni tipo, stravaganze e vanità.
Vivendo sregolatamente, avevano perse le terre che possedevano nel Sussex e, con esse, la piccola nobiltà campestre di cui erano tanto fieri e che costituiva l’unica ragione per cui qualcuno, ancora, gli dava retta.
Così, si erano ben presto ridotti in miseria e in solitudine.

Solomon non aveva un solo parente in vita sulla faccia della terra; quanto al denaro, vi lascio immaginare, non c’era nemmeno da parlarne.
In tanta sfortuna, però, gli era rimasto un padrino a Londra.

E fu proprio quest’ultimo che il signor Suckler pensò bene di avvertire, quando la situazione si fece, come soleva, “veramente, veramente insostenibile”.

Fire Warnings: estratto

[…]
nothing is sure
but what’s already burned—
water that’s ash, steel
that has flowed and cooled

[…]
Fire Warnings, James Richardson.

Ogni giorno, prima dell’alba, Blackout passava sempre per la stessa strada.
La gente non ci faceva caso, ma io abitavo da quelle parti e me lo ricordo bene.
Era un tipo abitudinario; o meglio, mi ero fatto l’idea che fosse così.
Inoltre, non aveva un’aria molto sveglia, il che concordava perfettamente con il fatto che non fosse quella la strada più breve per raggiungere il Cubo (chiamavamo così l’ascensore che saliva su al Comando: ce n’era solo uno, con tanto di tessere magnetiche e controlli).

All’epoca, non avevo collegato il fatto che Marion abitasse proprio lungo il percorso e che, più o meno alla stessa ora, avesse l’abitudine di uscire dalla sua baracca e sedersi sulla porta a bere una tazza di surrogato.

Lui le passava davanti, gli occhi bassi, il collo insaccato nelle spalle, come se volesse nascondersi; ma chi ci avrebbe fatto caso?

Qualcuno mi ha chiesto di scrivere un seguito per questa storia e io ci sto lavorando.
Questo è un primo assaggio; Fire Warnings sta arrivando!