Il toro della steppa: Ian Manook e la sua Mongolia violenta

Quest’estate è stata fra le più fortunate della mia vita, quanto a letture; credo di aver letto di più soltanto durante le vacanze fra primo e secondo anno di superiori, quando divorai (senza poi ricordarmi quasi niente) Il barone rampante, Il cavaliere inesistente, Mar morto di Amado, Il deserto dei tartari e non so quanti altri libri di cui ora non rammento il titolo.
Fra agosto e settembre ho consumato Niente di nuovo sul fronte occidentale, Confessioni di una maschera (di cui vi parlo qui) e Morte nella steppa, primo di tre noir incentrati sulla figura del commissario mongolo Yeruldelgger (l’editore è Fazi).
Oggi voglio condividere con voi alcune delle mie impressioni su questo libro così aspro e affascinante.

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Ammetto che si tratta del terzo noir di cui tento l’abbordaggio: da adolescente ho adorato A che punto è la notte di Fruttero e Lucentini, pochi mesi fa ho iniziato Il grande sonno di Raymond Chandler, ben scritto ma mal tradotto (almeno nell’edizione che possiedo io, un vecchio libro trovato sulle bancarelle per pochi euro). Tuttavia, non sono mai riuscita ad avvicinarmi al genere in modo così diretto, sebbene io adori le tinte fosche e il sapore violento della narrazione hard boiled (anche e soprattutto nel cinema).
Non ho molti termini di paragone a cui accostarlo, lo ammetto, e tuttavia mi è piaciuto moltissimo.
Ian Manook (alias Patrick Manoukian) è un autore armeno che vive a Parigi. Il libro, leggo in rete spigolando le poche informazioni che lo scrittore ci concede, nasce da un guanto di sfida lanciatogli dalla figlia Zoe.
Evidentemente, Manoukian soffre di una patologia a me molto familiare (e familiare, temo, a quasi tutti gli scrittori amatoriali e non), ossia la tendenza a lasciare incompiute la gran parte delle storie intraprese. Morte nella steppa è il frutto della scommessa fatta con Zoe: riuscire a portare a termine almeno un progetto di scrittura.
In effetti, chissà se per riflesso di un legame reale, la paternità e le figlie femmine ricoprono un ruolo determinante nella vicenda del commissario mongolo.
Paternità, dicevo: una paternità violentata e spezzata dalla ferocia con cui gli è stata sottratta e uccisa l’amata Kushi, la sua bella bambina dalle scarpette nuove.
Dopo quel lutto, la vita di Yeruldelgger è andata in frantumi e la rabbia è l’unica colla con cui penosamente lui cerca di rimetterla insieme. Ma il risultato non è che una deforme contraffazione di qualsiasi cosa ci sia stata prima della perdita di Kushi.
Abbandonato dalla moglie, intrattiene con Solongo, medico legale e donna bellissima, un rapporto platonico; amato da Oyun, la sua giovane e valida spalla, non riesce a corrispondere i sentimenti né dell’una né dell’altra, chiuso in un dolore che lo rende fragile e allo stesso tempo furente.
La sua vulnerabilità lo espone e gli fa perdere i due casi sui quali si apre il libro: il ritrovamento di un corpo nel cuore della steppa mongola e un quintuplice delitto, a quanto pare a sfondo sessuale, perpetrato nel cuore di una Ulan Bator che è insieme miseranda, malinconica, ammaliante.
Eppure, nonostante tutto, Yeruldelgger non molla: continua a indagare coadiuvato dalle donne che lo amano, scoprendo ben presto che, proprio come la sua esistenza, anche quei delitti apparentemente episodici non sono che una contraffattura di qualcosa che affonda le sue radici nel marcio del paese.

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Patrick Manoukian, alias Ian Manook, il papà di Yeruldelgger.

L’autore è soprattutto un viaggiatore e infatti le pagine più belle sono quelle in cui può sfogare il suo talento di acquarellista della parola: un angolo di città, una iurta bianca nell’erba grigia, un pianoro brullo, un antico monastero in rovina. Bozzetti di pastori, figure di neonazistelli nostalgici di Gengis Khan o di loschi meccanici kazaki.
È nella descrizione della terra mongola e nelle gallerie di personaggi strampalati che Manook dà il suo meglio.
A volte il suo amore per la Mongolia rischia di appiattire la trama e i personaggi a una cartolina di tradizioni che forse appaiono seduttive solo a noi occidentali; a volte invece rifluisce come elemento sostanziale, che riscatta e nobilita le piccole vite violente dei suoi protagonisti- primo fra tutti Yeruldelgger, il poliziotto violento che nasconde nel suo cuore un padre amorevole e un monaco sciamano.
La storia alterna momenti più densi a capitoli (specie quelli centrali) in cui si ha l’impressione che Manook smarrisca il filo della sua stessa narrazione. Non di rado ci troviamo a sgranare gli occhi con un po’ di stupore e persino di sufficienza davanti a certe ingenuità da promo turistico dal sapore vagamente new age.
Ma i profumi aspri e le sconfinate vedute della steppa respirano vento e avventura fra le pagine, e alla fine Morte nella steppa emana una coralità e un’umanità che sopravanzano i difetti narrativi.
Sopra tutti ho amato Solongo, la splendida donna di scienza che è tuttavia anche intimamente connessa al mondo degli spiriti, e Gantulga- Cuore d’acciaio– il ragazzino senza vergogna che sembra incarnare la perpetua giovinezza del mito nomadico.

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Fire Warnings- Pt. 9

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(continua da Fire Warnings- Pt. 8)
Era un momento stupido per farsi venire mente come l’avevo conosciuta.
Del resto non c’era proprio niente d’intelligente che si potesse fare, niente di adatto, e siccome non c’era nemmeno lo cercai.
Che cosa dovevo dire? Cosa dovevo fare? Cosa dovevo pensare?

Mi appesi al muro con le unghie e misi un piede da qualche parte sotto di me: se fosse la spalla o la testa di Black, o qualsiasi altra cosa, non lo ricordo.
Lì per lì non ce la feci a issarmi.
Rimasi un po’ affacciato, la maschera che sbatteva contro il bordo del muro.
Sentii Black che mi scrollava una caviglia, spazientito, così finii di arrampicarmi alla meno peggio e mi misi a sedere sull’orlo, senza staccare gli occhi.
Per qualche minuto subii l’impossibilità di guardare altrove; subii il fatto che lo sguardo fosse diventato pesante e che gli occhi bruciassero perché non riuscivo nemmeno a sbattere le palpebre. Poi, non so neanche io da dove, perché non sono mai stato il tipo da notare certe sottigliezze, mi venne un pensiero: cioè, che non potevo continuare a subire.
Che dovevo dare un significato al mio sguardo. Che dovevo fare qualcosa, proprio io, proprio perché l’avevo deciso e non perché non potevo fare altrimenti.
Così mi misi a guardare con occhi diversi, e finalmente vidi tutto- ogni singola cosa.
Ogni singolo taglio, ogni macchia di sangue incrostato, ogni livido e ogni centimetro di pelle rotta e tumefatta Ogni pezzo di orrore, per dio, ogni pezzo di schifo e di cattiveria che le avevano fatto.
E, quando ebbi guardato bene, quando ebbi guardato tutto e fui sicuro che me ne sarei ricordato, solo allora chiusi gli occhi per un attimo, ricomponendo nella mia testa l’immagine così come l’avevo vista; e poi li riaprii, e guardai di sotto, e davanti a me, fin dove arrivava lo sguardo e fin dove la luna illuminava i mucchi di ossa e i sacchi di carne e tutto il resto, che prima avevo visto, ma senza vedere.
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Fire Warnings- Pt. 7

moon-927215_960_720(continua da Fire Warnings- Pt. 6)

Era improbabile, ma comunque non potevo escludere che Marion fosse ancora viva.
Circolavano leggende metropolitane, in merito a gente che aveva raggiunto il Fondale scendendo i tunnel dall’altro lato della città. Poveri pazzi, barboni, e altra gentaglia troppo lurida e senza speranza persino per noi di Sotto, che di solito non andavamo di certo per il sottile in questo genere di cose.
Per quel che ne sapevo, alcuni ci vivevano; ora, dopo aver visto le gallerie che si aprivano sulla fossa, non potevo escludere che ci fosse qualcosa di vero in quelle storie.
Mentre scendevamo, il rumore dei nostri piedi sul metallo mi arrivava alle orecchie un po’ attutito ma ancora ben distinguibile.
È un buon momento per chiederglielo, pensai, ma, non so perché, ebbi l’impressione che sarebbe stato meglio fare i vaghi e non fargli capire dove volevo andare a parare esattamente.

– Che cosa c’è in quelle gallerie?
Lì per lì non mi rispose, però, ne ero sicuro, mi aveva sentito benissimo: aveva inarcato un po’ la schiena. Capii che la domanda non gli era particolarmente gradita; forse aveva intuito che stavo cercando di farmi un’idea della situazione, o forse si sentiva padrone, in quel posto, e quello era il suo modo di essere territoriale.
Gli trotterellai dietro, aspettando.
Intanto, avevamo già superato una delle gallerie.
Avevo cercato di buttare un occhio sotto le arcate; ad essere sincero, però, da vicino si vedeva sì un po’ meglio, ma comunque non abbastanza per farsi un’idea dello scopo con cui erano state costruite.
Avevo intravisto un altro muro con dei passaggi e delle aperture quadrate a qualche spanna dal pavimento, che sembravano banalissime finestre a cui fosse stata tolta l’intelaiatura.
C’erano calcinacci sparsi e pezzi di travi: non era troppo diverso dai corridoi più inesplorati del Tunnel superiore, solo che sembrava molto più vecchio e molto più solenne.
E sembrava che qualcosa, o qualcuno, da quelle stanze immerse nell’oscurità, ci stesse osservando.

– Case. Una volta, c’erano delle case.
– Sembra più vecchio del Tunnel.
– Probabilmente lo è.

– Blackout?

Lo sentii sospirare.
Avevamo passato un altro piano.
– Che c’è?

È là, in mezzo a tutti gli altri, vero?
– Lascia perdere- risposi.

La stramaledettissima scala non finiva mai: quando arrivammo in fondo mi girava la testa.
Avevo percorso gli ultimi due piani della rampa a testa in su: guardavo verso il cielo che era sempre più piccolo sopra le nostre teste e sempre più luminoso, anche perché, avvitandosi lungo il perimetro delle mura, la scala ci portava dalla parte opposta a quella da dove eravamo entrati, e io vedevo finalmente da dove scendeva quell’unica straordinaria luce che illuminava noi, le gallerie, e i cadaveri sotto di noi.

Era la luna.

Nessuno l’aveva mai vista, ma sapevamo tutti com’era fatta, più o meno: tonda, bianca, appesa nel cielo.
Quelli di noi che lavoravano nelle fabbriche ricevevano dei corsi accelerati di lettura e scrittura, tanto per non sbagliarsi e premere qualche pulsante con sopra scritto “Mostruosamente pericoloso”. Durante le lezioni si esercitavano su vecchi libri che parlavano di com’era la vita sulla terra molti e molti anni fa.
Quando venivano a spendere gli ultimi spiccioli di paga allo Spaccio, ci raccontavano qualcosa di quello che avevano imparato, più che altro per impressionare il pubblico con le loro conoscenze e sentirsi, almeno per quella sera, gente di riguardo.
Così, anche chi non studiava aveva imparato che cos’erano la luna, il sole, i fiumi e le montagne.
Ma era roba che stava sui libri: per quanto ne sapevamo, poteva anche essere un mare di frottole governative.
Nessuno aveva mai pensato di andare a controllare se ci fosse davvero, se ci fosse ancora, e come fosse fatta.
Adesso che ci pensavo, mi sembrò una grandissima assurdità.

– Ehi, bella addormentata, guarda a dove metti i piedi!
A forza di stare col naso per aria, non mi ero accorto che Blackout si era fermato.
Gli finii addosso e lui mi spinse indietro.
Istintivamente, allungai una mano per appoggiarmi alla ringhiera e trovai una maglia di ferro.
Era la grata che separava la banchina dalla fossa.
Sapevo cosa aspettarmi- così avevo pensato, mentre scendevo; ma, da vicino, i morti erano molti, molti di più.
E anche molto, molto più morti.
Mi si strinse lo stomaco.
La maschera mi riparava dall’odore, ma non mi impediva di vedere.
Trovare un posto tranquillo dove posare lo sguardo: per i seguenti cinque minuti mi preoccupai solo di quello. Alla fine, ovviamente, ci rinunciai.
Erano da tutte le parti; molti avevano gli occhi aperti, e mi sentivo osservato.
Dalla mia parte della grata, ce n’erano persino un paio che sembravano seduti; la faccia era schiacciata contro le sbarre e la carne si era gonfiata intorno al ferro.
Chissà se da morto farò anch’io così schifo, pensai.
Non era un pensiero tranquillizzante, ma mi distrasse per un po’.
Quelli più vicini erano un po’ più carini: più lontano andavo con lo sguardo, e più intravedevo cose informi e pezzi d’ossa.
In mezzo a quella roba, c’era anche qualcosa di piccolo e vivo che si muoveva sopra la carne, ma preferii non andare troppo per il sottile.

Black, intanto, armeggiava con il lucchetto del cancello.
Quando lo aprì, il cigolio echeggiò rimbombando fra le pareti.
Si voltò verso di me.

– Muoviamoci- disse, e oltrepassò il cancello.
– Che vuol dire?-
Lui non mi rispose; scese una specie di gradino che non avevo notato e si inoltrò zampettando come se camminasse sulle uova.

– Perché credi che ti abbia portato qui? Te l’avevo detto. Mi serve aiuto.
– Io non ci cammino, là in mezzo.
Fece spallucce.
– Come ti pare. Farai più lavoro dopo.

Rimasi a guardarlo.
Era incredibilmente goffo: era un grosso, alto uomo goffo, infagottato dentro una palandrana, che barcollava sotto la luce della luna calpestando un tappeto di cadaveri e vermi.

Lo seguii finché non si fermò in un punto non molto distante.
C’era una specie di muretto semi avvolto nella penombra; vidi che ci si avvicinava.

Si alzò sulle punte dei piedi e distese le braccia verso la parte superiore del muretto.

Faceva fatica.
Feci qualche passo per vedere meglio.
In cima al muretto c’era, in effetti, qualcosa.
Mi balenò in mente un’idea. E se fosse…?
Ma guarda tu che cazzo mi tocca fare, pensai.
Una volta fatto il primo passo, fila tutto liscio. Devi solo fare il primo passo.

Erano inaspettatamente gommosi- perfino scivolosi, alcuni.
Cercai di non pensarci troppo.
Avevo paura di inciampare e di cadere faccia a terra là in mezzo ma scoprii che, tutto sommato, bastava tenere gli occhi fissi su un punto fermo: un po’ come quando facevo le mie esplorazioni su per il Tunnel.
Quando arrivai alle spalle di Black, lui si era già accorto di me; mi stava aspettando.
Con il mento accennò al muro.
Ci fu un rapido scambio di sguardi- io che gli chiedevo cosa intendeva fare, lui che mi faceva segno di salire e aiutarlo da là sopra; poi si chinò verso di me, le mani a conca.
Ci misi dentro un piede e mi arrampicai facendo leva con le mani sulle sue enormi spalle e sul tessuto untuoso in cui erano avvolte. Il cuore mi squassava la gola.

(segue…)

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Fire Warnings- Pt. 6

gas-mask-in-shadow-1485193480t2n(segue da Fire warnings- Pt. 5)

C’era molta luce, là dentro. Molta di più di quella a cui mi ero abituato.
La maschera ne filtrava parecchia, però; quindi, penso di aver strizzato le palpebre più per la sorpresa che per altro.
La prima cosa di cui mi accorsi, dopo la luce, fu la ringhiera: era a circa tre passi da me.
Cercai con gli occhi Blackout. Se ne stava a sinistra, addossato alla parete; per via della maschera e della luce, che era allo stesso tempo bianca e azzurra, la sua faccia sembrava quella di una mosca.
Non potevo minimamente vedere la sua espressione, ma mi fece un cenno con la testa e si avvicinò alla ringhiera.
Lo imitai e abbrancai saldamente il corrimano; il ferro tremò insieme a me.

Curiosamente, non guardai subito di sotto, e neanche sopra; ero troppo preso da quello che avevo davanti.

Oltre il parapetto, il perimetro dell’ambiente disegnava un perfetto cerchio, dal diametro di decine e decine di metri.
Dall’altra parte c’era, prevedibilmente, un’altra ringhiera, ma il muro non era piatto come quello che avevamo alle spalle: distinsi una galleria con dei pilastri.
Oltre, non potevo vedere: il contrasto fra luce ed ombra era troppo forte, per cui le arcate erano avvolte nel buio più profondo.
Quanto ai pilastri, erano altissimi; così alti che l’intera faccenda, vista da questa parte e con quella strana luce, somigliava a una grandissima bocca con dei lunghi denti bianchi digrignati.
Mi venne spontaneo cercare dove finissero, e così alzai la testa.
Penso di essermi attaccato alla ringhiera con tutte le forze che avevo, perché, dopo poco, i tendini iniziarono a farmi un male cane e dovetti allentare la presa.
Sopra di noi c’era un cerchio perfettamente rotondo. Una metà era bianca; l’altra, scura.
Ci misi un po’ a processare.
Andiamo, dai. Non può essere.

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