Reblog: Fumettologica, manga e letteratura in Giappone

“Yoshihiro Tatsumi: dalla letteratura Buraiha al fumetto gekiga”

Questo è il titolo di un bellissimo pezzo di Juan Scassa, apparso su Fumettologica (che di recente sta sfornando davvero delle perle) e tratto dalla Postfazione a Città Arida, graphic novel di Yoshihiro Tatsumi pubblicata a gennaio dalla benemerita Coconino Press (sì, da queste parti c’è un po’ di faziosità per i progetti editoriali di Igor Tuveri, abbiate pazienza).
Mi sembra giusto condividerlo qui perché in pochi altri articoli mi è accaduto di imparare così tanto, e contemporaneamente, su storia, letteratura e fumetto.
Scassa analizza le connessioni fra turbamenti dell’era Shōwa (1926-1989), il “decadentismo” giapponese (il movimento Buraiha) e il fumetto maturo e drammatico (gekiga) che, ho appreso, nasce di fatto con Tatsumi (tra le altre cose, il genere dell’ero guro, erotic grotesque, con le sue fantasie ciniche, macabre e inquietanti, rielabora parte dei temi del decadentismo con esiti ancora più violenti del gekiga, ma in molti casi assai più ironici).
Cito dall’articolo,

Con Tempesta Nera [di Tatsumi, nota mia] si inaugura il gekiga: un nuovo tipo di fumetto cinematografico, realistico nelle ambientazioni e nei personaggi, totalmente privo di umorismo. Come il buraiha, il gekiga elabora un messaggio radicale, propone una critica sociale forte, al limite con l’iconoclastia […] facendo dei reietti e degli antieroi i protagonisti delle vicende.”

Il Giappone ha dimostrato, almeno per chi come me lo vede dall’esterno, la capacità di porre sullo stesso piano letteratura- da noi tradizionalmente considerata una delle arti più nobili- e narrazione per immagini- che, viceversa, in Occidente non gode dello stesso statuto.
Per certi versi, anzi, il fumetto giapponese sembrerebbe essere arrivato ancora più in là della prosa, fungendo da laboratorio socio-psicologico, fucina di elaborazione dei maggiori traumi e delle problematiche più sensibili che la società nipponica abbia affrontato.

 

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Una tavola da Planet of the Jap, ucronia a fumetti firmata Suehiro Maruo.

Là dove l’opinione pubblica si è condotta a volte con ipocrisia, a volte tentando di dimenticare o edulcorare fatti storici e conflitti sociali giudicati forse troppo dolorosi, troppo disturbanti, il manga ha spesso parlato con tratto chiaro e voce impietosa.
In Giappone, la riflessione sulla Seconda Guerra Mondiale- dalla tragedia dell’atomica fino alle atrocità commesse in Cina e Sudest Asiatico- sembra fare irruzione attraverso le pagine di Maruo, Tatsumi e Nakazawa, elusa o solo accarezzata invece da molti di quei libri di storia che ne dovrebbero scandagliare gli abissi.
L’articolo di Scassa ha il pregio di mostrare con grande chiarezza e leggibilità la compenetrazione fra manga, letteratura e politica (persino in autori apparentemente apolitici come Tatsumi). Inoltre, fornisce parecchie dritte utili a chi, come me, vuole approfondire attraverso i testi la conoscenza con la cultura e le narrazioni del Giappone moderno e contemporaneo.

 

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Videogiochi,TV e gli altri cattivoni che ci hanno fatto diventare dei mostri assetati di sangue

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A wild onigiri appears

Interrompiamo le trasmissioni per fare un po’di sano spam.
Ma anche no.
Quello che trovate qui è il testo di una nota che io e il mio compagno abbiamo scritto in risposta all’annoso problema che, periodicamente, riciccia fuori sulle pagine della stampa nostrana.

È d’uopo un’introduzione.
Il trend dura da anni e lo conosciamo tutti anche troppo bene.
Se un under 35 commette un delitto o un atto di vandalismo, la colpa è di *inserire media proclamato diseducativo a furor di popolo*
Ci siamo passati tutti: noi millenials eravamo debosciati per colpa di *televisione cattiva maestra!!!!1!*.
Negli anni ’80-90, a fuorviare le giovani menti c’erano i *giochi di ruolo*- sì, avete capito bene; se qualcuno si macchiava di un delitto, si facevano oscure allusioni alla sua passione per Dungeons & Dragons.
Un fattore rilevante per delineare il quadro criminologico dell’individuo?
Scusate la citazione: io non credo!

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