Fire Warnings- Pt. 5

tunnel-pixabay

(segue da Fire Warnings- Pt. 4)

Non so quanto andammo avanti.
Mi sembrò di camminare tutta la notte: alla fine, avevo i crampi ai polpacci.
Il canale era costruito in discesa; a sapere dove portava, lo sapevo, per sentito dire;
in ogni caso, mi ero sempre guardato bene dall’andare a verificare di persona.
Davanti a noi, all’ultimo incrocio con un’altra galleria abbastanza ben illuminata che risaliva verso est, c’era una rete di metallo, arrugginito e deformato in più punti.
Qua e là s’intravedevano dei cartelli. Non mi sforzai di leggerli; sapevo cosa dicevano.

Al di là della rete non si vedeva assolutamente niente. La corrente d’aria risaliva dall’incrocio e le folate ci risucchiavano via, facendo tremare la recinzione.
Battevo i denti per il freddo, e il rumore del metallo e quello dei denti mi rimbombavano nelle orecchie come se fossero un suono solo.
Blackout impugnò la spranga e si avvicinò alla rete; metà di lui sparì nel punto in cui la parete si incurvava, mentre il cappotto che gli pendeva dal fondoschiena sventolava nell’aria.
E se gli dessi un calcio e scappassi via?, pensai.
Troppo tardi, comunque; era già riemerso.

Mi fece cenno con la testa. Aveva la faccia rossa per lo sforzo.
Mi infilai nel buio e, a tastoni, trovai il passaggio nella rete; ci entravo comodamente, ma mi domandai come avrebbe fatto lui.
In ogni caso, ormai era fatta.

Davanti a noi c’era un buco nero, in cui la corrente dei dotti di areazione sembrava scomparire risucchiata nel nulla. La terra, per quanto ne sapevo, avrebbe anche potuto finire là.
Feci qualche passo nell’oscurità, aspettandomi di cascare nel vuoto da un momento all’altro: le suole sfondate, però, incontrarono una superficie sconnessa, ma indubbiamente solida.
Blackout era proprio dietro di me. Continua a leggere Fire Warnings- Pt. 5

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Fire Warnings-Pt. 4

marion
…segue da Fire warnings-Pt. 3

Rimasi a guardare quei tre capelli per un po’: come diamine ci erano arrivati?
Alzai lo sguardo: davanti a me, la guancia villosa schiacciata sul cuscino, c’era proprio lui, Blackout.
Non so se fu il fatto che c’entrasse Marion a decidermi.
O la curiosità- che cosa c’entrava lui? Come faceva a sapere lei che fine avesse fatto?
O, ancora, se fu la paura di perdere il bottino che mi ero guadagnato a rischio della pelle.
Immagino, tutte e tre le cose; o, più semplicemente, ci fu qualcosa, dentro di me, che mi spinse a fargli cenno con la testa.
Ma, se mi chiedete che cosa, sarò sincero: non saprei davvero cosa rispondervi.

Sgattaiolammo fuori dall’edificio e nella strada: faceva buio e, dalle bocche di areazione, fuoriusciva aria gelida.
Blackout si tirò su il bavero e infilò il braccio all’interno del cappotto.
Indossava quel cappotto da quando lo conoscevo; ho anche i miei dubbi sul fatto che fosse mai stato lavato.
Gli arrivava fino ai piedi e lo faceva sembrare ancora più grosso e ancora più lungo.
Vidi qualcosa sporgere sotto la stoffa.
– È una spranga, quella?- gli chiesi.
Lui annuì, e questo fu tutto, per quei quindici minuti che ci separavano dal Tunnel.

C’era qualche perdigiorno che andava e veniva davanti all’entrata; ci guardarono con curiosità ma non fiatarono.
Entrammo; Blackout svoltò bruscamente per uno dei canali occidentali.
La cosa non mi piaceva, ma lo seguii, i pugni in tasca e la testa infossata nel collo del giubbotto.
I canali si intrecciavano con le bocche di areazione che portavano l’aria dall’anello esterno dentro la Città di Sotto.
C’era molta corrente, la strada era in gran parte completamente buia e l’aria rimbombava lungo i camminamenti insieme ai nostri passi.
Insomma, non era un gran bel posto.

Andammo avanti per un bel tratto, senza fermarci, senza guardarci né di lato né alle spalle.
Ogni tanto, pezzi di galleria erano rischiarati da vecchie luci d’emergenza che qualcuno aveva collegato abusivamente alla rete elettrica.
Per via del coprifuoco, però, andavano tutte a mezza potenza, e illuminavano sì e no la parete su cui erano installate.
In quei tratti, potevo vedere l’umidità che colava dal soffitto, giù per i muri, le prime incrostazioni di muffa e salnitro, mano mano che procedevamo verso il Fondale, e le pozze di acqua sporca e di piscio, ai lati e al centro del passaggio.
Per fortuna, la corrente urlava come un lupo e non potevo sentire lo scricchiolio dei topi che, ci avrei giurato, correvano dentro le pareti e lungo il camminamento.
A volte, vuoi per le infiltrazioni, vuoi per i ratti, le luci facevano contatto: tremavano a gruppi di due o tre, a seconda dei punti di prelievo dell’energia, e le nostre ombre sfarfallavano sul pavimento o sparivamo per qualche istante, inghiottite nel nulla.

Lui continuava ad andare: camminava spedito, la schiena incurvata, le scarpe bucate che cigolavano nella galleria. La spranga l’aveva proprio tirata fuori, tanto per essere sicuri, e gli dondolava nella destra come un pollo morto.
A un certo punto, mi feci coraggio; allungai il passo e lo affiancai, tirandogli una manica.
Si girò a guardarmi, ma non sembrava fare davvero caso a me, forse perché gli arrivavo sì e no al gomito.

– Ehi, si può sapere dove stiamo andando?
– Mi pare ovvio.
– Se vuoi arrivare al Fondale, scordati che ti aiuti.
Lui si fermò; soppesò la spranga, la fronte corrucciata.
Non penso neanche che lo abbia fatto apposta; però, lo ammetto, riuscì a spaventarmi.
– Vuoi vederla?- mi chiese poi, bruscamente.
Volevo vederla?

Riprendemmo a camminare, in silenzio, fianco a fianco.
Tenergli dietro era faticoso; cercai di concentrarmi su quello.

(continua…)

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Fire Warnings. Pt 1.

Sequel: 24 dicembre 3065

[…]
nothing is sure
but what’s already burned—
water that’s ash, steel
that has flowed and cooled
[…]
Fire Warnings, James Richardson.

 

Ogni giorno, prima dell’alba, Blackout passava sempre per la stessa strada.
La gente non ci faceva caso, ma io abitavo da quelle parti e me lo ricordo bene.
Era un tipo abitudinario; o meglio, mi ero fatto l’idea che fosse così.
Inoltre, non aveva un’aria molto sveglia, il che concordava perfettamente con il fatto che non fosse quella la strada più breve per raggiungere il Cubo (chiamavamo così l’ascensore che saliva su al Comando: ce n’era solo uno, con tanto di tessere magnetiche e controlli).


All’epoca, non avevo collegato il fatto che Marion abitasse proprio lungo il percorso e che, più o meno alla stessa ora, avesse l’abitudine di uscire dalla sua baracca e sedersi sulla porta a bere una tazza di surrogato.

Lui le passava davanti, gli occhi bassi, il collo insaccato nelle spalle, come se volesse nascondersi; ma chi ci avrebbe fatto caso?Lui non era quel che si dice una bellezza, e lo sapeva benissimo; inoltre, era un tipo scostante.
Era raro che alzasse la testa. Immagino che sia anche per quello che lo avevano preso, al Comando: lassù apprezzavano chi sapeva farsi gli affari suoi.

Marion! Me la ricordo bene. Se la ricordano tutti, nel quartiere.
Lei sì che era bella.
Non mi scorderò mai quei suoi capelli: ne aveva più di quanti ne abbia mai visti sulla testa di una persona. Erano lunghi, ricci, ed erano rossi come il fuoco.
Amava stare per conto suo, ma le volevamo tutti bene perché non si faceva problemi a condividere il suo pasto con chi non aveva niente.
Guadagnava abbastanza bene: bella com’era, avrebbe potuto trasferirsi da tempo al Comando, ma, non capivo perché, non era mai successo.
Faceva la puttana, naturalmente: non c’era molta scelta di mestieri, di Sotto, e siccome la gran parte dei lavori ce li davano da Sopra, quando trovavano una come Marion sapevano già come impiegarla. Alcune avevano fatto fortuna, ma erano tutte molto meno belle di lei.
Marion, invece, era rimasta una di noi.


Usciva in ghingheri, con addosso gli abiti che le regalavano quelli del Comando, truccata e vestita come una duchessa e lasciandosi dietro una scia di profumo; ma, non importa a che ora, alla fine rientrava sempre.


Sospetto che si siano incontrati più di una volta nei quartieri superiori, lei e Blackout, dato che entrambi avevano i permessi per il coprifuoco.
Tempo dopo, ho scoperto che, nei tempi bui, prima di trovare lavoro all’obitorio, Blackout era stato più volte a casa di Marion.
Chissà, forse il lavoro glie l’aveva trovato lei con uno dei suoi agganci: non sarebbe certo stata la prima volta.
Poi, pensandoci bene, mi sono ricordato di una cosa a cui non feci caso, allora: per quanto bassa tenesse la testa, Blackout rivolgeva sempre lo sguardo alla casa di Marion e, se lei era sulla soglia, giurerei che succedeva qualcosa, fra quei due.
Non so dirvi cosa: forse era una specie di sorriso invisibile, o un messaggio in un qualche codice. Era qualcosa, in ogni caso, che solo loro potevano capire.

Le cose andarono avanti così per un bel pezzo; finché, una mattina, la soglia della casa di Marion non rimase deserta.

(to be continued)

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