Il vagabondo del manga: Igort e i suoi Quaderni Giapponesi.

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Oggi vi parlo di un volume da poco disponibile in libreria. Come credo di aver già detto, le recensioni che riesco (un po’ rocambolescamente) a scrivere scaturiscono quasi sempre da incontri “personali” con il libro o con il suo autore. In questo caso posso dire di essermi davvero e fatalmente imbattuta in questa bellissima graphic novel che mi aspettava in cima a una pila odorosa di carta e inchiostro, un po’ a sinistra sul bancale delle novità editoriali.
Non era l’unico in bella mostra, certo, ma mi ha attirato per il titolo e per il disegno del dragone che contorna a destra la copertina di un bel verde scuro.

Il titolo non poteva non accendere la mia curiosità: Quaderni Giapponesi vol. 2- Il vagabondo del manga (che, premetto, è seguito e ampliamento del primo e omonimo volume uscito nel 2015; in ogni caso io l’ho letto come a sé stante, dato che il sottotitolo è così ben nascosto che ancora non l’ho scovato, e anche così è perfettamente godibile).
L’ho preso in mano aspettandomi, a dire il vero, una delle molte pubblicazioni scritte da moderni guru del “ritrova te stesso in paesi lontani”. Nel retro di copertina sono stata però accolta dagli sguardi di una serie di volti, fra i quali ho riconosciuto quello ormai familiare di Yasunari Kawabata, premio Nobel 1968, uomo mite e profondo la cui scrittura mi ha conquistata e per certi versi cambiata.

Ho dischiuso le pagine alla ricerca del mio amato Yasunari: la stampa, come orgogliosamente specificato nelle note finali sotto uno splendido ritratto di Miyamoto Musashi, è stata impressa a colori su carta Arcoprint della Fedrigoni, grammatura 1.40, di un caldo color avorio. La consistenza del materiale e il profumo di bambù e di riso che sprigiona a contatto con l’inchiostro sono un valore aggiunto di questa bella edizione in brossura, pensata dall’autore e realizzata per i tipi di Oblomov Edizioni (di cui vi consiglio il sito non solo per le proposte e per il progetto editoriale, ma anche per il puro piacere di ammirarne la grafica).
Il prezzo del volume in libreria- diciannove euro- non è eccessivo, vista la spesa media per una graphic novel e la cura editoriale nel fare di questo libro quanto di più simile a un quaderno di viaggio, tuttavia in quel momento non potevo assolutamente permettermi di acquistarlo e così l’ho mentalmente aggiunto alla lista delle Cose Bellissime Che Comprerai Con il Tuo prossimo Stipendio.
Magicamente, però, qualcuno che mi vuole bene ha pensato di regalarmelo prima e così, quel giorno stesso, ho potuto portarlo a casa nella sua bustina.

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Gatti, haiku e altre meraviglie: un romanzo di Natsume Sōseki.

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La copertina della ristampa BEAT 2016 del romanzo di Sōseki

 

Oggi voglio parlarvi di un libro che è proprio qui mentre scrivo, alla mia sinistra, e che nonostante gli acciacchi stagionali ho finito stamattina appena sveglia: Io sono un gatto, di Natsume Sōseki.
Forse qualcuno di voi se ne ricorderà: l’anno scorso in libreria, più o meno verso questa stagione, se ne vedevano parecchie copie in bella mostra sui bancali delle novità editoriali. L’edizione che forse vi sarà capitato di prendere in mano (e magari comprare) è la ventiduesima ristampa (dal 2010) della BEAT, Biblioteca Associata di Editori di Tascabili, ma si basa su un’edizione precedente della Neri Pozza.
Anche se sono molto affezionata a Neri Pozza, che fa sempre delle bellissime edizioni molto maneggevoli e dal fascino un po’ retrò (copertina flessibile in carta ruvida, molto piacevole al tatto e facile da infilare in borsa), anche questa edizione BEAT mi ha lasciato molto soddisfatta.
Va detto che le note e la traduzione sono le stesse, anche perché Neri Pozza è una delle quattro consorziate dell’iniziativa (meritoria) degli editori associati che, cito dal loro sito, “nascono nel settembre del 2010 per raccogliere i tesori delle case editrici letterarie e indipendenti italiane in pubblicazioni economiche inedite” e ambiscono a “dar voce all’insieme dell’editoria indipendente italiana”.
In ogni caso, per apprezzare un libro come questo ci vuole un buon apparato critico e la pazienza di consultarlo, se non tutte le volte, quanto meno con una certa assiduità. Unica pecca, la mancanza di un’introduzione che spieghi la vita di Sōseki e il contesto dell’opera; senza queste premesse il libro è sempre godibilissimo, ma rischia di non corrispondere alle aspettative che un lettore generico potrebbe farsi nel prenderlo in mano così, un po’ casualmente, magari sapendo poco o pochissimo dello sfondo su cui si snoda la vicenda.
Io non sono una laureata in letteratura giapponese ma me ne sto appassionando da qualche mese; con i miei modesti mezzi cercherò quindi di fare un piccolo “cappello” che possa aiutare il lettore ad affrontare questo bellissimo e (anche strampalatissimo) libro.

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Gli occhi di Wallenstein

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Da un manoscritto contente testi sull’alchimia di e attribuiti al letterato, poeta ed esoterista catalano Ramon Llul (1232-1316)

** vedi note**

Chi sono io?
Questa domanda mi tormenta.
Ma la ragione della mia irrequietudine non risiede, come forse credete, nella domanda; io so chi sono, certo, lo so- così come ciascuno di voi conosce il proprio nome- ed è esattamente perché lo so che non trovo pace.
È la risposta a torturarmi, non la domanda.
Forse c’è fra voi chi può capirmi?
Forse fra voi c’è chi non si accontenti di giudicarmi?
Io non credo.
Ma se c’è, ti prego, fatti avanti, parlami, guardami negli occhi: fammi questo dono, di offrirti a me nudo come il primo uomo, di offrirmi il tuo sguardo non velato dalla follia o dalla menzogna.
Sono gli occhi la ragione per cui sono vivo, sai, sono proprio questi occhi la mia maledizione.
Come vorrei guardarti negli occhi, fratello, e non trovare in essi niente più che la tua innocenza- forse perfino la tua compassione!
Ma, vedi, neppure in quel caso potrei trarre conforto dalla tua pietà; non appena la parola “fratello” risuona nella mia mente (ha il suono grave e fresco della prima pioggia dopo una lunga ed arida estate), il Demone che è dentro di me alza la testa e sogghignando prende a deridermi.
“Non essere sciocco- mi dice- non è tuo fratello. Tu non hai fratelli. Tu sei unico nel tuo genere, non c’è al mondo una creatura uguale a te. Sei unico nella tua perfezione, unico nel tuo abominio. Perché temi la tua solitudine? È la solitudine delle cose rare; dovresti esserne orgoglioso. Invece non fai che tormentarti e desideri quello che non ti è concesso.
Che individuo patetico, davvero. Non so cosa mi trattenga dall’ucciderti”.

Questa è la mia condizione; sono solo con me stesso, solo con il Demone.
E la ragione è che io sono ciò che sono: un essere contro natura.
Cosa avrei potuto fare per sfuggire alla mia condizione?
Uccidermi, forse… Sì, uccidermi sarebbe stata la scelta più saggia, e tuttavia non mi è permesso: il Demone me lo impedisce perché togliendomi la vita ne priverei anche lui e lui non vuole. La sua brama di vivere, per me completamente inconcepibile, è immensa; egli ha fame di questa esistenza che a me sembra tanto miserabile, sì, ha fame di cibi delicati in cui io non trovo nessun conforto, desidera il lusso e l’agio, per me privi di significato, e ricava piacere da abitudini per me del tutto esecrabili.
Chi sono io?
Un prigioniero.
Chi sono io?
Uno schiavo, come tale nato e vissuto.
Non avevo che un tesoro, la morte, e mi è stato strappato il giorno stesso in cui sono venuto al mondo; io, un essere immortale, sono condannato a conoscermi in eterno.
Ma se tu mi stai ascoltando, chiunque tu sia, ti prego, non te ne andare; rimani con me un altro po’.
Permettimi di raccontarti la mia storia; non è necessario che tu ti trattenga oltre la parola fine, te lo assicuro. Mi è sufficiente sapere che sarò ricordato e che, sia pure per un solo momento, qualcuno ha avuto pietà di me.

Mio Padre non era mio Padre: era il mio creatore.
Finché è vissuto, l’ho odiato con così tanta passione che in questo non mi si sarebbe potuto distinguere da qualsiasi altro essere umano sotto l’occhio del cielo.
La ragione per cui mio Padre mi aveva prodotto- non potrei usare altri termini che questo, perché nella mia nascita non ebbero ruolo né amore né dedizione alla vita, bensì mero egoismo- era la sua cecità.
Chirurgo di giorno, studioso delle arti magiche di notte: Zeno di Wallenstein, colui che più che un Padre si sarebbe rivelato essere il mio padrone, soffriva fin dall’infanzia di un male apparentemente incurabile.
Si era avvicinato alla medicina e in seguito alle arti mistiche precisamente con l’intento di riacquistare la vista, destinata a venirgli meno per via di una grave malattia ereditaria.
Inflessibile costanza, incrollabile disciplina, una fortuna familiare a sostenerlo nei suoi studi e, in più, uno sciagurato genio per le cose oltremondane: con queste premesse, e nonostante la sua malattia, egli aveva rapidamente conseguito una stupefacente padronanza della sua materia.
Il fatto che i suoi occhi stessero progressivamente perdendo la loro facoltà- negli ultimi anni non vedeva altro che macchie luminose immerse in una sorta di perenne crepuscolo- non fece che renderlo ancora più celebre, per l’assoluta eccezionalità di quel suo talento che si era sviluppato a dispetto e anzi quasi in virtù delle avversità.
Poteva piagare un corpo con le più terribili malattie e improvvisamente rimuoverle senza che vi restasse traccia d’infermità. Poteva creare morbi spaventosi e con la stessa facilità portare sollievo a intere popolazioni tribolate dalle medesime epidemie che lui, e chi altri?, aveva rovesciato sulle loro teste. In particolare, non c’era malattia degli occhi che lui non fosse in grado di emendare; non ce n’era nessuna, certo, a parte la sua.
La sua sapienza e apparente magnanimità lo avevano reso così celebre che divenne presto uno degli uomini più influenti del suo tempo; e poiché le sue arti, quando non tentava di riacquistare la vista, avevano come prima applicazione la sua propria salute, vi assicuro che la sua vita fu molto, molto lunga, al punto che dovette ritirarsi prima del tempo ed esercitare di nascosto la professione medica per non destare sospetti.
Del resto, era così potente che chiunque si fosse arrischiato a denunciarlo per stregoneria avrebbe incontrato la morte ancor prima che le sue accuse potessero raggiungere le orecchie di qualcuno disposto a darvi credito.

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L’onanista barocco: impressioni su “Confessioni di una maschera” di Yukio Mishima

71JHTuy0lsLHo finito oggi, dopo tre giorni di lettura, un piccolo libro che mi ha lasciato un po’ frastornata.
Parlo di Confessioni di una maschera, di Yukio Mishima.
Mishima è conosciuto soprattutto per un titolo che molti appassionati di cultura nipponica avranno almeno sbirciato, Lezioni spirituali per giovani samurai, per il suo controverso nazionalismo e per la sua morte spettacolare- si tolse la vita il 25 novembre del 1970, in diretta, tramite seppuku.
Confessioni di una maschera esce nel 1949: il Giappone è ancora nella morsa del trauma di Hiroshima e Nagasaki, eppure Mishima scuote le coscienze, suscita scandalo e si annuncia come una delle promesse più brillanti della narrativa nipponica.
Il romanzo, in effetti, si svolge durante la guerra, e la guerra influenza gli spostamenti, le scelte, persino gli eventi narrati; ma soprattutto, la guerra- sotto forma di continuo presagio di una vita breve, di una morte sempre presente e vicina- imbeve di sé ogni pagina, non solo nella sua dimensione storica e precisamente individuabile ma quasi come pilastro interiore attorno al quale si agita la vita d’un uomo.
Per la verità, questo è il primo sortilegio che riesce a Mishima: parlare di guerra nominandola tutto sommato di passaggio, dedicandole solo brevi intermezzi e raccontandola sporadicamente, per come la vive un civile molto lontano dal fronte. Parlare di guerra in modo del tutto diverso da quello che la narrazione sobria e violenta di un Remarque o di un Hemingway ci hanno abituato ad apprezzare; parlare di guerra, ma della guerra dentro.
La guerra dentro è la battaglia di chi deve costantemente dissimulare la sua vera natura.
Kochan, il protagonista, che è probabilmente un doppio di Mishima stesso, è omosessuale.
Lo è fin da piccolo, quando rimane abbagliato dall’incontro con un bellissimo ragazzo del popolino, fasciato in aderenti pantaloni di jeans che ne esaltano la forza e la grazia virile.
Cresciuto in solitudine, ostaggio di una nonna troppo protettiva (come in effetti accadde anche a Mishima), Kochan sviluppa un’attrazione erotica sempre più torbida e violenta per corpi straziati, pratiche al limite della necrofilia e persino per la propria stessa morte.
Anzi, è convinto di morire giovane, a soli vent’anni, magari in battaglia e coprendosi di gloria.
Ma gli anni passano, viene l’adolescenza, e a contatto con la realtà Kochan si accorge presto che c’è un abisso fra le sue pulsioni e quello che gli altri ragazzi sperimentano al risveglio puberale.
Le donne non lo attraggono, eppure è proprio questo che ci si aspetta da lui; d’altro canto, Kochan è ancora troppo giovane per rendersi conto dell’effettiva differenza fra sé e gli altri e così, fra la percezione di un’insanabile alterità e il disperato desiderio di essere “normale”, inizia l’odissea della sua maschera.
Mentre il Giappone precipita nell’abisso dell’illusione collettiva- l’illusione dell’Imperialismo e della Grande Asia, alimentata dalla retorica del martirio e della bella morte- Kochan intesse da solo la sua prigione di finta normalità, fino a tentare di sedurre Sonoko, la placida e sensibile sorella del suo più caro amico.
Alla fine del libro, la maschera è integra ma l’uomo che la porta è spezzato; allo stesso tempo, la guerra è persa e il Giappone sembra vivere una nuova normalità americanizzata, fatta di sale da ballo che puzzano di sudore, giovanotti della mala in camicia hawaiana e musica d’oltreceano di pessimo gusto.
Mishima indulge nei più precisi particolari: non solo non ci risparmia nulla sulle fantasie sempre più estreme del suo protagonista, ma si profonde in episodi di autoerotismo, alcuni comici, altri a modo loro grandiosi.
E mentre seziona il desiderio e l’atto per soddisfarlo, diventa sempre più ferocemente preciso e dettagliato nello smontare la macchina dell’autoimpostura, come lui stesso la definisce.
Nel fare questo, devo dire, è spesso oscuro, cervellotico, esagerato e certamente indelicato; eppure, l’interiorità in cui veniamo travolti e trascinati è terribilmente affascinante ed è onesta, desolantemente sincera.

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Mishima come San Sebastiano. Penso l’immagine sia tratta dal corto da lui scritto, diretto e interpretato, Yukoku.

Presa da perplessità iniziale (e a volte da ilarità, per le disavventure di un onanista barocco) mi sono lasciata prendere la mano e alla fine ho divorato il libro, proprio io che detesto gli scrittori verbosi e troppo introspettivi.
In più punti ho pensato che il narratore (e l’autore nascosto dietro di lui) fosse davvero troppo contorto, che l’emotività di cui erano iniettate le sue parole fosse così sopra le righe da risultare stucchevole.
In più di un passo ho perso il filo, trovandomi costretta a leggere e rileggere una frase, talvolta senza riuscire a decifrare l’enigma, eppure molte volte sono stata improvvisamente colpita da descrizioni di intensa poesia o da osservazioni, disseminate qua e là nel testo, in cui mi identificavo pienamente o che mi facevano dire “capisco cosa hai provato, ho presente quello che intendi dire”.
Interessante è stato il vedere come il desiderio maschile verso un altro uomo sia diverso ma per certi versi vicino al mio desiderio femminile di donna che è attratta dagli uomini, e come la sensualità omosessuale possa esercitare su di me una sua misteriosa attrattiva.
Quello che infine mi ha maggiormente affascinata è stata la domanda che mi sono posta mentre lo leggevo: perché un uomo come Mishima, così legato alla sua terra e così nazionalista (e uso questo termine sapendo che mal si adatta all’ideologia di Mishima) avrebbe dovuto scrivere un libro simile?
Che cosa si nasconde dietro questa lunga confessione sull’impossibilità di essere sé stessi e sul desiderio costante di morire per sfuggire al dovere dell’auto-dissimulazione?
A questa domanda non ho risposta, ma la mia ipotesi è che Mishima non parli soltanto di sé attraverso la maschera di Kochan.
Io sospetto che lui abbia voluto parlare anche del suo Giappone e del senso di colpa della nazione per la sua natura isolata e “differente”. E, con ogni probabilità, ha voluto parlare anche contro il grigiore impiegatizio della modernità di cui fu, fino alla morte, uno dei più strenui oppositori.

Il gioco di Fu Lai

Avvertenze:
Questo esperimento- una totale follia- nasce dall’iniziativa della pagina Efp Fandoms per lo scambio di generi narrativi. 
Due scrittori di generi differenti venivano accoppiati casualmente e ciascuno doveva scrivere una one-shot del genere familiare all’altro scrittore.
LadyHawke83 ha scritto una one-shot di guerra, In the desert; a me tocca il fantasy, genere di cui solitamente non mi occupo.
L’ambientazione è di gusto orientale (Tibet/Cina/Giappone) ma i luoghi e il mondo in essa rappresentati sono di pura fantasia e quindi non mi sono sforzata di fare qualcosa di antropologicamente e filologicamente corretto. Prendetela per quello che è: una favola senza nessuna pretesa.
La documentazione per il gioco degli scacchi e del Go viene dalla pagina History of Chess e dai bellissimi articoli di Rodolfo Pozzi sugli scacchi in Mongolia, che potete trovare qui.
Il Saggio Cremisi è il mio omaggio al mio grande amore degli anime di quando ero piccola. 
Vediamo chi indovina xD

Molti secoli fa, nel cuore delle montagne di Shi-Ju, si diceva che abitasse un uomo particolarmente santo e particolarmente sapiente.
Viveva, così pare, nel più completo isolamento, in una capanna nascosta fra la vegetazione; si nutriva di radici e praticava il più rigido ascetismo, astenendosi da qualsiasi contatto umano che potesse in qualche modo arrecargli impurità.
Sembra che conducesse questa vita da tempo immemorabile, così tanto che non solo la brava gente dei villaggi circostanti non aveva la più pallida idea di come fosse fatta la sua faccia, ma addirittura se ne ricordavano a stento il nome.
Infatti, avevano smesso da un bel pezzo di recarsi in pellegrinaggio ai piedi del suo eremo: sapevano ormai per esperienza che il sant’uomo, per quanto appunto santo, era anche completamente sordo alle loro invocazioni.
Mai una volta si era degnato di ricevere i loro anziani e i loro malati, né tanto meno si era preoccupato di prestare loro soccorso dopo le molte calamità che spesso tormentavano la regione.
Se non si dimenticavano della sua presenza era solo perché, di tanto in tanto, qualche straniero saliva fino al villaggio e chiedeva del Saggio Cremisi. Si trattava invariabilmente di giovani monaci o di altri consimili zeloti che speravano di persuadere il pio eremita a prenderli con sé e a istruirli nella sacra arte della meditazione.
La brava gente del villaggio cercava quasi sempre di convincerli che i loro sforzi erano del tutto inutili: il Saggio non li avrebbe degnati della minima considerazione.
Quelli, naturalmente, troppo giovani e troppo ardenti com’erano, per tutta risposta li guardavano con il sorriso trasognato di chi si è già votato al martirio.
E in effetti, se non si trattava di martirio, poco ci mancava, perché nessuno sapeva dove si nascondesse il Saggio e le piste che si inerpicavano fra i boschi erano così impervie che chi le percorreva lo faceva a suo rischio e pericolo: perfino i più pratici fra i pastori della regione evitavano con molta prudenza di avventurarsi più del dovuto fra quelle gole.
Ma gli aspiranti allievi del santo non sembravano preoccuparsi molto della propria incolumità; anzi c’era chi, sperando di impressionarlo, si incamminava scalzo, vestito solo di uno straccio attorno ai fianchi e con l’unico equipaggiamento di un bastone.
Che fine facessero, spesso non era dato saperlo: ma quelli che tornavano attraversavano il villaggio mogi e a testa bassa o addirittura lo aggiravano, pensando di non essere visti dai caprai seduti sulle rocce a pascolare le loro bestie. Quelli, per parte loro, ridacchiavano vedendoli andarsene con la coda fra le gambe.

Le cose procedevano a questo modo da anni e anni quando, un giorno, arrivò alle porte del villaggio un monacello diverso da tutti quelli di cui il paese aveva memoria.
Come coloro che lo avevano preceduto era vestito poveramente, ma non ostentava la sua sobrietà. Sulle spalle portava uno zaino di lana intrecciata, indossava un paio di buone scarpe da montanaro e avanzava appoggiandosi a un lungo bastone.
In cima al bastone erano assicurati dei campanelli di legno che producevano un allegro frastuono mentre il ragazzino procedeva di buon passo verso la locanda del posto.
Una volta che fu entrato, si sedette e chiese con voce squillante che gli si portasse qualcosa da mettere sotto i denti.
Il locandiere (se locanda si poteva chiamare quella specie di casupola messa su alla bell’e meglio per dare rifugio a qualche viandante di passaggio) si affrettò a preparagli una ciotola di riso e un po’ d’acqua fresca. Dopodiché glieli mise davanti.
Il ragazzino guardò la ciotola, poi guardò il locandiere e di nuovo la ciotola.
Il brav’uomo, poveraccio, non sapendo cosa dire si grattò la testa con il mestolo e si azzardò a chiedere se qualcosa non andava.
– Assolutamente nulla- rispose il ragazzo- ma vorrei anche della carne stufata e del latte fermentato. E un altro po’ di riso, per piacere.

Il locandiere se ne tornò nell’angolo in cui sobbollivano i paioli con il cibo e diede una gomitata alla moglie. – Ha chiesto più riso. E carne, e del latte fermentato- le mormorò.
Lei sgranò gli occhi.
– Carne e latte fermentato? Non si è mai sentito che un monaco mangiasse carne e bevesse alcolici!- esclamò.
– Forse non è qui per il Saggio- rispose il marito.
– Che sciocco che sei- replicò la donna, strappandogli il mestolo per mescolare lo stufato- perché mai uno straniero dovrebbe venire in un posto come questo, se non per il Saggio?
– Che vuoi che ne sappia, donna? Forse è uno stregone.
– Uno stregone piccolo come un soldo di cacio? Ma guardalo. Il suo bastone è più grosso di lui! No, no, sono sicura: dopo aver mangiato, ci chiederà la strada per le montagne. Sta’ a vedere.
E si mise a dimenare il cucchiaio nel sugo; suo marito, invece, rimase a guardare il ragazzo con un’aria perplessa.
Davvero uno strano tipo, pensò.
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Jundo. Junjo.

Jundo. Junjo1

Questa storia partecipa alla Challenge La notte di Tanabata indetta dal sito Fanwriter. it.
Prompt 8; bonus: 39, 50; conteggio parole: 4.
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Un sentito ringraziamento a Nat_Matryoshka per aver dissipato i miei dubbi sulla scelta del titolo.

 

旅に病んで夢は枯野をかけ廻る

“Tabi ni yande
yume wa kareno wo
kake meguru”

____________________________

Casa è distaccata dal villaggio, lontana dalla baia.
Si cammina, sì, si cammina su per il pendio, per circa un’ora.
È tutta salita, sebbene non ripida; ci sono molte altre case, ma tutte quante più a nord.
Casa è l’ultima, la più isolata.
Intorno c’è un boschetto di eucalipti, e davanti un piccolo cancello di legno che Ichiyō ha faticato molto a riparare e riverniciare.
Povera Ichiyō, con le sue vecchie morbide ossa.
Buona donna, brava donna. Fedele Ichiyō, uccisa a dicembre dai rigori dell’inverno, prima che lui potesse tornare a casa e rivederla un ultima volta- un’ultima volta rivedere i suoi bianchi capelli quasi ingialliti sopra le tempie, e le sue piccole dita distorte dall’artrite, simili a radici di ninfea.
Radici di ninfea, proprio così: come quelle che crescevano nello stagno ai piedi della collina. Quando erano piccoli, lui e sua sorella Azumi le tormentavano sempre con dei bastoncini per stanarne i girini e le pulci d’acqua.
Ora sembra tutto lontano come millenni fa.
Quando i miei occhi erano vergini. 
Quando la mia anima era vergine.
Tu vegliavi su di me e su Azumi2; i tuoi capelli erano già grigi.

Fa caldo, adesso: è quasi sera, ed è il settimo giorno del settimo mese. L’anno è il 1939.
Sono passati esattamente ventiquattro mesi dall’inizio della guerra3; questa è la prima licenza che gli concedono, e la gran parte l’ha spesa per tornare a casa.
Non ha molto tempo per fermarsi. Poco, sì, ma è quanto basta.
Le scarpe sono pesanti e fanno rumore, calpestando i ciottoli e la sabbia sul sentiero.
Gli alberi intorno sussurrano e lo fissano, e lui li sente, sente il sospiro della sera fra le fronde dei liquidi eucalipti e ode un suono d’acqua da qualche parte dietro di lui.
E sente scricchiolare le cinghie del suo zaino, e tintinnare la zavorra che gli pesa sulle spalle come se vi portasse il cielo…Un tondo cielo nero, pieno di bombe e di fumo e di cose innominabili che non hanno niente, niente a che vedere con questa pace, con questi alberi, con questa terra.
La terra lo giudica facendogli sentire il suono dei suoi passi e del suo corpo e del metallo con cui lo grava: tutti rumori così sgraziati e cruenti, mentre il rumore degli alberi e del vento è così puro e così mite.
Senza peccato.
Naitō Minori4, sembra che dicano, Naitō Minori, tu sei fuori posto.
Tu non appartieni a noi, e se mai ci hai appartenuto ora c’è troppo fango giallo sulle tue suole, troppo sangue sotto le tue unghie.
Sangue e polvere da sparo, e violenza nei tuoi occhi.
Noi non ti vogliamo, Naitō.
Noi non ti vogliamo.
Continua a leggere Jundo. Junjo.