Gatti, haiku e altre meraviglie: un romanzo di Natsume Sōseki.

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La copertina della ristampa BEAT 2016 del romanzo di Sōseki

 

Oggi voglio parlarvi di un libro che è proprio qui mentre scrivo, alla mia sinistra, e che nonostante gli acciacchi stagionali ho finito stamattina appena sveglia: Io sono un gatto, di Natsume Sōseki.
Forse qualcuno di voi se ne ricorderà: l’anno scorso in libreria, più o meno verso questa stagione, se ne vedevano parecchie copie in bella mostra sui bancali delle novità editoriali. L’edizione che forse vi sarà capitato di prendere in mano (e magari comprare) è la ventiduesima ristampa (dal 2010) della BEAT, Biblioteca Associata di Editori di Tascabili, ma si basa su un’edizione precedente della Neri Pozza.
Anche se sono molto affezionata a Neri Pozza, che fa sempre delle bellissime edizioni molto maneggevoli e dal fascino un po’ retrò (copertina flessibile in carta ruvida, molto piacevole al tatto e facile da infilare in borsa), anche questa edizione BEAT mi ha lasciato molto soddisfatta.
Va detto che le note e la traduzione sono le stesse, anche perché Neri Pozza è una delle quattro consorziate dell’iniziativa (meritoria) degli editori associati che, cito dal loro sito, “nascono nel settembre del 2010 per raccogliere i tesori delle case editrici letterarie e indipendenti italiane in pubblicazioni economiche inedite” e ambiscono a “dar voce all’insieme dell’editoria indipendente italiana”.
In ogni caso, per apprezzare un libro come questo ci vuole un buon apparato critico e la pazienza di consultarlo, se non tutte le volte, quanto meno con una certa assiduità. Unica pecca, la mancanza di un’introduzione che spieghi la vita di Sōseki e il contesto dell’opera; senza queste premesse il libro è sempre godibilissimo, ma rischia di non corrispondere alle aspettative che un lettore generico potrebbe farsi nel prenderlo in mano così, un po’ casualmente, magari sapendo poco o pochissimo dello sfondo su cui si snoda la vicenda.
Io non sono una laureata in letteratura giapponese ma me ne sto appassionando da qualche mese; con i miei modesti mezzi cercherò quindi di fare un piccolo “cappello” che possa aiutare il lettore ad affrontare questo bellissimo e (anche strampalatissimo) libro.

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L’onanista barocco: impressioni su “Confessioni di una maschera” di Yukio Mishima

71JHTuy0lsLHo finito oggi, dopo tre giorni di lettura, un piccolo libro che mi ha lasciato un po’ frastornata.
Parlo di Confessioni di una maschera, di Yukio Mishima.
Mishima è conosciuto soprattutto per un titolo che molti appassionati di cultura nipponica avranno almeno sbirciato, Lezioni spirituali per giovani samurai, per il suo controverso nazionalismo e per la sua morte spettacolare- si tolse la vita il 25 novembre del 1970, in diretta, tramite seppuku.
Confessioni di una maschera esce nel 1949: il Giappone è ancora nella morsa del trauma di Hiroshima e Nagasaki, eppure Mishima scuote le coscienze, suscita scandalo e si annuncia come una delle promesse più brillanti della narrativa nipponica.
Il romanzo, in effetti, si svolge durante la guerra, e la guerra influenza gli spostamenti, le scelte, persino gli eventi narrati; ma soprattutto, la guerra- sotto forma di continuo presagio di una vita breve, di una morte sempre presente e vicina- imbeve di sé ogni pagina, non solo nella sua dimensione storica e precisamente individuabile ma quasi come pilastro interiore attorno al quale si agita la vita d’un uomo.
Per la verità, questo è il primo sortilegio che riesce a Mishima: parlare di guerra nominandola tutto sommato di passaggio, dedicandole solo brevi intermezzi e raccontandola sporadicamente, per come la vive un civile molto lontano dal fronte. Parlare di guerra in modo del tutto diverso da quello che la narrazione sobria e violenta di un Remarque o di un Hemingway ci hanno abituato ad apprezzare; parlare di guerra, ma della guerra dentro.
La guerra dentro è la battaglia di chi deve costantemente dissimulare la sua vera natura.
Kochan, il protagonista, che è probabilmente un doppio di Mishima stesso, è omosessuale.
Lo è fin da piccolo, quando rimane abbagliato dall’incontro con un bellissimo ragazzo del popolino, fasciato in aderenti pantaloni di jeans che ne esaltano la forza e la grazia virile.
Cresciuto in solitudine, ostaggio di una nonna troppo protettiva (come in effetti accadde anche a Mishima), Kochan sviluppa un’attrazione erotica sempre più torbida e violenta per corpi straziati, pratiche al limite della necrofilia e persino per la propria stessa morte.
Anzi, è convinto di morire giovane, a soli vent’anni, magari in battaglia e coprendosi di gloria.
Ma gli anni passano, viene l’adolescenza, e a contatto con la realtà Kochan si accorge presto che c’è un abisso fra le sue pulsioni e quello che gli altri ragazzi sperimentano al risveglio puberale.
Le donne non lo attraggono, eppure è proprio questo che ci si aspetta da lui; d’altro canto, Kochan è ancora troppo giovane per rendersi conto dell’effettiva differenza fra sé e gli altri e così, fra la percezione di un’insanabile alterità e il disperato desiderio di essere “normale”, inizia l’odissea della sua maschera.
Mentre il Giappone precipita nell’abisso dell’illusione collettiva- l’illusione dell’Imperialismo e della Grande Asia, alimentata dalla retorica del martirio e della bella morte- Kochan intesse da solo la sua prigione di finta normalità, fino a tentare di sedurre Sonoko, la placida e sensibile sorella del suo più caro amico.
Alla fine del libro, la maschera è integra ma l’uomo che la porta è spezzato; allo stesso tempo, la guerra è persa e il Giappone sembra vivere una nuova normalità americanizzata, fatta di sale da ballo che puzzano di sudore, giovanotti della mala in camicia hawaiana e musica d’oltreceano di pessimo gusto.
Mishima indulge nei più precisi particolari: non solo non ci risparmia nulla sulle fantasie sempre più estreme del suo protagonista, ma si profonde in episodi di autoerotismo, alcuni comici, altri a modo loro grandiosi.
E mentre seziona il desiderio e l’atto per soddisfarlo, diventa sempre più ferocemente preciso e dettagliato nello smontare la macchina dell’autoimpostura, come lui stesso la definisce.
Nel fare questo, devo dire, è spesso oscuro, cervellotico, esagerato e certamente indelicato; eppure, l’interiorità in cui veniamo travolti e trascinati è terribilmente affascinante ed è onesta, desolantemente sincera.

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Mishima come San Sebastiano. Penso l’immagine sia tratta dal corto da lui scritto, diretto e interpretato, Yukoku.

Presa da perplessità iniziale (e a volte da ilarità, per le disavventure di un onanista barocco) mi sono lasciata prendere la mano e alla fine ho divorato il libro, proprio io che detesto gli scrittori verbosi e troppo introspettivi.
In più punti ho pensato che il narratore (e l’autore nascosto dietro di lui) fosse davvero troppo contorto, che l’emotività di cui erano iniettate le sue parole fosse così sopra le righe da risultare stucchevole.
In più di un passo ho perso il filo, trovandomi costretta a leggere e rileggere una frase, talvolta senza riuscire a decifrare l’enigma, eppure molte volte sono stata improvvisamente colpita da descrizioni di intensa poesia o da osservazioni, disseminate qua e là nel testo, in cui mi identificavo pienamente o che mi facevano dire “capisco cosa hai provato, ho presente quello che intendi dire”.
Interessante è stato il vedere come il desiderio maschile verso un altro uomo sia diverso ma per certi versi vicino al mio desiderio femminile di donna che è attratta dagli uomini, e come la sensualità omosessuale possa esercitare su di me una sua misteriosa attrattiva.
Quello che infine mi ha maggiormente affascinata è stata la domanda che mi sono posta mentre lo leggevo: perché un uomo come Mishima, così legato alla sua terra e così nazionalista (e uso questo termine sapendo che mal si adatta all’ideologia di Mishima) avrebbe dovuto scrivere un libro simile?
Che cosa si nasconde dietro questa lunga confessione sull’impossibilità di essere sé stessi e sul desiderio costante di morire per sfuggire al dovere dell’auto-dissimulazione?
A questa domanda non ho risposta, ma la mia ipotesi è che Mishima non parli soltanto di sé attraverso la maschera di Kochan.
Io sospetto che lui abbia voluto parlare anche del suo Giappone e del senso di colpa della nazione per la sua natura isolata e “differente”. E, con ogni probabilità, ha voluto parlare anche contro il grigiore impiegatizio della modernità di cui fu, fino alla morte, uno dei più strenui oppositori.

24 dicembre 1325

winter-385640_1280Avevano fatto molta strada, il giovane monaco e lo strano viaggiatore.
Il sole stava tramontando: non riposavano ormai da qualche ora.
Manca poco, disse il monaco.
La notte fa in fretta a venire; presto, non ci furono che un quarto di luna ed il riflesso della neve a guidare i loro passi.
Mentre procedevano, il ragazzo indicò il crinale: oltre, fece segno, sorgeva il monastero.
Troveremo miso appena fatto e un focolare per ritemprarci, soggiunse, arrossendo di gioia.
Attraversarono la steppa; alla loro sinistra si stagliavano macchie di sempreverdi.
Il viaggiatore rabbrividì. Ci sono molti lupi, qui?, domandò.
Il ragazzo scosse la testa. L’uomo non disse altro.

Cos’è quest’odore?, mormorò, dopo un po’ che camminavano.
Il ragazzo lo guardò; evidentemente, non capiva.
Il monaco si accorse solo dopo un poco che il suo compagno era rimasto indietro.
Affrettandosi, tornò sui suoi passi.
Trovò l’uomo chino a studiare il terreno. Sangue, gli disse, sentendolo arrivare.
Il ragazzo si fermò; non tentò nemmeno di sbirciare. Sarà un animale del bosco, rispose.
L’uomo si tese; portò un dito alle labbra e guardò il giovane negli occhi.
Poi, senza aspettarlo, si incamminò verso lo boscaglia.

Il terreno era duro; i rami avevano diradato la neve ma non avevano impedito al ghiaccio di attecchire.
L’uomo s’inoltrò fra gli arbusti, lasciandosi dietro spilli di ghiaccio e piccoli cumuli di neve.
Le macchie di sangue si facevano sempre più distinte, più larghe.
La pista terminava in una depressione circondata di alberi.
La luna disegnava strane forme sul terreno.
È semplicemente soffocante, ragionò l’uomo, coprendosi la bocca.
Al centro della radura, a terra, c’era un fagotto di stracci.
Circospetto, l’uomo si avvicinò e rimase a guardare.

– Non la toccare.
La voce del monaco perforò il silenzio. Quando si era avvicinato? Come aveva fatto a essere così silenzioso?
Il viandante lo ignorò. Si accoccolò accanto al fagotto e lo girò.
C’erano solo capelli, folti lunghi capelli neri: qualcosa gli gelò il sangue nelle vene.
– Ti ricordi questo posto, vero?-
L’uomo balzò in piedi; tremava.
– Dieci anni fa, tu e i tuoi uomini scendeste in questa valle- proseguì il monaco; per quanto guardasse, l’uomo non ne distingueva la figura.
-C’era un villaggio. Ci lasciasti i tuoi uomini, ricordi?, e venisti qui con un paio di loro, nei boschi, a caccia. La figlia del capo villaggio non era là, quando arrivaste, quindi i tuoi si accontentarono delle altre. Tranne le vecchie, naturalmente; quelle le sbudellaste e poi le appendeste all’ingresso del villaggio, nude. Quanto avete riso!…Te lo ricordi?
– Io…ti stai sbagliando. Hai preso la persona sbagliata- balbettò l’uomo.
– La ragazza era da sola; si era addormentata e non vi sentì arrivare. Oh, ma dopo vi sentì, vi sentì bene; glielo dicesti tu stesso mentre la stupravi, tu per primo, dopo gli altri.
Te lo ricordi?-
L’uomo aveva tirato fuori da sotto il mantello una spada; iniziò ad avanzare, la lama sguainata. Dove sei, dove sei, maledetto?, ansimò.
– Poi, quando è finita la guerra, ve ne siete andati. Ma siete stati poco attenti, quel giorno; eravate così presi che non vi siete accorti che qualcuno vi aveva visto. Ti sei preso un bel po’ di tempo, con lei. E io me lo sono preso a guardarti bene in faccia.
Sei un vigliacco, ansimò l’uomo, menando fendenti alla cieca.
La voce gli si spostava intorno; gli alberi gli si chiudevano addosso.
– E perché? Cos’avrebbe potuto fare una bambina di sette anni?
E pensi di potermi ammazzare, adesso, puttana?, sibilò il viaggiatore.
Qualcosa gli sfiorò la spalla.
-Oh, ma l’ho già fatto. Mentre dormivi, qualche ora fa.

 

Avvertenza:
Questa è la settima di nove fra flash-fic e one-shot che partecipano all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Cliccate per prima, seconda, terza, quarta, quinta, sesta storia.
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