Insieme a Sumiko

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Annie Sessler, Gyotaku (una tecnica di pittura tradizionale giapponese), da Pinterest

Soffriva di un brutto male, il signor Ideyoshi.
I medici furono molto chiari: gli restavano pochi mesi di vita. Inoltre, sarebbe morto con dolore.
Il figlio maggiore decise di firmare perché lo dimettessero dalla clinica.
– Dovrebbe trascorrere queste ultime settimane assieme ai suoi familiari- commentò.

A quanto pare, però, Ideyoshi Hideki la pensava diversamente.
– Visto che devo crepare, voglio almeno passare una bella estate- disse mentre tornavano a casa.
Era giugno: il riverbero del sole sui tralicci e lungo la strada costringeva tutti a tenere gli occhi abbassati sul pavimento grigio del tram. Soltanto lui guardava tranquillamente fuori dal finestrino.
– Perché non venite in villeggiatura con noi a Kamakura?- gli propose la nuora.
– Fossi matto!- fu la risposta.

In meno di un mese, aveva già affittato un villino al mare nella prefettura di Chiba.
Inoltre, fece spargere la voce che avrebbe assunto una ragazza. Il compenso prevedeva vitto, alloggio e una generosa mancia settimanale; in cambio, la ragazza lo avrebbe accompagnato in spiaggia, avrebbe cucinato per lui- insomma, se ne sarebbe presa cura.
Aveva selezionato personalmente le candidate, respingendo caparbiamente le raccomandazioni di conoscenti e vecchi colleghi.
Alla fine scelse un’orfana; qualcuno storse il naso, ma lui fece spallucce.

Fuda Sumiko: ora che la contemplava, seduto sul fondo scrostato della barca, era sempre più convinto della propria scelta.
Attorno a loro, al largo, nient’altro che splendore: beccheggiante, argentata, la barca s’inclinava sempre dal lato della giovane e i flutti si incrinavano sull’orlo dello scafo, bianchi, nel candore e nello scintillio del sole e delle onde.
Accucciata davanti a lui, Sumiko si sporgeva dall’imbarcazione, la testa infilata in quello strano affare: era il catino per la caccia al polpo. Nella destra, sotto il pelo dell’acqua, lui sapeva che la sua mano stringeva una pertica ma da sopra gli era impossibile distinguerla.
Vedeva soltanto il corpo giovane e nudo di lei, scurito dal sole e incrostato di salso, e il guizzare dei muscoli lungo la sua schiena mentre acchiappava i polpi e li gettava con maestria sul fondo della barca.

– Basta, basta!- le disse battendo le mani.
La ragazza riemerse, tutta rossa in viso: fra le sue labbra i denti brillavano freschi.
Si sedette a gambe incrociate sul tavolato, le cosce dischiuse, senza nascondergli niente. Non c’era ombra di seduzione nei suoi gesti: era una cosa pura.
– Sono così felice!- gli disse ridendo.
I polipi, lucidi d’acqua, abbaglianti, si contorcevano allungando e contraendo i tentacoli e rotolavano a tentoni verso l’eco del mare.
Qualcuno, stuzzicato dalla ragazza, descrisse sulle assi una scia d’inchiostro.
– Sembra un saggio di calligrafia!- esclamarono insieme, pieni di meraviglia.
– Ora rimettili in acqua- le chiese dopo un po’.
Lei obbedì, svelta: tra le sue dita brune i polpi sembravano grumi di madreperla. Ne ascoltarono il tonfo mentre quelli tornavano a fondersi con l’azzurro.
– Morirai qui, nonnino?- gli domandò giocherellando con l’inchiostro.
– Sì, domani. Ormai ho deciso.
Dai capelli di lei, l’acqua gocciolava dolcemente bagnando i loro piedi.

 FINE

[NOTE: Questa storia partecipa alla V Edizione di Una Challenge per amica, indetta dal sito Writer’s Wing. L’obiettivo era scrivere un testo di massimo 500 parole basato sulla traccia “Inchiostro”.
Inoltre (o forse sarebbe meglio dire soprattutto), Insieme a Sumiko è un omaggio a Natsume Soseki (per la sua magistrale rappresentazione della caccia con pertica e catino al polpo si vedano i capp. 23 e 24 del romanzo Fino a dopo l’equinozio, a cura di Andrea Maurizi, Neri Pozza 2018) e al toccante talento di Yasunari Kawabata.
Ringrazio infine il mio compagno per il suo decisivo aiuto nell’ideazione del titolo!]

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Volpe

volpe

Lo chiamavamo Caino. Meritava quel soprannome.
Era gretto, meschino e violento, ma per fare il suo lavoro non aveva rivali.

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Cane

cane

Io sono pazza.
Sono una pazza precoce.
Ho iniziato presto a esercitare la mia professione.
E’ stato tutto molto impegnativo; verso i 12 anni ho preso il diploma- mi hanno cioè assicurato che non stavo troppo bene.
Ho fatto il mio tirocinio con le gocce e tutte le varie cose che bisogna provare per essere matti a pieno titolo.
Ho passato molti anni a chiedermi che cosa ci fosse di diverso, nell’architettura del mio cervello; quale confine io avessi oltrepassato, e quando, per diventare quel che sono. Ho riflettuto molto sui limiti del pensiero, su che cosa sia la realtà, perché mi sembri diversa, e che cosa avrei dovuto cambiare.
Ci sono pazzi umili e pazzi sicuri di sé, esattamente come accade alle persone equilibrate; io ho capito che mi sarebbe convenuto mantenere le giuste prospettive, e cercare di guardare oltre il vetro. Non sono guarita, nel senso tecnico del termine, però non sono un pericolo per me stessa e per gli altri.
E’ come perdere la destra in tarda età e dover guidare un trattore: agli inizi la mano sinistra non è sufficiente e si rischia di precipitare nei burroni o travolgere chiunque capiti sul tuo tragitto.
Poi, con la pratica, è come se fossi sempre stato mancino; un lento, goffo mancino, che fa le cose nel doppio del tempo, ma senza cavarsela poi troppo male, e non si sente neanche più così strano se deve farsi il bidè dal lato sbagliato.
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Terra d’alberi

Da bambina, l’odore dei soli

Mi parlava: era il cerchio,

Diceva, della meridiana,

Era il suono solerte del tempo,

Le lancette, becchini del giorno,

Io sapevo che vivere è un soffio

Sui pistilli di un fiore di campo.

Io sapevo che l’ala del niente

Era sotto, appoggiata al portone,

Ripiegata dal Ladro, e lui, intanto

Fumava il suo mozzicone.

La gente onesta lavora,

E il Ladro lavora a suo modo:

Una mano cancella i ricordi,

L’altra ruota e rivolge la falce.

Io, lo sai, avevo scordato

Per tanto, tantissimo tempo

L’innocenza dell’essere a casa,

Non si vede al di là della soglia,

Ed il giorno è un cortile di quiete.

Le sue braccia erano casa,

E la casa era il cuore del mondo

Io sapevo che il Ladro era pronto

A cavare dal mondo il suo cuore

Così l’ala del niente è caduta

Come l’ombra, nell’ora più acuta.

E ho bussato, ma erano morte

O tacevano tutte le porte.

Ogni cosa era stata rubata

I miei occhi venduti al mercato:

Non ho visto chi li ha comperati

Così il Ladro mi ha preso anche gli anni

Che ho perduto per ritrovarti

E a gennaio, l’odore dei soli

Mi parlava di una bambina

E nel vento che sparge i soffioni

Sono stata una foglia spiccata

Un bottone smarrito sul treno

La moneta che rotola a terra

Ed il dado appena lanciato.

Ho scordato d’aver perso gli occhi,

Ho guardato il mercato, e la danza

E’ marcita, perché era un deserto:

Ho trovato il cuore del mondo.