Volpe

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Lo chiamavamo Caino. Meritava quel soprannome.
Era gretto, meschino e violento, ma per fare il suo lavoro non aveva rivali.

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Fire Warnings-Pt. 4

marion
…segue da Fire warnings-Pt. 3

Rimasi a guardare quei tre capelli per un po’: come diamine ci erano arrivati?
Alzai lo sguardo: davanti a me, la guancia villosa schiacciata sul cuscino, c’era proprio lui, Blackout.
Non so se fu il fatto che c’entrasse Marion a decidermi.
O la curiosità- che cosa c’entrava lui? Come faceva a sapere lei che fine avesse fatto?
O, ancora, se fu la paura di perdere il bottino che mi ero guadagnato a rischio della pelle.
Immagino, tutte e tre le cose; o, più semplicemente, ci fu qualcosa, dentro di me, che mi spinse a fargli cenno con la testa.
Ma, se mi chiedete che cosa, sarò sincero: non saprei davvero cosa rispondervi.

Sgattaiolammo fuori dall’edificio e nella strada: faceva buio e, dalle bocche di areazione, fuoriusciva aria gelida.
Blackout si tirò su il bavero e infilò il braccio all’interno del cappotto.
Indossava quel cappotto da quando lo conoscevo; ho anche i miei dubbi sul fatto che fosse mai stato lavato.
Gli arrivava fino ai piedi e lo faceva sembrare ancora più grosso e ancora più lungo.
Vidi qualcosa sporgere sotto la stoffa.
– È una spranga, quella?- gli chiesi.
Lui annuì, e questo fu tutto, per quei quindici minuti che ci separavano dal Tunnel.

C’era qualche perdigiorno che andava e veniva davanti all’entrata; ci guardarono con curiosità ma non fiatarono.
Entrammo; Blackout svoltò bruscamente per uno dei canali occidentali.
La cosa non mi piaceva, ma lo seguii, i pugni in tasca e la testa infossata nel collo del giubbotto.
I canali si intrecciavano con le bocche di areazione che portavano l’aria dall’anello esterno dentro la Città di Sotto.
C’era molta corrente, la strada era in gran parte completamente buia e l’aria rimbombava lungo i camminamenti insieme ai nostri passi.
Insomma, non era un gran bel posto.

Andammo avanti per un bel tratto, senza fermarci, senza guardarci né di lato né alle spalle.
Ogni tanto, pezzi di galleria erano rischiarati da vecchie luci d’emergenza che qualcuno aveva collegato abusivamente alla rete elettrica.
Per via del coprifuoco, però, andavano tutte a mezza potenza, e illuminavano sì e no la parete su cui erano installate.
In quei tratti, potevo vedere l’umidità che colava dal soffitto, giù per i muri, le prime incrostazioni di muffa e salnitro, mano mano che procedevamo verso il Fondale, e le pozze di acqua sporca e di piscio, ai lati e al centro del passaggio.
Per fortuna, la corrente urlava come un lupo e non potevo sentire lo scricchiolio dei topi che, ci avrei giurato, correvano dentro le pareti e lungo il camminamento.
A volte, vuoi per le infiltrazioni, vuoi per i ratti, le luci facevano contatto: tremavano a gruppi di due o tre, a seconda dei punti di prelievo dell’energia, e le nostre ombre sfarfallavano sul pavimento o sparivamo per qualche istante, inghiottite nel nulla.

Lui continuava ad andare: camminava spedito, la schiena incurvata, le scarpe bucate che cigolavano nella galleria. La spranga l’aveva proprio tirata fuori, tanto per essere sicuri, e gli dondolava nella destra come un pollo morto.
A un certo punto, mi feci coraggio; allungai il passo e lo affiancai, tirandogli una manica.
Si girò a guardarmi, ma non sembrava fare davvero caso a me, forse perché gli arrivavo sì e no al gomito.

– Ehi, si può sapere dove stiamo andando?
– Mi pare ovvio.
– Se vuoi arrivare al Fondale, scordati che ti aiuti.
Lui si fermò; soppesò la spranga, la fronte corrucciata.
Non penso neanche che lo abbia fatto apposta; però, lo ammetto, riuscì a spaventarmi.
– Vuoi vederla?- mi chiese poi, bruscamente.
Volevo vederla?

Riprendemmo a camminare, in silenzio, fianco a fianco.
Tenergli dietro era faticoso; cercai di concentrarmi su quello.

(continua…)

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Lo stregone- estratto

Aichiyk Temuluin era un uomo miope.

Lo era nel corpo così come nello spirito; quale dei due avesse principiato a deteriorarsi, tuttavia, era impossibile dirlo, e forse egli stesso, se mai qualcuno dei suoi consigliere lo avesse onestamente richiamato su questo punto, non avrebbe saputo rispondere.
Era solito pensare alla sua malattia come il frutto di lunghe notte trascorse a studiare le carte geografiche della regione e a compulsare dispacci all’avaro lume di piccole candele, che lasciava consumare fino allo stoppino, troppo preso per accorgersene o, forse, inveteratamente parsimonioso.
Parsimonioso, sì: come il contadino che era, e come il guerriero che era diventato.
Ma era o no merito di quelle notti insonni, se adesso si trovava qui, le gambe giunte sotto la casacca di seta, e accanto un tavolo ben lavorato da un diligente artigiano, con sopra raffinate stoviglie ed un the d’ambra di prima qualità?
Aveva perso in acutezza di vista, pensava, ma guadagnato in tutto quello che un uomo può desiderare.
Sollevò l’oculario: era costato una fortuna, ma i suoi medici avevano fatto un ottimo lavoro.
Posizionò i due piccoli cerchietti d’argento sul setto nasale e sospirò di sollievo.
Le lenti gli rischiaravano notevolmente la visuale.

Ora poteva guardare meglio il vagabondo che gli era stato sospinto davanti.

Per abitudine, più che per bisogno, adesso, Aichiyk strizzò le palpebre.
L’uomo davanti a lui pensò che la sua faccia, già stolida e priva di qualsiasi lume d’arguzia o nobiltà, così arricciata nello sforzo di vedere somigliava più a quella di un maiale che d’un uomo.
Ma la miopia interiore di Aichiyk lo salvò dal cogliere il guizzo del disprezzo negli occhi del suo interlocutore.
Lo esaminò, invece; lo esaminò a fondo, dall’alto in basso e poi, di nuovo- dai piedi polverosi, avvolti in grossolani stivali di pessima fattura, alla testa coperta di fini capelli spruzzati qua e là di grigio.
La costituzione era robusta, il viso franco; l’età, non più di una cinquantina.
Indugiò sulla strana cicatrice che gli attraversava in senso longitudinale lo zigomo e parte del sopracciglio sinistro.
Sembrava un mercenario squattrinato, fuoriuscito da un esercito in rotta.
Fece una smorfia e lasciò ricadere l’oculario sul petto, dove rimase a penzolare.

– E così, sei tu il famoso stregone?