Le mutande di Biancaneve: i racconti di Andrzej Sapkowski

410rewmplkl-_sx332_bo1204203200_

 

Ho appena finito (per la seconda volta) Il Guardiano degli innocenti e, anche dopo una seconda lettura, continuo a pensare che, almeno in Italia, Andrzej Sapkowski, non sia famoso quanto merita.

Qualcuno ha sentito parlare della fortunatissima (e bellissima) saga videoludica The Witcher?
Beh, sappiate che sto parlando del papà di Geralt di Rivia, lo strigo che ne è il protagonista.

Lo scrittore polacco esordisce nel lontano 1986 con una serie di racconti, la cui pubblicazione sulla rivista settoriale Fantastyka si protrae fino al 1990.
Nel 1990, i primi cinque racconti vengono pubblicati in un’edizione che circola solo in Polonia e viene tradotta in ceco, Wiedźmin (Lo strigo).
Di questi cinque, quattro racconti vengono estrapolati e inseriti dentro una cornice narrativa (La voce della ragione): sono Lo strigo, Un briciolo di verità, Il male minore e Una questione di prezzo, al quale vengono aggiunti Il confine del mondo e L’ultimo desiderio.
Così nasce la raccolta che, in Italia, conosciamo come Il Guardiano degli Innocenti, pubblicata nel 1993 e tradotta da noi nel 2010 dalla sempre benemerita Editrice Nord. Continua a leggere Le mutande di Biancaneve: i racconti di Andrzej Sapkowski

Lo stregone- estratto

Aichiyk Temuluin era un uomo miope.

Lo era nel corpo così come nello spirito; quale dei due avesse principiato a deteriorarsi, tuttavia, era impossibile dirlo, e forse egli stesso, se mai qualcuno dei suoi consigliere lo avesse onestamente richiamato su questo punto, non avrebbe saputo rispondere.
Era solito pensare alla sua malattia come il frutto di lunghe notte trascorse a studiare le carte geografiche della regione e a compulsare dispacci all’avaro lume di piccole candele, che lasciava consumare fino allo stoppino, troppo preso per accorgersene o, forse, inveteratamente parsimonioso.
Parsimonioso, sì: come il contadino che era, e come il guerriero che era diventato.
Ma era o no merito di quelle notti insonni, se adesso si trovava qui, le gambe giunte sotto la casacca di seta, e accanto un tavolo ben lavorato da un diligente artigiano, con sopra raffinate stoviglie ed un the d’ambra di prima qualità?
Aveva perso in acutezza di vista, pensava, ma guadagnato in tutto quello che un uomo può desiderare.
Sollevò l’oculario: era costato una fortuna, ma i suoi medici avevano fatto un ottimo lavoro.
Posizionò i due piccoli cerchietti d’argento sul setto nasale e sospirò di sollievo.
Le lenti gli rischiaravano notevolmente la visuale.

Ora poteva guardare meglio il vagabondo che gli era stato sospinto davanti.

Per abitudine, più che per bisogno, adesso, Aichiyk strizzò le palpebre.
L’uomo davanti a lui pensò che la sua faccia, già stolida e priva di qualsiasi lume d’arguzia o nobiltà, così arricciata nello sforzo di vedere somigliava più a quella di un maiale che d’un uomo.
Ma la miopia interiore di Aichiyk lo salvò dal cogliere il guizzo del disprezzo negli occhi del suo interlocutore.
Lo esaminò, invece; lo esaminò a fondo, dall’alto in basso e poi, di nuovo- dai piedi polverosi, avvolti in grossolani stivali di pessima fattura, alla testa coperta di fini capelli spruzzati qua e là di grigio.
La costituzione era robusta, il viso franco; l’età, non più di una cinquantina.
Indugiò sulla strana cicatrice che gli attraversava in senso longitudinale lo zigomo e parte del sopracciglio sinistro.
Sembrava un mercenario squattrinato, fuoriuscito da un esercito in rotta.
Fece una smorfia e lasciò ricadere l’oculario sul petto, dove rimase a penzolare.

– E così, sei tu il famoso stregone?

Solomon Sanders- Estratto

Solomon Sanders nacque di notte, in una casa buia nelle campagne del Nord, il 17 novembre di molti, molti anni fa.
Era stata una giornata triste e piovosa e, al calar del sole, l’impeto dei temporali, susseguitisi per l’intero giorno, si esaurì in uno stanco stillicidio.
Sua madre morì, dopo poche ore, e non dovettero trascorrere molti anni prima che Solomon restasse definitivamente solo.
Il ragazzino, a dire il vero, era l’ultimo della sua famiglia, i Sanders, e chi ne conosceva la storia non mancò di dire la propria su quanto sciagurata fosse la sua ascendenza, così segnata com’era da sciali di ogni tipo, stravaganze e vanità.
Vivendo sregolatamente, avevano perse le terre che possedevano nel Sussex e, con esse, la piccola nobiltà campestre di cui erano tanto fieri e che costituiva l’unica ragione per cui qualcuno, ancora, gli dava retta.
Così, si erano ben presto ridotti in miseria e in solitudine.

Solomon non aveva un solo parente in vita sulla faccia della terra; quanto al denaro, vi lascio immaginare, non c’era nemmeno da parlarne.
In tanta sfortuna, però, gli era rimasto un padrino a Londra.

E fu proprio quest’ultimo che il signor Suckler pensò bene di avvertire, quando la situazione si fece, come soleva, “veramente, veramente insostenibile”.