Fire Warnings- Pt. 9

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(continua da Fire Warnings- Pt. 8)
Era un momento stupido per farsi venire mente come l’avevo conosciuta.
Del resto non c’era proprio niente d’intelligente che si potesse fare, niente di adatto, e siccome non c’era nemmeno lo cercai.
Che cosa dovevo dire? Cosa dovevo fare? Cosa dovevo pensare?

Mi appesi al muro con le unghie e misi un piede da qualche parte sotto di me: se fosse la spalla o la testa di Black, o qualsiasi altra cosa, non lo ricordo.
Lì per lì non ce la feci a issarmi.
Rimasi un po’ affacciato, la maschera che sbatteva contro il bordo del muro.
Sentii Black che mi scrollava una caviglia, spazientito, così finii di arrampicarmi alla meno peggio e mi misi a sedere sull’orlo, senza staccare gli occhi.
Per qualche minuto subii l’impossibilità di guardare altrove; subii il fatto che lo sguardo fosse diventato pesante e che gli occhi bruciassero perché non riuscivo nemmeno a sbattere le palpebre. Poi, non so neanche io da dove, perché non sono mai stato il tipo da notare certe sottigliezze, mi venne un pensiero: cioè, che non potevo continuare a subire.
Che dovevo dare un significato al mio sguardo. Che dovevo fare qualcosa, proprio io, proprio perché l’avevo deciso e non perché non potevo fare altrimenti.
Così mi misi a guardare con occhi diversi, e finalmente vidi tutto- ogni singola cosa.
Ogni singolo taglio, ogni macchia di sangue incrostato, ogni livido e ogni centimetro di pelle rotta e tumefatta Ogni pezzo di orrore, per dio, ogni pezzo di schifo e di cattiveria che le avevano fatto.
E, quando ebbi guardato bene, quando ebbi guardato tutto e fui sicuro che me ne sarei ricordato, solo allora chiusi gli occhi per un attimo, ricomponendo nella mia testa l’immagine così come l’avevo vista; e poi li riaprii, e guardai di sotto, e davanti a me, fin dove arrivava lo sguardo e fin dove la luna illuminava i mucchi di ossa e i sacchi di carne e tutto il resto, che prima avevo visto, ma senza vedere.
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Fire Warnings- Pt. 7

moon-927215_960_720(continua da Fire Warnings- Pt. 6)

Era improbabile, ma comunque non potevo escludere che Marion fosse ancora viva.
Circolavano leggende metropolitane, in merito a gente che aveva raggiunto il Fondale scendendo i tunnel dall’altro lato della città. Poveri pazzi, barboni, e altra gentaglia troppo lurida e senza speranza persino per noi di Sotto, che di solito non andavamo di certo per il sottile in questo genere di cose.
Per quel che ne sapevo, alcuni ci vivevano; ora, dopo aver visto le gallerie che si aprivano sulla fossa, non potevo escludere che ci fosse qualcosa di vero in quelle storie.
Mentre scendevamo, il rumore dei nostri piedi sul metallo mi arrivava alle orecchie un po’ attutito ma ancora ben distinguibile.
È un buon momento per chiederglielo, pensai, ma, non so perché, ebbi l’impressione che sarebbe stato meglio fare i vaghi e non fargli capire dove volevo andare a parare esattamente.

– Che cosa c’è in quelle gallerie?
Lì per lì non mi rispose, però, ne ero sicuro, mi aveva sentito benissimo: aveva inarcato un po’ la schiena. Capii che la domanda non gli era particolarmente gradita; forse aveva intuito che stavo cercando di farmi un’idea della situazione, o forse si sentiva padrone, in quel posto, e quello era il suo modo di essere territoriale.
Gli trotterellai dietro, aspettando.
Intanto, avevamo già superato una delle gallerie.
Avevo cercato di buttare un occhio sotto le arcate; ad essere sincero, però, da vicino si vedeva sì un po’ meglio, ma comunque non abbastanza per farsi un’idea dello scopo con cui erano state costruite.
Avevo intravisto un altro muro con dei passaggi e delle aperture quadrate a qualche spanna dal pavimento, che sembravano banalissime finestre a cui fosse stata tolta l’intelaiatura.
C’erano calcinacci sparsi e pezzi di travi: non era troppo diverso dai corridoi più inesplorati del Tunnel superiore, solo che sembrava molto più vecchio e molto più solenne.
E sembrava che qualcosa, o qualcuno, da quelle stanze immerse nell’oscurità, ci stesse osservando.

– Case. Una volta, c’erano delle case.
– Sembra più vecchio del Tunnel.
– Probabilmente lo è.

– Blackout?

Lo sentii sospirare.
Avevamo passato un altro piano.
– Che c’è?

È là, in mezzo a tutti gli altri, vero?
– Lascia perdere- risposi.

La stramaledettissima scala non finiva mai: quando arrivammo in fondo mi girava la testa.
Avevo percorso gli ultimi due piani della rampa a testa in su: guardavo verso il cielo che era sempre più piccolo sopra le nostre teste e sempre più luminoso, anche perché, avvitandosi lungo il perimetro delle mura, la scala ci portava dalla parte opposta a quella da dove eravamo entrati, e io vedevo finalmente da dove scendeva quell’unica straordinaria luce che illuminava noi, le gallerie, e i cadaveri sotto di noi.

Era la luna.

Nessuno l’aveva mai vista, ma sapevamo tutti com’era fatta, più o meno: tonda, bianca, appesa nel cielo.
Quelli di noi che lavoravano nelle fabbriche ricevevano dei corsi accelerati di lettura e scrittura, tanto per non sbagliarsi e premere qualche pulsante con sopra scritto “Mostruosamente pericoloso”. Durante le lezioni si esercitavano su vecchi libri che parlavano di com’era la vita sulla terra molti e molti anni fa.
Quando venivano a spendere gli ultimi spiccioli di paga allo Spaccio, ci raccontavano qualcosa di quello che avevano imparato, più che altro per impressionare il pubblico con le loro conoscenze e sentirsi, almeno per quella sera, gente di riguardo.
Così, anche chi non studiava aveva imparato che cos’erano la luna, il sole, i fiumi e le montagne.
Ma era roba che stava sui libri: per quanto ne sapevamo, poteva anche essere un mare di frottole governative.
Nessuno aveva mai pensato di andare a controllare se ci fosse davvero, se ci fosse ancora, e come fosse fatta.
Adesso che ci pensavo, mi sembrò una grandissima assurdità.

– Ehi, bella addormentata, guarda a dove metti i piedi!
A forza di stare col naso per aria, non mi ero accorto che Blackout si era fermato.
Gli finii addosso e lui mi spinse indietro.
Istintivamente, allungai una mano per appoggiarmi alla ringhiera e trovai una maglia di ferro.
Era la grata che separava la banchina dalla fossa.
Sapevo cosa aspettarmi- così avevo pensato, mentre scendevo; ma, da vicino, i morti erano molti, molti di più.
E anche molto, molto più morti.
Mi si strinse lo stomaco.
La maschera mi riparava dall’odore, ma non mi impediva di vedere.
Trovare un posto tranquillo dove posare lo sguardo: per i seguenti cinque minuti mi preoccupai solo di quello. Alla fine, ovviamente, ci rinunciai.
Erano da tutte le parti; molti avevano gli occhi aperti, e mi sentivo osservato.
Dalla mia parte della grata, ce n’erano persino un paio che sembravano seduti; la faccia era schiacciata contro le sbarre e la carne si era gonfiata intorno al ferro.
Chissà se da morto farò anch’io così schifo, pensai.
Non era un pensiero tranquillizzante, ma mi distrasse per un po’.
Quelli più vicini erano un po’ più carini: più lontano andavo con lo sguardo, e più intravedevo cose informi e pezzi d’ossa.
In mezzo a quella roba, c’era anche qualcosa di piccolo e vivo che si muoveva sopra la carne, ma preferii non andare troppo per il sottile.

Black, intanto, armeggiava con il lucchetto del cancello.
Quando lo aprì, il cigolio echeggiò rimbombando fra le pareti.
Si voltò verso di me.

– Muoviamoci- disse, e oltrepassò il cancello.
– Che vuol dire?-
Lui non mi rispose; scese una specie di gradino che non avevo notato e si inoltrò zampettando come se camminasse sulle uova.

– Perché credi che ti abbia portato qui? Te l’avevo detto. Mi serve aiuto.
– Io non ci cammino, là in mezzo.
Fece spallucce.
– Come ti pare. Farai più lavoro dopo.

Rimasi a guardarlo.
Era incredibilmente goffo: era un grosso, alto uomo goffo, infagottato dentro una palandrana, che barcollava sotto la luce della luna calpestando un tappeto di cadaveri e vermi.

Lo seguii finché non si fermò in un punto non molto distante.
C’era una specie di muretto semi avvolto nella penombra; vidi che ci si avvicinava.

Si alzò sulle punte dei piedi e distese le braccia verso la parte superiore del muretto.

Faceva fatica.
Feci qualche passo per vedere meglio.
In cima al muretto c’era, in effetti, qualcosa.
Mi balenò in mente un’idea. E se fosse…?
Ma guarda tu che cazzo mi tocca fare, pensai.
Una volta fatto il primo passo, fila tutto liscio. Devi solo fare il primo passo.

Erano inaspettatamente gommosi- perfino scivolosi, alcuni.
Cercai di non pensarci troppo.
Avevo paura di inciampare e di cadere faccia a terra là in mezzo ma scoprii che, tutto sommato, bastava tenere gli occhi fissi su un punto fermo: un po’ come quando facevo le mie esplorazioni su per il Tunnel.
Quando arrivai alle spalle di Black, lui si era già accorto di me; mi stava aspettando.
Con il mento accennò al muro.
Ci fu un rapido scambio di sguardi- io che gli chiedevo cosa intendeva fare, lui che mi faceva segno di salire e aiutarlo da là sopra; poi si chinò verso di me, le mani a conca.
Ci misi dentro un piede e mi arrampicai facendo leva con le mani sulle sue enormi spalle e sul tessuto untuoso in cui erano avvolte. Il cuore mi squassava la gola.

(segue…)

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Fire Warnings Pt. 3

(segue da Fire Warnings Pt. 2)

Ricordo che ero andato a dormire presto, quella sera.
Ero molto stanco e, anche se avevo una buona scorta di bombole, dovevo farmela durare, per cui risentivo comunque della mancanza di ossigeno e tornavo a casa con addosso un gran sonno.
Dopo il coprifuoco, il Comando riduceva di oltre il cinquanta per cento la potenza dell’impianto elettrico; ne rimaneva sì o no per qualche lampione per strada, ma lo Spaccio restava aperto sottobanco e risucchiava la gran parte dell’alimentazione.
Così, se non avevi una torcia, beh, potevi anche attaccarti.
Non era un problema mio, comunque: avevo già lavorato abbastanza e mi addormentai subito.

Qualcosa mi svegliò, diverse ore dopo, e girandomi sul mio cartone mi limitai a registrare che il mio compagno di camerata era rientrato e stava puntando la torcia in giro per la stanza.
– Ma che cazzo fai…- biascicai, quando la luce mi finì dritta in faccia.

Non era la prima volta che tornava tardi e ubriaco dallo Spaccio; di solito, però, non ce la faceva neanche ad aprire la porta.
Figuriamoci accendere una torcia e tenerla puntata su una cosa qualsiasi.
Non disse niente e si limitò a spegnere il maledetto affare; dopo di che, strisciò a tentoni verso il suo posto e ci si lasciò andare.


Sapevo che, quando aveva bevuto, tendeva ad allungare un po’ troppo le mani e a chiamarmi Deanna. (Ho sempre cercato di capire chi fosse, questa Deanna, ma quando era sobrio non era così incline a nominarla).
Per cui, mi girai verso di lui e feci leva con la gamba per spostare un po’ il cartone.
Invece, lui si rivoltò bruscamente su un fianco e mi acchiappò prima che potessi mettere una distanza strategica fra i nostri letti.


Questa è la volta, pensai, terrorizzato; sapevo che poteva succedere, ma avevo sempre sperato di scamparla.
Aprii la bocca per parlare (“sei ubriaco, Jeff, va’ a dormire”, oppure “qui non c’è nessuna Deanna”: immagino che fosse quello che volevo dire) ma una zampaccia decisamente molto più grossa e pelosa di quelle di Jeff calò sulla mia bocca.
– Non fiatare e stammi bene a sentire- mi disse il tipo.
Il suo fiato non sapeva di alcol e la sua mano aveva uno strano odore chimico. Annuii.
– Bravo. Ho una proposta per te. Se stai zitto e buono, ti lascio andare.

Gli feci segno che poteva stare tranquillo. Lui mi tolse la mano dalla bocca.

– Io so che hai trovato qualcosa d’interessante. E so che non vuoi farlo sapere in giro.
Mi asciugai la saliva dalle labbra.
– Non so di che parli.
– Parlo di un deposito con dentro dell’ossigeno e altra roba.
Ebbi il buonsenso di restare zitto.
– Sono sicuro che i tuoi capetti si potrebbero offendere, se sapessero che te lo sei tenuto per te.
– E cosa vorresti in cambio per non dirglielo?
– Voglio che mi aiuti. Tu non tradisci me, io non tradisco te. Che ne dici?
– Dipende. Pensi di essere furbo?
– No, penso che quando saprai chi c’è in ballo non farai più lo stronzetto.
– Beh, allora chi c’è in ballo?

Lui mi prese la mano e ci mise dentro qualcosa.
Poi, accese la torcia schermandola sotto il cuscino di Jeff.
Nel palmo della mia destra c’erano tre lunghi capelli.
Tre lunghi capelli ricci e rossi.

(segue…)

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Fire Warnings- Pt.2

pexels-photo(…segue da Fire Warnings pt. 1)

 

Dopo un po’ di tempo che non la vedevamo, la gente iniziò a farsi domande; pensarono che si fosse trasferita, che alla fine avesse deciso di abbandonare la vita dei bassifondi e accettare l’offerta di qualche pezzo grosso a cui aveva sicuramente fatto girare la testa.
Molti di noi si convinsero che le cose stavano proprio così, anche se, in cuor loro, sapevano che una come lei sarebbe tornata a riprendersi la sua roba e ci avrebbe salutato, anche a costo di sentirsi insultare.
Tutto d’un tratto, tutti si ricordarono che mestiere faceva. E non si facevano problemi a ripeterlo, sapete. Persino quelli che avevano mangiato a casa sua, o che dovevano lei un qualche pulcioso lavoretto per il Comando, grazie al quale adesso potevano permettersi di andare allo Spaccio a ubriacarsi di birra, e sparlarle alle spalle fra i fumi dell’alcol.

Io, invece, sapevo la verità; allora, lui mi aveva fatto promettere di non dire nulla, ed io non sapevo niente di quello che sarebbe successo dopo. Fra una cosa e l’altra è passato così tanto tempo che, sulle prime, non ho collegato i pezzi del puzzle.
Inoltre, all’epoca ero un mocciosetto di tredici anni; chi mi avrebbe dato retta?
Ma andiamo per ordine.
Le cose andarono così.

Vivevo in un comprensorio poco distante da dove abitava Marion; me n’ero andato via di casa e vivevo da solo con qualche altro sbandato a cui non facevo domande, e che non ne faceva a me. Rubacchiavo e facevo lavoretti poco puliti, e conoscevo abbastanza bene il Tunnel.
Era l’unica strada che connetteva il Sopra con noi altri dabbasso, ma non era sorvegliato.
Un tempo, quando il Comando non si era ancora insediato, c’erano delle scale mobili che lo percorrevano, e delle scale normali che raccordavano i vari settori.
Era una struttura a chiocciola, con dei piani intermedi. Non so bene cosa ci facesse la gente, ma dicono che fosse molto frequentato.
Il Comando lo aveva chiuso anni e anni prima; l’unica maniera di arrivare di Sopra, adesso, era il Cubo.

Credo che il Comando fosse sicuro di non avere niente da temere dal Tunnel: avevano fatto sigillare lo sbocco, che sbucava esattamente alle spalle della Necropolis Tower, e tutte le strutture che il Tunnel conteneva erano andate lentamente ma inesorabilmente in malora, saccheggiate o semplicemente lasciate a se stesse.
L’ossigeno era scarso, dato che l’alimentazione era spenta da anni.
Molte parti del Tunnel erano ancora inesplorate; bisognava stare attenti a non perdercisi, parecchi poveri diavoli c’erano crepati dentro per anossia e l’unica cosa che rimaneva di loro era la puzza di cadavere che aleggiava fra i corridoi deserti.

Era lì, nelle parti più vicine al Sotto, che gran parte della mala gestiva i suoi affari; ed era lì che lavoravo- in particolare, recuperavo rottami e facevo piccole consegne.
Qualcuno, non si sa se da Sopra o da Sotto, aveva approfittato del tempo e dell’indifferenza del Comando, e aveva forzato i sigilli; anche se restava implicito che noi dabbasso non potevamo salire, c’era qualcosa o qualcuno che invece scendeva da Sopra, e a metà strada avvenivano scambi di merci varie, stupefacenti, materiali dal mercato nero, informazioni e, dicevano, persone.

Quanto a me, non ho mai indagato; mi limitavo a fare quello che mi veniva detto e a passare solo nelle aree di competenza delle bande per cui lavoravo.

E poi, c’era la terra di nessuno; la parte più buia e sconosciuta del Tunnel.
Sapevo che era piena di tesori almeno quanto lo era di pericoli e, dato che ero un marmocchio e mi infilavo agevolmente in posti dove gli adulti non passavano, avevo iniziato a perlustrare il posto, con molta prudenza e qualche bombola d’ossigeno.
E, a proposito di ossigeno, le mie ricerche non avevano tardato a darmi qualche soddisfazione: avevo trovato un piccolo deposito di bombole e altra roba chimica- niente di cui mi intendessi direttamente, ma che, per quel poco che ne sapevo, sicuramente avrebbe fatto gola a qualcuna delle bande.

Avevo deciso di continuare a esplorare: l’ossigeno, in ogni caso, era oro, ed era esattamente quello di cui avevo bisogno.
Non lo avevo detto a nessuno, naturalmente, ed ero stato ben attento a non farmi notare.
A qualcuno però, evidentemente, le mie piccole escursioni non erano sfuggite: e, una notte, me lo trovai sdraiato accanto, al posto del mio solito compagno di stanza.

(segue…)

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Fire Warnings. Pt 1.

Sequel: 24 dicembre 3065

[…]
nothing is sure
but what’s already burned—
water that’s ash, steel
that has flowed and cooled
[…]
Fire Warnings, James Richardson.

 

Ogni giorno, prima dell’alba, Blackout passava sempre per la stessa strada.
La gente non ci faceva caso, ma io abitavo da quelle parti e me lo ricordo bene.
Era un tipo abitudinario; o meglio, mi ero fatto l’idea che fosse così.
Inoltre, non aveva un’aria molto sveglia, il che concordava perfettamente con il fatto che non fosse quella la strada più breve per raggiungere il Cubo (chiamavamo così l’ascensore che saliva su al Comando: ce n’era solo uno, con tanto di tessere magnetiche e controlli).


All’epoca, non avevo collegato il fatto che Marion abitasse proprio lungo il percorso e che, più o meno alla stessa ora, avesse l’abitudine di uscire dalla sua baracca e sedersi sulla porta a bere una tazza di surrogato.

Lui le passava davanti, gli occhi bassi, il collo insaccato nelle spalle, come se volesse nascondersi; ma chi ci avrebbe fatto caso?Lui non era quel che si dice una bellezza, e lo sapeva benissimo; inoltre, era un tipo scostante.
Era raro che alzasse la testa. Immagino che sia anche per quello che lo avevano preso, al Comando: lassù apprezzavano chi sapeva farsi gli affari suoi.

Marion! Me la ricordo bene. Se la ricordano tutti, nel quartiere.
Lei sì che era bella.
Non mi scorderò mai quei suoi capelli: ne aveva più di quanti ne abbia mai visti sulla testa di una persona. Erano lunghi, ricci, ed erano rossi come il fuoco.
Amava stare per conto suo, ma le volevamo tutti bene perché non si faceva problemi a condividere il suo pasto con chi non aveva niente.
Guadagnava abbastanza bene: bella com’era, avrebbe potuto trasferirsi da tempo al Comando, ma, non capivo perché, non era mai successo.
Faceva la puttana, naturalmente: non c’era molta scelta di mestieri, di Sotto, e siccome la gran parte dei lavori ce li davano da Sopra, quando trovavano una come Marion sapevano già come impiegarla. Alcune avevano fatto fortuna, ma erano tutte molto meno belle di lei.
Marion, invece, era rimasta una di noi.


Usciva in ghingheri, con addosso gli abiti che le regalavano quelli del Comando, truccata e vestita come una duchessa e lasciandosi dietro una scia di profumo; ma, non importa a che ora, alla fine rientrava sempre.


Sospetto che si siano incontrati più di una volta nei quartieri superiori, lei e Blackout, dato che entrambi avevano i permessi per il coprifuoco.
Tempo dopo, ho scoperto che, nei tempi bui, prima di trovare lavoro all’obitorio, Blackout era stato più volte a casa di Marion.
Chissà, forse il lavoro glie l’aveva trovato lei con uno dei suoi agganci: non sarebbe certo stata la prima volta.
Poi, pensandoci bene, mi sono ricordato di una cosa a cui non feci caso, allora: per quanto bassa tenesse la testa, Blackout rivolgeva sempre lo sguardo alla casa di Marion e, se lei era sulla soglia, giurerei che succedeva qualcosa, fra quei due.
Non so dirvi cosa: forse era una specie di sorriso invisibile, o un messaggio in un qualche codice. Era qualcosa, in ogni caso, che solo loro potevano capire.

Le cose andarono avanti così per un bel pezzo; finché, una mattina, la soglia della casa di Marion non rimase deserta.

(to be continued)

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24 dicembre 4017

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Glass, by Hans on Pixabay

 

– Ma guarda un po’ che roba!
Sloan scostò un pezzo di rivestimento che occupava il passaggio; il corridoio della nave era buio, ad eccezione della debole luce che filtrava dal soffitto.
– Fred!- ansimò dentro il commlink.
Alle sue spalle, qualcosa frusciò e, pochi secondi dopo, sul pavimento scivolava il tremulo cerchio di una torcia al plasma.
– È davvero in pessime condizioni- constatò Ford.
– Come si regola il volume di questi cosi? Mi state rincoglionendo- fece eco Levi.
– Zitti, un po’- rispose Sloan, infastidito- non siamo qui per fare conversazione.

I quattro uomini sgattaiolarono oltre il portellone: lo spettacolo era desolante.
Si trovavano a bordo di un mercantile 45G-Fisher: un modello piuttosto comune.
Avevano deciso di tentare un abbordaggio alla ricerca di qualche pezzo di ricambio ma, appena avevano letto il seriale, stampato lungo una delle fiancate, erano impalliditi.
– Pensate che ci sia ancora qualcuno?- mormorò Ford.
– Non è impossibile; è ovvio che la nave è rimasta in gravitazione intorno a questo sole. Qui sono passati solo pochi anni.
– Sarà la diagnostica a dircelo- tagliò corto Sloane- Tenete pronto il generatore.

Procedettero lentamente fra le macerie.
La nave doveva essere stata teatro di un combattimento; alcune pareti erano squarciate da lesioni nerastre e numerose parti dell’arredamento giacevano a terra, in pezzi.
– È un miracolo che la tenuta gravità abbia retto- commentò Fred, muovendo la torcia ai lati del camminamento.
– Forse la Federazione voleva riarmarla contro i ribelli.
– Già; deve essere così.
– Ehi, gente!- la voce sonora di Ford risuonò dentro i caschi; sembrava turbato.
– Dove sei, Ford?
– Prima a destra.

Si infilarono nella stanza.
La torcia scivolò a terra e si rifranse su qualcosa di minuscolo e scintillante.
– Vetri?
– Già; bicchieri rotti, a quanto pare- rispose Fred.
– Porca…- era la voce di Ford, che non aveva aspettato gli altri per avventurarsi più in là.
-Che c’è?- chiese Sloane, sudando nella tuta- Se ci hai messo nei guai, Ford, giuro che…
Ford tornò indietro e strappò bruscamente la torcia dalle mani di Fred, illuminando qualcosa sul pavimento cosparso di vetri.
– Cristo santo!

A terra, c’erano due corpi; due ragazzi, un maschio e una femmina.
Erano bianchi, le labbra blu, il ghiaccio incrostato sulla pelle; le vene dei polsi erano recise.
Si tenevano per mano. Il sangue gli si era ingrommato addosso.
– Suicidi- mormorò Fred, chinandosi a guardare meglio.
– Guardate, c’è qualcosa- esclamò Rand, indicando il soffitto*.
Puntarono la luce verso l’alto; qualcuno aveva tracciato delle lettere.
– Hanno usato il loro stesso sangue…per scrivere?- mormorò Levi.
– CSS 75. Sezione Criogenica, segmento 75: è una cabina di ibernazione- osservò Sloane.
– Credi che?…
– Sbrighiamoci- replicò l’uomo, avviandosi verso il settore criogenico.

– Qui Sloane a Pioneer, Sloane a Pioneer, mi sentite?
– Roger, tenente. Che notizie mi porta? Trovato ricambi, su quel relitto della Guerra Galattica?
– Non proprio, signore; abbiamo trovato una bambina dentro a una cella criogenica. Qualcuno ha connesso tutti i sistemi di mantenimento al modulo di ibernazione. Mandate soccorsi, ripeto, mandate soccorsi; è ancora viva.
– Ma com’è possibile? La Guerra è finita settant’anni fa!
– Negativo, signore; in questo sistema, sono passati solo cinque anni.

*Nota: La sospensione dei sistemi comprende quello di gravità. Quando i due si sono uccisi, la gravità interna della nave deve aver ceduto poco dopo, rilasciando i corpi verso l’alto; questo ha permesso a uno dei due di scrivere sul soffitto, ed è il motivo per cui non c’è sangue visibile intorno ai corpi. Prima di ispezionare la nave, ovviamente, è stata riconnessa l’unità che forniva elettricità al mantenimento della gravità interna alla nave, o quanto meno quella che la forniva al settore in cui i quattro uomini si trovano al momento dell’ingresso.

 

Avvertenza: Questa è la sesta di una raccolta di nove fra lash-fic e one-shot che partecipano all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Cliccate per la prima, seconda, terza, quarta e quinta storia.

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24 dicembre 3065

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Blackout. Lo chiamavano così.

Era un tipo strano e nessuno ci teneva così tanto da cercargli un nome migliore.
È anche possibile che ne avesse uno più normale; ma non gliel’abbiamo mai chiesto.
Così, per tutti, era solo e soltanto Blackout.

Faceva un lavoro sgradevole- uno che una persona con un nome non avrebbe probabilmente mai svolto.
In ogni caso, vista l’eccezionalità del suo impiego, aveva un lasciapassare che gli consentiva di andare e venire dalla Città di Sotto senza subire le restrizioni del coprifuoco.
Immagino che la cosa lo abbia aiutato; in ogni caso, è evidente che quelli del Comando Generale non se lo aspettavano.
In effetti, se dici sabotatore, pensi a molte tipologie di persone; ma non penseresti mai a uno che lavora in un obitorio.

Per quanto ne so, lo avevano chiamato così perché era stato trovato vicino al Cancello Meridionale durante un blackout. L’elettricità era poca già allora e, dato che il Comando ne ciucciava via la maggior parte per le loro apparecchiature, dabbasso eravamo abituati al fatto che la luce andasse più spesso di quanto veniva.

In ogni caso, gli venne affibbiato quel nome dal Pastore, che lo crebbe con quel che aveva- cioè, molto poco. Era un uomo rude e sporco, ma credo che gli volesse bene, a suo modo.
Comunque, Blackout finì per somigliargli. In più, era taciturno.
Se ci piaceva? No, lo detestavamo.
Fu una fortuna che si fosse preso lui la responsabilità; non sarebbe mancato a nessuno.

Andava e veniva liberamente; era grosso e torvo, ma innocuo.
Portava sempre con sé una valigetta; non so niente sul contenuto.
Non sono mai riuscito a capire in cosa esattamente consistesse il suo mestiere, lassù all’Obitorio.
Dicono che faceva il becchino; altri sono sicuri che truccasse i morti e li vestisse; altri ancora si inventano mansioni più efferate.
In ogni caso, dati gli sviluppi, credo che avesse a che fare con lo spostamento dei cadaveri e il loro posizionamento nelle teche.
Al Comando ci tenevano terribilmente, ai loro morti; prima che ci mettesse mano lui, avevano un’enorme torre in cui li conservavano- la Necropolis Tower.
Ho sentito dire cose strane in merito, voci di esperimenti.
Francamente? Penso che sia un mucchio di stronzate, inventate da poveracci per sentirsi in qualche modo migliori di chi li opprime. Del resto, non si può mai sapere; forse è vero, ma a me pare che il Comando fosse già abbastanza mostruoso, senza ricamarci sopra la storia degli scienziati pazzi.

Viene fuori che, negli anni in cui aveva lavorato per loro- quindici, per essere precisi- aveva lavorato di fino: da quello che hanno detto gli esperti, non c’era un cadavere di quelli trattati da lui che non fosse stato imbottito di esplosivo.

Quella notte, la Necropolis Tower è si è accesa come un cerino; neanche a farlo apposta, la gran parte della strumentazione elettronica del Comando era collegata a dei generatori ai piedi della Torre, così, quando è saltata, gli ha fritto tutti gli apparecchi.
Siamo rimasti tutti senza luce, per una volta, tutti al buio- la firma di Blackout.
Quanto a lui, se n’è andato con la sua Torre e i suoi cadaveri.

E niente, senza i loro apparecchi, al Comando erano nudi come bambini; capita, quando passi il tempo con il cervello collegato alle macchine.
Non c’è voluto molto a fare fuori quelli che rimanevano.
Adesso abbiamo grossi problemi a far funzionare la rete elettrica, ma siamo liberi.

Dovremmo ringraziare lui, ma sono troppo occupati a prendersi il suo merito.
Quanto a me, nonostante non mi sia mai piaciuto, spero di non dimenticarmi di Blackout.

Avvertenza: Questa storia è la quarta di una raccolta di nove flash-fic e oneshot che partecipan all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Qui trovate la prima, seconda e terza storia.

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