Il gioco di Fu Lai

Avvertenze:
Questo esperimento- una totale follia- nasce dall’iniziativa della pagina Efp Fandoms per lo scambio di generi narrativi. 
Due scrittori di generi differenti venivano accoppiati casualmente e ciascuno doveva scrivere una one-shot del genere familiare all’altro scrittore.
LadyHawke83 ha scritto una one-shot di guerra, In the desert; a me tocca il fantasy, genere di cui solitamente non mi occupo.
L’ambientazione è di gusto orientale (Tibet/Cina/Giappone) ma i luoghi e il mondo in essa rappresentati sono di pura fantasia e quindi non mi sono sforzata di fare qualcosa di antropologicamente e filologicamente corretto. Prendetela per quello che è: una favola senza nessuna pretesa.
La documentazione per il gioco degli scacchi e del Go viene dalla pagina History of Chess e dai bellissimi articoli di Rodolfo Pozzi sugli scacchi in Mongolia, che potete trovare qui.
Il Saggio Cremisi è il mio omaggio al mio grande amore degli anime di quando ero piccola. 
Vediamo chi indovina xD

Molti secoli fa, nel cuore delle montagne di Shi-Ju, si diceva che abitasse un uomo particolarmente santo e particolarmente sapiente.
Viveva, così pare, nel più completo isolamento, in una capanna nascosta fra la vegetazione; si nutriva di radici e praticava il più rigido ascetismo, astenendosi da qualsiasi contatto umano che potesse in qualche modo arrecargli impurità.
Sembra che conducesse questa vita da tempo immemorabile, così tanto che non solo la brava gente dei villaggi circostanti non aveva la più pallida idea di come fosse fatta la sua faccia, ma addirittura se ne ricordavano a stento il nome.
Infatti, avevano smesso da un bel pezzo di recarsi in pellegrinaggio ai piedi del suo eremo: sapevano ormai per esperienza che il sant’uomo, per quanto appunto santo, era anche completamente sordo alle loro invocazioni.
Mai una volta si era degnato di ricevere i loro anziani e i loro malati, né tanto meno si era preoccupato di prestare loro soccorso dopo le molte calamità che spesso tormentavano la regione.
Se non si dimenticavano della sua presenza era solo perché, di tanto in tanto, qualche straniero saliva fino al villaggio e chiedeva del Saggio Cremisi. Si trattava invariabilmente di giovani monaci o di altri consimili zeloti che speravano di persuadere il pio eremita a prenderli con sé e a istruirli nella sacra arte della meditazione.
La brava gente del villaggio cercava quasi sempre di convincerli che i loro sforzi erano del tutto inutili: il Saggio non li avrebbe degnati della minima considerazione.
Quelli, naturalmente, troppo giovani e troppo ardenti com’erano, per tutta risposta li guardavano con il sorriso trasognato di chi si è già votato al martirio.
E in effetti, se non si trattava di martirio, poco ci mancava, perché nessuno sapeva dove si nascondesse il Saggio e le piste che si inerpicavano fra i boschi erano così impervie che chi le percorreva lo faceva a suo rischio e pericolo: perfino i più pratici fra i pastori della regione evitavano con molta prudenza di avventurarsi più del dovuto fra quelle gole.
Ma gli aspiranti allievi del santo non sembravano preoccuparsi molto della propria incolumità; anzi c’era chi, sperando di impressionarlo, si incamminava scalzo, vestito solo di uno straccio attorno ai fianchi e con l’unico equipaggiamento di un bastone.
Che fine facessero, spesso non era dato saperlo: ma quelli che tornavano attraversavano il villaggio mogi e a testa bassa o addirittura lo aggiravano, pensando di non essere visti dai caprai seduti sulle rocce a pascolare le loro bestie. Quelli, per parte loro, ridacchiavano vedendoli andarsene con la coda fra le gambe.

Le cose procedevano a questo modo da anni e anni quando, un giorno, arrivò alle porte del villaggio un monacello diverso da tutti quelli di cui il paese aveva memoria.
Come coloro che lo avevano preceduto era vestito poveramente, ma non ostentava la sua sobrietà. Sulle spalle portava uno zaino di lana intrecciata, indossava un paio di buone scarpe da montanaro e avanzava appoggiandosi a un lungo bastone.
In cima al bastone erano assicurati dei campanelli di legno che producevano un allegro frastuono mentre il ragazzino procedeva di buon passo verso la locanda del posto.
Una volta che fu entrato, si sedette e chiese con voce squillante che gli si portasse qualcosa da mettere sotto i denti.
Il locandiere (se locanda si poteva chiamare quella specie di casupola messa su alla bell’e meglio per dare rifugio a qualche viandante di passaggio) si affrettò a preparagli una ciotola di riso e un po’ d’acqua fresca. Dopodiché glieli mise davanti.
Il ragazzino guardò la ciotola, poi guardò il locandiere e di nuovo la ciotola.
Il brav’uomo, poveraccio, non sapendo cosa dire si grattò la testa con il mestolo e si azzardò a chiedere se qualcosa non andava.
– Assolutamente nulla- rispose il ragazzo- ma vorrei anche della carne stufata e del latte fermentato. E un altro po’ di riso, per piacere.

Il locandiere se ne tornò nell’angolo in cui sobbollivano i paioli con il cibo e diede una gomitata alla moglie. – Ha chiesto più riso. E carne, e del latte fermentato- le mormorò.
Lei sgranò gli occhi.
– Carne e latte fermentato? Non si è mai sentito che un monaco mangiasse carne e bevesse alcolici!- esclamò.
– Forse non è qui per il Saggio- rispose il marito.
– Che sciocco che sei- replicò la donna, strappandogli il mestolo per mescolare lo stufato- perché mai uno straniero dovrebbe venire in un posto come questo, se non per il Saggio?
– Che vuoi che ne sappia, donna? Forse è uno stregone.
– Uno stregone piccolo come un soldo di cacio? Ma guardalo. Il suo bastone è più grosso di lui! No, no, sono sicura: dopo aver mangiato, ci chiederà la strada per le montagne. Sta’ a vedere.
E si mise a dimenare il cucchiaio nel sugo; suo marito, invece, rimase a guardare il ragazzo con un’aria perplessa.
Davvero uno strano tipo, pensò.
Continua a leggere Il gioco di Fu Lai

Annunci