Fire Warnings. Pt 1.

Sequel: 24 dicembre 3065

[…]
nothing is sure
but what’s already burned—
water that’s ash, steel
that has flowed and cooled
[…]
Fire Warnings, James Richardson.

 

Ogni giorno, prima dell’alba, Blackout passava sempre per la stessa strada.
La gente non ci faceva caso, ma io abitavo da quelle parti e me lo ricordo bene.
Era un tipo abitudinario; o meglio, mi ero fatto l’idea che fosse così.
Inoltre, non aveva un’aria molto sveglia, il che concordava perfettamente con il fatto che non fosse quella la strada più breve per raggiungere il Cubo (chiamavamo così l’ascensore che saliva su al Comando: ce n’era solo uno, con tanto di tessere magnetiche e controlli).


All’epoca, non avevo collegato il fatto che Marion abitasse proprio lungo il percorso e che, più o meno alla stessa ora, avesse l’abitudine di uscire dalla sua baracca e sedersi sulla porta a bere una tazza di surrogato.

Lui le passava davanti, gli occhi bassi, il collo insaccato nelle spalle, come se volesse nascondersi; ma chi ci avrebbe fatto caso?Lui non era quel che si dice una bellezza, e lo sapeva benissimo; inoltre, era un tipo scostante.
Era raro che alzasse la testa. Immagino che sia anche per quello che lo avevano preso, al Comando: lassù apprezzavano chi sapeva farsi gli affari suoi.

Marion! Me la ricordo bene. Se la ricordano tutti, nel quartiere.
Lei sì che era bella.
Non mi scorderò mai quei suoi capelli: ne aveva più di quanti ne abbia mai visti sulla testa di una persona. Erano lunghi, ricci, ed erano rossi come il fuoco.
Amava stare per conto suo, ma le volevamo tutti bene perché non si faceva problemi a condividere il suo pasto con chi non aveva niente.
Guadagnava abbastanza bene: bella com’era, avrebbe potuto trasferirsi da tempo al Comando, ma, non capivo perché, non era mai successo.
Faceva la puttana, naturalmente: non c’era molta scelta di mestieri, di Sotto, e siccome la gran parte dei lavori ce li davano da Sopra, quando trovavano una come Marion sapevano già come impiegarla. Alcune avevano fatto fortuna, ma erano tutte molto meno belle di lei.
Marion, invece, era rimasta una di noi.


Usciva in ghingheri, con addosso gli abiti che le regalavano quelli del Comando, truccata e vestita come una duchessa e lasciandosi dietro una scia di profumo; ma, non importa a che ora, alla fine rientrava sempre.


Sospetto che si siano incontrati più di una volta nei quartieri superiori, lei e Blackout, dato che entrambi avevano i permessi per il coprifuoco.
Tempo dopo, ho scoperto che, nei tempi bui, prima di trovare lavoro all’obitorio, Blackout era stato più volte a casa di Marion.
Chissà, forse il lavoro glie l’aveva trovato lei con uno dei suoi agganci: non sarebbe certo stata la prima volta.
Poi, pensandoci bene, mi sono ricordato di una cosa a cui non feci caso, allora: per quanto bassa tenesse la testa, Blackout rivolgeva sempre lo sguardo alla casa di Marion e, se lei era sulla soglia, giurerei che succedeva qualcosa, fra quei due.
Non so dirvi cosa: forse era una specie di sorriso invisibile, o un messaggio in un qualche codice. Era qualcosa, in ogni caso, che solo loro potevano capire.

Le cose andarono avanti così per un bel pezzo; finché, una mattina, la soglia della casa di Marion non rimase deserta.

(to be continued)

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Fire Warnings: estratto

[…]
nothing is sure
but what’s already burned—
water that’s ash, steel
that has flowed and cooled

[…]
Fire Warnings, James Richardson.

Ogni giorno, prima dell’alba, Blackout passava sempre per la stessa strada.
La gente non ci faceva caso, ma io abitavo da quelle parti e me lo ricordo bene.
Era un tipo abitudinario; o meglio, mi ero fatto l’idea che fosse così.
Inoltre, non aveva un’aria molto sveglia, il che concordava perfettamente con il fatto che non fosse quella la strada più breve per raggiungere il Cubo (chiamavamo così l’ascensore che saliva su al Comando: ce n’era solo uno, con tanto di tessere magnetiche e controlli).

All’epoca, non avevo collegato il fatto che Marion abitasse proprio lungo il percorso e che, più o meno alla stessa ora, avesse l’abitudine di uscire dalla sua baracca e sedersi sulla porta a bere una tazza di surrogato.

Lui le passava davanti, gli occhi bassi, il collo insaccato nelle spalle, come se volesse nascondersi; ma chi ci avrebbe fatto caso?

Qualcuno mi ha chiesto di scrivere un seguito per questa storia e io ci sto lavorando.
Questo è un primo assaggio; Fire Warnings sta arrivando!

24 dicembre 3065

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Blackout. Lo chiamavano così.

Era un tipo strano e nessuno ci teneva così tanto da cercargli un nome migliore.
È anche possibile che ne avesse uno più normale; ma non gliel’abbiamo mai chiesto.
Così, per tutti, era solo e soltanto Blackout.

Faceva un lavoro sgradevole- uno che una persona con un nome non avrebbe probabilmente mai svolto.
In ogni caso, vista l’eccezionalità del suo impiego, aveva un lasciapassare che gli consentiva di andare e venire dalla Città di Sotto senza subire le restrizioni del coprifuoco.
Immagino che la cosa lo abbia aiutato; in ogni caso, è evidente che quelli del Comando Generale non se lo aspettavano.
In effetti, se dici sabotatore, pensi a molte tipologie di persone; ma non penseresti mai a uno che lavora in un obitorio.

Per quanto ne so, lo avevano chiamato così perché era stato trovato vicino al Cancello Meridionale durante un blackout. L’elettricità era poca già allora e, dato che il Comando ne ciucciava via la maggior parte per le loro apparecchiature, dabbasso eravamo abituati al fatto che la luce andasse più spesso di quanto veniva.

In ogni caso, gli venne affibbiato quel nome dal Pastore, che lo crebbe con quel che aveva- cioè, molto poco. Era un uomo rude e sporco, ma credo che gli volesse bene, a suo modo.
Comunque, Blackout finì per somigliargli. In più, era taciturno.
Se ci piaceva? No, lo detestavamo.
Fu una fortuna che si fosse preso lui la responsabilità; non sarebbe mancato a nessuno.

Andava e veniva liberamente; era grosso e torvo, ma innocuo.
Portava sempre con sé una valigetta; non so niente sul contenuto.
Non sono mai riuscito a capire in cosa esattamente consistesse il suo mestiere, lassù all’Obitorio.
Dicono che faceva il becchino; altri sono sicuri che truccasse i morti e li vestisse; altri ancora si inventano mansioni più efferate.
In ogni caso, dati gli sviluppi, credo che avesse a che fare con lo spostamento dei cadaveri e il loro posizionamento nelle teche.
Al Comando ci tenevano terribilmente, ai loro morti; prima che ci mettesse mano lui, avevano un’enorme torre in cui li conservavano- la Necropolis Tower.
Ho sentito dire cose strane in merito, voci di esperimenti.
Francamente? Penso che sia un mucchio di stronzate, inventate da poveracci per sentirsi in qualche modo migliori di chi li opprime. Del resto, non si può mai sapere; forse è vero, ma a me pare che il Comando fosse già abbastanza mostruoso, senza ricamarci sopra la storia degli scienziati pazzi.

Viene fuori che, negli anni in cui aveva lavorato per loro- quindici, per essere precisi- aveva lavorato di fino: da quello che hanno detto gli esperti, non c’era un cadavere di quelli trattati da lui che non fosse stato imbottito di esplosivo.

Quella notte, la Necropolis Tower è si è accesa come un cerino; neanche a farlo apposta, la gran parte della strumentazione elettronica del Comando era collegata a dei generatori ai piedi della Torre, così, quando è saltata, gli ha fritto tutti gli apparecchi.
Siamo rimasti tutti senza luce, per una volta, tutti al buio- la firma di Blackout.
Quanto a lui, se n’è andato con la sua Torre e i suoi cadaveri.

E niente, senza i loro apparecchi, al Comando erano nudi come bambini; capita, quando passi il tempo con il cervello collegato alle macchine.
Non c’è voluto molto a fare fuori quelli che rimanevano.
Adesso abbiamo grossi problemi a far funzionare la rete elettrica, ma siamo liberi.

Dovremmo ringraziare lui, ma sono troppo occupati a prendersi il suo merito.
Quanto a me, nonostante non mi sia mai piaciuto, spero di non dimenticarmi di Blackout.

Avvertenza: Questa storia è la quarta di una raccolta di nove flash-fic e oneshot che partecipan all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Qui trovate la prima, seconda e terza storia.

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“Conor”

somewhere i have never travelled,gladly beyond

any experience,your eyes have their silence:

in your most frail gesture are things which enclose me,

or which i cannot touch because they are too near

your slightest look easily will unclose me

though i have closed myself as fingers,

you open always petal by petal myself as Spring opens

(touching skilfully,mysteriously)her first rose

or if your wish be to close me,i and

my life will shut very beautifully,suddenly,

as when the heart of this flower imagines

the snow carefully everywhere descending;

nothing which we are to perceive in this world equals

the power of your intense fragility:whose texture

compels me with the colour of its countries,

rendering death and forever with each breathing

(i do not know what it is about you that closes

and opens;only something in me understands

the voice of your eyes is deeper than all roses)

nobody,not even the rain,has such small hands

Somewhere gladly Beyond, E. E. Cummings

Quando apre gli occhi, la visione è sfocata: ci sono delle macchioline nebbiose che, lentamente, sembrano raggrumarsi- prima, i colori; poi, le forme.

C’è un drappo rossiccio, sulla sua testa, e dei pezzi neri, dei pezzi che pesano sulla sua fronte e da qualche altra parte, ma, per ora, non è pienamente in grado di percepire in quale punto del suo corpo.

A dire il vero, gli è difficile persino definire cosa fa parte di lui e cosa no.

Ha l’impressione di aver già provato questa sensazione, in frangenti di particolare importanza, per lui, ma ora il senso di pressione sta diventando via via più forte, va via meno facile da sopportare, e Il suo cervello è come una stanza buia, illuminata soltanto da un’enorme spia rossa che segnala allarme, allarme; anche le orecchie pulsano- allarme, allarme– e devo andarmene, devo andarmene da qui, pensa.

Queste sono mani; le mie mani.

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