Jundo. Junjo.

Jundo. Junjo1

Questa storia partecipa alla Challenge La notte di Tanabata indetta dal sito Fanwriter. it.
Prompt 8; bonus: 39, 50; conteggio parole: 4.
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Un sentito ringraziamento a Nat_Matryoshka per aver dissipato i miei dubbi sulla scelta del titolo.

 

旅に病んで夢は枯野をかけ廻る

“Tabi ni yande
yume wa kareno wo
kake meguru”

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Casa è distaccata dal villaggio, lontana dalla baia.
Si cammina, sì, si cammina su per il pendio, per circa un’ora.
È tutta salita, sebbene non ripida; ci sono molte altre case, ma tutte quante più a nord.
Casa è l’ultima, la più isolata.
Intorno c’è un boschetto di eucalipti, e davanti un piccolo cancello di legno che Ichiyō ha faticato molto a riparare e riverniciare.
Povera Ichiyō, con le sue vecchie morbide ossa.
Buona donna, brava donna. Fedele Ichiyō, uccisa a dicembre dai rigori dell’inverno, prima che lui potesse tornare a casa e rivederla un ultima volta- un’ultima volta rivedere i suoi bianchi capelli quasi ingialliti sopra le tempie, e le sue piccole dita distorte dall’artrite, simili a radici di ninfea.
Radici di ninfea, proprio così: come quelle che crescevano nello stagno ai piedi della collina. Quando erano piccoli, lui e sua sorella Azumi le tormentavano sempre con dei bastoncini per stanarne i girini e le pulci d’acqua.
Ora sembra tutto lontano come millenni fa.
Quando i miei occhi erano vergini. 
Quando la mia anima era vergine.
Tu vegliavi su di me e su Azumi2; i tuoi capelli erano già grigi.

Fa caldo, adesso: è quasi sera, ed è il settimo giorno del settimo mese. L’anno è il 1939.
Sono passati esattamente ventiquattro mesi dall’inizio della guerra3; questa è la prima licenza che gli concedono, e la gran parte l’ha spesa per tornare a casa.
Non ha molto tempo per fermarsi. Poco, sì, ma è quanto basta.
Le scarpe sono pesanti e fanno rumore, calpestando i ciottoli e la sabbia sul sentiero.
Gli alberi intorno sussurrano e lo fissano, e lui li sente, sente il sospiro della sera fra le fronde dei liquidi eucalipti e ode un suono d’acqua da qualche parte dietro di lui.
E sente scricchiolare le cinghie del suo zaino, e tintinnare la zavorra che gli pesa sulle spalle come se vi portasse il cielo…Un tondo cielo nero, pieno di bombe e di fumo e di cose innominabili che non hanno niente, niente a che vedere con questa pace, con questi alberi, con questa terra.
La terra lo giudica facendogli sentire il suono dei suoi passi e del suo corpo e del metallo con cui lo grava: tutti rumori così sgraziati e cruenti, mentre il rumore degli alberi e del vento è così puro e così mite.
Senza peccato.
Naitō Minori4, sembra che dicano, Naitō Minori, tu sei fuori posto.
Tu non appartieni a noi, e se mai ci hai appartenuto ora c’è troppo fango giallo sulle tue suole, troppo sangue sotto le tue unghie.
Sangue e polvere da sparo, e violenza nei tuoi occhi.
Noi non ti vogliamo, Naitō.
Noi non ti vogliamo.
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