Le domande che non stanno bene: una riflessione da umanista.

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Di recente, la mia attività universitaria ha subito un cambiamento; la ragione non sta solo nel mio trasferimento presso un altro dei tre atenei romani, ma riguarda il mio approccio allo studio e gli obiettivi che mi prefiggo di raggiungere con esso.

Vedete, ho iniziato un po’ alla cieca questo bel percorso accademico in Lettere, sapendo solo che desideravo continuare ad approfondire la Letteratura Italiana come, per un breve anno, la mia docente dell’ultimo periodo liceale mi aveva consentito di fare. Mi era stato mostrato che la Letteratura italiana nascondeva tesori linguistici e di idee; allora amavo il Versimo e tutti i rivi e rigagnoli che scorrono via dal grande fiume dell’Espressionismo.

Arrivai alla Sapienza e, mi duole dirlo, forse per mia carenza nell’entrare nel vivo della vita accademica, quello che era sembrato così splendente e prezioso si rivelò alquanto opaco e privo di interesse. Non ho trovato nessun altro o che mi sapesse comunicare la passione per quel repertorio, e ho iniziato a cercare altrove, nella tradizione romanza e, oggi, nel fantasy e nella letteratura germanica dei primi secoli. Sono contenta così.

Studiando cose che poco hanno a che fare con i miei antichi amori, sto lentamente riscoprendo l’affascinante patrimonio culturale dell’Italia; ci insegnano che esiste, badate bene, ma vi siete mai chiesti, davvero, se è solo quello canonicamente sciorinato nelle scuole, o il luogo comune della “Bella Italia”? Sapete quanti insostituibili manoscritti esistono, ancora non catalogati e quindi non protetti, in Italia? Vi siete mai domandati quanto sia peculiare la varietà di dialetti e le miriadi di tradizioni popolari dei più piccoli centri nostrani? Vi siete chiesti perché ha senso studiare Leopardi? Siete entrati in una biblioteca storica cercando di rivestire i panni di un bambino di fronte a un mondo nuovo e misterioso, o un archeologo che entri in territori inesplorati? Vi siete chiesti il senso e la storia del nome dato ad una strada, ad un paese, o quale gene le donne della vostra famiglia si siano comunicate per generazioni, a traverso quali vicende storiche? Potreste essere etruschi, e non saperlo.

Non ci chiediamo affatto il perché delle cose che ci circondano o che ci vengono insegnate; nessuno ci educa veramente a chiedercelo, troppe domande sono fastidiose, insidiose, e a volte dissacranti. Ad esempio, vi chiedo, perché si studia ancora Manzoni nelle scuole? Vi invito a domandarvelo e vi suggerisco di trovare i motivi, o contestare, sulla base di ragionate esperienze e sensati esperimenti, a ciò che ora vi dirò: Manzoni è un caposaldo, ma tenerlo sui banchi di scuola più di Dante e più di, che so, Wu Ming o Tolkien, è inattuale.

Guai sono in serbo per chi vuol vivere nella sua campana di vetro, immune da interrogativi. La persistenza di dogmi, di qualsiasi sorta, è un tratto delle società più fragili e isolate, e, a contatto con il mondo esterno in tutta la sua caoticità, simili società vanno presto in frantumi. I dogmi sono significati precostituiti, anzi, predigeriti: e ciò che è predigerito non ha motivo di esser assaporato, ciò che è già pronto non richiede che lo si vivifichi con la presenza dei propri spiriti cognitivi. E’ come timbrare il cartellino: un’operazione prettamente meccanica, fatta la quale siamo tutti a posto e possiamo anche uscire dal retro.

Le due università italiane che ho avuto modo di esperire, fatte salve alcune eccezioni, sono ciò che si è stratificato in anni di cartellini timbrati dalla coscienza civile. Non si investe nella scuola ma, del resto, se s’investisse ci sarebbe chi prende il denaro ed esce dal retro, sempre quello. Le pubblicazioni, l’attività di studio si svolgono, almeno per il settore letterario, in gran parte a tavolino, con la scusa che, per allestire un laboratorio, sono necessarie risorse. Eppure, per mettere insieme una classe di individui pensanti e far svolgere loro ricerca sul campo in ambito umanistico non vedo molte necessità; se lo faceva Socrate, ed era uno squattrinato, cos’abbiamo noi in meno, che ci incateni all’obsoleto metodo della sola lezione frontale?

Mi sono laureata in Linguistica con 110 e lode, e non credo di meritarlo, con una modesta tesi compilativa intorno allo stato degli studi sul Perceval di Chrétien de Troyes (per scrivere la quale non ho trovato, in Italia, che poco materiale ed inattuale). Se oggi mi doveste chiedere di svolgere un compito per cui dovrei essere qualificata, come un’intervista linguistica su un dialetto o una tematica socio-linguistica, non lo saprei fare. I libri che ho studiato, e che in parte continuo a studiare, sono saturi di affascinanti nozioni sulle isolglosse La Spezia-Rimini e Roma-Ancona, ridondano di termini tecnici, utili ad una prova sul campo. Ma sono, io, come un bambino con le sagome in mano, e nessuna mascherina in cui provare ad inserirle. I pochi fortunati che sanno fare quel che mi difetta sono vincitori di borse o tirocinanti di corsi il tirocinio dei quali è stato quanto meno attivato. Alla Sapienza (una delle ragioni per cui me ne sono andata, anche se la amo ancora e ci torno spesso) mi risulta che ci sia ancora chi aspetta di poterlo fare. Mi domando quale paradosso si produrrebbe se, per traslare l’esempio in un altro campo, un giovane medico stesse ancora aspettando che qualche ragazzino gli comunichi la sua disponibilità a sbucciarsi un ginocchio o a rompersi un mignolo, per consentirgli di muovere i primi passi nella sua professione, apponendo un bel cerotto o un’ingessatura inaugurale.

E poi apro le pagine di Facebook collegate al settore che più mi appassiona, e sul quale mi sento ignorante e non c’è nessuno, qui, che mi insegni alcunché, gli studi celtici, e vedo la miriade di articoli, saggi, ricerche e dibattiti che si producono nel mondo anglosassone sulla loro storia, i loro reperti, la loro cultura, quasi tutti interessanti, vividi, accessibili anche ai meno esperti. Molto di quel materiale è reperibile online oppure piratabile per chi non ha denaro sufficiente a comprare sempre tutto; perché chi lo legge, là, scannerizza e condivide, cosa che qui sembra poco di moda (forse per l’innata  osservanza delle leggi che caratterizza il nostro popolo?).

E’ un colpo al cuore, sapendo quanto potremmo lavorare sul nostro territorio. E lo è ancor di più perché, oggi, sono andata in due biblioteche di Ateneo a cercare un libro che avrei preferito non acquistare, per ragioni economiche; beh, una delle due era chiusa, nell’altra non me l’hanno potuto dare perché era conservato in un’aula dove si teneva lezione. Così, alla fine, l’ho comprato; stringerò su vestiti, film e cibo per rientrare con la spesa. Si dura tanta fatica a trovare il minimo per lavorare, nel mio caso studiare, che farsi domande è diventato sempre più faticoso, e non il tempo per farlo non avanza.

Ma io continuo a chiedermi come fare ad affrancare la cultura e l’Università dall’assenza di ricerca, dalla proibitività dei costi di accesso alle risorse culturali, dalle beffe dei tirocini negati o dell’istruzione docenziale a cui non possono accedere coloro che non hanno soldi per pagarsela. A liberarci dall’estrema provincialità della nostra formazione, e soprattutto, al fatto che non ci facciamo domande. Oppure preferiamo tacere le risposte.

Non è onesto, non è intellettuale, non è morale. Sono queste le vere cose per cui lavorare, piuttosto che limitarsi a manifestazioni sporadiche, occupazioni di scuole e rettorati, lanci di uova: esternazioni legittime, ma che proseguono da trent’anni, e non hanno rinnovato la linfa ormai rinsecchita e calcificata nelle vene della nostra cultura. Vi siete chiesti se avete davvero fatto la vostra parte, se avete fatto di più di quello che vi hanno insegnato essere la “protesta”, il cambiamento”? Fatelo. Facciamolo.

Capistazione

Il ragazzo della stazione, quello mingherlino,

Non si era mai sentito tanto

Solo.

Sai, vedere i treni sfrecciare

Camminare, vigilare,

I fischi

Dei capistazione, o come si scrive,

Ti fa sentire solo, l’unico coglione

Fermo,

Dentro questo calderone. Ai passeggeri,

Per il loro comfort, non si può spiegare,

E a casa

Meglio lasciar stare. Era solo come un treno

Quando sospetta che lo vogliano spedire

In demolizione.

“La mia battaglia, vedi” diceva mormorando

Alla vettura di serie seicentoquarantatre

È un sasso

Che cade dentro il mare; una piccola cosa

Che fa poco rumore, e al mare farà

Il solletico.

Ma per il sasso, per il sasso cambia tutto:

Vorrebbe dire al mondo: ho inventato il mare!

Invece ha appena il tempo di affondare”.

Terra d’alberi

Da bambina, l’odore dei soli

Mi parlava: era il cerchio,

Diceva, della meridiana,

Era il suono solerte del tempo,

Le lancette, becchini del giorno,

Io sapevo che vivere è un soffio

Sui pistilli di un fiore di campo.

Io sapevo che l’ala del niente

Era sotto, appoggiata al portone,

Ripiegata dal Ladro, e lui, intanto

Fumava il suo mozzicone.

La gente onesta lavora,

E il Ladro lavora a suo modo:

Una mano cancella i ricordi,

L’altra ruota e rivolge la falce.

Io, lo sai, avevo scordato

Per tanto, tantissimo tempo

L’innocenza dell’essere a casa,

Non si vede al di là della soglia,

Ed il giorno è un cortile di quiete.

Le sue braccia erano casa,

E la casa era il cuore del mondo

Io sapevo che il Ladro era pronto

A cavare dal mondo il suo cuore

Così l’ala del niente è caduta

Come l’ombra, nell’ora più acuta.

E ho bussato, ma erano morte

O tacevano tutte le porte.

Ogni cosa era stata rubata

I miei occhi venduti al mercato:

Non ho visto chi li ha comperati

Così il Ladro mi ha preso anche gli anni

Che ho perduto per ritrovarti

E a gennaio, l’odore dei soli

Mi parlava di una bambina

E nel vento che sparge i soffioni

Sono stata una foglia spiccata

Un bottone smarrito sul treno

La moneta che rotola a terra

Ed il dado appena lanciato.

Ho scordato d’aver perso gli occhi,

Ho guardato il mercato, e la danza

E’ marcita, perché era un deserto:

Ho trovato il cuore del mondo.