Your name di Makoto Shinkai: i divini tessitori

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Locandina italiana di Your name, nuovo film d’animazione di Makoto Shinkai.

Il 24 gennaio, a sera, nella mia città pioveva.
Una pioggia leggera, ma insistente: ci siamo bagnati tutti, in quei 10 minuti di strada fra casa e il cinema.
La sala era piccola e la gente più di quella che ci aspettavamo.
Tutti ragazzi giovani, amici o coppie.
Sono entrata nervosa, stanca e infreddolita: sono uscita scossa, ma felice, proprio come aveva promesso il regista Makoto Shinkai nel piccolo video di presentazione in cui ringrazia di cuore il pubblico italiano per essere venuto a vedere il suo ultimo film.
In patria, il film di animazione giapponese Your name (Kimi no Na wa) è stato un successo.
Un trionfo che nessuno si aspettava.
Voglio parlarvene brevemente, spoiler-free, come si conviene al film: raccontando l’esperienza che è stato il vederlo.

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Il lettore alla porta. Ovvero, di carta, penna e tastiera.

Scrivere su carta o su editor di testo?
Cambia qualcosa? O è solo questione di gusti e di comodità?

Lo spunto per questo articoletto nasce mentre navigo su Torre di Carta, il forum di scrittura al quale sono iscritta, dove un utente ha aperto una discussione in merito.
Mi piace chiacchierare e scambiare idee e, naturalmente, mi sono messa subito a digitare la mia risposta…per accorgermi poi che, effettivamente, c’era molto altro che avrei voluto dire.
Non tanto (o non solo) osservazioni personali, che sono e restano arbitrarie: quello che stava uscendo dalla mia tastiera era piuttosto una riflessione su come il mezzo cambia il rapporto di un autore con la sua scrittura.
Ovviamente, non ho la pretesa di affermare verità universali; se vi vi va, però, vi dico la mia, e resto in ascolto per sentire soprattutto cosa ne pensate voi.

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Videogiochi,TV e gli altri cattivoni che ci hanno fatto diventare dei mostri assetati di sangue

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A wild onigiri appears

Interrompiamo le trasmissioni per fare un po’di sano spam.
Ma anche no.
Quello che trovate qui è il testo di una nota che io e il mio compagno abbiamo scritto in risposta all’annoso problema che, periodicamente, riciccia fuori sulle pagine della stampa nostrana.

È d’uopo un’introduzione.
Il trend dura da anni e lo conosciamo tutti anche troppo bene.
Se un under 35 commette un delitto o un atto di vandalismo, la colpa è di *inserire media proclamato diseducativo a furor di popolo*
Ci siamo passati tutti: noi millenials eravamo debosciati per colpa di *televisione cattiva maestra!!!!1!*.
Negli anni ’80-90, a fuorviare le giovani menti c’erano i *giochi di ruolo*- sì, avete capito bene; se qualcuno si macchiava di un delitto, si facevano oscure allusioni alla sua passione per Dungeons & Dragons.
Un fattore rilevante per delineare il quadro criminologico dell’individuo?
Scusate la citazione: io non credo!

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Solomon Sanders- Estratto

Solomon Sanders nacque di notte, in una casa buia nelle campagne del Nord, il 17 novembre di molti, molti anni fa.
Era stata una giornata triste e piovosa e, al calar del sole, l’impeto dei temporali, susseguitisi per l’intero giorno, si esaurì in uno stanco stillicidio.
Sua madre morì, dopo poche ore, e non dovettero trascorrere molti anni prima che Solomon restasse definitivamente solo.
Il ragazzino, a dire il vero, era l’ultimo della sua famiglia, i Sanders, e chi ne conosceva la storia non mancò di dire la propria su quanto sciagurata fosse la sua ascendenza, così segnata com’era da sciali di ogni tipo, stravaganze e vanità.
Vivendo sregolatamente, avevano perse le terre che possedevano nel Sussex e, con esse, la piccola nobiltà campestre di cui erano tanto fieri e che costituiva l’unica ragione per cui qualcuno, ancora, gli dava retta.
Così, si erano ben presto ridotti in miseria e in solitudine.

Solomon non aveva un solo parente in vita sulla faccia della terra; quanto al denaro, vi lascio immaginare, non c’era nemmeno da parlarne.
In tanta sfortuna, però, gli era rimasto un padrino a Londra.

E fu proprio quest’ultimo che il signor Suckler pensò bene di avvertire, quando la situazione si fece, come soleva, “veramente, veramente insostenibile”.

Fire Warnings: estratto

[…]
nothing is sure
but what’s already burned—
water that’s ash, steel
that has flowed and cooled

[…]
Fire Warnings, James Richardson.

Ogni giorno, prima dell’alba, Blackout passava sempre per la stessa strada.
La gente non ci faceva caso, ma io abitavo da quelle parti e me lo ricordo bene.
Era un tipo abitudinario; o meglio, mi ero fatto l’idea che fosse così.
Inoltre, non aveva un’aria molto sveglia, il che concordava perfettamente con il fatto che non fosse quella la strada più breve per raggiungere il Cubo (chiamavamo così l’ascensore che saliva su al Comando: ce n’era solo uno, con tanto di tessere magnetiche e controlli).

All’epoca, non avevo collegato il fatto che Marion abitasse proprio lungo il percorso e che, più o meno alla stessa ora, avesse l’abitudine di uscire dalla sua baracca e sedersi sulla porta a bere una tazza di surrogato.

Lui le passava davanti, gli occhi bassi, il collo insaccato nelle spalle, come se volesse nascondersi; ma chi ci avrebbe fatto caso?

Qualcuno mi ha chiesto di scrivere un seguito per questa storia e io ci sto lavorando.
Questo è un primo assaggio; Fire Warnings sta arrivando!

25 dicembre 1863

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David Teniers, Two drunkards

– Sei un vigliacco, ecco quel che sei!
– E piantala un po’! Sarai bravo tu. Risparmia il fiato e pensa a correre.
Un bambino. Un bambino, Cristo santo.

Chi si fosse avventurato nella campagna di Marionsville, durante la fredda alba del 25 dicembre 1863, si sarebbe probabilmente imbattuto in una strana coppia di individui piuttosto male in arnese che, ora correndo, ora quasi ruzzolando nella neve, attraversavano i campi in direzione opposta al centro abitato.

Chi erano quei due, dite? Beh, per saperlo dobbiamo tornare alla mattina precedente, quando Barnaba Awkwings e Thomas “Slant” Swartzburg, due ladruncoli di poca rinomanza e ancor minor fortuna, avevano raggiunto Marionsville dalla vicina St. Andreas.

Conoscevano bene la zona; sapevano che, quella sera, la gente l’avrebbe passata in Chiesa ad aspettare la mezzanotte. La guerra aveva svuotato le case per cui, tranne qualche vecchio infermo lasciato a sonnecchiare nel suo letto, il resto della popolazione sarebbe stata troppo presa dalla funzione per accorgersi di loro due.

Il piano era semplice: si trattava intrufolarsi nelle abitazioni e ripulirle, ma con discrezione.
Prima o poi, la brava gente di Marionsville avrebbe iniziato a notare delle strane sparizioni:
Sempre troppo tardi, comunque: ormai, loro sarebbero stati a miglia e miglia di distanza, al sicuro da ogni sospetto, probabilmente intenti a bersi un bicchierino alla salute dei loro ignari benefattori.

Si erano mantenuti relativamente sobri per tutto il 24, cosa che, con quel freddo, e viste le loro abitudini, rappresentava per entrambi un notevole sforzo, nonché un’inconfutabile prova della loro coscienza professionale.
Il tempo non era dalla loro ma, con un po’ di pazienza, avevano aspettato rannicchiati al riparo nella boscaglia sopra il crinale, riuscendo così ad evitare gran parte della pioggia.

Verso l’orario stabilito, i sensi acutizzati dalla fame e dal freddo pungente, erano scivolati giù verso la cittadina e si erano avvicinati alle prime case.
Una, in particolare, era parsa loro molto promettente, grazie alla sua posizione defilata verso la campagna e ad un piccolo ingresso di servizio, che non era stato difficile forzare.

La casa era vuota; chiunque l’abitasse non possedeva molto, ma c’era comunque qualche gingillo che poteva fare al caso loro.
Alla fine, sapevano accontentarsi: una bella bevuta ed un letto caldo in un’osteria senza pretese, né più né meno, non avevano altre aspirazioni; alla fine, era Natale anche per loro, che diamine!

Qualcosa, però, era andato storto.
A un certo punto, avevano sentito un gran frastuono provenire dal paese.
C’erano schioppettate, gente che urlava: insomma, una gran confusione.
Le tasche gonfie di cianfrusaglie, si erano avvicinati a una finestra per capire cosa diavolo stesse succedendo e, bang!, per poco Barnaba non ci rimetteva la testa per una fucilata che aveva fracassato il vetro (e poi i vasi sopra il caminetto).
Non avevano indagato oltre, naturalmente: si erano limitati a darsela a gambe dal retro, via nella campagna innevata.

Solo “Slant” si era voltato a guardare: se la notte non fosse stata nera come l’inferno, forse Barnaba l’avrebbe visto impallidire ma, al momento, non gli interessava altro che mettersi la pellaccia in salvo.

Avevano corso, e corso, e poi ancora corso.
Ogni tanto si fermavano a rifiatare nella neve; poi, ricominciavano.
Avevano passato così tutta la notte, finché non avevano più sentito sparare.
A essere onesti, però, non sapevano se era per via della distanza, o perché ormai erano morti tutti.

A un certo punto, “Slant” si fermò, la neve fino a mezzo stinco.
– Avremmo dovuto avvertire qualcuno- ansimò.
– Sì, per farci beccare. Tanto non avremmo potuto fare niente!
– Questo non lo sai- mormorò l’altro.
– Beh, sei ancora in tempo. Da quella pare c’è Tahallabee. Vai a dare l’allerta, se hai il coraggio.
– Sì che ce l’ho, il coraggio; sei tu, quello che se la fa sotto.- Scusa tanto, se non voglio finire i miei giorni appeso ad una forca!

“Slant” guardò il suo vecchio compagno, risentito. Fino al giorno prima gli avrebbe dato ragione, certo, ma questa volta era diverso; e poi, lui non aveva visto… non aveva visto e basta, si disse, scuotendo la testa come per scacciare via il ricordo.
Ma non ci riuscì.
– Tu non capisci! – sbottò- Erano nordisti! C’era una donna incinta, le hanno sfondato la pancia con una fucilata; ho visto il bambino dentro, Barnaba. Il bambino, Cristo santo!

Barnaba non fece una piega; invece, si lasciò andare a sedere su un masso.
– Chi muore giace; chi vive si dà pace- bofonchiò con aria torva- Faresti meglio a impararlo, prima o poi.
– Può darsi.
– Ci diranno che li dovevamo avvertire prima; ci ammazzeranno!
– Non mi importa. Ho visto quel che ho visto. Avremmo dovuto farlo prima- giunse la voce attutita di “Slant”; si era girato nella direzione di Tahallabee e procedeva risolutamente nella neve.
– Slant! Ehi, dico, Slant!- Barnaba balzò in piedi- Non avrai intenzione…?
– Stammi bene, vecchio mio. Io mi sono stufato di questa vita. Per una volta, voglio fare il mio dovere di patriota.

Barnaba lo guardò allontanarsi di qualche metro: era sempre stato il più testardo di loro due, ragionò, e forse, gli rincresceva ammetterlo, il migliore.
Tirò fuori qualcosa dalla tasca.
– Aspetta, vecchio mio!- gridò.
L’altro si bloccò.
– Prenditi almeno un po’ di whiskey!

Slant si girò. Era rosso in faccia per lo sforzo, ma sorrideva.
– Tienilo tu. E stanotte, fatti un goccio alla mia salute- gli rispose.
Fu l’ultima volta che Barnaba Awkwings vide il suo amico.

Chissà che fine ha fatto, mi ha detto l’altro giorno.
Già, chissà.

Avvertenza: Questa storia è l’ottava di una serie di nove fra flashfic e one-shot che partecipano all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Cliccate per la storia precedente e per la prima storia, 24 dicembre 1863, che costituisce il sequel di questa!

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Mortar man

Sono le sette del mattino.
Abbiamo fatto il nostro dovere per tutta la notte e sono contento, per dio- sono contento, che sia finita.

Penso di essermi addormentato- per qualche minuto o, forse, qualche ora: la condensa è entrata nel quadrante dell’orologio, perciò non leggo bene.
Siamo tutti morti- beh, io quasi.
Con la punta del piede buono do una scrollata a Jones. Andato.
Non riesco a vedergli la faccia ma metà è nell’acqua, il resto sfondato sulla piastra del M29. Solo venti giorni fa era seduto nella mia tenda.
Mi ha mostrato il suo Seiko: tutti ne hanno uno, mi ha detto; senza, non sei dei nostri.


Non era la prima volta che facevamo questi discorsi, ma quel giorno chissà cosa mi ha detto il cervello. Alla fine mancano ventotto giorni- solo ventotto, e sarò dal mio vecchio. Che cristo, non glie lo vuoi portare un ricordo?

Così l’ho preso in paese, il giorno dopo, approfittando della licenza. Sai che bellezza. Questo posto è deprimente, le strade sono deprimenti, la polvere ti va negli occhi, giù nel naso e poi nel cuore. La sabbia è grassa e ti rimane nelle arterie, finché non te la porti a casa, come il vudù, quello della Louisiana, delle negre con le tette grosse e gli spilloni nelle bamboline (o era nei capelli? Tu che dici, eh, Jones?).
Ripensandoci, è stato un acquisto stupido. Oltre trecento giorni senza bisogno di un merdoso orologio giapponese e poi, all’ultimo, te ne esci con la fregola dello scalpo.

Mi rigiro un po’ nel fango: ha piovuto tutta la notte e ora la terra è fradicia, e sguscia sotto la mimetica. Colonne di nebbia bianca si alzano dalle zolle ed ecco, penso, gli spiriti stanno costruendo un tempio d’acqua in cui annegare quel poco che resta di noi.
Se ci ripenso mi viene da ridere, e la mia faccia incastrata nell’elmo sembra la mascotte del battaglione- nono, seconda compagnia, UMSC. Hell in a helmet.

Era piccola, e vecchia, e marrone. Secca come una prugna, il cappello di paglia sulla testa e il laccio annodato sotto il mento, fra le rughe. Se ne stava accucciata a terra nella sabbia, tra le pozzanghere, la faccia a pochi passi dai miei gloriosi stivali americani.
Aveva sparso le sue cianfrusaglie su un pezzo di tela militare. Lo sapevi?, ha detto Berg, alcune le pescano dai cadaveri.
Aveva quell’odore, quell’odore insopportabile- di vecchia, e di riso e di aglio: l’odore che impregna ogni cosa e persona, in questo grande pantano equatoriale.
Mi si è chiuso lo stomaco e volevo passare oltre, ma lei mi ha guardato e ha sorriso con i suoi poveri, piccoli denti marci. Orologio, ha detto, orologio per bel soldato.

Adesso non voglio stare lì a dire che era destino; non voglio pensare quello che ho pensato per tutta la notte, mentre il cielo ci vomitava addosso la sua acqua infernale e bumbumbum, la pioggia cadeva sulla canna del mortaio, com’è bella, com’è rigata, tappati le orecchie che adesso la sgancio, fottuti vietcong, sbrigati a darmene un altro.
Adesso che sto morendo, non è più rilevante: forse era una strega, forse no.
In questo paese non puoi mai sapere- ma in quale paese, poi? Questa è una cosa che al college non ti insegnano.
Mi ha allungato un Seiko abbastanza malandato; la sua mano sembrava una di quelle radici che crescono sott’acqua e quando non le vedi ci inciampi e ti tirano giù, giù, dove fa freddo, così freddo.
Tuoi amici, tutti ce l’ha. Prendi, prendi, orologio. Buono orologio.
No, grazie, ho detto. Non era che non volessi prenderlo, ma non da lei, non so se mi spiego.
No, no, prendi, prendi. Regalo. Regalo per bel soldato.

Sento qualcosa frusciare nella vegetazione.
Non vedo niente: c’è troppa acqua, troppo vapore.
La cosa più lontana che riesco a mettere a fuoco è l’anello di sacchi imbottiti intorno a me. Pezzi di metallo si sono conficcati nella tela e la segatura si è riversata nelle pozzanghere rossicce. Sono un sacco anche io, penso, e sghignazzo.
Ho sonno, l’odore del mio sangue mi mette sonno. Com’è che si chiama, safena? Ci metterà cinque minuti, non di più.


Alla fine l’ho preso. Ho cercato di pagarglielo con una manciata di MPC tutti macchiati d’insetticida e dio sa che altro: non li ha voluti.
Mentre mi allontanavo col Seiko fra le mani mi sono girato: l’ho vista che annuiva, la vecchia, e rideva, verso di me- di me, forse.
Ricordo solo quella bocca sdentata sotto un cappello bianco, e ricordo, credo, di essermi fermato a guardare l’orologio.
È rotto– ho pensato- era rotto, infatti, c’era un’incrinatura nel vetro del quadrante.
Ho pensato con angoscia com’è successo, di chi era, da chi l’ha preso?, e “lo sapevi? A volte li pescano dai morti”. Cristo, a me mancano solo pochi giorni, non voglio portarmi dietro la roba di un morto, non voglio morire, ho pensato.
Così sono tornato indietro, glielo butto in faccia, alla vecchia strega, altro che regalo.
Però, quando sono arrivato all’angolo, non c’era più. Nessuno l’aveva vista.

Questa notte è volata; non ho pensato né ai giorni, né alle ore.

Adesso, però, sono le sette: posso morire in pacei.

 

iIl racconto è stato da me sottoposto alla giuria della nona edizione del concorso
Il poeta e il narratore, indetto da illetterato.it.
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