Fire Warnings- Pt. 7

moon-927215_960_720(continua da Fire Warnings- Pt. 6)

Era improbabile, ma comunque non potevo escludere che Marion fosse ancora viva.
Circolavano leggende metropolitane, in merito a gente che aveva raggiunto il Fondale scendendo i tunnel dall’altro lato della città. Poveri pazzi, barboni, e altra gentaglia troppo lurida e senza speranza persino per noi di Sotto, che di solito non andavamo di certo per il sottile in questo genere di cose.
Per quel che ne sapevo, alcuni ci vivevano; ora, dopo aver visto le gallerie che si aprivano sulla fossa, non potevo escludere che ci fosse qualcosa di vero in quelle storie.
Mentre scendevamo, il rumore dei nostri piedi sul metallo mi arrivava alle orecchie un po’ attutito ma ancora ben distinguibile.
È un buon momento per chiederglielo, pensai, ma, non so perché, ebbi l’impressione che sarebbe stato meglio fare i vaghi e non fargli capire dove volevo andare a parare esattamente.

– Che cosa c’è in quelle gallerie?
Lì per lì non mi rispose, però, ne ero sicuro, mi aveva sentito benissimo: aveva inarcato un po’ la schiena. Capii che la domanda non gli era particolarmente gradita; forse aveva intuito che stavo cercando di farmi un’idea della situazione, o forse si sentiva padrone, in quel posto, e quello era il suo modo di essere territoriale.
Gli trotterellai dietro, aspettando.
Intanto, avevamo già superato una delle gallerie.
Avevo cercato di buttare un occhio sotto le arcate; ad essere sincero, però, da vicino si vedeva sì un po’ meglio, ma comunque non abbastanza per farsi un’idea dello scopo con cui erano state costruite.
Avevo intravisto un altro muro con dei passaggi e delle aperture quadrate a qualche spanna dal pavimento, che sembravano banalissime finestre a cui fosse stata tolta l’intelaiatura.
C’erano calcinacci sparsi e pezzi di travi: non era troppo diverso dai corridoi più inesplorati del Tunnel superiore, solo che sembrava molto più vecchio e molto più solenne.
E sembrava che qualcosa, o qualcuno, da quelle stanze immerse nell’oscurità, ci stesse osservando.

– Case. Una volta, c’erano delle case.
– Sembra più vecchio del Tunnel.
– Probabilmente lo è.

– Blackout?

Lo sentii sospirare.
Avevamo passato un altro piano.
– Che c’è?

È là, in mezzo a tutti gli altri, vero?
– Lascia perdere- risposi.

La stramaledettissima scala non finiva mai: quando arrivammo in fondo mi girava la testa.
Avevo percorso gli ultimi due piani della rampa a testa in su: guardavo verso il cielo che era sempre più piccolo sopra le nostre teste e sempre più luminoso, anche perché, avvitandosi lungo il perimetro delle mura, la scala ci portava dalla parte opposta a quella da dove eravamo entrati, e io vedevo finalmente da dove scendeva quell’unica straordinaria luce che illuminava noi, le gallerie, e i cadaveri sotto di noi.

Era la luna.

Nessuno l’aveva mai vista, ma sapevamo tutti com’era fatta, più o meno: tonda, bianca, appesa nel cielo.
Quelli di noi che lavoravano nelle fabbriche ricevevano dei corsi accelerati di lettura e scrittura, tanto per non sbagliarsi e premere qualche pulsante con sopra scritto “Mostruosamente pericoloso”. Durante le lezioni si esercitavano su vecchi libri che parlavano di com’era la vita sulla terra molti e molti anni fa.
Quando venivano a spendere gli ultimi spiccioli di paga allo Spaccio, ci raccontavano qualcosa di quello che avevano imparato, più che altro per impressionare il pubblico con le loro conoscenze e sentirsi, almeno per quella sera, gente di riguardo.
Così, anche chi non studiava aveva imparato che cos’erano la luna, il sole, i fiumi e le montagne.
Ma era roba che stava sui libri: per quanto ne sapevamo, poteva anche essere un mare di frottole governative.
Nessuno aveva mai pensato di andare a controllare se ci fosse davvero, se ci fosse ancora, e come fosse fatta.
Adesso che ci pensavo, mi sembrò una grandissima assurdità.

– Ehi, bella addormentata, guarda a dove metti i piedi!
A forza di stare col naso per aria, non mi ero accorto che Blackout si era fermato.
Gli finii addosso e lui mi spinse indietro.
Istintivamente, allungai una mano per appoggiarmi alla ringhiera e trovai una maglia di ferro.
Era la grata che separava la banchina dalla fossa.
Sapevo cosa aspettarmi- così avevo pensato, mentre scendevo; ma, da vicino, i morti erano molti, molti di più.
E anche molto, molto più morti.
Mi si strinse lo stomaco.
La maschera mi riparava dall’odore, ma non mi impediva di vedere.
Trovare un posto tranquillo dove posare lo sguardo: per i seguenti cinque minuti mi preoccupai solo di quello. Alla fine, ovviamente, ci rinunciai.
Erano da tutte le parti; molti avevano gli occhi aperti, e mi sentivo osservato.
Dalla mia parte della grata, ce n’erano persino un paio che sembravano seduti; la faccia era schiacciata contro le sbarre e la carne si era gonfiata intorno al ferro.
Chissà se da morto farò anch’io così schifo, pensai.
Non era un pensiero tranquillizzante, ma mi distrasse per un po’.
Quelli più vicini erano un po’ più carini: più lontano andavo con lo sguardo, e più intravedevo cose informi e pezzi d’ossa.
In mezzo a quella roba, c’era anche qualcosa di piccolo e vivo che si muoveva sopra la carne, ma preferii non andare troppo per il sottile.

Black, intanto, armeggiava con il lucchetto del cancello.
Quando lo aprì, il cigolio echeggiò rimbombando fra le pareti.
Si voltò verso di me.

– Muoviamoci- disse, e oltrepassò il cancello.
– Che vuol dire?-
Lui non mi rispose; scese una specie di gradino che non avevo notato e si inoltrò zampettando come se camminasse sulle uova.

– Perché credi che ti abbia portato qui? Te l’avevo detto. Mi serve aiuto.
– Io non ci cammino, là in mezzo.
Fece spallucce.
– Come ti pare. Farai più lavoro dopo.

Rimasi a guardarlo.
Era incredibilmente goffo: era un grosso, alto uomo goffo, infagottato dentro una palandrana, che barcollava sotto la luce della luna calpestando un tappeto di cadaveri e vermi.

Lo seguii finché non si fermò in un punto non molto distante.
C’era una specie di muretto semi avvolto nella penombra; vidi che ci si avvicinava.

Si alzò sulle punte dei piedi e distese le braccia verso la parte superiore del muretto.

Faceva fatica.
Feci qualche passo per vedere meglio.
In cima al muretto c’era, in effetti, qualcosa.
Mi balenò in mente un’idea. E se fosse…?
Ma guarda tu che cazzo mi tocca fare, pensai.
Una volta fatto il primo passo, fila tutto liscio. Devi solo fare il primo passo.

Erano inaspettatamente gommosi- perfino scivolosi, alcuni.
Cercai di non pensarci troppo.
Avevo paura di inciampare e di cadere faccia a terra là in mezzo ma scoprii che, tutto sommato, bastava tenere gli occhi fissi su un punto fermo: un po’ come quando facevo le mie esplorazioni su per il Tunnel.
Quando arrivai alle spalle di Black, lui si era già accorto di me; mi stava aspettando.
Con il mento accennò al muro.
Ci fu un rapido scambio di sguardi- io che gli chiedevo cosa intendeva fare, lui che mi faceva segno di salire e aiutarlo da là sopra; poi si chinò verso di me, le mani a conca.
Ci misi dentro un piede e mi arrampicai facendo leva con le mani sulle sue enormi spalle e sul tessuto untuoso in cui erano avvolte. Il cuore mi squassava la gola.

(segue…)

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Fire Warnings- Pt. 6

gas-mask-in-shadow-1485193480t2n(segue da Fire warnings- Pt. 5)

C’era molta luce, là dentro. Molta di più di quella a cui mi ero abituato.
La maschera ne filtrava parecchia, però; quindi, penso di aver strizzato le palpebre più per la sorpresa che per altro.
La prima cosa di cui mi accorsi, dopo la luce, fu la ringhiera: era a circa tre passi da me.
Cercai con gli occhi Blackout. Se ne stava a sinistra, addossato alla parete; per via della maschera e della luce, che era allo stesso tempo bianca e azzurra, la sua faccia sembrava quella di una mosca.
Non potevo minimamente vedere la sua espressione, ma mi fece un cenno con la testa e si avvicinò alla ringhiera.
Lo imitai e abbrancai saldamente il corrimano; il ferro tremò insieme a me.

Curiosamente, non guardai subito di sotto, e neanche sopra; ero troppo preso da quello che avevo davanti.

Oltre il parapetto, il perimetro dell’ambiente disegnava un perfetto cerchio, dal diametro di decine e decine di metri.
Dall’altra parte c’era, prevedibilmente, un’altra ringhiera, ma il muro non era piatto come quello che avevamo alle spalle: distinsi una galleria con dei pilastri.
Oltre, non potevo vedere: il contrasto fra luce ed ombra era troppo forte, per cui le arcate erano avvolte nel buio più profondo.
Quanto ai pilastri, erano altissimi; così alti che l’intera faccenda, vista da questa parte e con quella strana luce, somigliava a una grandissima bocca con dei lunghi denti bianchi digrignati.
Mi venne spontaneo cercare dove finissero, e così alzai la testa.
Penso di essermi attaccato alla ringhiera con tutte le forze che avevo, perché, dopo poco, i tendini iniziarono a farmi un male cane e dovetti allentare la presa.
Sopra di noi c’era un cerchio perfettamente rotondo. Una metà era bianca; l’altra, scura.
Ci misi un po’ a processare.
Andiamo, dai. Non può essere.

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Scienza, meraviglia e intelligenza: come ho scoperto il Medioevo Arabo/1

index
Westerner and Arab practicing geometry, Cahiers de Science et Vie No114.

Questo piccolo pezzo è il primo di una serie che vorrei pubblicare su questo blog.
Le ragioni di questa scelta le ho già spiegate nella pagina- indice, Ebbene sì: studio religioni.
Non le ripeterò qui.
Ripeterò, invece, una raccomandazione fondamentale.
Quando parlo, parlo come laureanda in Religioni; non ho l’autorevolezza di un esperto in materia, né di un luminare.
Sono solo una persona che ha la fortuna di avere accesso a lezioni magistrali e a testi accademici (che, del resto, si trovano in tutte le biblioteche pubbliche e universitarie, e sono disponibili a chiunque li voglia leggere).

I miei pezzi sono un diario di argomenti e temi che incontro nel mio percorso di studio e approfondimento; non sono un contributo specialistico e, fatte salve alcune personali considerazioni, non sono farina del mio sacco, dato che riporto tesi e nozioni spigolate da libri e lezioni.
Proprio per questo, indicherò sempre le fonti del mio lavoro.
Scrivo questi articoli perché desidero condividere, con chi li leggerà, argomenti di storia e cultura che sono semplicemente un po’ meno noti al pubblico, ma che qualunque cultore della materia sicuramente conosce.
Il mio obiettivo è suscitare curiosità e desiderio di approfondimento, e non intendo mettermi in cattedra o millantare crediti che non possiedo.
Siate sempre critici verso ciò che leggete qui, e siatelo anche nei commenti: sarà l’occasione per confrontarci, che è poi l’altro obiettivo di questo mio lavoro.

Detto ciò, buona lettura!

 

Questo febbraio,dopo almeno un paio di anni di stop, ho dato il mio primo esame di specialistica.
Come potete immaginare, ero abbastanza emozionata.
Oltre all’idea di “ricominciare”, si trattava di affrontare un esame di arabistica.
Il primo ostacolo è stato la preparazione di una prova per cui, ho constatato, il mio background era vicino allo zero.
La verità, alquanto avvilente per una persona che ha già una laurea triennale e che non ha abbandonato i libri appena archiviato il titolo universitario, era una: mi mancavano le basi.
Il che implica quasi inevitabilmente una serie di domande, e cioè: la mia ignoranza è un problema individuale, o i programmi scolastici italiani peccano di eccessivo eurocentrismo e non forniscono neanche le nozioni più elementari su culture diverse da quella europea e occidentale?
Mi sono anche chiesta se, all’interno di questa visione eurocentrica, non si sia data una preferenza alla storia di alcuni paesi, a scapito di nazioni più periferiche.
Chi ha mai sentito nominare, fino a tutto il liceo, di culture del Mediterraneo?
E della Russia e dei paesi scandinavi, ne vogliamo parlare?
Scusate se divago, ma questi quesiti mi sembrano abbastanza inquietanti e, se qualcuno avesse avuto esperienze diverse dalla mia, si faccia avanti: mi ridarebbe non poca fiducia nella programmazione didattica del nostro paese.
Comunque, per tornare a noi, parlavo di cultura araba; mancano le di basi storiche, dicevo.
E allora cerchiamo di farcele, queste basi1, mi sono detta. In due mesi, il risultato sarà stato sicuramente sommario, ma una piccola infarinatura sono comunque riuscita a farmela.

Sarò sincera, non è andata come pensavo.
Un’esperienza esaltante: è così che non esiterò definire il mio incontro con il medioevo arabo, per quanto breve e, purtroppo, un po’ superficiale.
Di fatto, è stato come essere catapultati in corsa dentro a un caleidoscopio o, se preferite, dentro una miniatura.
Ma procediamo con ordine; ci vorrà più di una puntata, ma cercherò di raccontarvi quello che ho imparato, sperando che vi emozioni tanto quanto ha emozionato me.

L’esame di cui sopra era incentrato su un testo straordinariamente enigmatico, l’Epistola di Hayy Ibn Yaqzan,2 scritta presumibilmente fra 1177 e 1182 da Abu Bakr Ibn Tufayl, filosofo, scienziato e medico andaluso vissuto alla corte maghrebina del controverso califfo almohade Abu Yaqub Yusuf. Continua a leggere Scienza, meraviglia e intelligenza: come ho scoperto il Medioevo Arabo/1

Le mutande di Biancaneve: i racconti di Andrzej Sapkowski

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Ho appena finito (per la seconda volta) Il Guardiano degli innocenti e, anche dopo una seconda lettura, continuo a pensare che, almeno in Italia, Andrzej Sapkowski, non sia famoso quanto merita.

Qualcuno ha sentito parlare della fortunatissima (e bellissima) saga videoludica The Witcher?
Beh, sappiate che sto parlando del papà di Geralt di Rivia, lo strigo che ne è il protagonista.

Lo scrittore polacco esordisce nel lontano 1986 con una serie di racconti, la cui pubblicazione sulla rivista settoriale Fantastyka si protrae fino al 1990.
Nel 1990, i primi cinque racconti vengono pubblicati in un’edizione che circola solo in Polonia e viene tradotta in ceco, Wiedźmin (Lo strigo).
Di questi cinque, quattro racconti vengono estrapolati e inseriti dentro una cornice narrativa (La voce della ragione): sono Lo strigo, Un briciolo di verità, Il male minore e Una questione di prezzo, al quale vengono aggiunti Il confine del mondo e L’ultimo desiderio.
Così nasce la raccolta che, in Italia, conosciamo come Il Guardiano degli Innocenti, pubblicata nel 1993 e tradotta da noi nel 2010 dalla sempre benemerita Editrice Nord. Continua a leggere Le mutande di Biancaneve: i racconti di Andrzej Sapkowski

Fire Warnings- Pt. 5

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(segue da Fire Warnings- Pt. 4)

Non so quanto andammo avanti.
Mi sembrò di camminare tutta la notte: alla fine, avevo i crampi ai polpacci.
Il canale era costruito in discesa; a sapere dove portava, lo sapevo, per sentito dire;
in ogni caso, mi ero sempre guardato bene dall’andare a verificare di persona.
Davanti a noi, all’ultimo incrocio con un’altra galleria abbastanza ben illuminata che risaliva verso est, c’era una rete di metallo, arrugginito e deformato in più punti.
Qua e là s’intravedevano dei cartelli. Non mi sforzai di leggerli; sapevo cosa dicevano.

Al di là della rete non si vedeva assolutamente niente. La corrente d’aria risaliva dall’incrocio e le folate ci risucchiavano via, facendo tremare la recinzione.
Battevo i denti per il freddo, e il rumore del metallo e quello dei denti mi rimbombavano nelle orecchie come se fossero un suono solo.
Blackout impugnò la spranga e si avvicinò alla rete; metà di lui sparì nel punto in cui la parete si incurvava, mentre il cappotto che gli pendeva dal fondoschiena sventolava nell’aria.
E se gli dessi un calcio e scappassi via?, pensai.
Troppo tardi, comunque; era già riemerso.

Mi fece cenno con la testa. Aveva la faccia rossa per lo sforzo.
Mi infilai nel buio e, a tastoni, trovai il passaggio nella rete; ci entravo comodamente, ma mi domandai come avrebbe fatto lui.
In ogni caso, ormai era fatta.

Davanti a noi c’era un buco nero, in cui la corrente dei dotti di areazione sembrava scomparire risucchiata nel nulla. La terra, per quanto ne sapevo, avrebbe anche potuto finire là.
Feci qualche passo nell’oscurità, aspettandomi di cascare nel vuoto da un momento all’altro: le suole sfondate, però, incontrarono una superficie sconnessa, ma indubbiamente solida.
Blackout era proprio dietro di me. Continua a leggere Fire Warnings- Pt. 5

Cane

cane

Io sono pazza.
Sono una pazza precoce.
Ho iniziato presto a esercitare la mia professione.
E’ stato tutto molto impegnativo; verso i 12 anni ho preso il diploma- mi hanno cioè assicurato che non stavo troppo bene.
Ho fatto il mio tirocinio con le gocce e tutte le varie cose che bisogna provare per essere matti a pieno titolo.
Ho passato molti anni a chiedermi che cosa ci fosse di diverso, nell’architettura del mio cervello; quale confine io avessi oltrepassato, e quando, per diventare quel che sono. Ho riflettuto molto sui limiti del pensiero, su che cosa sia la realtà, perché mi sembri diversa, e che cosa avrei dovuto cambiare.
Ci sono pazzi umili e pazzi sicuri di sé, esattamente come accade alle persone equilibrate; io ho capito che mi sarebbe convenuto mantenere le giuste prospettive, e cercare di guardare oltre il vetro. Non sono guarita, nel senso tecnico del termine, però non sono un pericolo per me stessa e per gli altri.
E’ come perdere la destra in tarda età e dover guidare un trattore: agli inizi la mano sinistra non è sufficiente e si rischia di precipitare nei burroni o travolgere chiunque capiti sul tuo tragitto.
Poi, con la pratica, è come se fossi sempre stato mancino; un lento, goffo mancino, che fa le cose nel doppio del tempo, ma senza cavarsela poi troppo male, e non si sente neanche più così strano se deve farsi il bidè dal lato sbagliato.
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