Reblog: a proposito dei social, ancora.

Parlavamo di Facebook e dei social proprio ieri. Oggi leggo questo pezzo, un’intervista a Emmanuela Carbé, scrittrice e ricercatrice presso gli Archivi Digitali, un progetto dell’Università di Pavia per la conservazione e lo studio dei materiali digitali prodotti da autori contemporanei. Vi si sollevano alcune questioni di un certo interesse. Perché si usa Instagram e come? Perché si fotografa? Che differenza c’è rispetto a Facebook? Che ruolo hanno i nostri dati social nella conservazione della nostra memoria e in quella di chi amiamo? Vi si accenna anche l’importante problema della conservazione sostenibile, di cosa reputare importante, non più per ragioni di spazio e durevolezza degli archivi, ma per criteri di salienza o di ecologia.

Non sono sempre d’accordo con l’autrice, e la quantità degli argomenti suscitati e poi non approfonditi (per la natura stessa della forma, l’intervista) mi impone una seconda se non una terza lettura. Tuttavia, ritrovo qua e là qualcosa dei ragionamenti che mi hanno tenuta impegnata in questi ultimi giorni, e vedo nuovi spunti di riflessione. Spero di poter tornare presto a ragionarci sopra con voi; per ora, questo è l’articolo, con annesse fotografie (a mio avviso molto belle).

a cura di Maria Teresa Carbone [Secondo rilevazioni già obsolete – settembre 2017 – Instagram avrebbe 800 milioni di utenti nel mondo. Più donne che uomini, più urbani che rurali, più giovani che anziani. Così sta scritto nella voce di Wikipedia dedicata all’applicazione di condivisione delle immagini (questo è Instagram: un’app, non un social), ma…

via Perché sono su Instagram/2. Emmanuela Carbé — Le parole e le cose

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Reblog: Autogestione versus homo oeconomicus

Stasera, razzolando sul sito Carmillaonline (ci sono arrivata da LibriNuovi, un sito abbastanza interessante che mi sto ripromettendo già da un po’ di seguire con maggiore attenzione) mi sono imbattuta in due articoli. Uno non lo linko: era scritto con i piedi, alternava fraseologie tecniche di nebbiosità a dir poco padana e strafalcioni di lingua che nemmeno lo stentato italo-triestino di Italo Svevo. Quanto alle idee esposte, variavano dal visionario all’assurdo, e fin qui tutto bene, ma troppo spesso senza alcun riferimento concreto che desse ragione di tesi alquanto insolite. Diciamo che, se avessi presentato un tema così al liceo, me lo avrebbero stroncato.
Nel tentativo di riprendermi dalla costernazione, mi sono buttata su un altro pezzo: questa volta sono rimasta molto soddisfatta.
Carmilla è sicuramente una rivista con uno schieramento politico molto netto- spero di non sbagliarmi ma direi che appartiene alla sinistra movimentista e/o anarchica. Tuttavia, credo che questo articolo possa interessare anche a chi non si riconosce in quella parte, quanto meno per gli spunti che offre e che si prestano ad approfondimenti del tutto indipendenti.
Per esempio, leggendolo ho imparato che cos’è il modello dell’homo oeconomicus e come sia stato messo sempre più in dubbio dalle varie scuole di pensiero economico. Ho anche trovato conferma che sì, esiste la possibilità di contemplare il bene comune come una realtà economica, e non solo come un’ideale finanziariamente fallimentare. C’è persino chi se ne occupa con serietà, sperimentalmente, senza etichettarla come “romanticismo da quattro soldi” o “la solita sinistra”.

 

Reblog: le rovine rimosse (a volte ritornano). Germania postbellica ed Europa.

Un bellissimo articolo di Elisabetta Corrà sulla memoria. Non solo quella che ci fa sentire a posto con la nostra coscienza Quella brutta e dolorosa, che abbiamo messo sotto il tappetto e che adesso trabocca di mostri – a Macerata, in Ungheria, nei cuori dei nostri vicini e a volte perfino, Dio non voglia, nei nostri.

 

È uscito il 31 gennaio con Iperborea Autunno tedesco di Stig Dagerman, la raccolta dei reportage che lo scrittore svedese scrisse dalla Germania del 1946 ( Amburgo, Berlino, Hannover, Duesseldorf, Essen, Colonia, Francoforte, Heidelberg, Stoccarda, Monaco, Norimberga e Darmstadt) per raccontare che cosa ne era ora di milioni di tedeschi – “persone che ringraziano Dio […]

via “Un freddo e piovoso inverno di rovine” — Elisabetta Corra’

Reblog: Fumettologica, manga e letteratura in Giappone

“Yoshihiro Tatsumi: dalla letteratura Buraiha al fumetto gekiga”

Questo è il titolo di un bellissimo pezzo di Juan Scassa, apparso su Fumettologica (che di recente sta sfornando davvero delle perle) e tratto dalla Postfazione a Città Arida, graphic novel di Yoshihiro Tatsumi pubblicata a gennaio dalla benemerita Coconino Press (sì, da queste parti c’è un po’ di faziosità per i progetti editoriali di Igor Tuveri, abbiate pazienza).
Mi sembra giusto condividerlo qui perché in pochi altri articoli mi è accaduto di imparare così tanto, e contemporaneamente, su storia, letteratura e fumetto.
Scassa analizza le connessioni fra turbamenti dell’era Shōwa (1926-1989), il “decadentismo” giapponese (il movimento Buraiha) e il fumetto maturo e drammatico (gekiga) che, ho appreso, nasce di fatto con Tatsumi (tra le altre cose, il genere dell’ero guro, erotic grotesque, con le sue fantasie ciniche, macabre e inquietanti, rielabora parte dei temi del decadentismo con esiti ancora più violenti del gekiga, ma in molti casi assai più ironici).
Cito dall’articolo,

Con Tempesta Nera [di Tatsumi, nota mia] si inaugura il gekiga: un nuovo tipo di fumetto cinematografico, realistico nelle ambientazioni e nei personaggi, totalmente privo di umorismo. Come il buraiha, il gekiga elabora un messaggio radicale, propone una critica sociale forte, al limite con l’iconoclastia […] facendo dei reietti e degli antieroi i protagonisti delle vicende.”

Il Giappone ha dimostrato, almeno per chi come me lo vede dall’esterno, la capacità di porre sullo stesso piano letteratura- da noi tradizionalmente considerata una delle arti più nobili- e narrazione per immagini- che, viceversa, in Occidente non gode dello stesso statuto.
Per certi versi, anzi, il fumetto giapponese sembrerebbe essere arrivato ancora più in là della prosa, fungendo da laboratorio socio-psicologico, fucina di elaborazione dei maggiori traumi e delle problematiche più sensibili che la società nipponica abbia affrontato.

 

Maruo_Planet_of_the_Jap
Una tavola da Planet of the Jap, ucronia a fumetti firmata Suehiro Maruo.

Là dove l’opinione pubblica si è condotta a volte con ipocrisia, a volte tentando di dimenticare o edulcorare fatti storici e conflitti sociali giudicati forse troppo dolorosi, troppo disturbanti, il manga ha spesso parlato con tratto chiaro e voce impietosa.
In Giappone, la riflessione sulla Seconda Guerra Mondiale- dalla tragedia dell’atomica fino alle atrocità commesse in Cina e Sudest Asiatico- sembra fare irruzione attraverso le pagine di Maruo, Tatsumi e Nakazawa, elusa o solo accarezzata invece da molti di quei libri di storia che ne dovrebbero scandagliare gli abissi.
L’articolo di Scassa ha il pregio di mostrare con grande chiarezza e leggibilità la compenetrazione fra manga, letteratura e politica (persino in autori apparentemente apolitici come Tatsumi). Inoltre, fornisce parecchie dritte utili a chi, come me, vuole approfondire attraverso i testi la conoscenza con la cultura e le narrazioni del Giappone moderno e contemporaneo.

 

Reblog: Il Western di Lonesome Dove e Meridiano di sangue a confronto.

di Tommaso Pincio [Questo articolo è uscito su «Alias»] Il 1985 fu un anno miliare per l’America delle lettere. Fu difatti in quell’anno che Bret Easton Ellis debuttò con Meno di zero. E fu ancora in quell’anno che Don DeLillo raggiunse la maturità con Rumore Bianco. E fu sempre in quell’anno che videro le stampe…

via Western e letteratura. Lonesome Dove di Larry McMurtry — Le parole e le cose

Spam costruttivo: Un racconto sui margini del fiume

In questi giorni di riprese attività e pessimi sonni, anche io alle prese con la terribile domanda che attanaglia gli scrittori “E adesso? Cosa succede?” (cit. Neil Gaiman), interrompo il silenzio per proporvi di fare un giro dalle parti di Penne d’Oriente, un blog di WordPress che ho seguito da un paio di mesi e che si sta rivelando una bellissima sorpresa.
Oltre alle recensioni di proposte letterarie che vengono da lontano (Cina, Giappone, Corea) la blogger, Sara, ha iniziato anche a pubblicare i suoi racconti: e sono bellissimi.
Andatevi a leggere il suo  Silenzio sulla riva del fiume.

2017 ♦ Writing Year in Review — Il blog di Writer’s Wing

È (quasi) fine anno ed è tempo di cominciare a pensare a cosa ci aspetta l’anno prossimo! Ma è importante anche ricordarsi cosa ci stiamo lasciando alle spalle, soprattutto quando si parla di scrittura. Per cui a seguire vi lasciamo le domande tradotte (e ampliate) della Writing Year in Review. Fateci sapere le vostre risposte! […]

via 2017 ♦ Writing Year in Review — Il blog di Writer’s Wing

Il mio contributo alla cosa bellissima dell’anno, dal mio letto di dolore e mal di pancia.

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