30 giorni di scrittura: 2. Profezie.

[CONTINUA DA: 30 giorni di scrittura: 1]

“Scrivi qualcosa che qualcuno ha detto su di te e che non hai mai dimenticato”

Questo passo della sfida (qui per la “prima puntata”; la challenge su cortese indicazione di Le avventure di tutto) ha richiesto molti giorni di riflessione. Inoltre, durante la parte centrale della settimana, il lavoro mi assorbe al punto che non ho energie né voglia di arire il PC.
Ed ecco come siamo arrivati a sbrigare il punto 2 solamente oggi.

Effettivamente, c’è qualcosa che mi è stato detto e che ha costituito per me un termine di paragone abbastanza impegnativo.
Ogni famiglia ha le sua profezie prenatali, immagino, e la mia non fa eccezione.
Tuttavia, dato che sono un po’ scaramantica in merito al contenuto di quelle parole, preferisco mantenere il riserbo in proposito.
C’è in me una parte che vi si ribella e una che, invece, spera di poterle avverare.

Qui, però, abbondiamo: di profezie ne abbiamo ben due.
Come per la prima, anche per la seconda devo chiamare in causa mia madre, il mio tramite di tutto ciò che sta oltre e al di là del limite nella mia vita.
Mia madre che lavorava con i morti. Mia madre che è stata la prima persona a me cara a morire. Mia madre che parlava con i morti, o forse pensava solo di farlo. Che cucinava il cibo dei vivi con le stesse, identiche mani con cui toccava i quasi-morti, e sezionava quelli che se ne erano già andati. Mia madre, infine, che è stata la mia porta nel mondo, il coagulo di ogni possibile frontiera.

A differenza di mio padre, prodigo di lodi come di ogni altra cosa, lei dosava le proprie con estrema accortezza. O parsimonia. O era avarizia? Ah, genitori: se li conosci li eviti.
Non è un mistero, io credo, che i bambini desiderino essere elogiati, ma forse ogni bambino spera di impressionare uno in particolare dei suoi genitori. Nel mio caso, la persona su cui volevo disperatamente fare colpo era mia madre.
In questo, fra parentesi, mostravo precoci segni di quella che doveva rivelarsi una delle mie doti più caratteristiche: l’assoluta incapacità di puntare al massimo rsultato con il minimo sforzo.
Perché, per fare colpo su mia madre, ci voleva il Cannone di Gauss.

A un esame più approfondito, è plausibile che mia madre avesse preso molto sul serio la sua missione educativa. Era convinta che formarmi correttamente comprendesse un ampio ventaglio di torture psicologiche (certamente lei non le intendeva in questo senso, ma sappiamo che l’inferno è lastricato di buone intenzioni). Queste ultime si basavano essenzialmente sullo sviluppo dello spirito critico, della logica e delle arti discorsive- e, soprattutto, si traducevano in quella che, ai miei occhi, sembrava un’infaticabile opus destruens di ciò che facevo. E sì, non ho ancora smaltito un certo malanimo adolescenziale nei suoi riguardi.

Mio padre si era accorto di questo conflitto fra di noi e tentava di giocare all’equivalente del poliziotto buono – o almeno, così mi pare: è dannatamente difficile essere narratori attendibili della propria infanzia.
In ogni caso, quando mia madre si lasciava scappare un elogio nei miei riguardi, se possibile non in mia presenza (l’avrò spiata un considerevole numero di volte e potrei scrivere manuali su come crescere una figlia stalker), mio padre faceva del suo meglio per riferirmelo più o meno indirettamente.
Fu da lui che appresi della “seconda profezia, sulla cui veridicità ho ancora molti dubbi, ma che sto lavorando perché si avveri- almeno in parte.


Mia madre era una donna colta e interessante e, come molte persone del suo genere, amava scrivere. Non terminò mai un romanzo di cui, a volte, ci leggeva degli estratti (c’ero anche io).
Ricordo che si doveva intitolare La bella senz’occhi,e doveva incentrarsi sul difficile rapporto con il cibo di una dei protagonisti.
A quel tempo io avevo già iniziato a scribacchiare le mie storie ed ero molto ammirata dal talento letterario di mia madre.
Lei, però, non pensava di essere una brava scrittrice. Non pensava mai di essere brava in qualcosa, a dire il vero; del resto, il romanzo parlava in primo luogo di lei, e lei era la bella del titolo- che ci credesse o meno.
Disse una volta a mio padre che lei era brava a scrivere, ma che io sarei stata la vera scrittrice della famiglia.
Poco dopo aver condiviso con lui questa conclusione, smise di scrivere.

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30 giorni di scrittura: 1. Dieci forme di felicità.

[...CONTINUA DA Una sfida: 30 giorni di scrittura]

Fai una lista di dieci cose che ti rendono davvero felice.

Ho stilato questa lista nel bar in cui vado quasi tutti i giorni, finanze permettendo. Scendo, prendo un caffè macchiato e un bicchierone d’acqua e trascorro un po’ di tempo a scrivere o a studiare. Potremmo definirlo un rituale? Considerazioni antropologiche a parte, forse sì.
Strano a dirsi, scopro negli anni la mia tendenza a circoscrivere tempi e spazi- i miei tempi, i miei spazi.
Il che mi spaventa un po’.
Ricordo ancora quello che disse una mia conoscenza, allora quasi sessantenne: “Alla mia età, ho bisogno delle mie certezze”.
Ho sempre pensato che le certezze che funzionassero come boe e cordoli di sicurezza per distanziare gli altri- una forma di Absolute Terror Field. Perciò, mi proponevo di non averne mai e di rifuggirne il più possibile.
Ma allora ero più giovane e meno rispettosa delle mie mancanze.
C’è bisogno di un argine fra la laguna e il mare, dopotutto.

1: Esplorare
La mia classe preferita in D&D è il ranger. Per una serie di ragioni sono cresciuta in spazi costretti, e ho avvertito presto la necessità di reclamare un poco di smarrimento.
Chiaramente, ho paura. Sono miope, soffro di vertigini, non so nuotare. Sono completamente inadeguata alla sopravvivenza in spazi estremi.
La mia esplorazione si limita per lo più all’ambiente urbano e ai viaggi intellettuali. Del resto, ci sto lavorando, sto lavorando per allargare i miei confini e poter superare le mie paure.
Sono consapevole che, per avventurarsi, non serve partire, il che è una vera fortuna.
Sto cercando di costruire a piccoli pezzi il mio Grande Viaggio, di addomesticare la vastità. Una tensione davvero contraddittoria, fra ciò che è al di qua e ciò che è al di là dalla soglia, ma almeno ho dato un nome alle mie inquietudini.
Ricordo come la mia vita è cambiata nel momento in cui sono andata a vivere in un’occupazione. In quel momento mi sentii così terribilmente umiliata ed espulsa dal centro della vita. Abitavo in un palazzo dell’INPS fra Anagnina e Cinecittà, estrema periferia meridionale di Roma. Non mi ero neppure accorta che alle mie spalle fioriva lo splendore degli antichi acquedotti.
Ma per quanto andare e tornare da scuola fosse un viaggio della speranza, questo almeno mi costringeva all’esterno. Ho iniziato a camminare molto. L’estate 2007 mi portò fuori. Studiavo in piazza Navona e giravo il centro con uno stradario AZ che cadeva a pezzi.
Il mio palinsesto da piccola pioniera.
Roma è una città con cui si finisce per stabilire una relazione intima, per cui ci si trova cuciti alla sua continuità. Ma forse accade così in ogni città?

2: Camminare e stare all’aria aperta
Corollario del primo punto. I miei piedi sono pieni di calli, di duroni, e devo badare a non stancarli troppo perché soffro facilmente di tendiniti. Non mi piacciono molto, i miei piedi, ed evito di indossare sandali e scarpe aperte.
Mi affeziono alle scarpe, con le quali, a volte, ho ingaggiato vere battaglie. Le ho dovute domare, e loro si sono vendicate a colpi di vesciche. Si rompono sempre quando sono finalmente diventate comode, non vero?
Gli stivali fra ultimo del liceo e primo anno di università sono stati buttati con grandi onori. Si trattava pur sempre di grandi guerrieri.
Le mie ultime scarpe sono piene di fango del Tevere. Suppongo che anche loro meriteranno un funeral vichingo, ma spero che accadrà tardi. Le buone scarpe non costano poco.
Non ho voluto seppellire mio padre senza scarpe, nonostante, data la sua statura, si facesse fatica a farlo stare nella bara. Per me avrebbe naturalmente dovuto camminare a lungo, prima di arrivare ovunque sia che alla fine si va dopo la morte. Camminare è un atto di vita e di conoscenza, e il mio bisogno di calzare un corpo morto credo sia la prova incontestabile della mia fede in “qualcosa, dopo”.
Non so cosa e non so dove, ma intanto, da questa parte e dall’altra della tomba, si cammina, o così voglio credere.

3: Le coccole
(specialmente quelle del mio compagno)
C’è qualcuno che non è felice di riceverne e di farne?
In ogni caso, se si parla di coppia, una delle cose che stimo e amo di più è la dolcezza. Non c’è bisogno che sia estroflessa, continuamente ostesa agli astanti. E questa è la ragione per cui mi si scuserà, spero, se mi asterrò dal parlarne oltre…

4:La bellezza
Difficile definire un concetto così ampio, sì che non vi cape, come direbbe Dante, e poi io sono abbastanza stravagante in termini d estetica.
Oltre a collegare la bellezza al piacere, a me viene piuttosto spontaneo collegare la bellezza con il tempo. Mi pare che si manifesti in tutte le cose che sono tenaci al tempo.
Questo non vuol dire che la bellezza non sfiorisca, che sia materialmente durevole. Anzi, potrebbe sostanziarsi nella cosa più fragile della terra- la fioritura dei ciliegi, potrebbe dire un giapponese, e io gli darei ragione. Ma quella sensazione di meraviglia, quel senso di contrazione del tempo che proviamo davanti alle cose belle, non penso possa subire decadimenti. Ogni uomo in ogni luogo e in ogni tempo conosce quella sensazione, e nel provarlo si riconnette agli altri uomini che lo hanno preceduto, e sfiora quelli che lo seguiranno.
Le persone rischiano la vita per conservare la bellezza, faticano e si ostinano intorno alla bellezza, anche quando essa è in qualche misura del tutto irrilevante rispetto a una più primaria sussistenza.
Questa ininterrotta catena di sforzi verso la bellezza opera come una rete per l’uomo che è, infine, piccolo e solo e impotente, e
senza appigli rischierebbe di venir rovesciato nella vasta solitudine dell’universo.

5: Scrivere
Ho iniziato a scrivere quando avevo otto anni: per evadere, immagino, e perché avevo una buona immaginazione. Mio padre e mia madre hanno sempre cercato di favorire la mia inclinazione a leggere, ascoltare e inventare storie. A loro modo, erano dei narratori loro stessi.
Con alti, bassi e momenti mortificanti, questa attività non mi ha più abbandonato, nemmeno quando sono stata io ad accantonarla per due o tre anni.
Io ho una connaturata difficoltà all’equilibrio: mi succede con l’attività fisica, con il cibo e con la scrittura. Ci sono persone che hanno il dono della pazienza, della costanza e della meticolosità. Io devo imparare a dosarmi e a non oscillare fra estremi, senza infine concludere mai niente. Edward Morgan Forster, il grande scrittore, avrebbe parlato di asceta e di bestia e della necessità di connetterli. Credo che nel mio caso il paragone sia pienamente azzeccato.
Oggi, la mia scrittura è un laboratorio di misura. Misura nella quantità di cose che scrivo; misura nel modo di esprimermi; misura nei riguardi della mia impazienza e della mia ansia di risultati.
Ho sempre scritto per curarmi. Dalla solitudine, dalla noia, dal dolore, dai lutti; dalle crisi di panico e dai blocchi emotivi. Scrivere è la mia reazione- e anche la mia abreazione. Il che è un’ottima cosa.

6: Gli affetti e gli amici
Non sono stata abituata alle relazioni interpersonali, e non ho frequentato scuola fino al liceo. Lunga storia. In questo senso, sono estremamente immatura per la mia età e devo riconoscere che le interazioni con gli altri, ancora oggi, possono lasciarmi stremata.
Questo non significa che io non sia felice di stare con le persone che mi sono care, anche se preferisco i piccoli gruppi e le serate tranquille.
Non sono molto aperta circa i miei sentimenti, in parte per chiusura, in parte perché cerco di ascoltare. Le persone hanno già molti problemi, e non se ne fanno molto di quelli altrui.
Con gli anni, sono riuscita almeno ad ammettere quando avevo bisogno di aiuto e di vicinanza. Per un carattere come il mio non è un conseguimento di scarsa importanza.
Per lunghi periodi mi accade di non riuscire ad interagire, nemmeno via social. Cerco di contenere questo aspetto di me perché non voglio che gli altri pensino che non m’importa nulla di loro. Durante i miei silenzi, a dire il vero, penso molto agli amici, ma quando si tratta di contattarli è come se non ne avessi le forze. Migliorerò, spero.
Rispetto a una volta, però, sono certa di una cosa: vorrei realizzare qualcosa che mi permettesse di unire le persone, prime fra tutte quelle che mi sono intorno. Hanno i loro difetti, come tutti, ma nei momenti in cui non mi oscurano la stanchezza e le paure per il domani riesco a vederne chiaramente la bellezza.

7: Casa
La mia prima casa era un appartamento in affitto, ed era troppo piccola per la grande mole di oggetti che mia madre e mio padre avevano accumulato negli anni. Io dormivo in un letto di proporzioni mastodontiche, che era appartenuto a mia nonna e che era davvero troppo grande e troppo alto per una bambina della mia età.
Abitavamo nel rione Parella di Torino; dalla mia finestra vedevo un grande campo aperto e le persone che passavano per la strada. Il sole del tramonto colpiva un grande quadro scuro appeso alla parete e la camera si faceva tutta dorata. Ho un ricordo abbastanza chiaro di quella casa, e da quando la lasciammo per una soluzione più comoda le sorti della nostra famiglia iniziarono a declinare rapidamente. Non che sia stata colpa del trasloco.
Non sono stata fortunatissima, con le case, come dimostrano gli anni in occupazione e poi in residence,in attesa di un alloggio di edilizia popolare. Eppure io amo l’idea di casa e fin da piccola ho desiderato di trovare LA CASA- quella giusta per me. Immagino che tutti ne abbiamo una.
Auguro a me stessa di poter acquistare, un giorno, la mia casa- e di trovarla, perché oltre alla disponibilità economica è necessario imbattersi nel luogo che fa per noi.
Per adesso, uno dei miei guilty pleasures è leggere i depliant delle agenzie immobiliari e curiosare sui siti dedicati.

8: Ritornare alla Garbatella
Non sarebbe esatto dire che io sia cresciuta nel quartiere popolare reso famoso dal cinema e dalle produzioni televisive: tecnicamente, ci ho abitato meno di un anno. Materialmente, però, per sei anni vi ho trascorso buona parte delle mie giornate.
Là- fra Ostiense, San Paolo, la Cristoforo Colombo- ho molti dei miei affetti. In quel quartiere ha lavorato per tanti anni mio padre. È un luogo che non mi ha mai fatto mancare il suo affetto, dove ho potuto costruire dei legami. La mia vita è iniziata da lì, rincollando le macerie del mio trascorso, e io torno sempre con immensa felicità e speranza alle sue strade. Per me, esse sono abitate da un’interminabile primavera.

9: Il Tevere
Ultimamente, direi da dicembre, ho iniziato a cambiare percorso per le mie passeggiate. Dopo aver lambito Monte Mario, il monte più alto di Roma in cima al quale sorge l’Osservatorio Astronomico, ho scoperto di poter raggiungere con poco sforzo il Lungotevere.
Inizialmente percorrevo solo il tratto fra il Tevere e Mazzini. Ricordo anche di essermi fermata spesso sotto un albero in una piccola piazza, la Piazza del Fante, sotto il quale ho praticamente letto due libri di antropologia.
Il Fante: chissà chi era mai costui? Là vicino, comunque, c’è la lapide a ricordo di un ragazzo morto sul suo motorino. I suoi cari continuano a tenere fiorita e in ordine un’aiuola ai piedi di un platano. Era bellissimo e aveva i capelli lunghi- ho visto le foto inchiodate con delle puntine al tronco dell’albero. Non posso evitare di immaginare che il Fante possieda le sue fattezze, come se lui fosse diventato il nuovo guardiano di quel luogo.
Comunque, agli inizi non passavo dalla parte del Tevere: avevo le vertigini. Eh, lo so, che ci posso fare?
Infine, ho pensato di tentare lo stesso e di camminare lungo la ciclabile- ce ne sono due, sovrapposte: la prima è a livello strada, la seconda corre al di sotto sotto e poco sopra il fiume.
Non azzardavo ancora a scendere lungo i muraglioni.
Ma, già da quel punto, intravedevo quella che mi sembrava una piccola valle ai piedi della montagna: era solamente l’ansa che il fiume supera scendendo dai quartieri settentrionali della città, e dalle rapide di Ponte Milvio.
Quella vista, nelle giornate grigie, con il vento freddo, era bellissima, e mi attraeva lungo le rive. Per cui ho iniziato, poco per volta, a seguire la seconda ciclabile e a fermarmi qualche minuto per osservare il fiume- questo gravido nastro verde, senza il quale questa città non sarebbe stata possibile, e del quale ci curiamo così poco.
Sono passati ormai cinque mesi e almeno tre volte a settimana io torno sulle rive del Tevere. A volte riesco perfino ad avvicinarmi all’acqua.
Il fiume è discreto. Si scrive e si pensa bene, in sua compagnia, e c’è tanto vento, tanto sole e un odore aperto di canneti.
Quando sono preoccupata, quando sono stanca, lui ha abbastanza forza e pazienza per entrambi.
A volte lo sogno, incommensurabile presenza dagli occhi verdi.

10: L’autonomia
Sapere di poter contare su un piccolo stipendio, per quanto modesto, mi rende felice. So che ho le capacità e la costanza necessarie a lavorare per pagarmi ciò di cui ho bisogno. Non dipendo più dai miei genitori, e posso contare su me stessa per risollevare la mia condizione economica.
Non guadagno molto; lavoro ancora part-time per poter studiare, e anche perché non so ancora adeguarmi all’idea che mi rimanga poco tempo per me stessa e i miei cari. Ne parlavo in riva al fiume con una mia vecchia compagna di università. Lei non si sentiva in colpa ad ammetterlo: ho bisogno di avere tempo per me stessa, per pensare e per pregare, diceva.
Io sono abituata a una relativa povertà, se è qualcosa al quale ci si possa mai abituare, e sto tentando comunque di ridurre le mie esigenze. Non solo per limiti economici: credo che la frugalità ci renda più liberi. (Frugale: aggettivo un po’ desueto, ma lo preferisco a “minimale”. Il primo profuma quasi di stoicismo, il secondo invece ha il potere di evocare una Marie Kondo).


E questo, per ora, è tutto.

[CONTINUA…]











Una sfida: 30 giorni di scrittura.

Ho trovato questa sfida di scrittura tramite il blog di Aven, Le avventure di tutto, che la svolge con il suo umorismo e la sua consueta leggerezza.
Devo ammetterlo: il titolo della challenge non mi aveva affatto preparato al suo carattere diaristico. Scorrendone le domande, ho notato solo dopo che si parla quasi sempre di faccende personali.
Del resto, per superare il blocco dello scrittore, mantenersi in esercizio o semplicemente passare il tempo scrivendo, possono bastare anche spunti apparentemente minimali.
Per quanto mi riguarda, in questo periodo sto scrivendo quotidianamente, ma nulla che sia maturo per essere pubblicato- né qui né in altre sedi.
Inoltre leggo molto, è vero, ma quasi esclusivamente saggistica, circa la quale potrei parlare ma sulla quale, per ora, ho bisogno di riflettere.
Insomma, sono a corto di contenuti. O meglio: i contenuti ci sono, ma è come se mi trovassi in una grande cucina con molte pietanze sui fornelli, delle quali nessuna è ancora pronta per essere servita.
Così, ho deciso di tentare la sfida- un po’ insolita- e di vedere come va.
Se non altro, potrò inserire qualche post in più in attesa di sfornare materiali più sostanziosi.
In calce, una riflessione.
Questo blog mi segue, fra alti e bassi, periodi di sfioritura e lunghi deserti, da ormai due anni.
Forse anche tre.
L’ho pensato come una cala tranquilla in cui ormeggiare le mie storie, le cose che scrivo, di cui mi interesso. Potrebbe sembrare abbandonato a sé stesso, ma in realtà ci torno di quando in quando, anche senza pubblicare.
Non so voi, ma io ho sempre amato l’immagine del cantiere.
Di cantieri ne conosciamo tanti, veri o immaginari.
Siamo assuefatti, da italiani, a cantieri interrotti, sospesi, abbandonati; a cantieri che durano anni, a volte per l’intervenirvi delle Sovrintendenze ai Beni Archeologici, a volte per penuria di fondi o per la corruzione che li soffoca e rallenta.
Paese invecchiato e qua e là ancora indolente, i cantieri ci fanno pensare ad archetipici pensionati che vi trascorrono le ore con le braccia conserte a spiare altre opere, altre vite, e così si lasciano sospingere verso i suburbi dell’esistenza.
Però, il cantiere non è solo languore e fallimento; è anche, a suo proprio modo, una creatura vivente. Nelle sue impalcature, nei suoi grandi spazi polverosi e provvisori, è innervato di possibilità. Ed è come un figlio di due genitori del tutto diversi: l’idea, misurata, nitida sopra la carta, e l’evenienza, quel fatto non sistematico, incidentale, che assomiglia al vento e al correre dell’acqua.
Ci vogliono molta pazienza, molta cura e una buona dose di fortuna perché un’idea passi da intuizione a progetto e, infine, al suo relativo cantiere. E ancora di più ce ne vogliono perché il cantiere sia portato a termine, ed è un percorso lastricato d’imponderabile.
Litri di caffè. Sudore. Desideri, fatica. Arrabbiature, litigi, mediazioni- frammenti di pace presto sparigliati da nuove imprevedute tempeste. Levatacce, ingorghi, legami di solidarietà che forse si dissolveranno prima che sia finita l’opera, o forse dureranno anche oltre, come ponti.
Amarezze, soddisfazioni, insulti e brutte storie. Perfino perdite, a volte anche tragedie che si potevano evitare.
Gente che se ne va all’improvviso, che ritarda, che c’è sempre. Gente che non vale niente o che si scopre piano piano insostituibile. Gente che sarebbe stato meglio se non l’avessimo mai incontrata.
I cantieri, visti così, sono le vite. Sono i racconti delle vite.
Racconti delle nostre frontiere.
Questo blog, anche quando ci vengo in silenzio senza aggiungere niente, o quando ci metto qualcosa di piccolo e di poco peso, è un pezzo particolarmente accogliente del mio personale cantiere.
Adesso il cantiere sembra dormiente, ma sotto i teloni e fra i ponteggi c’è un silenzioso fervore.
Ogni tanto, si aggiunge un pezzo di muro, un secchio di calcinacci, una sacca di gesso che sembra spuntata per caso durante la notte.
Quando gli uomini riposano, è possibile che si mettano all’opera i folletti.


SEGUE: #1: Dieci cose che mi rendono davvero felice


Reblog: a proposito dei social, ancora.

Parlavamo di Facebook e dei social proprio ieri. Oggi leggo questo pezzo, un’intervista a Emmanuela Carbé, scrittrice e ricercatrice presso gli Archivi Digitali, un progetto dell’Università di Pavia per la conservazione e lo studio dei materiali digitali prodotti da autori contemporanei. Vi si sollevano alcune questioni di un certo interesse. Perché si usa Instagram e come? Perché si fotografa? Che differenza c’è rispetto a Facebook? Che ruolo hanno i nostri dati social nella conservazione della nostra memoria e in quella di chi amiamo? Vi si accenna anche l’importante problema della conservazione sostenibile, di cosa reputare importante, non più per ragioni di spazio e durevolezza degli archivi, ma per criteri di salienza o di ecologia.

Non sono sempre d’accordo con l’autrice, e la quantità degli argomenti suscitati e poi non approfonditi (per la natura stessa della forma, l’intervista) mi impone una seconda se non una terza lettura. Tuttavia, ritrovo qua e là qualcosa dei ragionamenti che mi hanno tenuta impegnata in questi ultimi giorni, e vedo nuovi spunti di riflessione. Spero di poter tornare presto a ragionarci sopra con voi; per ora, questo è l’articolo, con annesse fotografie (a mio avviso molto belle).

a cura di Maria Teresa Carbone [Secondo rilevazioni già obsolete – settembre 2017 – Instagram avrebbe 800 milioni di utenti nel mondo. Più donne che uomini, più urbani che rurali, più giovani che anziani. Così sta scritto nella voce di Wikipedia dedicata all’applicazione di condivisione delle immagini (questo è Instagram: un’app, non un social), ma…

via Perché sono su Instagram/2. Emmanuela Carbé — Le parole e le cose

Reblog: Autogestione versus homo oeconomicus

Stasera, razzolando sul sito Carmillaonline (ci sono arrivata da LibriNuovi, un sito abbastanza interessante che mi sto ripromettendo già da un po’ di seguire con maggiore attenzione) mi sono imbattuta in due articoli. Uno non lo linko: era scritto con i piedi, alternava fraseologie tecniche di nebbiosità a dir poco padana e strafalcioni di lingua che nemmeno lo stentato italo-triestino di Italo Svevo. Quanto alle idee esposte, variavano dal visionario all’assurdo, e fin qui tutto bene, ma troppo spesso senza alcun riferimento concreto che desse ragione di tesi alquanto insolite. Diciamo che, se avessi presentato un tema così al liceo, me lo avrebbero stroncato.
Nel tentativo di riprendermi dalla costernazione, mi sono buttata su un altro pezzo: questa volta sono rimasta molto soddisfatta.
Carmilla è sicuramente una rivista con uno schieramento politico molto netto- spero di non sbagliarmi ma direi che appartiene alla sinistra movimentista e/o anarchica. Tuttavia, credo che questo articolo possa interessare anche a chi non si riconosce in quella parte, quanto meno per gli spunti che offre e che si prestano ad approfondimenti del tutto indipendenti.
Per esempio, leggendolo ho imparato che cos’è il modello dell’homo oeconomicus e come sia stato messo sempre più in dubbio dalle varie scuole di pensiero economico. Ho anche trovato conferma che sì, esiste la possibilità di contemplare il bene comune come una realtà economica, e non solo come un’ideale finanziariamente fallimentare. C’è persino chi se ne occupa con serietà, sperimentalmente, senza etichettarla come “romanticismo da quattro soldi” o “la solita sinistra”.

 

Reblog: le rovine rimosse (a volte ritornano). Germania postbellica ed Europa.

Un bellissimo articolo di Elisabetta Corrà sulla memoria. Non solo quella che ci fa sentire a posto con la nostra coscienza Quella brutta e dolorosa, che abbiamo messo sotto il tappetto e che adesso trabocca di mostri – a Macerata, in Ungheria, nei cuori dei nostri vicini e a volte perfino, Dio non voglia, nei nostri.

 

È uscito il 31 gennaio con Iperborea Autunno tedesco di Stig Dagerman, la raccolta dei reportage che lo scrittore svedese scrisse dalla Germania del 1946 ( Amburgo, Berlino, Hannover, Duesseldorf, Essen, Colonia, Francoforte, Heidelberg, Stoccarda, Monaco, Norimberga e Darmstadt) per raccontare che cosa ne era ora di milioni di tedeschi – “persone che ringraziano Dio […]

via “Un freddo e piovoso inverno di rovine” — Elisabetta Corra’

Reblog: Fumettologica, manga e letteratura in Giappone

“Yoshihiro Tatsumi: dalla letteratura Buraiha al fumetto gekiga”

Questo è il titolo di un bellissimo pezzo di Juan Scassa, apparso su Fumettologica (che di recente sta sfornando davvero delle perle) e tratto dalla Postfazione a Città Arida, graphic novel di Yoshihiro Tatsumi pubblicata a gennaio dalla benemerita Coconino Press (sì, da queste parti c’è un po’ di faziosità per i progetti editoriali di Igor Tuveri, abbiate pazienza).
Mi sembra giusto condividerlo qui perché in pochi altri articoli mi è accaduto di imparare così tanto, e contemporaneamente, su storia, letteratura e fumetto.
Scassa analizza le connessioni fra turbamenti dell’era Shōwa (1926-1989), il “decadentismo” giapponese (il movimento Buraiha) e il fumetto maturo e drammatico (gekiga) che, ho appreso, nasce di fatto con Tatsumi (tra le altre cose, il genere dell’ero guro, erotic grotesque, con le sue fantasie ciniche, macabre e inquietanti, rielabora parte dei temi del decadentismo con esiti ancora più violenti del gekiga, ma in molti casi assai più ironici).
Cito dall’articolo,

Con Tempesta Nera [di Tatsumi, nota mia] si inaugura il gekiga: un nuovo tipo di fumetto cinematografico, realistico nelle ambientazioni e nei personaggi, totalmente privo di umorismo. Come il buraiha, il gekiga elabora un messaggio radicale, propone una critica sociale forte, al limite con l’iconoclastia […] facendo dei reietti e degli antieroi i protagonisti delle vicende.”

Il Giappone ha dimostrato, almeno per chi come me lo vede dall’esterno, la capacità di porre sullo stesso piano letteratura- da noi tradizionalmente considerata una delle arti più nobili- e narrazione per immagini- che, viceversa, in Occidente non gode dello stesso statuto.
Per certi versi, anzi, il fumetto giapponese sembrerebbe essere arrivato ancora più in là della prosa, fungendo da laboratorio socio-psicologico, fucina di elaborazione dei maggiori traumi e delle problematiche più sensibili che la società nipponica abbia affrontato.

 

Maruo_Planet_of_the_Jap
Una tavola da Planet of the Jap, ucronia a fumetti firmata Suehiro Maruo.

Là dove l’opinione pubblica si è condotta a volte con ipocrisia, a volte tentando di dimenticare o edulcorare fatti storici e conflitti sociali giudicati forse troppo dolorosi, troppo disturbanti, il manga ha spesso parlato con tratto chiaro e voce impietosa.
In Giappone, la riflessione sulla Seconda Guerra Mondiale- dalla tragedia dell’atomica fino alle atrocità commesse in Cina e Sudest Asiatico- sembra fare irruzione attraverso le pagine di Maruo, Tatsumi e Nakazawa, elusa o solo accarezzata invece da molti di quei libri di storia che ne dovrebbero scandagliare gli abissi.
L’articolo di Scassa ha il pregio di mostrare con grande chiarezza e leggibilità la compenetrazione fra manga, letteratura e politica (persino in autori apparentemente apolitici come Tatsumi). Inoltre, fornisce parecchie dritte utili a chi, come me, vuole approfondire attraverso i testi la conoscenza con la cultura e le narrazioni del Giappone moderno e contemporaneo.