Di gin, elefanti ed occultismo: un autore che dovreste proprio, proprio leggere.

Reblog dalla mia pagina più frivola, faccio un po’ di sano spam per un collega che merita di essere conosciuto.

Era da un po’ che ci pensavo, a questa rubrica: “che ne dici di dare consigli di lettura per storie originali di autori senza casa editrice, o comunque, poco noti, eh, Noruard?”
Beh, ci pensavo, sì, ma non pensavo di mettere in mezzo Tauriel.
D’altro canto (mi è venuto in mente), un personaggio interpolato, che fine fa dopo essere stato creato e debitamente utilizzato?
Non ci avevate mai pensato eh, brutti frigidoni che non siete altro, vero?
Ve lo dico io che fine fa: rimane disoccupato.
Non può fare ritorno al libro da cui lo hanno tirato fuori, perché semplicemente lui non esiste in quel libro; può continuare a vivere nelle fanfiction, sì, ma vista la media delle fanfiction che circolano sul mercato lo attende una vita di bondage, furry, gravidanze maschili e Omegaverse.
Per alcuni personaggi questo potrebbe rivelarsi una prospettiva allettante, ma sono sicura che non sia così…

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Mortar man

Sono le sette del mattino.
Abbiamo fatto il nostro dovere per tutta la notte e sono contento, per dio- sono contento, che sia finita.

Penso di essermi addormentato- per qualche minuto o, forse, qualche ora: la condensa è entrata nel quadrante dell’orologio, perciò non leggo bene.
Siamo tutti morti- beh, io quasi.
Con la punta del piede buono do una scrollata a Jones. Andato.
Non riesco a vedergli la faccia ma metà è nell’acqua, il resto sfondato sulla piastra del M29. Solo venti giorni fa era seduto nella mia tenda.
Mi ha mostrato il suo Seiko: tutti ne hanno uno, mi ha detto; senza, non sei dei nostri.


Non era la prima volta che facevamo questi discorsi, ma quel giorno chissà cosa mi ha detto il cervello. Alla fine mancano ventotto giorni- solo ventotto, e sarò dal mio vecchio. Che cristo, non glie lo vuoi portare un ricordo?

Così l’ho preso in paese, il giorno dopo, approfittando della licenza. Sai che bellezza. Questo posto è deprimente, le strade sono deprimenti, la polvere ti va negli occhi, giù nel naso e poi nel cuore. La sabbia è grassa e ti rimane nelle arterie, finché non te la porti a casa, come il vudù, quello della Louisiana, delle negre con le tette grosse e gli spilloni nelle bamboline (o era nei capelli? Tu che dici, eh, Jones?).
Ripensandoci, è stato un acquisto stupido. Oltre trecento giorni senza bisogno di un merdoso orologio giapponese e poi, all’ultimo, te ne esci con la fregola dello scalpo.

Mi rigiro un po’ nel fango: ha piovuto tutta la notte e ora la terra è fradicia, e sguscia sotto la mimetica. Colonne di nebbia bianca si alzano dalle zolle ed ecco, penso, gli spiriti stanno costruendo un tempio d’acqua in cui annegare quel poco che resta di noi.
Se ci ripenso mi viene da ridere, e la mia faccia incastrata nell’elmo sembra la mascotte del battaglione- nono, seconda compagnia, UMSC. Hell in a helmet.

Era piccola, e vecchia, e marrone. Secca come una prugna, il cappello di paglia sulla testa e il laccio annodato sotto il mento, fra le rughe. Se ne stava accucciata a terra nella sabbia, tra le pozzanghere, la faccia a pochi passi dai miei gloriosi stivali americani.
Aveva sparso le sue cianfrusaglie su un pezzo di tela militare. Lo sapevi?, ha detto Berg, alcune le pescano dai cadaveri.
Aveva quell’odore, quell’odore insopportabile- di vecchia, e di riso e di aglio: l’odore che impregna ogni cosa e persona, in questo grande pantano equatoriale.
Mi si è chiuso lo stomaco e volevo passare oltre, ma lei mi ha guardato e ha sorriso con i suoi poveri, piccoli denti marci. Orologio, ha detto, orologio per bel soldato.

Adesso non voglio stare lì a dire che era destino; non voglio pensare quello che ho pensato per tutta la notte, mentre il cielo ci vomitava addosso la sua acqua infernale e bumbumbum, la pioggia cadeva sulla canna del mortaio, com’è bella, com’è rigata, tappati le orecchie che adesso la sgancio, fottuti vietcong, sbrigati a darmene un altro.
Adesso che sto morendo, non è più rilevante: forse era una strega, forse no.
In questo paese non puoi mai sapere- ma in quale paese, poi? Questa è una cosa che al college non ti insegnano.
Mi ha allungato un Seiko abbastanza malandato; la sua mano sembrava una di quelle radici che crescono sott’acqua e quando non le vedi ci inciampi e ti tirano giù, giù, dove fa freddo, così freddo.
Tuoi amici, tutti ce l’ha. Prendi, prendi, orologio. Buono orologio.
No, grazie, ho detto. Non era che non volessi prenderlo, ma non da lei, non so se mi spiego.
No, no, prendi, prendi. Regalo. Regalo per bel soldato.

Sento qualcosa frusciare nella vegetazione.
Non vedo niente: c’è troppa acqua, troppo vapore.
La cosa più lontana che riesco a mettere a fuoco è l’anello di sacchi imbottiti intorno a me. Pezzi di metallo si sono conficcati nella tela e la segatura si è riversata nelle pozzanghere rossicce. Sono un sacco anche io, penso, e sghignazzo.
Ho sonno, l’odore del mio sangue mi mette sonno. Com’è che si chiama, safena? Ci metterà cinque minuti, non di più.


Alla fine l’ho preso. Ho cercato di pagarglielo con una manciata di MPC tutti macchiati d’insetticida e dio sa che altro: non li ha voluti.
Mentre mi allontanavo col Seiko fra le mani mi sono girato: l’ho vista che annuiva, la vecchia, e rideva, verso di me- di me, forse.
Ricordo solo quella bocca sdentata sotto un cappello bianco, e ricordo, credo, di essermi fermato a guardare l’orologio.
È rotto– ho pensato- era rotto, infatti, c’era un’incrinatura nel vetro del quadrante.
Ho pensato con angoscia com’è successo, di chi era, da chi l’ha preso?, e “lo sapevi? A volte li pescano dai morti”. Cristo, a me mancano solo pochi giorni, non voglio portarmi dietro la roba di un morto, non voglio morire, ho pensato.
Così sono tornato indietro, glielo butto in faccia, alla vecchia strega, altro che regalo.
Però, quando sono arrivato all’angolo, non c’era più. Nessuno l’aveva vista.

Questa notte è volata; non ho pensato né ai giorni, né alle ore.

Adesso, però, sono le sette: posso morire in pacei.

 

iIl racconto è stato da me sottoposto alla giuria della nona edizione del concorso
Il poeta e il narratore, indetto da illetterato.it.
Qualsiasi riproduzione parziale o integrale di questo testo deve essere effettuata menzionandone l’autore e la fonte.

24 dicembre 1863

Faceva uno stradannatissimo freddo: gli uomini di Beewaldt erano nervosi.

Il posto era lontano; circa quaranta chilometri a tappe forzate, sotto la pioggia, con la melma fino a mezzo polpaccio e la terra che veniva via a tocchi e finiva sulle braghe, nelle mutande, oppure sull’orlo del cappotto del tizio davanti.
Quando avevano iniziato, si gelava; poi, a metà percorso, erano fradici di sudore e non sentivano più freddo.
Siccome bisognava sbrigarsi e arrivare prima dell’alba- un bel po’ prima- non c’era stato tempo di fermarsi e allestire un fuoco. Avevano mangiato marciando, masticando gallette con la bocca rattrappita dall’aria gelida. Ruminavano come le capre che li guardavano passare da sopra i massi.
Poi era venuta la notte; pensavano che la terra avesse già sputato tutta l’umidità disponibile sulla faccia di questo mondo e invece no, ce n’era dell’altra, nascosta sa dio dove.
La strada era diventata un letto di nebbia e il sudore si era congelato sulla facce e sotto i giacconi.

Erano stanchi, quindi il corpo stava rilasciando piuttosto rapidamente il suo calore; camminavano come un’orda di zombi, avvolti nel fumo di centocinquanta respiri affannosi.
Alla fine, arrivarono in vista del crinale.
– Zitti, stronzi!- disse il capitano. Si acquattarono lungo il fianco della collina.
Aveva smesso di piovere già da un po’, per loro fortuna, ma gli stivali facevano ancora rumore mentre camminavano sul fango.
– Svuotatevi le scarpe- ordinò il capitano.- Facciamo troppo chiasso.
Si sedettero sull’erba bagnata; la terra sgusciò sotto di loro.
Tolsero i piedi dagli stivali, ordinatamente, in silenzio; si sentiva solo il frusciare dei cappotti, il rumore dell’acqua che sciacquava dentro le scarpe e gli spruzzi sul terreno.
Quasi tutti avevano chili di melma nelle calzature; provarono a scrostarne un po’ con quello che trovavano per terra- rametti, foglie non troppo marce.
Alla fine, venne Beewaldt.

Alla luce di un acciarino, passò in rassegna i piedi e le scarpe e tutto il resto; disse agli uomini di tenersi pronti con la mercanzia e caricare le canne.
– Sparate per le vostre mogli che vi aspettano a casa. Sparate per i vostri figli. Domani mattina, non voglio vedervi sporchi di fango, ma di sangue sudista.
Scivolarono verso il crinale, strisciando come lombrichi.
Nell’aria c’era solo odore di pioggia, piedi e polvere da sparo.
Si affacciarono: sotto di loro, Marionsville sembrava una miniatura.
– Quinn, sei sicuro?- mormorò a Beewaldt il suo comandante in seconda- Potremmo fare un po’ di confusione, arrestare due o tre civili e cavarcela così.
– Falli scendere. Manovra ad ala- fu la risposta.
Centocinquanta uomini ripiegarono verso valle smottando nel buio, i fucili che emettevano solo un flebile tintinnio.

Le case erano illuminate, ma deserte; tutta Marionsville era radunata in Chiesa per la veglia.
Bene, pensò Beewaldt. All’alba avrò la promozione in pugno.
Prima che fossero a fondo valle, iniziò a nevicare.
– Dobbiamo circondare la Chiesa?- chiese ancora il comandante in seconda.
– No, aspettiamo che escano. Non voglio mica dannarmi l’anima e farli fuori mentre sono ancora dentro- rispose Beewaldt.
La strada era dritta spianata davanti a loro, il portone della Chiesa spalancato.
Gli uomini si rannicchiarono al buio, oltre le case.
– Tenetevi pronti a sparare. La linea di fuoco è pulita- disse il comandante.
Tutti si gettarono pancia a terra; il gelo attutì il gracidare dei cani tirati indietro.
Fissarono i fucili sul punto in cui sarebbe uscita la gente, e aspettarono, le dita sui grilletti.

La neve continuava a cadere.

Avvertenze: Questo è il primo di nove racconti di circa 600 parole ciascuno, che partecipano all’iniziativa Christmas Game di fanwriter.it

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