Elleboro

** Questa storia partecipa all’iniziativa “Calendario dell’Avvento 2017!” a cura di Fanwriter.it**

Elleboro1

Cose senza memoria
e neve fresca
e piccoli salti di scoiattolo
Nakamura Kusatao

Povero fanciullo! L’avevano trovato morto.
Si era congelato, tutto rannicchiato in quegli stracci che certo non sarebbero mai bastati a proteggerlo dalla cattiveria del freddo. Ingannato dal torpore dell’assideramento, si era abbandonato al sonno contro le radici di un vecchio olmo che lambiva la strada. Il tronco era un po’ incavato, come se l’ impotenza davanti alla solitudine del ragazzo lo avesse deformato; o forse, lo spirito che abitava l’albero aveva provato pena per il ragazzo e aveva cercato di abbracciarlo perché non fosse abbandonato senza un conforto alla morte.
Nessuno sapeva chi fosse; poteva avere dodici anni come venti, era così minuto e delicato.
Ciò che la colpì furono i suoi polsi: erano bianchissimi e, in vita, le vene dovevano essere state di un bel verde. I palmi erano già consumati dal lavoro; di certo era un servitore o un artigiano perché, per quanto ruvide, le sue dita non recavano i segni dei dolorosi calli impressi sulla pelle dagli strumenti del contadino.
Seppellirlo nei boschi non si poteva, la terra era ghiacciata e per romperla c’era da spezzarsi i fianchi. La vecchia viveva da sola, non molto distante dal villaggio, ma in quei giorni le ghiacciate e la neve rendevano impervia anche la strada che la separava dall’abitato.
Non sapendo come fare aveva caricato il corpo sul suo somaro; chissà poi perché? Era stata una strana idea. Le era sembrato che da morto potesse ben meritare la pietà e il calore che gli erano forse mancati in vita, anche se questo non avrebbe risarcito la solitudine che di certo l’aveva ucciso.
– Non si prendono mai cura di noi. Troppo giovani o troppo vecchi, siamo comunque un peso per loro- gli aveva mormorato spostandolo con il vigore che ancora non la abbandonava nonostante l’età.
Mentre lo portava a casa, rifletteva a come far venire il sacerdote perché lo benedicesse. Lei avrebbe conservato il corpo come meglio poteva e l’avrebbe avvolto in una bella coperta.
Un tempo era appartenuta a suo marito, ma quello era morto e non ne aveva più bisogno.
Mentre ci pensava, le era venuto proprio da ridere: beh, alla fine anche il ragazzo era morto, perché mai avrebbe dovuto averne più bisogno di suo marito?
– Il fatto è che io e te non ci conosciamo abbastanza ma lui, oh, lui l’ho conosciuto abbastanza invece, e posso dire con certezza che la coperta non se la meritava né da vivo né da morto.
Chiacchierare con il ragazzo le veniva naturale ma, del resto, non se ne diede pensiero; era vecchia e sola, e da tempo la morte non le faceva più nessun effetto. Parlare con sé stessa o con un morto non faceva nessuna differenza, era come discorrere con qualcuno stando ognuno su una riva di un fiume. Un fiume tanto stretto che ci si poteva sentire e vedere con chiarezza attraverso le sue acque.

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Gli occhi di Wallenstein

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Da un manoscritto contente testi sull’alchimia di e attribuiti al letterato, poeta ed esoterista catalano Ramon Llul (1232-1316)

** vedi note**

Chi sono io?
Questa domanda mi tormenta.
Ma la ragione della mia irrequietudine non risiede, come forse credete, nella domanda; io so chi sono, certo, lo so- così come ciascuno di voi conosce il proprio nome- ed è esattamente perché lo so che non trovo pace.
È la risposta a torturarmi, non la domanda.
Forse c’è fra voi chi può capirmi?
Forse fra voi c’è chi non si accontenti di giudicarmi?
Io non credo.
Ma se c’è, ti prego, fatti avanti, parlami, guardami negli occhi: fammi questo dono, di offrirti a me nudo come il primo uomo, di offrirmi il tuo sguardo non velato dalla follia o dalla menzogna.
Sono gli occhi la ragione per cui sono vivo, sai, sono proprio questi occhi la mia maledizione.
Come vorrei guardarti negli occhi, fratello, e non trovare in essi niente più che la tua innocenza- forse perfino la tua compassione!
Ma, vedi, neppure in quel caso potrei trarre conforto dalla tua pietà; non appena la parola “fratello” risuona nella mia mente (ha il suono grave e fresco della prima pioggia dopo una lunga ed arida estate), il Demone che è dentro di me alza la testa e sogghignando prende a deridermi.
“Non essere sciocco- mi dice- non è tuo fratello. Tu non hai fratelli. Tu sei unico nel tuo genere, non c’è al mondo una creatura uguale a te. Sei unico nella tua perfezione, unico nel tuo abominio. Perché temi la tua solitudine? È la solitudine delle cose rare; dovresti esserne orgoglioso. Invece non fai che tormentarti e desideri quello che non ti è concesso.
Che individuo patetico, davvero. Non so cosa mi trattenga dall’ucciderti”.

Questa è la mia condizione; sono solo con me stesso, solo con il Demone.
E la ragione è che io sono ciò che sono: un essere contro natura.
Cosa avrei potuto fare per sfuggire alla mia condizione?
Uccidermi, forse… Sì, uccidermi sarebbe stata la scelta più saggia, e tuttavia non mi è permesso: il Demone me lo impedisce perché togliendomi la vita ne priverei anche lui e lui non vuole. La sua brama di vivere, per me completamente inconcepibile, è immensa; egli ha fame di questa esistenza che a me sembra tanto miserabile, sì, ha fame di cibi delicati in cui io non trovo nessun conforto, desidera il lusso e l’agio, per me privi di significato, e ricava piacere da abitudini per me del tutto esecrabili.
Chi sono io?
Un prigioniero.
Chi sono io?
Uno schiavo, come tale nato e vissuto.
Non avevo che un tesoro, la morte, e mi è stato strappato il giorno stesso in cui sono venuto al mondo; io, un essere immortale, sono condannato a conoscermi in eterno.
Ma se tu mi stai ascoltando, chiunque tu sia, ti prego, non te ne andare; rimani con me un altro po’.
Permettimi di raccontarti la mia storia; non è necessario che tu ti trattenga oltre la parola fine, te lo assicuro. Mi è sufficiente sapere che sarò ricordato e che, sia pure per un solo momento, qualcuno ha avuto pietà di me.

Mio Padre non era mio Padre: era il mio creatore.
Finché è vissuto, l’ho odiato con così tanta passione che in questo non mi si sarebbe potuto distinguere da qualsiasi altro essere umano sotto l’occhio del cielo.
La ragione per cui mio Padre mi aveva prodotto- non potrei usare altri termini che questo, perché nella mia nascita non ebbero ruolo né amore né dedizione alla vita, bensì mero egoismo- era la sua cecità.
Chirurgo di giorno, studioso delle arti magiche di notte: Zeno di Wallenstein, colui che più che un Padre si sarebbe rivelato essere il mio padrone, soffriva fin dall’infanzia di un male apparentemente incurabile.
Si era avvicinato alla medicina e in seguito alle arti mistiche precisamente con l’intento di riacquistare la vista, destinata a venirgli meno per via di una grave malattia ereditaria.
Inflessibile costanza, incrollabile disciplina, una fortuna familiare a sostenerlo nei suoi studi e, in più, uno sciagurato genio per le cose oltremondane: con queste premesse, e nonostante la sua malattia, egli aveva rapidamente conseguito una stupefacente padronanza della sua materia.
Il fatto che i suoi occhi stessero progressivamente perdendo la loro facoltà- negli ultimi anni non vedeva altro che macchie luminose immerse in una sorta di perenne crepuscolo- non fece che renderlo ancora più celebre, per l’assoluta eccezionalità di quel suo talento che si era sviluppato a dispetto e anzi quasi in virtù delle avversità.
Poteva piagare un corpo con le più terribili malattie e improvvisamente rimuoverle senza che vi restasse traccia d’infermità. Poteva creare morbi spaventosi e con la stessa facilità portare sollievo a intere popolazioni tribolate dalle medesime epidemie che lui, e chi altri?, aveva rovesciato sulle loro teste. In particolare, non c’era malattia degli occhi che lui non fosse in grado di emendare; non ce n’era nessuna, certo, a parte la sua.
La sua sapienza e apparente magnanimità lo avevano reso così celebre che divenne presto uno degli uomini più influenti del suo tempo; e poiché le sue arti, quando non tentava di riacquistare la vista, avevano come prima applicazione la sua propria salute, vi assicuro che la sua vita fu molto, molto lunga, al punto che dovette ritirarsi prima del tempo ed esercitare di nascosto la professione medica per non destare sospetti.
Del resto, era così potente che chiunque si fosse arrischiato a denunciarlo per stregoneria avrebbe incontrato la morte ancor prima che le sue accuse potessero raggiungere le orecchie di qualcuno disposto a darvi credito.

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Apribottiglie

Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?
Apocalisse 6. 16-17

 

Sono in due: avranno quindici, sedici anni.
Quando esco dal negozio del pakistano stanno scherzando sottovoce; uno fuma, l’altro giocherella con i lacci della felpa- bianca.
Sento che mi guardano: poco dopo stanno parlottando, e so che ridono di me.
Che cosa posso farci? Non è nemmeno la prima volta.
Stasera, però, è diverso; c’è qualcosa che mi fa stringere i denti e tirare su nel naso e l’aria, l’aria è fredda e mi fa lacrimare.
Solo un mese fa avrei avuto paura; non sarei uscito così tardi, mi sarei tenuto lontano dalle strade meno frequentate.
Cos’è successo?
Mi avvio verso casa e li sento, i loro passi nelle scarpe piatte all’americana, il tintinnio delle chiavi nelle tasche dei pantaloni da rapper. Camminano con l’elasticità dell’adolescenza, la schiena non ancora accartocciata da ore di lavoro sedentario, i muscoli non intorpiditi dal chiuso grigiore degli uffici.
Ed io ho solo venticinque anni.
Perché sono venuto in questa città?
Perché ho accettato di sbiadire, mentre il mio corpo appassiva intorno al mio animo spento?
Sono tranquilli come lupi dietro una carovana dispersa.
Penso di voltarmi, dargli quello che vogliono, accettare i loro sorrisi aguzzi e il loro disprezzo. E le loro botte, sì, anche quelle; perché io vengo dalle campagne e non ho abiti alla moda e sguardi sfrontati, e i miei capelli non sono pettinati col gel a buon mercato dei supermercati di periferia.

– Ehi, frocio!
Non gli do retta, penso. È giusto accontentarli e tornare a casa umiliato e deriso, con il cuore che trema di paura- una falena sopravvissuta all’estate?
Da bravo, Jun, ragiona: dagli quello che vogliono, anche se sono i tuoi ultimi soldi, perché proprio due settimane fa ti hanno licenziato e ti restano pochi yen prima del nulla.
– Ehi, frocio! Dico a te!
Caccio le mani in tasca per prendere il portafoglio.
Vicino, tasto qualcosa di metallico: è l’apribottiglie che ho comprato con la birra.
Lo sfioro: la sua lama punge la mia pelle, taglia i miei pensieri.
All’improvviso la notte è mille inverni meno gelida del mio cuore.
Mi giro, uno di loro è così vicino che sento il suo alito sulla faccia.
– Che hai in quella tasca, finocchio? Fa’ vedere!

Mi muovo veloce e metto nella mia mano tutta la mia rabbia.
Tutta la mia rabbia, e l’apribottiglie.
Il suo sangue è caldo e sboccia al centro della felpa- bianca.
Muori.

 

*Questa storia partecipa all’iniziativa di Writer’s Wing,
Una challenge per amica-III edizione*

 

Il gioco di Fu Lai

Avvertenze:
Questo esperimento- una totale follia- nasce dall’iniziativa della pagina Efp Fandoms per lo scambio di generi narrativi. 
Due scrittori di generi differenti venivano accoppiati casualmente e ciascuno doveva scrivere una one-shot del genere familiare all’altro scrittore.
LadyHawke83 ha scritto una one-shot di guerra, In the desert; a me tocca il fantasy, genere di cui solitamente non mi occupo.
L’ambientazione è di gusto orientale (Tibet/Cina/Giappone) ma i luoghi e il mondo in essa rappresentati sono di pura fantasia e quindi non mi sono sforzata di fare qualcosa di antropologicamente e filologicamente corretto. Prendetela per quello che è: una favola senza nessuna pretesa.
La documentazione per il gioco degli scacchi e del Go viene dalla pagina History of Chess e dai bellissimi articoli di Rodolfo Pozzi sugli scacchi in Mongolia, che potete trovare qui.
Il Saggio Cremisi è il mio omaggio al mio grande amore degli anime di quando ero piccola. 
Vediamo chi indovina xD

Molti secoli fa, nel cuore delle montagne di Shi-Ju, si diceva che abitasse un uomo particolarmente santo e particolarmente sapiente.
Viveva, così pare, nel più completo isolamento, in una capanna nascosta fra la vegetazione; si nutriva di radici e praticava il più rigido ascetismo, astenendosi da qualsiasi contatto umano che potesse in qualche modo arrecargli impurità.
Sembra che conducesse questa vita da tempo immemorabile, così tanto che non solo la brava gente dei villaggi circostanti non aveva la più pallida idea di come fosse fatta la sua faccia, ma addirittura se ne ricordavano a stento il nome.
Infatti, avevano smesso da un bel pezzo di recarsi in pellegrinaggio ai piedi del suo eremo: sapevano ormai per esperienza che il sant’uomo, per quanto appunto santo, era anche completamente sordo alle loro invocazioni.
Mai una volta si era degnato di ricevere i loro anziani e i loro malati, né tanto meno si era preoccupato di prestare loro soccorso dopo le molte calamità che spesso tormentavano la regione.
Se non si dimenticavano della sua presenza era solo perché, di tanto in tanto, qualche straniero saliva fino al villaggio e chiedeva del Saggio Cremisi. Si trattava invariabilmente di giovani monaci o di altri consimili zeloti che speravano di persuadere il pio eremita a prenderli con sé e a istruirli nella sacra arte della meditazione.
La brava gente del villaggio cercava quasi sempre di convincerli che i loro sforzi erano del tutto inutili: il Saggio non li avrebbe degnati della minima considerazione.
Quelli, naturalmente, troppo giovani e troppo ardenti com’erano, per tutta risposta li guardavano con il sorriso trasognato di chi si è già votato al martirio.
E in effetti, se non si trattava di martirio, poco ci mancava, perché nessuno sapeva dove si nascondesse il Saggio e le piste che si inerpicavano fra i boschi erano così impervie che chi le percorreva lo faceva a suo rischio e pericolo: perfino i più pratici fra i pastori della regione evitavano con molta prudenza di avventurarsi più del dovuto fra quelle gole.
Ma gli aspiranti allievi del santo non sembravano preoccuparsi molto della propria incolumità; anzi c’era chi, sperando di impressionarlo, si incamminava scalzo, vestito solo di uno straccio attorno ai fianchi e con l’unico equipaggiamento di un bastone.
Che fine facessero, spesso non era dato saperlo: ma quelli che tornavano attraversavano il villaggio mogi e a testa bassa o addirittura lo aggiravano, pensando di non essere visti dai caprai seduti sulle rocce a pascolare le loro bestie. Quelli, per parte loro, ridacchiavano vedendoli andarsene con la coda fra le gambe.

Le cose procedevano a questo modo da anni e anni quando, un giorno, arrivò alle porte del villaggio un monacello diverso da tutti quelli di cui il paese aveva memoria.
Come coloro che lo avevano preceduto era vestito poveramente, ma non ostentava la sua sobrietà. Sulle spalle portava uno zaino di lana intrecciata, indossava un paio di buone scarpe da montanaro e avanzava appoggiandosi a un lungo bastone.
In cima al bastone erano assicurati dei campanelli di legno che producevano un allegro frastuono mentre il ragazzino procedeva di buon passo verso la locanda del posto.
Una volta che fu entrato, si sedette e chiese con voce squillante che gli si portasse qualcosa da mettere sotto i denti.
Il locandiere (se locanda si poteva chiamare quella specie di casupola messa su alla bell’e meglio per dare rifugio a qualche viandante di passaggio) si affrettò a preparagli una ciotola di riso e un po’ d’acqua fresca. Dopodiché glieli mise davanti.
Il ragazzino guardò la ciotola, poi guardò il locandiere e di nuovo la ciotola.
Il brav’uomo, poveraccio, non sapendo cosa dire si grattò la testa con il mestolo e si azzardò a chiedere se qualcosa non andava.
– Assolutamente nulla- rispose il ragazzo- ma vorrei anche della carne stufata e del latte fermentato. E un altro po’ di riso, per piacere.

Il locandiere se ne tornò nell’angolo in cui sobbollivano i paioli con il cibo e diede una gomitata alla moglie. – Ha chiesto più riso. E carne, e del latte fermentato- le mormorò.
Lei sgranò gli occhi.
– Carne e latte fermentato? Non si è mai sentito che un monaco mangiasse carne e bevesse alcolici!- esclamò.
– Forse non è qui per il Saggio- rispose il marito.
– Che sciocco che sei- replicò la donna, strappandogli il mestolo per mescolare lo stufato- perché mai uno straniero dovrebbe venire in un posto come questo, se non per il Saggio?
– Che vuoi che ne sappia, donna? Forse è uno stregone.
– Uno stregone piccolo come un soldo di cacio? Ma guardalo. Il suo bastone è più grosso di lui! No, no, sono sicura: dopo aver mangiato, ci chiederà la strada per le montagne. Sta’ a vedere.
E si mise a dimenare il cucchiaio nel sugo; suo marito, invece, rimase a guardare il ragazzo con un’aria perplessa.
Davvero uno strano tipo, pensò.
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Jundo. Junjo.

Jundo. Junjo1

Questa storia partecipa alla Challenge La notte di Tanabata indetta dal sito Fanwriter. it.
Prompt 8; bonus: 39, 50; conteggio parole: 4.
486
Un sentito ringraziamento a Nat_Matryoshka per aver dissipato i miei dubbi sulla scelta del titolo.

 

旅に病んで夢は枯野をかけ廻る

“Tabi ni yande
yume wa kareno wo
kake meguru”

____________________________

Casa è distaccata dal villaggio, lontana dalla baia.
Si cammina, sì, si cammina su per il pendio, per circa un’ora.
È tutta salita, sebbene non ripida; ci sono molte altre case, ma tutte quante più a nord.
Casa è l’ultima, la più isolata.
Intorno c’è un boschetto di eucalipti, e davanti un piccolo cancello di legno che Ichiyō ha faticato molto a riparare e riverniciare.
Povera Ichiyō, con le sue vecchie morbide ossa.
Buona donna, brava donna. Fedele Ichiyō, uccisa a dicembre dai rigori dell’inverno, prima che lui potesse tornare a casa e rivederla un ultima volta- un’ultima volta rivedere i suoi bianchi capelli quasi ingialliti sopra le tempie, e le sue piccole dita distorte dall’artrite, simili a radici di ninfea.
Radici di ninfea, proprio così: come quelle che crescevano nello stagno ai piedi della collina. Quando erano piccoli, lui e sua sorella Azumi le tormentavano sempre con dei bastoncini per stanarne i girini e le pulci d’acqua.
Ora sembra tutto lontano come millenni fa.
Quando i miei occhi erano vergini. 
Quando la mia anima era vergine.
Tu vegliavi su di me e su Azumi2; i tuoi capelli erano già grigi.

Fa caldo, adesso: è quasi sera, ed è il settimo giorno del settimo mese. L’anno è il 1939.
Sono passati esattamente ventiquattro mesi dall’inizio della guerra3; questa è la prima licenza che gli concedono, e la gran parte l’ha spesa per tornare a casa.
Non ha molto tempo per fermarsi. Poco, sì, ma è quanto basta.
Le scarpe sono pesanti e fanno rumore, calpestando i ciottoli e la sabbia sul sentiero.
Gli alberi intorno sussurrano e lo fissano, e lui li sente, sente il sospiro della sera fra le fronde dei liquidi eucalipti e ode un suono d’acqua da qualche parte dietro di lui.
E sente scricchiolare le cinghie del suo zaino, e tintinnare la zavorra che gli pesa sulle spalle come se vi portasse il cielo…Un tondo cielo nero, pieno di bombe e di fumo e di cose innominabili che non hanno niente, niente a che vedere con questa pace, con questi alberi, con questa terra.
La terra lo giudica facendogli sentire il suono dei suoi passi e del suo corpo e del metallo con cui lo grava: tutti rumori così sgraziati e cruenti, mentre il rumore degli alberi e del vento è così puro e così mite.
Senza peccato.
Naitō Minori4, sembra che dicano, Naitō Minori, tu sei fuori posto.
Tu non appartieni a noi, e se mai ci hai appartenuto ora c’è troppo fango giallo sulle tue suole, troppo sangue sotto le tue unghie.
Sangue e polvere da sparo, e violenza nei tuoi occhi.
Noi non ti vogliamo, Naitō.
Noi non ti vogliamo.
Continua a leggere Jundo. Junjo.

Cane

cane

Io sono pazza.
Sono una pazza precoce.
Ho iniziato presto a esercitare la mia professione.
E’ stato tutto molto impegnativo; verso i 12 anni ho preso il diploma- mi hanno cioè assicurato che non stavo troppo bene.
Ho fatto il mio tirocinio con le gocce e tutte le varie cose che bisogna provare per essere matti a pieno titolo.
Ho passato molti anni a chiedermi che cosa ci fosse di diverso, nell’architettura del mio cervello; quale confine io avessi oltrepassato, e quando, per diventare quel che sono. Ho riflettuto molto sui limiti del pensiero, su che cosa sia la realtà, perché mi sembri diversa, e che cosa avrei dovuto cambiare.
Ci sono pazzi umili e pazzi sicuri di sé, esattamente come accade alle persone equilibrate; io ho capito che mi sarebbe convenuto mantenere le giuste prospettive, e cercare di guardare oltre il vetro. Non sono guarita, nel senso tecnico del termine, però non sono un pericolo per me stessa e per gli altri.
E’ come perdere la destra in tarda età e dover guidare un trattore: agli inizi la mano sinistra non è sufficiente e si rischia di precipitare nei burroni o travolgere chiunque capiti sul tuo tragitto.
Poi, con la pratica, è come se fossi sempre stato mancino; un lento, goffo mancino, che fa le cose nel doppio del tempo, ma senza cavarsela poi troppo male, e non si sente neanche più così strano se deve farsi il bidè dal lato sbagliato.
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