Fire Warnings- Pt. VIII

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(segue da Fire Warnings- Pt VII)

– Ehi, lo so che sei lì. Vieni fuori.

Sono rannicchiato in un angolo.
La stanza in cui sono entrato è buia: ci sono solo una finestra, qui, proprio sulla destra, e, davanti a me, oltre un piccolo frigo con sopra delle scatole e delle cianfrusaglie accatastate in precario equilibrio, una porta aperta.
Da entrambe, la porta e la finestra, entra la luce di un lampione, biancastra.
L’esterno è scuro come l’interno; c’è un forte odore di polvere e di sudore e un profumo ancora più forte che impregna l’aria.
Sulla soglia, nero su bianco, c’è una figura femminile.
È alta e magra, e ha molti capelli. Da qui, controluce, non riesco a vedere di che colore sono, né la faccia che c’è in mezzo.
Calcolo che, se non fosse per questo frigo di merda qua davanti, potrei schizzare fuori dalla porta in un attimo e sparire al fondo della strada; quando ha mosso qualche passetto dentro casa ho sentito rumore di tacchi, e se ha i tacchi è a posto, di sicuro non ce la farà mai a tenermi dietro.
Potrebbe sempre toglierseli, però le ci vorrebbe comunque qualche secondo, il che mi darebbe un bel vantaggio. Ma c’è il frigo e, mi ricordo, un sacco di altre stronzate sparse per terra. Questo posto è terribilmente disordinato e pieno di roba, e rischierei di inciampare.
D’altro canto, se si mette a cercarmi, posso sgattaiolare mentre è dall’altro lato, vicina alla finestra; sì, posso approfittare di un attimo in cui ha mi dà le spalle.
Se mi va veramente male, e ha già capito dove sono, posso sempre buttarla a terra; sono un ragazzino, ma sono forte, e lei è una femmina e per giunta ha quei ridicoli trampoli che giocano a mio favore.
Non è la migliore situazione in cui trovarsi, ma ce la posso fare.
Vorrei poter respirare forte per snebbiarmi la testa da questo profumo, e dal sonno, soprattutto dal sonno; una pessima idea, perché qui dentro c’è un silenzio tombale e, a momenti, mi chiedo se non senta battere e rimbombare il cuore che nel frattempo mi è risalito in gola.
Non è mica la prima volta che mi beccano, beninteso; però, per quanto ci abbia preso la mano, tutte le volte mi agito e non riesco a deglutire.
Finché è durata, penso, è stata una bella storia.

Quando non hai una casa e ti infili in quelle degli altri, e vivacchi con gli avanzi delle loro dispense (o delle loro pattumiere);
quando dormi nei letti degli altri e vedi dove vivono e come, perché in assenza lasciano tutto così com’è e la loro casa, per te, è nuda;
quando pisci dove pisciano loro, e leggi i loro giornaletti porno;
quando fumi i mozziconi che hanno lasciato sul comodino;
ecco, quando fai tutto questo, alla fine, per strano che possa sembrare, ti affezioni.
Il più delle volte non li vedi in faccia ma solo di schiena, quando lasciano l’abitazione che hai puntato per rifugiartici.
Così, conosci tutto, tutto di loro- come piegano le maglie, da che parte mettono il rotolo della carta igienica, quanto dannatamente sporchi sono o, viceversa, quanta paura hanno di topi e scarafaggi- tutto. Tutto meno che la faccia.
Schiene, cassetti di biancheria, l’odore del loro sudore. Ma la faccia no.

Io sono nuovo, di questo quartiere: di lei ho solo sentito parlare.
Il vantaggio è che sta via per giorni e che nessuno sembra aver voglia di infilarsi in casa sua. Di conseguenza, mi aspettavo un immondezzaio; invece, era disordinata ma tutto sommato vivibile.
In un armadietto ho trovato un sacco di giornali vecchi; alcuni risalivano addirittura a prima del Comando.
Cosa strana per questo posto, la dispensa era ben fornita: di gran lunga la migliore che mi sia capitato di svuotare da quando vivo per conto mio.
Per quattro giorni ho campato come un principe: cibo a volontà, sigarette ovunque, riviste piene di figure e un letto con lenzuola fatte di una roba morbida e scivolosa, che mi faceva rabbrividire di piacere quando mi ci infilavo dentro.
Non l’ho mai vista, la padrona di casa. Del resto, ho i miei metodi, così non sono del tutto impreparato.
Si mantiene facendo la puttana di Sopra, mi hanno detto; quanto al resto, l’ho imparato, come si dice, sul campo.
Per esempio, ha una specie di armadio pieni di strani abiti colorati; fuma, e fin qui tutto bene, ma le sigarette sono diverse da quelle che si trovano nei soliti spacci.
In effetti, c’è poco da discutere, sono di qualità migliore; niente saporaccio chimico e, dopo che le hai fumate, niente gola secca. Niente bocca impastata.
Indossa del profumo, e non si tratta certo di quella porcheria dell’Esercito della Salvezza.
Il suo sudore è vagamente acidulo; insieme al profumo e al sentore delle sigarette, quel suo odore impregna le lenzuola.
Quattro giorni sono bastati per fissarmelo nelle narici e adesso, mentre giro lentamente la testa nel buio del mio angolo, non sento nient’altro..
Troppo cibo e troppo riposo, penso; è un miracolo che io abbia sentito il rumore del catenaccio e mi sia svegliato in tempo.
Troppo cibo e troppo riposo.
Troppo lusso, che mi ha rincoglionito per bene.

Lei fa due passi; la sento rovistare accanto alla porta e poi c’è un “clic”.
Qualcosa di giallo e vagamente rotondo si è coagulato laggiù, proprio nell’angolo opposto al mio.
Mi abbasso, la testa sotto la linea del frigo; spero che non mi veda.
Intanto inizio a pensare a una storia strappalacrime, nell’eventualità che il piano A non funzioni.
C’era una buona probabilità che lo facesse, ragiono, ma qui la corrente è poca, la sera, e il frigo dovrebbe succhiarne la maggior parte.
Del resto, di notte me ne sono sempre ben guardato, dall’accendere le luci (o anche soltanto dal provarci); qui, tutti si fanno gli affari loro, ma chissà che a qualche buon samaritano non fosse saltato in testa di venire a controllare.
Mi sarei aspettato una torcia, ecco, quella sì che me la sarei aspettata.
Una lampada da tavolo, francamente no.
La luce proietta sul muro delle macchie irregolari; sicuramente, la lampadina è impiastricciata di polvere e insetti morti.
La quantità di cose impiastricciate, dentro quella casa, è impressionante; si tratta quasi sempre di sostanze colorate, dall’odore appetitoso ma che, come ho scoperto, non sono apparentemente commestibili.
In altri casi, si tratta di un materiale colloso che ho trovato dentro a dei barattoli aperti: sopra, un’etichetta piena di ditate recitava: “Ciliegie”.
Come ho constatato, quest’ultimo composto è invece perfettamente commestibile.
Cerco di distrarmi con questi pensieri, mentre striscio verso il frigo e mi appiattisco contro il radiatore.
Sento il rumore della lampadina che ronza come un moscerino, e il fruscio dei suoi vestiti mentre si muove con calma, come se la mia presenza non la disturbasse affatto.
Due colpi secchi, e sbircio cautamente dal fianco del frigo.
Si è tolta le scarpe e le ha buttate in giro per la stanza.
La porta è aperta.
Sento altri rumori: un accendino, il tabacco che prende fuoco e il suo sospiro mentre inghiotte il fumo.
Continua a leggere Fire Warnings- Pt. VIII

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Fire Warnings- Pt. 7

moon-927215_960_720(continua da Fire Warnings- Pt. 6)

Era improbabile, ma comunque non potevo escludere che Marion fosse ancora viva.
Circolavano leggende metropolitane, in merito a gente che aveva raggiunto il Fondale scendendo i tunnel dall’altro lato della città. Poveri pazzi, barboni, e altra gentaglia troppo lurida e senza speranza persino per noi di Sotto, che di solito non andavamo di certo per il sottile in questo genere di cose.
Per quel che ne sapevo, alcuni ci vivevano; ora, dopo aver visto le gallerie che si aprivano sulla fossa, non potevo escludere che ci fosse qualcosa di vero in quelle storie.
Mentre scendevamo, il rumore dei nostri piedi sul metallo mi arrivava alle orecchie un po’ attutito ma ancora ben distinguibile.
È un buon momento per chiederglielo, pensai, ma, non so perché, ebbi l’impressione che sarebbe stato meglio fare i vaghi e non fargli capire dove volevo andare a parare esattamente.

– Che cosa c’è in quelle gallerie?
Lì per lì non mi rispose, però, ne ero sicuro, mi aveva sentito benissimo: aveva inarcato un po’ la schiena. Capii che la domanda non gli era particolarmente gradita; forse aveva intuito che stavo cercando di farmi un’idea della situazione, o forse si sentiva padrone, in quel posto, e quello era il suo modo di essere territoriale.
Gli trotterellai dietro, aspettando.
Intanto, avevamo già superato una delle gallerie.
Avevo cercato di buttare un occhio sotto le arcate; ad essere sincero, però, da vicino si vedeva sì un po’ meglio, ma comunque non abbastanza per farsi un’idea dello scopo con cui erano state costruite.
Avevo intravisto un altro muro con dei passaggi e delle aperture quadrate a qualche spanna dal pavimento, che sembravano banalissime finestre a cui fosse stata tolta l’intelaiatura.
C’erano calcinacci sparsi e pezzi di travi: non era troppo diverso dai corridoi più inesplorati del Tunnel superiore, solo che sembrava molto più vecchio e molto più solenne.
E sembrava che qualcosa, o qualcuno, da quelle stanze immerse nell’oscurità, ci stesse osservando.

– Case. Una volta, c’erano delle case.
– Sembra più vecchio del Tunnel.
– Probabilmente lo è.

– Blackout?

Lo sentii sospirare.
Avevamo passato un altro piano.
– Che c’è?

È là, in mezzo a tutti gli altri, vero?
– Lascia perdere- risposi.

La stramaledettissima scala non finiva mai: quando arrivammo in fondo mi girava la testa.
Avevo percorso gli ultimi due piani della rampa a testa in su: guardavo verso il cielo che era sempre più piccolo sopra le nostre teste e sempre più luminoso, anche perché, avvitandosi lungo il perimetro delle mura, la scala ci portava dalla parte opposta a quella da dove eravamo entrati, e io vedevo finalmente da dove scendeva quell’unica straordinaria luce che illuminava noi, le gallerie, e i cadaveri sotto di noi.

Era la luna.

Nessuno l’aveva mai vista, ma sapevamo tutti com’era fatta, più o meno: tonda, bianca, appesa nel cielo.
Quelli di noi che lavoravano nelle fabbriche ricevevano dei corsi accelerati di lettura e scrittura, tanto per non sbagliarsi e premere qualche pulsante con sopra scritto “Mostruosamente pericoloso”. Durante le lezioni si esercitavano su vecchi libri che parlavano di com’era la vita sulla terra molti e molti anni fa.
Quando venivano a spendere gli ultimi spiccioli di paga allo Spaccio, ci raccontavano qualcosa di quello che avevano imparato, più che altro per impressionare il pubblico con le loro conoscenze e sentirsi, almeno per quella sera, gente di riguardo.
Così, anche chi non studiava aveva imparato che cos’erano la luna, il sole, i fiumi e le montagne.
Ma era roba che stava sui libri: per quanto ne sapevamo, poteva anche essere un mare di frottole governative.
Nessuno aveva mai pensato di andare a controllare se ci fosse davvero, se ci fosse ancora, e come fosse fatta.
Adesso che ci pensavo, mi sembrò una grandissima assurdità.

– Ehi, bella addormentata, guarda a dove metti i piedi!
A forza di stare col naso per aria, non mi ero accorto che Blackout si era fermato.
Gli finii addosso e lui mi spinse indietro.
Istintivamente, allungai una mano per appoggiarmi alla ringhiera e trovai una maglia di ferro.
Era la grata che separava la banchina dalla fossa.
Sapevo cosa aspettarmi- così avevo pensato, mentre scendevo; ma, da vicino, i morti erano molti, molti di più.
E anche molto, molto più morti.
Mi si strinse lo stomaco.
La maschera mi riparava dall’odore, ma non mi impediva di vedere.
Trovare un posto tranquillo dove posare lo sguardo: per i seguenti cinque minuti mi preoccupai solo di quello. Alla fine, ovviamente, ci rinunciai.
Erano da tutte le parti; molti avevano gli occhi aperti, e mi sentivo osservato.
Dalla mia parte della grata, ce n’erano persino un paio che sembravano seduti; la faccia era schiacciata contro le sbarre e la carne si era gonfiata intorno al ferro.
Chissà se da morto farò anch’io così schifo, pensai.
Non era un pensiero tranquillizzante, ma mi distrasse per un po’.
Quelli più vicini erano un po’ più carini: più lontano andavo con lo sguardo, e più intravedevo cose informi e pezzi d’ossa.
In mezzo a quella roba, c’era anche qualcosa di piccolo e vivo che si muoveva sopra la carne, ma preferii non andare troppo per il sottile.

Black, intanto, armeggiava con il lucchetto del cancello.
Quando lo aprì, il cigolio echeggiò rimbombando fra le pareti.
Si voltò verso di me.

– Muoviamoci- disse, e oltrepassò il cancello.
– Che vuol dire?-
Lui non mi rispose; scese una specie di gradino che non avevo notato e si inoltrò zampettando come se camminasse sulle uova.

– Perché credi che ti abbia portato qui? Te l’avevo detto. Mi serve aiuto.
– Io non ci cammino, là in mezzo.
Fece spallucce.
– Come ti pare. Farai più lavoro dopo.

Rimasi a guardarlo.
Era incredibilmente goffo: era un grosso, alto uomo goffo, infagottato dentro una palandrana, che barcollava sotto la luce della luna calpestando un tappeto di cadaveri e vermi.

Lo seguii finché non si fermò in un punto non molto distante.
C’era una specie di muretto semi avvolto nella penombra; vidi che ci si avvicinava.

Si alzò sulle punte dei piedi e distese le braccia verso la parte superiore del muretto.

Faceva fatica.
Feci qualche passo per vedere meglio.
In cima al muretto c’era, in effetti, qualcosa.
Mi balenò in mente un’idea. E se fosse…?
Ma guarda tu che cazzo mi tocca fare, pensai.
Una volta fatto il primo passo, fila tutto liscio. Devi solo fare il primo passo.

Erano inaspettatamente gommosi- perfino scivolosi, alcuni.
Cercai di non pensarci troppo.
Avevo paura di inciampare e di cadere faccia a terra là in mezzo ma scoprii che, tutto sommato, bastava tenere gli occhi fissi su un punto fermo: un po’ come quando facevo le mie esplorazioni su per il Tunnel.
Quando arrivai alle spalle di Black, lui si era già accorto di me; mi stava aspettando.
Con il mento accennò al muro.
Ci fu un rapido scambio di sguardi- io che gli chiedevo cosa intendeva fare, lui che mi faceva segno di salire e aiutarlo da là sopra; poi si chinò verso di me, le mani a conca.
Ci misi dentro un piede e mi arrampicai facendo leva con le mani sulle sue enormi spalle e sul tessuto untuoso in cui erano avvolte. Il cuore mi squassava la gola.

(segue…)

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Fire Warnings- Pt. 5

tunnel-pixabay

(segue da Fire Warnings- Pt. 4)

Non so quanto andammo avanti.
Mi sembrò di camminare tutta la notte: alla fine, avevo i crampi ai polpacci.
Il canale era costruito in discesa; a sapere dove portava, lo sapevo, per sentito dire;
in ogni caso, mi ero sempre guardato bene dall’andare a verificare di persona.
Davanti a noi, all’ultimo incrocio con un’altra galleria abbastanza ben illuminata che risaliva verso est, c’era una rete di metallo, arrugginito e deformato in più punti.
Qua e là s’intravedevano dei cartelli. Non mi sforzai di leggerli; sapevo cosa dicevano.

Al di là della rete non si vedeva assolutamente niente. La corrente d’aria risaliva dall’incrocio e le folate ci risucchiavano via, facendo tremare la recinzione.
Battevo i denti per il freddo, e il rumore del metallo e quello dei denti mi rimbombavano nelle orecchie come se fossero un suono solo.
Blackout impugnò la spranga e si avvicinò alla rete; metà di lui sparì nel punto in cui la parete si incurvava, mentre il cappotto che gli pendeva dal fondoschiena sventolava nell’aria.
E se gli dessi un calcio e scappassi via?, pensai.
Troppo tardi, comunque; era già riemerso.

Mi fece cenno con la testa. Aveva la faccia rossa per lo sforzo.
Mi infilai nel buio e, a tastoni, trovai il passaggio nella rete; ci entravo comodamente, ma mi domandai come avrebbe fatto lui.
In ogni caso, ormai era fatta.

Davanti a noi c’era un buco nero, in cui la corrente dei dotti di areazione sembrava scomparire risucchiata nel nulla. La terra, per quanto ne sapevo, avrebbe anche potuto finire là.
Feci qualche passo nell’oscurità, aspettandomi di cascare nel vuoto da un momento all’altro: le suole sfondate, però, incontrarono una superficie sconnessa, ma indubbiamente solida.
Blackout era proprio dietro di me. Continua a leggere Fire Warnings- Pt. 5

Fire Warnings-Pt. 4

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…segue da Fire warnings-Pt. 3

Rimasi a guardare quei tre capelli per un po’: come diamine ci erano arrivati?
Alzai lo sguardo: davanti a me, la guancia villosa schiacciata sul cuscino, c’era proprio lui, Blackout.
Non so se fu il fatto che c’entrasse Marion a decidermi.
O la curiosità- che cosa c’entrava lui? Come faceva a sapere lei che fine avesse fatto?
O, ancora, se fu la paura di perdere il bottino che mi ero guadagnato a rischio della pelle.
Immagino, tutte e tre le cose; o, più semplicemente, ci fu qualcosa, dentro di me, che mi spinse a fargli cenno con la testa.
Ma, se mi chiedete che cosa, sarò sincero: non saprei davvero cosa rispondervi.

Sgattaiolammo fuori dall’edificio e nella strada: faceva buio e, dalle bocche di areazione, fuoriusciva aria gelida.
Blackout si tirò su il bavero e infilò il braccio all’interno del cappotto.
Indossava quel cappotto da quando lo conoscevo; ho anche i miei dubbi sul fatto che fosse mai stato lavato.
Gli arrivava fino ai piedi e lo faceva sembrare ancora più grosso e ancora più lungo.
Vidi qualcosa sporgere sotto la stoffa.
– È una spranga, quella?- gli chiesi.
Lui annuì, e questo fu tutto, per quei quindici minuti che ci separavano dal Tunnel.

C’era qualche perdigiorno che andava e veniva davanti all’entrata; ci guardarono con curiosità ma non fiatarono.
Entrammo; Blackout svoltò bruscamente per uno dei canali occidentali.
La cosa non mi piaceva, ma lo seguii, i pugni in tasca e la testa infossata nel collo del giubbotto.
I canali si intrecciavano con le bocche di areazione che portavano l’aria dall’anello esterno dentro la Città di Sotto.
C’era molta corrente, la strada era in gran parte completamente buia e l’aria rimbombava lungo i camminamenti insieme ai nostri passi.
Insomma, non era un gran bel posto.

Andammo avanti per un bel tratto, senza fermarci, senza guardarci né di lato né alle spalle.
Ogni tanto, pezzi di galleria erano rischiarati da vecchie luci d’emergenza che qualcuno aveva collegato abusivamente alla rete elettrica.
Per via del coprifuoco, però, andavano tutte a mezza potenza, e illuminavano sì e no la parete su cui erano installate.
In quei tratti, potevo vedere l’umidità che colava dal soffitto, giù per i muri, le prime incrostazioni di muffa e salnitro, mano mano che procedevamo verso il Fondale, e le pozze di acqua sporca e di piscio, ai lati e al centro del passaggio.
Per fortuna, la corrente urlava come un lupo e non potevo sentire lo scricchiolio dei topi che, ci avrei giurato, correvano dentro le pareti e lungo il camminamento.
A volte, vuoi per le infiltrazioni, vuoi per i ratti, le luci facevano contatto: tremavano a gruppi di due o tre, a seconda dei punti di prelievo dell’energia, e le nostre ombre sfarfallavano sul pavimento o sparivamo per qualche istante, inghiottite nel nulla.

Lui continuava ad andare: camminava spedito, la schiena incurvata, le scarpe bucate che cigolavano nella galleria. La spranga l’aveva proprio tirata fuori, tanto per essere sicuri, e gli dondolava nella destra come un pollo morto.
A un certo punto, mi feci coraggio; allungai il passo e lo affiancai, tirandogli una manica.
Si girò a guardarmi, ma non sembrava fare davvero caso a me, forse perché gli arrivavo sì e no al gomito.

– Ehi, si può sapere dove stiamo andando?
– Mi pare ovvio.
– Se vuoi arrivare al Fondale, scordati che ti aiuti.
Lui si fermò; soppesò la spranga, la fronte corrucciata.
Non penso neanche che lo abbia fatto apposta; però, lo ammetto, riuscì a spaventarmi.
– Vuoi vederla?- mi chiese poi, bruscamente.
Volevo vederla?

Riprendemmo a camminare, in silenzio, fianco a fianco.
Tenergli dietro era faticoso; cercai di concentrarmi su quello.

(continua…)

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Fire Warnings Pt. 3

(segue da Fire Warnings Pt. 2)

Ricordo che ero andato a dormire presto, quella sera.
Ero molto stanco e, anche se avevo una buona scorta di bombole, dovevo farmela durare, per cui risentivo comunque della mancanza di ossigeno e tornavo a casa con addosso un gran sonno.
Dopo il coprifuoco, il Comando riduceva di oltre il cinquanta per cento la potenza dell’impianto elettrico; ne rimaneva sì o no per qualche lampione per strada, ma lo Spaccio restava aperto sottobanco e risucchiava la gran parte dell’alimentazione.
Così, se non avevi una torcia, beh, potevi anche attaccarti.
Non era un problema mio, comunque: avevo già lavorato abbastanza e mi addormentai subito.

Qualcosa mi svegliò, diverse ore dopo, e girandomi sul mio cartone mi limitai a registrare che il mio compagno di camerata era rientrato e stava puntando la torcia in giro per la stanza.
– Ma che cazzo fai…- biascicai, quando la luce mi finì dritta in faccia.

Non era la prima volta che tornava tardi e ubriaco dallo Spaccio; di solito, però, non ce la faceva neanche ad aprire la porta.
Figuriamoci accendere una torcia e tenerla puntata su una cosa qualsiasi.
Non disse niente e si limitò a spegnere il maledetto affare; dopo di che, strisciò a tentoni verso il suo posto e ci si lasciò andare.


Sapevo che, quando aveva bevuto, tendeva ad allungare un po’ troppo le mani e a chiamarmi Deanna. (Ho sempre cercato di capire chi fosse, questa Deanna, ma quando era sobrio non era così incline a nominarla).
Per cui, mi girai verso di lui e feci leva con la gamba per spostare un po’ il cartone.
Invece, lui si rivoltò bruscamente su un fianco e mi acchiappò prima che potessi mettere una distanza strategica fra i nostri letti.


Questa è la volta, pensai, terrorizzato; sapevo che poteva succedere, ma avevo sempre sperato di scamparla.
Aprii la bocca per parlare (“sei ubriaco, Jeff, va’ a dormire”, oppure “qui non c’è nessuna Deanna”: immagino che fosse quello che volevo dire) ma una zampaccia decisamente molto più grossa e pelosa di quelle di Jeff calò sulla mia bocca.
– Non fiatare e stammi bene a sentire- mi disse il tipo.
Il suo fiato non sapeva di alcol e la sua mano aveva uno strano odore chimico. Annuii.
– Bravo. Ho una proposta per te. Se stai zitto e buono, ti lascio andare.

Gli feci segno che poteva stare tranquillo. Lui mi tolse la mano dalla bocca.

– Io so che hai trovato qualcosa d’interessante. E so che non vuoi farlo sapere in giro.
Mi asciugai la saliva dalle labbra.
– Non so di che parli.
– Parlo di un deposito con dentro dell’ossigeno e altra roba.
Ebbi il buonsenso di restare zitto.
– Sono sicuro che i tuoi capetti si potrebbero offendere, se sapessero che te lo sei tenuto per te.
– E cosa vorresti in cambio per non dirglielo?
– Voglio che mi aiuti. Tu non tradisci me, io non tradisco te. Che ne dici?
– Dipende. Pensi di essere furbo?
– No, penso che quando saprai chi c’è in ballo non farai più lo stronzetto.
– Beh, allora chi c’è in ballo?

Lui mi prese la mano e ci mise dentro qualcosa.
Poi, accese la torcia schermandola sotto il cuscino di Jeff.
Nel palmo della mia destra c’erano tre lunghi capelli.
Tre lunghi capelli ricci e rossi.

(segue…)

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Fire Warnings- Pt.2

pexels-photo(…segue da Fire Warnings pt. 1)

 

Dopo un po’ di tempo che non la vedevamo, la gente iniziò a farsi domande; pensarono che si fosse trasferita, che alla fine avesse deciso di abbandonare la vita dei bassifondi e accettare l’offerta di qualche pezzo grosso a cui aveva sicuramente fatto girare la testa.
Molti di noi si convinsero che le cose stavano proprio così, anche se, in cuor loro, sapevano che una come lei sarebbe tornata a riprendersi la sua roba e ci avrebbe salutato, anche a costo di sentirsi insultare.
Tutto d’un tratto, tutti si ricordarono che mestiere faceva. E non si facevano problemi a ripeterlo, sapete. Persino quelli che avevano mangiato a casa sua, o che dovevano lei un qualche pulcioso lavoretto per il Comando, grazie al quale adesso potevano permettersi di andare allo Spaccio a ubriacarsi di birra, e sparlarle alle spalle fra i fumi dell’alcol.

Io, invece, sapevo la verità; allora, lui mi aveva fatto promettere di non dire nulla, ed io non sapevo niente di quello che sarebbe successo dopo. Fra una cosa e l’altra è passato così tanto tempo che, sulle prime, non ho collegato i pezzi del puzzle.
Inoltre, all’epoca ero un mocciosetto di tredici anni; chi mi avrebbe dato retta?
Ma andiamo per ordine.
Le cose andarono così.

Vivevo in un comprensorio poco distante da dove abitava Marion; me n’ero andato via di casa e vivevo da solo con qualche altro sbandato a cui non facevo domande, e che non ne faceva a me. Rubacchiavo e facevo lavoretti poco puliti, e conoscevo abbastanza bene il Tunnel.
Era l’unica strada che connetteva il Sopra con noi altri dabbasso, ma non era sorvegliato.
Un tempo, quando il Comando non si era ancora insediato, c’erano delle scale mobili che lo percorrevano, e delle scale normali che raccordavano i vari settori.
Era una struttura a chiocciola, con dei piani intermedi. Non so bene cosa ci facesse la gente, ma dicono che fosse molto frequentato.
Il Comando lo aveva chiuso anni e anni prima; l’unica maniera di arrivare di Sopra, adesso, era il Cubo.

Credo che il Comando fosse sicuro di non avere niente da temere dal Tunnel: avevano fatto sigillare lo sbocco, che sbucava esattamente alle spalle della Necropolis Tower, e tutte le strutture che il Tunnel conteneva erano andate lentamente ma inesorabilmente in malora, saccheggiate o semplicemente lasciate a se stesse.
L’ossigeno era scarso, dato che l’alimentazione era spenta da anni.
Molte parti del Tunnel erano ancora inesplorate; bisognava stare attenti a non perdercisi, parecchi poveri diavoli c’erano crepati dentro per anossia e l’unica cosa che rimaneva di loro era la puzza di cadavere che aleggiava fra i corridoi deserti.

Era lì, nelle parti più vicine al Sotto, che gran parte della mala gestiva i suoi affari; ed era lì che lavoravo- in particolare, recuperavo rottami e facevo piccole consegne.
Qualcuno, non si sa se da Sopra o da Sotto, aveva approfittato del tempo e dell’indifferenza del Comando, e aveva forzato i sigilli; anche se restava implicito che noi dabbasso non potevamo salire, c’era qualcosa o qualcuno che invece scendeva da Sopra, e a metà strada avvenivano scambi di merci varie, stupefacenti, materiali dal mercato nero, informazioni e, dicevano, persone.

Quanto a me, non ho mai indagato; mi limitavo a fare quello che mi veniva detto e a passare solo nelle aree di competenza delle bande per cui lavoravo.

E poi, c’era la terra di nessuno; la parte più buia e sconosciuta del Tunnel.
Sapevo che era piena di tesori almeno quanto lo era di pericoli e, dato che ero un marmocchio e mi infilavo agevolmente in posti dove gli adulti non passavano, avevo iniziato a perlustrare il posto, con molta prudenza e qualche bombola d’ossigeno.
E, a proposito di ossigeno, le mie ricerche non avevano tardato a darmi qualche soddisfazione: avevo trovato un piccolo deposito di bombole e altra roba chimica- niente di cui mi intendessi direttamente, ma che, per quel poco che ne sapevo, sicuramente avrebbe fatto gola a qualcuna delle bande.

Avevo deciso di continuare a esplorare: l’ossigeno, in ogni caso, era oro, ed era esattamente quello di cui avevo bisogno.
Non lo avevo detto a nessuno, naturalmente, ed ero stato ben attento a non farmi notare.
A qualcuno però, evidentemente, le mie piccole escursioni non erano sfuggite: e, una notte, me lo trovai sdraiato accanto, al posto del mio solito compagno di stanza.

(segue…)

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Fire Warnings. Pt 1.

Sequel: 24 dicembre 3065

[…]
nothing is sure
but what’s already burned—
water that’s ash, steel
that has flowed and cooled
[…]
Fire Warnings, James Richardson.

 

Ogni giorno, prima dell’alba, Blackout passava sempre per la stessa strada.
La gente non ci faceva caso, ma io abitavo da quelle parti e me lo ricordo bene.
Era un tipo abitudinario; o meglio, mi ero fatto l’idea che fosse così.
Inoltre, non aveva un’aria molto sveglia, il che concordava perfettamente con il fatto che non fosse quella la strada più breve per raggiungere il Cubo (chiamavamo così l’ascensore che saliva su al Comando: ce n’era solo uno, con tanto di tessere magnetiche e controlli).


All’epoca, non avevo collegato il fatto che Marion abitasse proprio lungo il percorso e che, più o meno alla stessa ora, avesse l’abitudine di uscire dalla sua baracca e sedersi sulla porta a bere una tazza di surrogato.

Lui le passava davanti, gli occhi bassi, il collo insaccato nelle spalle, come se volesse nascondersi; ma chi ci avrebbe fatto caso?Lui non era quel che si dice una bellezza, e lo sapeva benissimo; inoltre, era un tipo scostante.
Era raro che alzasse la testa. Immagino che sia anche per quello che lo avevano preso, al Comando: lassù apprezzavano chi sapeva farsi gli affari suoi.

Marion! Me la ricordo bene. Se la ricordano tutti, nel quartiere.
Lei sì che era bella.
Non mi scorderò mai quei suoi capelli: ne aveva più di quanti ne abbia mai visti sulla testa di una persona. Erano lunghi, ricci, ed erano rossi come il fuoco.
Amava stare per conto suo, ma le volevamo tutti bene perché non si faceva problemi a condividere il suo pasto con chi non aveva niente.
Guadagnava abbastanza bene: bella com’era, avrebbe potuto trasferirsi da tempo al Comando, ma, non capivo perché, non era mai successo.
Faceva la puttana, naturalmente: non c’era molta scelta di mestieri, di Sotto, e siccome la gran parte dei lavori ce li davano da Sopra, quando trovavano una come Marion sapevano già come impiegarla. Alcune avevano fatto fortuna, ma erano tutte molto meno belle di lei.
Marion, invece, era rimasta una di noi.


Usciva in ghingheri, con addosso gli abiti che le regalavano quelli del Comando, truccata e vestita come una duchessa e lasciandosi dietro una scia di profumo; ma, non importa a che ora, alla fine rientrava sempre.


Sospetto che si siano incontrati più di una volta nei quartieri superiori, lei e Blackout, dato che entrambi avevano i permessi per il coprifuoco.
Tempo dopo, ho scoperto che, nei tempi bui, prima di trovare lavoro all’obitorio, Blackout era stato più volte a casa di Marion.
Chissà, forse il lavoro glie l’aveva trovato lei con uno dei suoi agganci: non sarebbe certo stata la prima volta.
Poi, pensandoci bene, mi sono ricordato di una cosa a cui non feci caso, allora: per quanto bassa tenesse la testa, Blackout rivolgeva sempre lo sguardo alla casa di Marion e, se lei era sulla soglia, giurerei che succedeva qualcosa, fra quei due.
Non so dirvi cosa: forse era una specie di sorriso invisibile, o un messaggio in un qualche codice. Era qualcosa, in ogni caso, che solo loro potevano capire.

Le cose andarono avanti così per un bel pezzo; finché, una mattina, la soglia della casa di Marion non rimase deserta.

(to be continued)

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