Elleboro

** Questa storia partecipa all’iniziativa “Calendario dell’Avvento 2017!” a cura di Fanwriter.it**

Elleboro1

Cose senza memoria
e neve fresca
e piccoli salti di scoiattolo
Nakamura Kusatao

Povero fanciullo! L’avevano trovato morto.
Si era congelato, tutto rannicchiato in quegli stracci che certo non sarebbero mai bastati a proteggerlo dalla cattiveria del freddo. Ingannato dal torpore dell’assideramento, si era abbandonato al sonno contro le radici di un vecchio olmo che lambiva la strada. Il tronco era un po’ incavato, come se l’ impotenza davanti alla solitudine del ragazzo lo avesse deformato; o forse, lo spirito che abitava l’albero aveva provato pena per il ragazzo e aveva cercato di abbracciarlo perché non fosse abbandonato senza un conforto alla morte.
Nessuno sapeva chi fosse; poteva avere dodici anni come venti, era così minuto e delicato.
Ciò che la colpì furono i suoi polsi: erano bianchissimi e, in vita, le vene dovevano essere state di un bel verde. I palmi erano già consumati dal lavoro; di certo era un servitore o un artigiano perché, per quanto ruvide, le sue dita non recavano i segni dei dolorosi calli impressi sulla pelle dagli strumenti del contadino.
Seppellirlo nei boschi non si poteva, la terra era ghiacciata e per romperla c’era da spezzarsi i fianchi. La vecchia viveva da sola, non molto distante dal villaggio, ma in quei giorni le ghiacciate e la neve rendevano impervia anche la strada che la separava dall’abitato.
Non sapendo come fare aveva caricato il corpo sul suo somaro; chissà poi perché? Era stata una strana idea. Le era sembrato che da morto potesse ben meritare la pietà e il calore che gli erano forse mancati in vita, anche se questo non avrebbe risarcito la solitudine che di certo l’aveva ucciso.
– Non si prendono mai cura di noi. Troppo giovani o troppo vecchi, siamo comunque un peso per loro- gli aveva mormorato spostandolo con il vigore che ancora non la abbandonava nonostante l’età.
Mentre lo portava a casa, rifletteva a come far venire il sacerdote perché lo benedicesse. Lei avrebbe conservato il corpo come meglio poteva e l’avrebbe avvolto in una bella coperta.
Un tempo era appartenuta a suo marito, ma quello era morto e non ne aveva più bisogno.
Mentre ci pensava, le era venuto proprio da ridere: beh, alla fine anche il ragazzo era morto, perché mai avrebbe dovuto averne più bisogno di suo marito?
– Il fatto è che io e te non ci conosciamo abbastanza ma lui, oh, lui l’ho conosciuto abbastanza invece, e posso dire con certezza che la coperta non se la meritava né da vivo né da morto.
Chiacchierare con il ragazzo le veniva naturale ma, del resto, non se ne diede pensiero; era vecchia e sola, e da tempo la morte non le faceva più nessun effetto. Parlare con sé stessa o con un morto non faceva nessuna differenza, era come discorrere con qualcuno stando ognuno su una riva di un fiume. Un fiume tanto stretto che ci si poteva sentire e vedere con chiarezza attraverso le sue acque.

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Gli occhi di Wallenstein

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Da un manoscritto contente testi sull’alchimia di e attribuiti al letterato, poeta ed esoterista catalano Ramon Llul (1232-1316)

** vedi note**

Chi sono io?
Questa domanda mi tormenta.
Ma la ragione della mia irrequietudine non risiede, come forse credete, nella domanda; io so chi sono, certo, lo so- così come ciascuno di voi conosce il proprio nome- ed è esattamente perché lo so che non trovo pace.
È la risposta a torturarmi, non la domanda.
Forse c’è fra voi chi può capirmi?
Forse fra voi c’è chi non si accontenti di giudicarmi?
Io non credo.
Ma se c’è, ti prego, fatti avanti, parlami, guardami negli occhi: fammi questo dono, di offrirti a me nudo come il primo uomo, di offrirmi il tuo sguardo non velato dalla follia o dalla menzogna.
Sono gli occhi la ragione per cui sono vivo, sai, sono proprio questi occhi la mia maledizione.
Come vorrei guardarti negli occhi, fratello, e non trovare in essi niente più che la tua innocenza- forse perfino la tua compassione!
Ma, vedi, neppure in quel caso potrei trarre conforto dalla tua pietà; non appena la parola “fratello” risuona nella mia mente (ha il suono grave e fresco della prima pioggia dopo una lunga ed arida estate), il Demone che è dentro di me alza la testa e sogghignando prende a deridermi.
“Non essere sciocco- mi dice- non è tuo fratello. Tu non hai fratelli. Tu sei unico nel tuo genere, non c’è al mondo una creatura uguale a te. Sei unico nella tua perfezione, unico nel tuo abominio. Perché temi la tua solitudine? È la solitudine delle cose rare; dovresti esserne orgoglioso. Invece non fai che tormentarti e desideri quello che non ti è concesso.
Che individuo patetico, davvero. Non so cosa mi trattenga dall’ucciderti”.

Questa è la mia condizione; sono solo con me stesso, solo con il Demone.
E la ragione è che io sono ciò che sono: un essere contro natura.
Cosa avrei potuto fare per sfuggire alla mia condizione?
Uccidermi, forse… Sì, uccidermi sarebbe stata la scelta più saggia, e tuttavia non mi è permesso: il Demone me lo impedisce perché togliendomi la vita ne priverei anche lui e lui non vuole. La sua brama di vivere, per me completamente inconcepibile, è immensa; egli ha fame di questa esistenza che a me sembra tanto miserabile, sì, ha fame di cibi delicati in cui io non trovo nessun conforto, desidera il lusso e l’agio, per me privi di significato, e ricava piacere da abitudini per me del tutto esecrabili.
Chi sono io?
Un prigioniero.
Chi sono io?
Uno schiavo, come tale nato e vissuto.
Non avevo che un tesoro, la morte, e mi è stato strappato il giorno stesso in cui sono venuto al mondo; io, un essere immortale, sono condannato a conoscermi in eterno.
Ma se tu mi stai ascoltando, chiunque tu sia, ti prego, non te ne andare; rimani con me un altro po’.
Permettimi di raccontarti la mia storia; non è necessario che tu ti trattenga oltre la parola fine, te lo assicuro. Mi è sufficiente sapere che sarò ricordato e che, sia pure per un solo momento, qualcuno ha avuto pietà di me.

Mio Padre non era mio Padre: era il mio creatore.
Finché è vissuto, l’ho odiato con così tanta passione che in questo non mi si sarebbe potuto distinguere da qualsiasi altro essere umano sotto l’occhio del cielo.
La ragione per cui mio Padre mi aveva prodotto- non potrei usare altri termini che questo, perché nella mia nascita non ebbero ruolo né amore né dedizione alla vita, bensì mero egoismo- era la sua cecità.
Chirurgo di giorno, studioso delle arti magiche di notte: Zeno di Wallenstein, colui che più che un Padre si sarebbe rivelato essere il mio padrone, soffriva fin dall’infanzia di un male apparentemente incurabile.
Si era avvicinato alla medicina e in seguito alle arti mistiche precisamente con l’intento di riacquistare la vista, destinata a venirgli meno per via di una grave malattia ereditaria.
Inflessibile costanza, incrollabile disciplina, una fortuna familiare a sostenerlo nei suoi studi e, in più, uno sciagurato genio per le cose oltremondane: con queste premesse, e nonostante la sua malattia, egli aveva rapidamente conseguito una stupefacente padronanza della sua materia.
Il fatto che i suoi occhi stessero progressivamente perdendo la loro facoltà- negli ultimi anni non vedeva altro che macchie luminose immerse in una sorta di perenne crepuscolo- non fece che renderlo ancora più celebre, per l’assoluta eccezionalità di quel suo talento che si era sviluppato a dispetto e anzi quasi in virtù delle avversità.
Poteva piagare un corpo con le più terribili malattie e improvvisamente rimuoverle senza che vi restasse traccia d’infermità. Poteva creare morbi spaventosi e con la stessa facilità portare sollievo a intere popolazioni tribolate dalle medesime epidemie che lui, e chi altri?, aveva rovesciato sulle loro teste. In particolare, non c’era malattia degli occhi che lui non fosse in grado di emendare; non ce n’era nessuna, certo, a parte la sua.
La sua sapienza e apparente magnanimità lo avevano reso così celebre che divenne presto uno degli uomini più influenti del suo tempo; e poiché le sue arti, quando non tentava di riacquistare la vista, avevano come prima applicazione la sua propria salute, vi assicuro che la sua vita fu molto, molto lunga, al punto che dovette ritirarsi prima del tempo ed esercitare di nascosto la professione medica per non destare sospetti.
Del resto, era così potente che chiunque si fosse arrischiato a denunciarlo per stregoneria avrebbe incontrato la morte ancor prima che le sue accuse potessero raggiungere le orecchie di qualcuno disposto a darvi credito.

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Apribottiglie

Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?
Apocalisse 6. 16-17

 

Sono in due: avranno quindici, sedici anni.
Quando esco dal negozio del pakistano stanno scherzando sottovoce; uno fuma, l’altro giocherella con i lacci della felpa- bianca.
Sento che mi guardano: poco dopo stanno parlottando, e so che ridono di me.
Che cosa posso farci? Non è nemmeno la prima volta.
Stasera, però, è diverso; c’è qualcosa che mi fa stringere i denti e tirare su nel naso e l’aria, l’aria è fredda e mi fa lacrimare.
Solo un mese fa avrei avuto paura; non sarei uscito così tardi, mi sarei tenuto lontano dalle strade meno frequentate.
Cos’è successo?
Mi avvio verso casa e li sento, i loro passi nelle scarpe piatte all’americana, il tintinnio delle chiavi nelle tasche dei pantaloni da rapper. Camminano con l’elasticità dell’adolescenza, la schiena non ancora accartocciata da ore di lavoro sedentario, i muscoli non intorpiditi dal chiuso grigiore degli uffici.
Ed io ho solo venticinque anni.
Perché sono venuto in questa città?
Perché ho accettato di sbiadire, mentre il mio corpo appassiva intorno al mio animo spento?
Sono tranquilli come lupi dietro una carovana dispersa.
Penso di voltarmi, dargli quello che vogliono, accettare i loro sorrisi aguzzi e il loro disprezzo. E le loro botte, sì, anche quelle; perché io vengo dalle campagne e non ho abiti alla moda e sguardi sfrontati, e i miei capelli non sono pettinati col gel a buon mercato dei supermercati di periferia.

– Ehi, frocio!
Non gli do retta, penso. È giusto accontentarli e tornare a casa umiliato e deriso, con il cuore che trema di paura- una falena sopravvissuta all’estate?
Da bravo, Jun, ragiona: dagli quello che vogliono, anche se sono i tuoi ultimi soldi, perché proprio due settimane fa ti hanno licenziato e ti restano pochi yen prima del nulla.
– Ehi, frocio! Dico a te!
Caccio le mani in tasca per prendere il portafoglio.
Vicino, tasto qualcosa di metallico: è l’apribottiglie che ho comprato con la birra.
Lo sfioro: la sua lama punge la mia pelle, taglia i miei pensieri.
All’improvviso la notte è mille inverni meno gelida del mio cuore.
Mi giro, uno di loro è così vicino che sento il suo alito sulla faccia.
– Che hai in quella tasca, finocchio? Fa’ vedere!

Mi muovo veloce e metto nella mia mano tutta la mia rabbia.
Tutta la mia rabbia, e l’apribottiglie.
Il suo sangue è caldo e sboccia al centro della felpa- bianca.
Muori.

 

*Questa storia partecipa all’iniziativa di Writer’s Wing,
Una challenge per amica-III edizione*

 

Bibbia dei Broer (secondo Samwise): Genesi

Note e avvertenze:
Questa storia partecipa alla II challenge indetta dal sito Writer’s Wing (link al gruppo FB; link al sito)
Prompt: Due fratelli nella pioggia
Conteggio parole: 350

Playlist: Who by fire, Leonard Cohen.

“(…) nel secondo mese, il diciassette del mese, proprio in quello stesso giorno, eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono.
Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti”

Bibbia, Libro della Genesi, 7.12-13

 

– Che mi venga un accidente!
Il vecchio sputò a terra e allungò il braccio; il cerchio della lanterna si restrinse.

– Qui c’è qualcosa, eh, Barn?- mormorò.

Il ciuchino che lo seguiva pazientemente scosse il muso.
Di certo non era una risposta, ma il vecchio la interpretò come tale: in tanti anni di onorato servizio, si poteva dire che Barn fosse diventato il suo più fidato consigliere.
E, ci potete scommettere, non aveva mai sbagliato un colpo.

Il vecchio- si chiamava Samwise, Samlee, qualcosa del genere- si inoltrò fra i falaschi1, sguazzando e imprecando.
Ogni tanto, agitava la mano per scacciare i nugoli di zanzare che gli si affollavano intorno e la lampada oscillava fendendo la pioggia e il buio sulla palude.

– Bontà divina!

Samlee aveva tanti difetti, ma di due cose andava fiero: rispettava il suo ciuco più di sua moglie, ed era timorato di Dio. Perciò, per cominciare, si fece il segno della croce.
Davanti a lui, su una proda sabbiosa, era rannicchiata una strana creatura… Anzi, due.
Erano bionde come la paglia e bianche come se fossero appena uscite dalla farina; e nude, sissignore, come vermi.
Un maschio e una femmina: se non fossero stati così candidi, Samlee avrebbe proprio detto che fossero…che fossero…

– Negri bianchi2!- esclamò.

Il maschio, che se ne stava seduto con le ginocchia al petto, alzò la testa e lo guardò.
Aveva occhi chiari come lunarie3. Samlee rabbrividì.

– Mia sorella sta male- mormorò.

Fortunatamente, Samlee non si faceva certi scrupoli. Con un gesto risoluto agganciò la lampada ai finimenti di Barn e si rimboccò le maniche.
Insieme al ragazzo sollevarono la femmina: era ancora più bianca del fratello, e perdeva molto sangue in mezzo alle gambe. Il sangue era rosso e colava insieme alla pioggia, giù, per le gambe, come vino su una tavola d’avorio.

– Potete stare tranquilli – disse Samlee mentre la adagiavano delicatamente sopra Barn- la mia vecchia si prenderà cura di lei. Da dove venite?

Il ragazzo alzò su di lui i suoi occhi soprannaturali.

– Sodoma- rispose.

Ma pioveva troppo forte: Samlee non lo sentì.

1Cladium mariscus, un tipo di vegetazione delle paludi, diffuso in Europa, Nor Africa e nei territori meridionali dell’America del Nord.

2Albini, diffusi anche presso le popolazioni africane.

3Pietre silicate, note anche come adularie o pietra di luna, dalla caratteristica colorazione bianco-azzurra e lattescenti.

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Fire Warnings- Pt. 9

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(continua da Fire Warnings- Pt. 8)
Era un momento stupido per farsi venire mente come l’avevo conosciuta.
Del resto non c’era proprio niente d’intelligente che si potesse fare, niente di adatto, e siccome non c’era nemmeno lo cercai.
Che cosa dovevo dire? Cosa dovevo fare? Cosa dovevo pensare?

Mi appesi al muro con le unghie e misi un piede da qualche parte sotto di me: se fosse la spalla o la testa di Black, o qualsiasi altra cosa, non lo ricordo.
Lì per lì non ce la feci a issarmi.
Rimasi un po’ affacciato, la maschera che sbatteva contro il bordo del muro.
Sentii Black che mi scrollava una caviglia, spazientito, così finii di arrampicarmi alla meno peggio e mi misi a sedere sull’orlo, senza staccare gli occhi.
Per qualche minuto subii l’impossibilità di guardare altrove; subii il fatto che lo sguardo fosse diventato pesante e che gli occhi bruciassero perché non riuscivo nemmeno a sbattere le palpebre. Poi, non so neanche io da dove, perché non sono mai stato il tipo da notare certe sottigliezze, mi venne un pensiero: cioè, che non potevo continuare a subire.
Che dovevo dare un significato al mio sguardo. Che dovevo fare qualcosa, proprio io, proprio perché l’avevo deciso e non perché non potevo fare altrimenti.
Così mi misi a guardare con occhi diversi, e finalmente vidi tutto- ogni singola cosa.
Ogni singolo taglio, ogni macchia di sangue incrostato, ogni livido e ogni centimetro di pelle rotta e tumefatta Ogni pezzo di orrore, per dio, ogni pezzo di schifo e di cattiveria che le avevano fatto.
E, quando ebbi guardato bene, quando ebbi guardato tutto e fui sicuro che me ne sarei ricordato, solo allora chiusi gli occhi per un attimo, ricomponendo nella mia testa l’immagine così come l’avevo vista; e poi li riaprii, e guardai di sotto, e davanti a me, fin dove arrivava lo sguardo e fin dove la luna illuminava i mucchi di ossa e i sacchi di carne e tutto il resto, che prima avevo visto, ma senza vedere.
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Fire Warnings- Pt. VIII

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(segue da Fire Warnings- Pt VII)

– Ehi, lo so che sei lì. Vieni fuori.

Sono rannicchiato in un angolo.
La stanza in cui sono entrato è buia: ci sono solo una finestra, qui, proprio sulla destra, e, davanti a me, oltre un piccolo frigo con sopra delle scatole e delle cianfrusaglie accatastate in precario equilibrio, una porta aperta.
Da entrambe, la porta e la finestra, entra la luce di un lampione, biancastra.
L’esterno è scuro come l’interno; c’è un forte odore di polvere e di sudore e un profumo ancora più forte che impregna l’aria.
Sulla soglia, nero su bianco, c’è una figura femminile.
È alta e magra, e ha molti capelli. Da qui, controluce, non riesco a vedere di che colore sono, né la faccia che c’è in mezzo.
Calcolo che, se non fosse per questo frigo di merda qua davanti, potrei schizzare fuori dalla porta in un attimo e sparire al fondo della strada; quando ha mosso qualche passetto dentro casa ho sentito rumore di tacchi, e se ha i tacchi è a posto, di sicuro non ce la farà mai a tenermi dietro.
Potrebbe sempre toglierseli, però le ci vorrebbe comunque qualche secondo, il che mi darebbe un bel vantaggio. Ma c’è il frigo e, mi ricordo, un sacco di altre stronzate sparse per terra. Questo posto è terribilmente disordinato e pieno di roba, e rischierei di inciampare.
D’altro canto, se si mette a cercarmi, posso sgattaiolare mentre è dall’altro lato, vicina alla finestra; sì, posso approfittare di un attimo in cui ha mi dà le spalle.
Se mi va veramente male, e ha già capito dove sono, posso sempre buttarla a terra; sono un ragazzino, ma sono forte, e lei è una femmina e per giunta ha quei ridicoli trampoli che giocano a mio favore.
Non è la migliore situazione in cui trovarsi, ma ce la posso fare.
Vorrei poter respirare forte per snebbiarmi la testa da questo profumo, e dal sonno, soprattutto dal sonno; una pessima idea, perché qui dentro c’è un silenzio tombale e, a momenti, mi chiedo se non senta battere e rimbombare il cuore che nel frattempo mi è risalito in gola.
Non è mica la prima volta che mi beccano, beninteso; però, per quanto ci abbia preso la mano, tutte le volte mi agito e non riesco a deglutire.
Finché è durata, penso, è stata una bella storia.

Quando non hai una casa e ti infili in quelle degli altri, e vivacchi con gli avanzi delle loro dispense (o delle loro pattumiere);
quando dormi nei letti degli altri e vedi dove vivono e come, perché in assenza lasciano tutto così com’è e la loro casa, per te, è nuda;
quando pisci dove pisciano loro, e leggi i loro giornaletti porno;
quando fumi i mozziconi che hanno lasciato sul comodino;
ecco, quando fai tutto questo, alla fine, per strano che possa sembrare, ti affezioni.
Il più delle volte non li vedi in faccia ma solo di schiena, quando lasciano l’abitazione che hai puntato per rifugiartici.
Così, conosci tutto, tutto di loro- come piegano le maglie, da che parte mettono il rotolo della carta igienica, quanto dannatamente sporchi sono o, viceversa, quanta paura hanno di topi e scarafaggi- tutto. Tutto meno che la faccia.
Schiene, cassetti di biancheria, l’odore del loro sudore. Ma la faccia no.

Io sono nuovo, di questo quartiere: di lei ho solo sentito parlare.
Il vantaggio è che sta via per giorni e che nessuno sembra aver voglia di infilarsi in casa sua. Di conseguenza, mi aspettavo un immondezzaio; invece, era disordinata ma tutto sommato vivibile.
In un armadietto ho trovato un sacco di giornali vecchi; alcuni risalivano addirittura a prima del Comando.
Cosa strana per questo posto, la dispensa era ben fornita: di gran lunga la migliore che mi sia capitato di svuotare da quando vivo per conto mio.
Per quattro giorni ho campato come un principe: cibo a volontà, sigarette ovunque, riviste piene di figure e un letto con lenzuola fatte di una roba morbida e scivolosa, che mi faceva rabbrividire di piacere quando mi ci infilavo dentro.
Non l’ho mai vista, la padrona di casa. Del resto, ho i miei metodi, così non sono del tutto impreparato.
Si mantiene facendo la puttana di Sopra, mi hanno detto; quanto al resto, l’ho imparato, come si dice, sul campo.
Per esempio, ha una specie di armadio pieni di strani abiti colorati; fuma, e fin qui tutto bene, ma le sigarette sono diverse da quelle che si trovano nei soliti spacci.
In effetti, c’è poco da discutere, sono di qualità migliore; niente saporaccio chimico e, dopo che le hai fumate, niente gola secca. Niente bocca impastata.
Indossa del profumo, e non si tratta certo di quella porcheria dell’Esercito della Salvezza.
Il suo sudore è vagamente acidulo; insieme al profumo e al sentore delle sigarette, quel suo odore impregna le lenzuola.
Quattro giorni sono bastati per fissarmelo nelle narici e adesso, mentre giro lentamente la testa nel buio del mio angolo, non sento nient’altro..
Troppo cibo e troppo riposo, penso; è un miracolo che io abbia sentito il rumore del catenaccio e mi sia svegliato in tempo.
Troppo cibo e troppo riposo.
Troppo lusso, che mi ha rincoglionito per bene.

Lei fa due passi; la sento rovistare accanto alla porta e poi c’è un “clic”.
Qualcosa di giallo e vagamente rotondo si è coagulato laggiù, proprio nell’angolo opposto al mio.
Mi abbasso, la testa sotto la linea del frigo; spero che non mi veda.
Intanto inizio a pensare a una storia strappalacrime, nell’eventualità che il piano A non funzioni.
C’era una buona probabilità che lo facesse, ragiono, ma qui la corrente è poca, la sera, e il frigo dovrebbe succhiarne la maggior parte.
Del resto, di notte me ne sono sempre ben guardato, dall’accendere le luci (o anche soltanto dal provarci); qui, tutti si fanno gli affari loro, ma chissà che a qualche buon samaritano non fosse saltato in testa di venire a controllare.
Mi sarei aspettato una torcia, ecco, quella sì che me la sarei aspettata.
Una lampada da tavolo, francamente no.
La luce proietta sul muro delle macchie irregolari; sicuramente, la lampadina è impiastricciata di polvere e insetti morti.
La quantità di cose impiastricciate, dentro quella casa, è impressionante; si tratta quasi sempre di sostanze colorate, dall’odore appetitoso ma che, come ho scoperto, non sono apparentemente commestibili.
In altri casi, si tratta di un materiale colloso che ho trovato dentro a dei barattoli aperti: sopra, un’etichetta piena di ditate recitava: “Ciliegie”.
Come ho constatato, quest’ultimo composto è invece perfettamente commestibile.
Cerco di distrarmi con questi pensieri, mentre striscio verso il frigo e mi appiattisco contro il radiatore.
Sento il rumore della lampadina che ronza come un moscerino, e il fruscio dei suoi vestiti mentre si muove con calma, come se la mia presenza non la disturbasse affatto.
Due colpi secchi, e sbircio cautamente dal fianco del frigo.
Si è tolta le scarpe e le ha buttate in giro per la stanza.
La porta è aperta.
Sento altri rumori: un accendino, il tabacco che prende fuoco e il suo sospiro mentre inghiotte il fumo.
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Fire Warnings- Pt. 7

moon-927215_960_720(continua da Fire Warnings- Pt. 6)

Era improbabile, ma comunque non potevo escludere che Marion fosse ancora viva.
Circolavano leggende metropolitane, in merito a gente che aveva raggiunto il Fondale scendendo i tunnel dall’altro lato della città. Poveri pazzi, barboni, e altra gentaglia troppo lurida e senza speranza persino per noi di Sotto, che di solito non andavamo di certo per il sottile in questo genere di cose.
Per quel che ne sapevo, alcuni ci vivevano; ora, dopo aver visto le gallerie che si aprivano sulla fossa, non potevo escludere che ci fosse qualcosa di vero in quelle storie.
Mentre scendevamo, il rumore dei nostri piedi sul metallo mi arrivava alle orecchie un po’ attutito ma ancora ben distinguibile.
È un buon momento per chiederglielo, pensai, ma, non so perché, ebbi l’impressione che sarebbe stato meglio fare i vaghi e non fargli capire dove volevo andare a parare esattamente.

– Che cosa c’è in quelle gallerie?
Lì per lì non mi rispose, però, ne ero sicuro, mi aveva sentito benissimo: aveva inarcato un po’ la schiena. Capii che la domanda non gli era particolarmente gradita; forse aveva intuito che stavo cercando di farmi un’idea della situazione, o forse si sentiva padrone, in quel posto, e quello era il suo modo di essere territoriale.
Gli trotterellai dietro, aspettando.
Intanto, avevamo già superato una delle gallerie.
Avevo cercato di buttare un occhio sotto le arcate; ad essere sincero, però, da vicino si vedeva sì un po’ meglio, ma comunque non abbastanza per farsi un’idea dello scopo con cui erano state costruite.
Avevo intravisto un altro muro con dei passaggi e delle aperture quadrate a qualche spanna dal pavimento, che sembravano banalissime finestre a cui fosse stata tolta l’intelaiatura.
C’erano calcinacci sparsi e pezzi di travi: non era troppo diverso dai corridoi più inesplorati del Tunnel superiore, solo che sembrava molto più vecchio e molto più solenne.
E sembrava che qualcosa, o qualcuno, da quelle stanze immerse nell’oscurità, ci stesse osservando.

– Case. Una volta, c’erano delle case.
– Sembra più vecchio del Tunnel.
– Probabilmente lo è.

– Blackout?

Lo sentii sospirare.
Avevamo passato un altro piano.
– Che c’è?

È là, in mezzo a tutti gli altri, vero?
– Lascia perdere- risposi.

La stramaledettissima scala non finiva mai: quando arrivammo in fondo mi girava la testa.
Avevo percorso gli ultimi due piani della rampa a testa in su: guardavo verso il cielo che era sempre più piccolo sopra le nostre teste e sempre più luminoso, anche perché, avvitandosi lungo il perimetro delle mura, la scala ci portava dalla parte opposta a quella da dove eravamo entrati, e io vedevo finalmente da dove scendeva quell’unica straordinaria luce che illuminava noi, le gallerie, e i cadaveri sotto di noi.

Era la luna.

Nessuno l’aveva mai vista, ma sapevamo tutti com’era fatta, più o meno: tonda, bianca, appesa nel cielo.
Quelli di noi che lavoravano nelle fabbriche ricevevano dei corsi accelerati di lettura e scrittura, tanto per non sbagliarsi e premere qualche pulsante con sopra scritto “Mostruosamente pericoloso”. Durante le lezioni si esercitavano su vecchi libri che parlavano di com’era la vita sulla terra molti e molti anni fa.
Quando venivano a spendere gli ultimi spiccioli di paga allo Spaccio, ci raccontavano qualcosa di quello che avevano imparato, più che altro per impressionare il pubblico con le loro conoscenze e sentirsi, almeno per quella sera, gente di riguardo.
Così, anche chi non studiava aveva imparato che cos’erano la luna, il sole, i fiumi e le montagne.
Ma era roba che stava sui libri: per quanto ne sapevamo, poteva anche essere un mare di frottole governative.
Nessuno aveva mai pensato di andare a controllare se ci fosse davvero, se ci fosse ancora, e come fosse fatta.
Adesso che ci pensavo, mi sembrò una grandissima assurdità.

– Ehi, bella addormentata, guarda a dove metti i piedi!
A forza di stare col naso per aria, non mi ero accorto che Blackout si era fermato.
Gli finii addosso e lui mi spinse indietro.
Istintivamente, allungai una mano per appoggiarmi alla ringhiera e trovai una maglia di ferro.
Era la grata che separava la banchina dalla fossa.
Sapevo cosa aspettarmi- così avevo pensato, mentre scendevo; ma, da vicino, i morti erano molti, molti di più.
E anche molto, molto più morti.
Mi si strinse lo stomaco.
La maschera mi riparava dall’odore, ma non mi impediva di vedere.
Trovare un posto tranquillo dove posare lo sguardo: per i seguenti cinque minuti mi preoccupai solo di quello. Alla fine, ovviamente, ci rinunciai.
Erano da tutte le parti; molti avevano gli occhi aperti, e mi sentivo osservato.
Dalla mia parte della grata, ce n’erano persino un paio che sembravano seduti; la faccia era schiacciata contro le sbarre e la carne si era gonfiata intorno al ferro.
Chissà se da morto farò anch’io così schifo, pensai.
Non era un pensiero tranquillizzante, ma mi distrasse per un po’.
Quelli più vicini erano un po’ più carini: più lontano andavo con lo sguardo, e più intravedevo cose informi e pezzi d’ossa.
In mezzo a quella roba, c’era anche qualcosa di piccolo e vivo che si muoveva sopra la carne, ma preferii non andare troppo per il sottile.

Black, intanto, armeggiava con il lucchetto del cancello.
Quando lo aprì, il cigolio echeggiò rimbombando fra le pareti.
Si voltò verso di me.

– Muoviamoci- disse, e oltrepassò il cancello.
– Che vuol dire?-
Lui non mi rispose; scese una specie di gradino che non avevo notato e si inoltrò zampettando come se camminasse sulle uova.

– Perché credi che ti abbia portato qui? Te l’avevo detto. Mi serve aiuto.
– Io non ci cammino, là in mezzo.
Fece spallucce.
– Come ti pare. Farai più lavoro dopo.

Rimasi a guardarlo.
Era incredibilmente goffo: era un grosso, alto uomo goffo, infagottato dentro una palandrana, che barcollava sotto la luce della luna calpestando un tappeto di cadaveri e vermi.

Lo seguii finché non si fermò in un punto non molto distante.
C’era una specie di muretto semi avvolto nella penombra; vidi che ci si avvicinava.

Si alzò sulle punte dei piedi e distese le braccia verso la parte superiore del muretto.

Faceva fatica.
Feci qualche passo per vedere meglio.
In cima al muretto c’era, in effetti, qualcosa.
Mi balenò in mente un’idea. E se fosse…?
Ma guarda tu che cazzo mi tocca fare, pensai.
Una volta fatto il primo passo, fila tutto liscio. Devi solo fare il primo passo.

Erano inaspettatamente gommosi- perfino scivolosi, alcuni.
Cercai di non pensarci troppo.
Avevo paura di inciampare e di cadere faccia a terra là in mezzo ma scoprii che, tutto sommato, bastava tenere gli occhi fissi su un punto fermo: un po’ come quando facevo le mie esplorazioni su per il Tunnel.
Quando arrivai alle spalle di Black, lui si era già accorto di me; mi stava aspettando.
Con il mento accennò al muro.
Ci fu un rapido scambio di sguardi- io che gli chiedevo cosa intendeva fare, lui che mi faceva segno di salire e aiutarlo da là sopra; poi si chinò verso di me, le mani a conca.
Ci misi dentro un piede e mi arrampicai facendo leva con le mani sulle sue enormi spalle e sul tessuto untuoso in cui erano avvolte. Il cuore mi squassava la gola.

(segue…)

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