Fire Warnings- Pt. 9

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(continua da Fire Warnings- Pt. 8)
Era un momento stupido per farsi venire mente come l’avevo conosciuta.
Del resto non c’era proprio niente d’intelligente che si potesse fare, niente di adatto, e siccome non c’era nemmeno lo cercai.
Che cosa dovevo dire? Cosa dovevo fare? Cosa dovevo pensare?

Mi appesi al muro con le unghie e misi un piede da qualche parte sotto di me: se fosse la spalla o la testa di Black, o qualsiasi altra cosa, non lo ricordo.
Lì per lì non ce la feci a issarmi.
Rimasi un po’ affacciato, la maschera che sbatteva contro il bordo del muro.
Sentii Black che mi scrollava una caviglia, spazientito, così finii di arrampicarmi alla meno peggio e mi misi a sedere sull’orlo, senza staccare gli occhi.
Per qualche minuto subii l’impossibilità di guardare altrove; subii il fatto che lo sguardo fosse diventato pesante e che gli occhi bruciassero perché non riuscivo nemmeno a sbattere le palpebre. Poi, non so neanche io da dove, perché non sono mai stato il tipo da notare certe sottigliezze, mi venne un pensiero: cioè, che non potevo continuare a subire.
Che dovevo dare un significato al mio sguardo. Che dovevo fare qualcosa, proprio io, proprio perché l’avevo deciso e non perché non potevo fare altrimenti.
Così mi misi a guardare con occhi diversi, e finalmente vidi tutto- ogni singola cosa.
Ogni singolo taglio, ogni macchia di sangue incrostato, ogni livido e ogni centimetro di pelle rotta e tumefatta Ogni pezzo di orrore, per dio, ogni pezzo di schifo e di cattiveria che le avevano fatto.
E, quando ebbi guardato bene, quando ebbi guardato tutto e fui sicuro che me ne sarei ricordato, solo allora chiusi gli occhi per un attimo, ricomponendo nella mia testa l’immagine così come l’avevo vista; e poi li riaprii, e guardai di sotto, e davanti a me, fin dove arrivava lo sguardo e fin dove la luna illuminava i mucchi di ossa e i sacchi di carne e tutto il resto, che prima avevo visto, ma senza vedere.
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Fire Warnings- Pt. VIII

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(segue da Fire Warnings- Pt VII)

– Ehi, lo so che sei lì. Vieni fuori.

Sono rannicchiato in un angolo.
La stanza in cui sono entrato è buia: ci sono solo una finestra, qui, proprio sulla destra, e, davanti a me, oltre un piccolo frigo con sopra delle scatole e delle cianfrusaglie accatastate in precario equilibrio, una porta aperta.
Da entrambe, la porta e la finestra, entra la luce di un lampione, biancastra.
L’esterno è scuro come l’interno; c’è un forte odore di polvere e di sudore e un profumo ancora più forte che impregna l’aria.
Sulla soglia, nero su bianco, c’è una figura femminile.
È alta e magra, e ha molti capelli. Da qui, controluce, non riesco a vedere di che colore sono, né la faccia che c’è in mezzo.
Calcolo che, se non fosse per questo frigo di merda qua davanti, potrei schizzare fuori dalla porta in un attimo e sparire al fondo della strada; quando ha mosso qualche passetto dentro casa ho sentito rumore di tacchi, e se ha i tacchi è a posto, di sicuro non ce la farà mai a tenermi dietro.
Potrebbe sempre toglierseli, però le ci vorrebbe comunque qualche secondo, il che mi darebbe un bel vantaggio. Ma c’è il frigo e, mi ricordo, un sacco di altre stronzate sparse per terra. Questo posto è terribilmente disordinato e pieno di roba, e rischierei di inciampare.
D’altro canto, se si mette a cercarmi, posso sgattaiolare mentre è dall’altro lato, vicina alla finestra; sì, posso approfittare di un attimo in cui ha mi dà le spalle.
Se mi va veramente male, e ha già capito dove sono, posso sempre buttarla a terra; sono un ragazzino, ma sono forte, e lei è una femmina e per giunta ha quei ridicoli trampoli che giocano a mio favore.
Non è la migliore situazione in cui trovarsi, ma ce la posso fare.
Vorrei poter respirare forte per snebbiarmi la testa da questo profumo, e dal sonno, soprattutto dal sonno; una pessima idea, perché qui dentro c’è un silenzio tombale e, a momenti, mi chiedo se non senta battere e rimbombare il cuore che nel frattempo mi è risalito in gola.
Non è mica la prima volta che mi beccano, beninteso; però, per quanto ci abbia preso la mano, tutte le volte mi agito e non riesco a deglutire.
Finché è durata, penso, è stata una bella storia.

Quando non hai una casa e ti infili in quelle degli altri, e vivacchi con gli avanzi delle loro dispense (o delle loro pattumiere);
quando dormi nei letti degli altri e vedi dove vivono e come, perché in assenza lasciano tutto così com’è e la loro casa, per te, è nuda;
quando pisci dove pisciano loro, e leggi i loro giornaletti porno;
quando fumi i mozziconi che hanno lasciato sul comodino;
ecco, quando fai tutto questo, alla fine, per strano che possa sembrare, ti affezioni.
Il più delle volte non li vedi in faccia ma solo di schiena, quando lasciano l’abitazione che hai puntato per rifugiartici.
Così, conosci tutto, tutto di loro- come piegano le maglie, da che parte mettono il rotolo della carta igienica, quanto dannatamente sporchi sono o, viceversa, quanta paura hanno di topi e scarafaggi- tutto. Tutto meno che la faccia.
Schiene, cassetti di biancheria, l’odore del loro sudore. Ma la faccia no.

Io sono nuovo, di questo quartiere: di lei ho solo sentito parlare.
Il vantaggio è che sta via per giorni e che nessuno sembra aver voglia di infilarsi in casa sua. Di conseguenza, mi aspettavo un immondezzaio; invece, era disordinata ma tutto sommato vivibile.
In un armadietto ho trovato un sacco di giornali vecchi; alcuni risalivano addirittura a prima del Comando.
Cosa strana per questo posto, la dispensa era ben fornita: di gran lunga la migliore che mi sia capitato di svuotare da quando vivo per conto mio.
Per quattro giorni ho campato come un principe: cibo a volontà, sigarette ovunque, riviste piene di figure e un letto con lenzuola fatte di una roba morbida e scivolosa, che mi faceva rabbrividire di piacere quando mi ci infilavo dentro.
Non l’ho mai vista, la padrona di casa. Del resto, ho i miei metodi, così non sono del tutto impreparato.
Si mantiene facendo la puttana di Sopra, mi hanno detto; quanto al resto, l’ho imparato, come si dice, sul campo.
Per esempio, ha una specie di armadio pieni di strani abiti colorati; fuma, e fin qui tutto bene, ma le sigarette sono diverse da quelle che si trovano nei soliti spacci.
In effetti, c’è poco da discutere, sono di qualità migliore; niente saporaccio chimico e, dopo che le hai fumate, niente gola secca. Niente bocca impastata.
Indossa del profumo, e non si tratta certo di quella porcheria dell’Esercito della Salvezza.
Il suo sudore è vagamente acidulo; insieme al profumo e al sentore delle sigarette, quel suo odore impregna le lenzuola.
Quattro giorni sono bastati per fissarmelo nelle narici e adesso, mentre giro lentamente la testa nel buio del mio angolo, non sento nient’altro..
Troppo cibo e troppo riposo, penso; è un miracolo che io abbia sentito il rumore del catenaccio e mi sia svegliato in tempo.
Troppo cibo e troppo riposo.
Troppo lusso, che mi ha rincoglionito per bene.

Lei fa due passi; la sento rovistare accanto alla porta e poi c’è un “clic”.
Qualcosa di giallo e vagamente rotondo si è coagulato laggiù, proprio nell’angolo opposto al mio.
Mi abbasso, la testa sotto la linea del frigo; spero che non mi veda.
Intanto inizio a pensare a una storia strappalacrime, nell’eventualità che il piano A non funzioni.
C’era una buona probabilità che lo facesse, ragiono, ma qui la corrente è poca, la sera, e il frigo dovrebbe succhiarne la maggior parte.
Del resto, di notte me ne sono sempre ben guardato, dall’accendere le luci (o anche soltanto dal provarci); qui, tutti si fanno gli affari loro, ma chissà che a qualche buon samaritano non fosse saltato in testa di venire a controllare.
Mi sarei aspettato una torcia, ecco, quella sì che me la sarei aspettata.
Una lampada da tavolo, francamente no.
La luce proietta sul muro delle macchie irregolari; sicuramente, la lampadina è impiastricciata di polvere e insetti morti.
La quantità di cose impiastricciate, dentro quella casa, è impressionante; si tratta quasi sempre di sostanze colorate, dall’odore appetitoso ma che, come ho scoperto, non sono apparentemente commestibili.
In altri casi, si tratta di un materiale colloso che ho trovato dentro a dei barattoli aperti: sopra, un’etichetta piena di ditate recitava: “Ciliegie”.
Come ho constatato, quest’ultimo composto è invece perfettamente commestibile.
Cerco di distrarmi con questi pensieri, mentre striscio verso il frigo e mi appiattisco contro il radiatore.
Sento il rumore della lampadina che ronza come un moscerino, e il fruscio dei suoi vestiti mentre si muove con calma, come se la mia presenza non la disturbasse affatto.
Due colpi secchi, e sbircio cautamente dal fianco del frigo.
Si è tolta le scarpe e le ha buttate in giro per la stanza.
La porta è aperta.
Sento altri rumori: un accendino, il tabacco che prende fuoco e il suo sospiro mentre inghiotte il fumo.
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Fire Warnings- Pt. 6

gas-mask-in-shadow-1485193480t2n(segue da Fire warnings- Pt. 5)

C’era molta luce, là dentro. Molta di più di quella a cui mi ero abituato.
La maschera ne filtrava parecchia, però; quindi, penso di aver strizzato le palpebre più per la sorpresa che per altro.
La prima cosa di cui mi accorsi, dopo la luce, fu la ringhiera: era a circa tre passi da me.
Cercai con gli occhi Blackout. Se ne stava a sinistra, addossato alla parete; per via della maschera e della luce, che era allo stesso tempo bianca e azzurra, la sua faccia sembrava quella di una mosca.
Non potevo minimamente vedere la sua espressione, ma mi fece un cenno con la testa e si avvicinò alla ringhiera.
Lo imitai e abbrancai saldamente il corrimano; il ferro tremò insieme a me.

Curiosamente, non guardai subito di sotto, e neanche sopra; ero troppo preso da quello che avevo davanti.

Oltre il parapetto, il perimetro dell’ambiente disegnava un perfetto cerchio, dal diametro di decine e decine di metri.
Dall’altra parte c’era, prevedibilmente, un’altra ringhiera, ma il muro non era piatto come quello che avevamo alle spalle: distinsi una galleria con dei pilastri.
Oltre, non potevo vedere: il contrasto fra luce ed ombra era troppo forte, per cui le arcate erano avvolte nel buio più profondo.
Quanto ai pilastri, erano altissimi; così alti che l’intera faccenda, vista da questa parte e con quella strana luce, somigliava a una grandissima bocca con dei lunghi denti bianchi digrignati.
Mi venne spontaneo cercare dove finissero, e così alzai la testa.
Penso di essermi attaccato alla ringhiera con tutte le forze che avevo, perché, dopo poco, i tendini iniziarono a farmi un male cane e dovetti allentare la presa.
Sopra di noi c’era un cerchio perfettamente rotondo. Una metà era bianca; l’altra, scura.
Ci misi un po’ a processare.
Andiamo, dai. Non può essere.

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