30 giorni di scrittura: 1. Dieci forme di felicità.

[...CONTINUA DA Una sfida: 30 giorni di scrittura]

Fai una lista di dieci cose che ti rendono davvero felice.

Ho stilato questa lista nel bar in cui vado quasi tutti i giorni, finanze permettendo. Scendo, prendo un caffè macchiato e un bicchierone d’acqua e trascorro un po’ di tempo a scrivere o a studiare. Potremmo definirlo un rituale? Considerazioni antropologiche a parte, forse sì.
Strano a dirsi, scopro negli anni la mia tendenza a circoscrivere tempi e spazi- i miei tempi, i miei spazi.
Il che mi spaventa un po’.
Ricordo ancora quello che disse una mia conoscenza, allora quasi sessantenne: “Alla mia età, ho bisogno delle mie certezze”.
Ho sempre pensato che le certezze che funzionassero come boe e cordoli di sicurezza per distanziare gli altri- una forma di Absolute Terror Field. Perciò, mi proponevo di non averne mai e di rifuggirne il più possibile.
Ma allora ero più giovane e meno rispettosa delle mie mancanze.
C’è bisogno di un argine fra la laguna e il mare, dopotutto.

1: Esplorare
La mia classe preferita in D&D è il ranger. Per una serie di ragioni sono cresciuta in spazi costretti, e ho avvertito presto la necessità di reclamare un poco di smarrimento.
Chiaramente, ho paura. Sono miope, soffro di vertigini, non so nuotare. Sono completamente inadeguata alla sopravvivenza in spazi estremi.
La mia esplorazione si limita per lo più all’ambiente urbano e ai viaggi intellettuali. Del resto, ci sto lavorando, sto lavorando per allargare i miei confini e poter superare le mie paure.
Sono consapevole che, per avventurarsi, non serve partire, il che è una vera fortuna.
Sto cercando di costruire a piccoli pezzi il mio Grande Viaggio, di addomesticare la vastità. Una tensione davvero contraddittoria, fra ciò che è al di qua e ciò che è al di là dalla soglia, ma almeno ho dato un nome alle mie inquietudini.
Ricordo come la mia vita è cambiata nel momento in cui sono andata a vivere in un’occupazione. In quel momento mi sentii così terribilmente umiliata ed espulsa dal centro della vita. Abitavo in un palazzo dell’INPS fra Anagnina e Cinecittà, estrema periferia meridionale di Roma. Non mi ero neppure accorta che alle mie spalle fioriva lo splendore degli antichi acquedotti.
Ma per quanto andare e tornare da scuola fosse un viaggio della speranza, questo almeno mi costringeva all’esterno. Ho iniziato a camminare molto. L’estate 2007 mi portò fuori. Studiavo in piazza Navona e giravo il centro con uno stradario AZ che cadeva a pezzi.
Il mio palinsesto da piccola pioniera.
Roma è una città con cui si finisce per stabilire una relazione intima, per cui ci si trova cuciti alla sua continuità. Ma forse accade così in ogni città?

2: Camminare e stare all’aria aperta
Corollario del primo punto. I miei piedi sono pieni di calli, di duroni, e devo badare a non stancarli troppo perché soffro facilmente di tendiniti. Non mi piacciono molto, i miei piedi, ed evito di indossare sandali e scarpe aperte.
Mi affeziono alle scarpe, con le quali, a volte, ho ingaggiato vere battaglie. Le ho dovute domare, e loro si sono vendicate a colpi di vesciche. Si rompono sempre quando sono finalmente diventate comode, non vero?
Gli stivali fra ultimo del liceo e primo anno di università sono stati buttati con grandi onori. Si trattava pur sempre di grandi guerrieri.
Le mie ultime scarpe sono piene di fango del Tevere. Suppongo che anche loro meriteranno un funeral vichingo, ma spero che accadrà tardi. Le buone scarpe non costano poco.
Non ho voluto seppellire mio padre senza scarpe, nonostante, data la sua statura, si facesse fatica a farlo stare nella bara. Per me avrebbe naturalmente dovuto camminare a lungo, prima di arrivare ovunque sia che alla fine si va dopo la morte. Camminare è un atto di vita e di conoscenza, e il mio bisogno di calzare un corpo morto credo sia la prova incontestabile della mia fede in “qualcosa, dopo”.
Non so cosa e non so dove, ma intanto, da questa parte e dall’altra della tomba, si cammina, o così voglio credere.

3: Le coccole
(specialmente quelle del mio compagno)
C’è qualcuno che non è felice di riceverne e di farne?
In ogni caso, se si parla di coppia, una delle cose che stimo e amo di più è la dolcezza. Non c’è bisogno che sia estroflessa, continuamente ostesa agli astanti. E questa è la ragione per cui mi si scuserà, spero, se mi asterrò dal parlarne oltre…

4:La bellezza
Difficile definire un concetto così ampio, sì che non vi cape, come direbbe Dante, e poi io sono abbastanza stravagante in termini d estetica.
Oltre a collegare la bellezza al piacere, a me viene piuttosto spontaneo collegare la bellezza con il tempo. Mi pare che si manifesti in tutte le cose che sono tenaci al tempo.
Questo non vuol dire che la bellezza non sfiorisca, che sia materialmente durevole. Anzi, potrebbe sostanziarsi nella cosa più fragile della terra- la fioritura dei ciliegi, potrebbe dire un giapponese, e io gli darei ragione. Ma quella sensazione di meraviglia, quel senso di contrazione del tempo che proviamo davanti alle cose belle, non penso possa subire decadimenti. Ogni uomo in ogni luogo e in ogni tempo conosce quella sensazione, e nel provarlo si riconnette agli altri uomini che lo hanno preceduto, e sfiora quelli che lo seguiranno.
Le persone rischiano la vita per conservare la bellezza, faticano e si ostinano intorno alla bellezza, anche quando essa è in qualche misura del tutto irrilevante rispetto a una più primaria sussistenza.
Questa ininterrotta catena di sforzi verso la bellezza opera come una rete per l’uomo che è, infine, piccolo e solo e impotente, e
senza appigli rischierebbe di venir rovesciato nella vasta solitudine dell’universo.

5: Scrivere
Ho iniziato a scrivere quando avevo otto anni: per evadere, immagino, e perché avevo una buona immaginazione. Mio padre e mia madre hanno sempre cercato di favorire la mia inclinazione a leggere, ascoltare e inventare storie. A loro modo, erano dei narratori loro stessi.
Con alti, bassi e momenti mortificanti, questa attività non mi ha più abbandonato, nemmeno quando sono stata io ad accantonarla per due o tre anni.
Io ho una connaturata difficoltà all’equilibrio: mi succede con l’attività fisica, con il cibo e con la scrittura. Ci sono persone che hanno il dono della pazienza, della costanza e della meticolosità. Io devo imparare a dosarmi e a non oscillare fra estremi, senza infine concludere mai niente. Edward Morgan Forster, il grande scrittore, avrebbe parlato di asceta e di bestia e della necessità di connetterli. Credo che nel mio caso il paragone sia pienamente azzeccato.
Oggi, la mia scrittura è un laboratorio di misura. Misura nella quantità di cose che scrivo; misura nel modo di esprimermi; misura nei riguardi della mia impazienza e della mia ansia di risultati.
Ho sempre scritto per curarmi. Dalla solitudine, dalla noia, dal dolore, dai lutti; dalle crisi di panico e dai blocchi emotivi. Scrivere è la mia reazione- e anche la mia abreazione. Il che è un’ottima cosa.

6: Gli affetti e gli amici
Non sono stata abituata alle relazioni interpersonali, e non ho frequentato scuola fino al liceo. Lunga storia. In questo senso, sono estremamente immatura per la mia età e devo riconoscere che le interazioni con gli altri, ancora oggi, possono lasciarmi stremata.
Questo non significa che io non sia felice di stare con le persone che mi sono care, anche se preferisco i piccoli gruppi e le serate tranquille.
Non sono molto aperta circa i miei sentimenti, in parte per chiusura, in parte perché cerco di ascoltare. Le persone hanno già molti problemi, e non se ne fanno molto di quelli altrui.
Con gli anni, sono riuscita almeno ad ammettere quando avevo bisogno di aiuto e di vicinanza. Per un carattere come il mio non è un conseguimento di scarsa importanza.
Per lunghi periodi mi accade di non riuscire ad interagire, nemmeno via social. Cerco di contenere questo aspetto di me perché non voglio che gli altri pensino che non m’importa nulla di loro. Durante i miei silenzi, a dire il vero, penso molto agli amici, ma quando si tratta di contattarli è come se non ne avessi le forze. Migliorerò, spero.
Rispetto a una volta, però, sono certa di una cosa: vorrei realizzare qualcosa che mi permettesse di unire le persone, prime fra tutte quelle che mi sono intorno. Hanno i loro difetti, come tutti, ma nei momenti in cui non mi oscurano la stanchezza e le paure per il domani riesco a vederne chiaramente la bellezza.

7: Casa
La mia prima casa era un appartamento in affitto, ed era troppo piccola per la grande mole di oggetti che mia madre e mio padre avevano accumulato negli anni. Io dormivo in un letto di proporzioni mastodontiche, che era appartenuto a mia nonna e che era davvero troppo grande e troppo alto per una bambina della mia età.
Abitavamo nel rione Parella di Torino; dalla mia finestra vedevo un grande campo aperto e le persone che passavano per la strada. Il sole del tramonto colpiva un grande quadro scuro appeso alla parete e la camera si faceva tutta dorata. Ho un ricordo abbastanza chiaro di quella casa, e da quando la lasciammo per una soluzione più comoda le sorti della nostra famiglia iniziarono a declinare rapidamente. Non che sia stata colpa del trasloco.
Non sono stata fortunatissima, con le case, come dimostrano gli anni in occupazione e poi in residence,in attesa di un alloggio di edilizia popolare. Eppure io amo l’idea di casa e fin da piccola ho desiderato di trovare LA CASA- quella giusta per me. Immagino che tutti ne abbiamo una.
Auguro a me stessa di poter acquistare, un giorno, la mia casa- e di trovarla, perché oltre alla disponibilità economica è necessario imbattersi nel luogo che fa per noi.
Per adesso, uno dei miei guilty pleasures è leggere i depliant delle agenzie immobiliari e curiosare sui siti dedicati.

8: Ritornare alla Garbatella
Non sarebbe esatto dire che io sia cresciuta nel quartiere popolare reso famoso dal cinema e dalle produzioni televisive: tecnicamente, ci ho abitato meno di un anno. Materialmente, però, per sei anni vi ho trascorso buona parte delle mie giornate.
Là- fra Ostiense, San Paolo, la Cristoforo Colombo- ho molti dei miei affetti. In quel quartiere ha lavorato per tanti anni mio padre. È un luogo che non mi ha mai fatto mancare il suo affetto, dove ho potuto costruire dei legami. La mia vita è iniziata da lì, rincollando le macerie del mio trascorso, e io torno sempre con immensa felicità e speranza alle sue strade. Per me, esse sono abitate da un’interminabile primavera.

9: Il Tevere
Ultimamente, direi da dicembre, ho iniziato a cambiare percorso per le mie passeggiate. Dopo aver lambito Monte Mario, il monte più alto di Roma in cima al quale sorge l’Osservatorio Astronomico, ho scoperto di poter raggiungere con poco sforzo il Lungotevere.
Inizialmente percorrevo solo il tratto fra il Tevere e Mazzini. Ricordo anche di essermi fermata spesso sotto un albero in una piccola piazza, la Piazza del Fante, sotto il quale ho praticamente letto due libri di antropologia.
Il Fante: chissà chi era mai costui? Là vicino, comunque, c’è la lapide a ricordo di un ragazzo morto sul suo motorino. I suoi cari continuano a tenere fiorita e in ordine un’aiuola ai piedi di un platano. Era bellissimo e aveva i capelli lunghi- ho visto le foto inchiodate con delle puntine al tronco dell’albero. Non posso evitare di immaginare che il Fante possieda le sue fattezze, come se lui fosse diventato il nuovo guardiano di quel luogo.
Comunque, agli inizi non passavo dalla parte del Tevere: avevo le vertigini. Eh, lo so, che ci posso fare?
Infine, ho pensato di tentare lo stesso e di camminare lungo la ciclabile- ce ne sono due, sovrapposte: la prima è a livello strada, la seconda corre al di sotto sotto e poco sopra il fiume.
Non azzardavo ancora a scendere lungo i muraglioni.
Ma, già da quel punto, intravedevo quella che mi sembrava una piccola valle ai piedi della montagna: era solamente l’ansa che il fiume supera scendendo dai quartieri settentrionali della città, e dalle rapide di Ponte Milvio.
Quella vista, nelle giornate grigie, con il vento freddo, era bellissima, e mi attraeva lungo le rive. Per cui ho iniziato, poco per volta, a seguire la seconda ciclabile e a fermarmi qualche minuto per osservare il fiume- questo gravido nastro verde, senza il quale questa città non sarebbe stata possibile, e del quale ci curiamo così poco.
Sono passati ormai cinque mesi e almeno tre volte a settimana io torno sulle rive del Tevere. A volte riesco perfino ad avvicinarmi all’acqua.
Il fiume è discreto. Si scrive e si pensa bene, in sua compagnia, e c’è tanto vento, tanto sole e un odore aperto di canneti.
Quando sono preoccupata, quando sono stanca, lui ha abbastanza forza e pazienza per entrambi.
A volte lo sogno, incommensurabile presenza dagli occhi verdi.

10: L’autonomia
Sapere di poter contare su un piccolo stipendio, per quanto modesto, mi rende felice. So che ho le capacità e la costanza necessarie a lavorare per pagarmi ciò di cui ho bisogno. Non dipendo più dai miei genitori, e posso contare su me stessa per risollevare la mia condizione economica.
Non guadagno molto; lavoro ancora part-time per poter studiare, e anche perché non so ancora adeguarmi all’idea che mi rimanga poco tempo per me stessa e i miei cari. Ne parlavo in riva al fiume con una mia vecchia compagna di università. Lei non si sentiva in colpa ad ammetterlo: ho bisogno di avere tempo per me stessa, per pensare e per pregare, diceva.
Io sono abituata a una relativa povertà, se è qualcosa al quale ci si possa mai abituare, e sto tentando comunque di ridurre le mie esigenze. Non solo per limiti economici: credo che la frugalità ci renda più liberi. (Frugale: aggettivo un po’ desueto, ma lo preferisco a “minimale”. Il primo profuma quasi di stoicismo, il secondo invece ha il potere di evocare una Marie Kondo).


E questo, per ora, è tutto.

[CONTINUA…]











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Llampret et Aimée

«Tutto passa, tutto rimane,
ma il nostro è un passare,
un passare tracciando sentieri,
sentieri sul mare.
Mai ho cercato la gloria,
né di lasciare il mio canto
alla memoria degli uomini;
io amo i mondi lievi,
sottili, gentili
come bolle di sapone».
Antonio Machado, Viandante, vv. 1- 10

Un tempo, in patria, Llampret era un falegname.
Un mestiere umile, ma che gli fruttava oneste rendite, bastanti a sfamare moglie e figli. Guadagni puliti, senza macchia di sangue, se non quel poco che poteva spillare dai tagli e dalle vesciche sulle sue mani. Di qualche ferita gli è rimasta la cicatrice, bianca: sembra pelle tenera sotto i più recenti calli.
Qui, è un mercenario. I soldi che racimola li strappa dalla carne dei morti, e questo non gli piace, ma è così che lo hanno ridotto: a non avere altra scelta.
Casa è lontana. La terra che li separa si stende verde e rossa sotto i passi degli uomini, ma non sotto i suoi. Per lui, quelle strade che venendo ha percorso raggomitolato fra le ombre sono come contrade appestate. Oltre il loro confine, ad attenderlo, solo desolazione.
Per un poco, la solitudine lo ha ritemprato. Come gli animali feriti, non voleva compagni né per spezzare il pane né per lamentarsi del suo dolore.
La ra… il ragazzo, il ragazzo è arrivato dopo.
Lo ha trovato sporco di sangue, lercio di fango, avvolto nel vomito. Questo è il mantello dei miseri, a suo modo mirabile, miracoloso.
Lo avevano battuto fino a farlo svenire- chissà poi perché? Non glielo ha voluto (forse saputo) dire.
Lo ha preso con sé: era un cucciolo randagio, adatto a un pastore senza più armenti- a uno come lui.

Questa notte, nella casupola in riva alla palude, non si sente che lo scroscio dell’acqua. Invero è un dolce suono: il presagio della morte lo assottiglia.
Ad Aimé, al ragazzo, i capelli stanno ricrescendo sul cranio, candido come la pasta del pane. E sotto il collo, nascoste dalla camicia e da strette fasciature, ci sono due molliche di pane ugualmente morbide e bianche: i suoi seni.
Prima di morire, dicono, ci si avvede delle cose che contano davvero, e ciò che conta davvero per Llampret, adesso, è la dolcezza.
– Credevo che ci avrebbe ucciso la fame- mormora. Nessuna candela, c’è una luna opaca che fa tenui i contorni dei mondi.
– Credevo che non ci avrebbe ucciso niente- fa eco Aimé.
La mano- sua o del ragazzo? La pioggia, la nebbia sono un naufragio di confini- si allunga verso l’Altro, e l’Altro gli si accuccia contro il petto, la carne fresca e agile e luminosa, simile a fasci di betulla.
Il desiderio è come un martin pescatore: il suo piumaggio azzurro non sa confondersi con il grigio della vegetazione. Per la vergogna, Llampret si richiude un poco nel suo mantello, ma il ra… la ragazza, la ragazza lo segue. Perché è fatta di betulla, e la betulla è fatata e fatalmente malleabile al tocco.
– Solo per questa notte, potremmo…?
– Anche se solo per una notte, sarebbe ugualmente sbagliato- le risponde, e la avvolge.
Stanno un po’ in silenzio, abbracciati: tendono l’orecchio all’abbattersi della loro quieta passione, che non ha sbocchi e che forse, domani, morirà con loro.

– Comunque vada, almeno vedremo l’alba insieme.

 

FINE

Questa storia ha partecipato e vinto la decima edizione (25 febbraio-6 marzo) di Una Challenge per Amica del sito Wtriter’s Wing.

 

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A Yoshi- 5. Fiordaliso

[segue da A Yoshi-4. Bucaneve e conclude una serie di 5 racconti brevi]

Questa settimana sono passata al monastero per portare dei biscotti a Jikan.
L’abate è malato della sua solita allergia. Se può, se ne sta in disparte e non si fa vedere da nessuno. Ho portato un barattolo di unguento anche per lui: nella borsa ho infilato un biglietto con le istruzioni per i suffumigi. Spero che non sarà troppo testardo e che li farà.
Ho trovato Jikan con i piedi nudi immersi nello stagno più piccolo: dragava il fondo con un cucchiaio ma non mi ha voluto spiegare perché.
Dalla sponda vedevo le sue magre caviglie che affondavano nell’acqua: ho notato che si è un po’ gonfiato. Sotto di lui si muoveva riflesso l’orlo della veste, rimboccata con negligenza dentro i pantaloni.
– Con che denti li mangerò, vorrei sapere?- ha detto. Era chino sull’acqua e per questo si era fatto tutto rosso: di bianco gli era rimasto soltanto il sorriso sdentato.
– Che fortuna che mi siano venuti morbidi!- ho risposto.
Dentro di me lievitavano la tua voce e l’immagine delle tue mani: eri seduto sull’orlo della branda, con un cesto in grembo, e mi dicevi: “a volte gli frullo la verdura. Tiene molto ai denti che gli sono rimasti, così cerchiamo di fargli cibi morbidi e gli diciamo che preferiamo la verdura passata per non farlo sentire vecchio”.

Quando Jikan è uscito dallo stagno, zampettando come un’anatra, perfettamente a suo agio, l’acqua gli sciacquava mollemente intorno. Non si è neppure preoccupato delle alghe e delle foglie morte che gli erano rimaste fra le dita e sul dorso dei piedi.
Ci siamo seduti sui massi in riva allo stagno: si tergeva la fronte con il polso e il cucchiaio gocciolava sulla sua guancia sudata. Ora la barba gli ricresce più ispida e più bianca.
Mentre mangiavamo i biscotti nella quiete prima di mezzogiorno, mi ha additato una pianta.
– Quello è fiordaliso- ha biascicato. Briciole di biscotto gli scappavano fra i denti e cadevano ai nostri piedi.
Ho avuto l’impressione che la pianta fosse molto importante: l’ho capito da come la guardava.
– Sembri affezionato a quei fiori.
– Oh, sì. Sì, molto- ha aggiunto dopo un poco.
– Li ha portati un visitatore dall’Europa e li abbiamo piantati qui in giardino, io e Yoshi. Non sapevamo nemmeno se sarebbero sopravvissuti ma le piante sono più forti degli uomini. Si sono adattati bene.

Le api ronzavano sui fiordalisi e qualcosa si muoveva dolcemente nello stagno. Il rumore di Jikan che masticava i biscotti mi ha cullato per un altro po’ sotto l’azzurro del platano.
Prima di andare via ho toccato il fiordaliso.

FINE

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A Yoshi- 4. Bucaneve

[segue da A Yoshi- 3. Gelsomino]

Quando vivevi quell’altra tua vita, di cui a volte ci parlavi come al risveglio si parla di un sogno, ti appassionavi alla botanica.
Avevi conservato ancora qualche libro di quegli anni: su molti c’era sempre la stessa dedica, “Al mio luminoso Hideki”.
Io non ricordavo chi te li avessi dati, e nemmeno di chi fosse quella calligrafia. Per noi era difficile chiamarti col tuo nuovo nome, Yoshi- per noi, ma per me meno che per gli altri.
C’era un volume sui giardini occidentali: a quello tenevi più che a tutti gli altri e lo conservavi sempre in modo che non fosse mai troppo lontano da te.
L’altro giorno mi è caduto mentre toglievo la polvere e cambiavo aria nella tua stanza: mi dispiace molto e te ne chiedo scusa, ma per fortuna non si è rovinato. Ci ho messo il piede sotto prima che finisse per terra: di certo l’urto avrebbe ammaccato la rilegatura. L’ho preso di spigolo sull’attaccatura dell’unghia e adesso è tutta viola. Penso di essermi tagliata, perché più tardi ho trovato una macchiolina di sangue sul calzino.
Ma è stata colpa mia e della mia sbadataggine: il caldo mi rende assente, mi sento come se svaporassi insieme all’acqua dentro i sottovasi.
Il libro si è aperto alle pagine in cui avevi infilato un segnalibro- una fettuccia di raso.
Mi sono seduta a terra e l’ho raccolto: il caldo e il dolore mi rintontivano. La nostalgia dell’inverno mi ha preso ai polsi mentre guardavo le illustrazioni: un giardino coperto di neve, dei piccoli fiori bianchi che non conoscevo.
Galanthus nivalis, dice la scritta. Tu mi dicevi che le piante hanno nomi latini perché quella lingua si addice all’antichità delle loro anime: io però non so che suono ha, fuorché per quelle poche parole che a volte ti sentivo leggere quando te lo chiedevo.
Bucaneve.
È un fiore che fa capolino sotto la neve e che annuncia la fine dell’inverno: ha la forma di un’ampolla, come se dentro ci fosse qualcosa di gentile.
Mentre mi meravigliavo della sua bellezza, il sole è tramontato su di me e sui miei stracci per la polvere. Ho sentito le voci di Sonoko e dei bimbi che si avvicinavano dal fondo della strada e mi sono tirata su troppo in fretta: non volevo che mi vedessero così.
Il piede mi ha fatto male e ho zoppicato fino alla veranda: il sole obliquo mi accecava.
– Sonoko- ho detto alla luce- tira il paletto ed entra pure! Mi sono fatta un po’ male a un piede.
– Mamma è sbadata!- ha detto Yukine.
– Ho preso tante conchiglie così!-: a Saeko non interessava della mia goffaggine.
– Se entrate in casa sporcherete tutto di sabbia. Via, alla pompa dell’acqua!-: era Sonoko, ma controluce non vedevo nessuno di loro.
Ero quasi sepolta nel sole, come il fiore sotto la neve.
Al mio luminoso, luminoso Hideki.

 

(CONTINUA…)

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A Yoshi- 3. Gelsomino

[segue da A Yoshi- 2. Fiore di loto]

Il tuo tè preferito era quello al gelsomino: non lo abbiamo mai tolto dalla scatola di bambù, che adesso ne è tutta impregnata.
Quando sei andato via ho sentito lo stesso odore dentro le tue maniche, fin nei risvolti sopra i tuoi polsi: premere il viso dentro la stoffa era come tuffarsi in un campo tutto bianco e soffice di fiori.
Ora che i bambini vanno a scuola e io ho ripreso il lavoro, la sera siamo tutti molto stanchi.
Vanno a letto quieti, gli occhi socchiusi: nel corridoio di sopra, con i loro pigiami, sembrano piccoli fantasmi, o fiorellini con lo stelo troppo sottile per sorreggerne le corolle.
Vedo i loro piedi dentro i calzini che si sollevano nella penombra: la notte è un sogno di calcagni candidi e di gomiti assonnati, che sbattono contro gli stipiti delle porte.
Scendo da sola, tendo le orecchie ai loro suoni: in pochi minuti, tutto quello che resta è il rumore del mio peso sulle assi di legno. Sono troppo pesante? Forse.
Per un po’ vado su e giù per la casa vuota, controllo che tutto sia in ordine per l’indomani. Le anche sono indolenzite per le ore che trascorro in piedi: più che camminare, scivolo sul pavimento. Sono una navicella.
Quando ho finito il giro, mi siedo in cucina. A volte resto alzata ancora un poco: faccio giochi enigmistici per la memoria, leggo dei libri, guardo la televisione- una piccola televisione portatile che mi fa sentire sempre più miope e fuori dal mondo.
Ci sono facce che non metto bene a fuoco, ma non metto bene a fuoco nemmeno i loro discorsi.
Mi capita ogni tanto di tirare verso di me la scatola del cucito: rammendo, conto i bottoni, li tiro fuori e ne faccio delle piccole torri che il mio respiro basta a travolgere in una grandine di bachelite.
Allora, sento l’odore del tè al gelsomino che mi chiama verso la credenza.
Quando fa molto freddo me ne faccio una bustina nella tazza azzurra, quella un po’ sbeccata.
Siedo davanti alla televisione, sparsa insieme ai bottoni, il naso nel vapore.
So per certo che sei seduto con me e per questo lascio la scatola aperta e l’acqua dentro il bollitore.

(CONTINUA…)

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Mercoledì 18 novembre, 47 Saddington Rd., ore 7:45

      Il fatto era che lui non gradiva- anzi, non desiderava affatto- un nuovo vicino. Perché mai avrebbe dovuto?
A maggior ragione non dopo l’ultima, deplorevole esperienza: un paio di studenti stranieri perennemente euforici, instancabilmente alticci, appassionati di reggae oltre ogni limite di tollerabilità nonché di orario, dotati di amici e sodali in quantità inversamente proporzionali alle loro risorse pecuniarie.
Non che lui fosse un tipo venale: ricchi o poveri, davvero, per lui non faceva nessuna differenza. Ma che litigassero ogni fine settimana con il padrone di casa, a voce alta e in coincidenza con i suoi “momenti speciali”, oh, di questo glie ne importava eccome!
Il padrone di casa, è bene dirlo, si sostanziava in tre persone uguali e distinte: un carlino ansimante che rispondeva all’appellativo di Sir Puggsley; la signora Carson, una vecchina che chiunque non avrebbe esitato a definire adorabile (fin tanto che non ne avesse scoperto l’inquietante attitudine ad allevare piccioni. Quelle bestie schifose!) e infine suo figlio, Tibbikins Carson.
Era costui un’emanazione assolutamente grottesca di sua madre, dalla quale si differenziava solo per i baffi, le bretelle e l’insaziabile appetito per le pigioni dei suoi affittuari.
Per farla breve: non si potevano biasimare eccessivamente quei poveri studenti. Perennemente affamato di soldi com’era, Tibbikins Carson avrebbe tormentato chiunque non lo pagasse con largo anticipo.
Cosa che lui, Charles Solomon Dane, si premurava di fare ogni mese, per l’appunto con il preciso intento di tenere la Trimurti dei Carson quanto più lontana possibile dal proprio zerbino.
Nonostante tale precauzione, tuttavia, la signora Carson era venuta proprio quel mattino a squittirgli davanti alla porta. Preannunciava l’arrivo del nuovo vicino, come un arcangelo Gabriele- ma femmina, lievemente svampita ed inequivocabilmente gallese.
La sua lieta novella gli rese indigesta la sostanziosa colazione che aveva appena trangugiato compiacendosi con sé stesso di essere finalmente l’unico e silenziosissimo occupante del secondo piano.
– Vedrà, è una ragazza de-li-zio-sa!-: erano state quelle le sue esatte parole.
“Ragazza”, però, suggeriva alla sua mente scenari a dir poco inquietanti- risatine; via vai di cicisbei; melense musiche romantiche prima di andare a dormire. Telefonate fino a tarda notte. Freddie Mercury a tutto volume durante le pulizie della domenica. Effluvi alimentari dalla cucina. Promiscue condivisioni di ascensore, imbarazzanti incontri nel pianerottolo, buon Dio!…
Ora, poiché il suo appartamento e quello della ragazza avevano ingressi contrapposti- precisamente l’uno di fronte all’altro- ma erano contigui quanto a camere da letto, la prospettiva aveva dell’orrifico.
Chiese con un filo di voce che fine avessero fatto gli studenti. Non ottenendo risposta, ventilò che la signora Carson li avesse dati in pasto ai suoi piccioni.

    No, Charles Solomon Dane non voleva nessuna, nessunissima ragazza de-li-zio-sa nell’appartamento di fronte.
E aveva dannatamente ragione, sapete?
Perché finì appunto per innamorarsene- qualche mese dopo, beninteso, e nonostante fossero così evidentemente male assortiti che anche la notte e il giorno avrebbero avuto più cose in comune di loro due.

[continua…]

Nota: Questa storia fa parte della raccolta Quei due matti là a Saddington Road e ha partecipato alla White Day Run di Torre di Carta, 15-17 marzo 2019.

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A Yoshi- 2. Fiore di loto

[segue da A Yoshi- 1. Albero di pesco]

Tu meditavi più volentieri di pomeriggio e dopo, anche se il cielo era limpido e le previsioni ci rassicuravano (noi che volentieri ce ne fidavamo), prendevi sempre l’ombrello e uscivi con noi a passeggiare.
Io ricordo ancora le impronte lasciate dai tuoi sandali dentro la terra molle: accanto non mancava mai quella rotonda del puntale.
Dicevi che le ossa non sono come lo spirito e che la meditazione non giova affatto alla postura. Eppure, quando ti spiavamo fra le fessure dei pannelli, trattenendo il respiro per non distoglierti dalla pratica, ci sembravi morbido e leggiadro come un fiore di loto.
Era la vanità, penso, che non te lo faceva ammettere: l’ombrello ti serviva per appoggiarti.
– Perché non compri un bastone?- ti chiedevo a volte. Capitava spesso quando ci trovavamo in cucina e tu riflettevi davanti alla colazione.
– A che mi serve?- rispondevi sorridendo, e io mi mordevo la lingua.
Pensavo “sciocca che sei stata, non avresti dovuto chiederlo” : tu, però, non ti sei mai offeso.

A volte sento ancora il ticchettio del puntale sulla pietra del vialetto: viene d’autunno, insieme al vento che riga i muri con le foglie secche.
Allora, io mi siedo con le spalle alla veranda e resto ferma ad ascoltare.

 

(CONTINUA…)

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