30 giorni di scrittura: 2. Profezie.

[CONTINUA DA: 30 giorni di scrittura: 1]

“Scrivi qualcosa che qualcuno ha detto su di te e che non hai mai dimenticato”

Questo passo della sfida (qui per la “prima puntata”; la challenge su cortese indicazione di Le avventure di tutto) ha richiesto molti giorni di riflessione. Inoltre, durante la parte centrale della settimana, il lavoro mi assorbe al punto che non ho energie né voglia di arire il PC.
Ed ecco come siamo arrivati a sbrigare il punto 2 solamente oggi.

Effettivamente, c’è qualcosa che mi è stato detto e che ha costituito per me un termine di paragone abbastanza impegnativo.
Ogni famiglia ha le sua profezie prenatali, immagino, e la mia non fa eccezione.
Tuttavia, dato che sono un po’ scaramantica in merito al contenuto di quelle parole, preferisco mantenere il riserbo in proposito.
C’è in me una parte che vi si ribella e una che, invece, spera di poterle avverare.

Qui, però, abbondiamo: di profezie ne abbiamo ben due.
Come per la prima, anche per la seconda devo chiamare in causa mia madre, il mio tramite di tutto ciò che sta oltre e al di là del limite nella mia vita.
Mia madre che lavorava con i morti. Mia madre che è stata la prima persona a me cara a morire. Mia madre che parlava con i morti, o forse pensava solo di farlo. Che cucinava il cibo dei vivi con le stesse, identiche mani con cui toccava i quasi-morti, e sezionava quelli che se ne erano già andati. Mia madre, infine, che è stata la mia porta nel mondo, il coagulo di ogni possibile frontiera.

A differenza di mio padre, prodigo di lodi come di ogni altra cosa, lei dosava le proprie con estrema accortezza. O parsimonia. O era avarizia? Ah, genitori: se li conosci li eviti.
Non è un mistero, io credo, che i bambini desiderino essere elogiati, ma forse ogni bambino spera di impressionare uno in particolare dei suoi genitori. Nel mio caso, la persona su cui volevo disperatamente fare colpo era mia madre.
In questo, fra parentesi, mostravo precoci segni di quella che doveva rivelarsi una delle mie doti più caratteristiche: l’assoluta incapacità di puntare al massimo rsultato con il minimo sforzo.
Perché, per fare colpo su mia madre, ci voleva il Cannone di Gauss.

A un esame più approfondito, è plausibile che mia madre avesse preso molto sul serio la sua missione educativa. Era convinta che formarmi correttamente comprendesse un ampio ventaglio di torture psicologiche (certamente lei non le intendeva in questo senso, ma sappiamo che l’inferno è lastricato di buone intenzioni). Queste ultime si basavano essenzialmente sullo sviluppo dello spirito critico, della logica e delle arti discorsive- e, soprattutto, si traducevano in quella che, ai miei occhi, sembrava un’infaticabile opus destruens di ciò che facevo. E sì, non ho ancora smaltito un certo malanimo adolescenziale nei suoi riguardi.

Mio padre si era accorto di questo conflitto fra di noi e tentava di giocare all’equivalente del poliziotto buono – o almeno, così mi pare: è dannatamente difficile essere narratori attendibili della propria infanzia.
In ogni caso, quando mia madre si lasciava scappare un elogio nei miei riguardi, se possibile non in mia presenza (l’avrò spiata un considerevole numero di volte e potrei scrivere manuali su come crescere una figlia stalker), mio padre faceva del suo meglio per riferirmelo più o meno indirettamente.
Fu da lui che appresi della “seconda profezia, sulla cui veridicità ho ancora molti dubbi, ma che sto lavorando perché si avveri- almeno in parte.


Mia madre era una donna colta e interessante e, come molte persone del suo genere, amava scrivere. Non terminò mai un romanzo di cui, a volte, ci leggeva degli estratti (c’ero anche io).
Ricordo che si doveva intitolare La bella senz’occhi,e doveva incentrarsi sul difficile rapporto con il cibo di una dei protagonisti.
A quel tempo io avevo già iniziato a scribacchiare le mie storie ed ero molto ammirata dal talento letterario di mia madre.
Lei, però, non pensava di essere una brava scrittrice. Non pensava mai di essere brava in qualcosa, a dire il vero; del resto, il romanzo parlava in primo luogo di lei, e lei era la bella del titolo- che ci credesse o meno.
Disse una volta a mio padre che lei era brava a scrivere, ma che io sarei stata la vera scrittrice della famiglia.
Poco dopo aver condiviso con lui questa conclusione, smise di scrivere.

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