30 giorni di scrittura: 1. Dieci forme di felicità.

[...CONTINUA DA Una sfida: 30 giorni di scrittura]

Fai una lista di dieci cose che ti rendono davvero felice.

Ho stilato questa lista nel bar in cui vado quasi tutti i giorni, finanze permettendo. Scendo, prendo un caffè macchiato e un bicchierone d’acqua e trascorro un po’ di tempo a scrivere o a studiare. Potremmo definirlo un rituale? Considerazioni antropologiche a parte, forse sì.
Strano a dirsi, scopro negli anni la mia tendenza a circoscrivere tempi e spazi- i miei tempi, i miei spazi.
Il che mi spaventa un po’.
Ricordo ancora quello che disse una mia conoscenza, allora quasi sessantenne: “Alla mia età, ho bisogno delle mie certezze”.
Ho sempre pensato che le certezze che funzionassero come boe e cordoli di sicurezza per distanziare gli altri- una forma di Absolute Terror Field. Perciò, mi proponevo di non averne mai e di rifuggirne il più possibile.
Ma allora ero più giovane e meno rispettosa delle mie mancanze.
C’è bisogno di un argine fra la laguna e il mare, dopotutto.

1: Esplorare
La mia classe preferita in D&D è il ranger. Per una serie di ragioni sono cresciuta in spazi costretti, e ho avvertito presto la necessità di reclamare un poco di smarrimento.
Chiaramente, ho paura. Sono miope, soffro di vertigini, non so nuotare. Sono completamente inadeguata alla sopravvivenza in spazi estremi.
La mia esplorazione si limita per lo più all’ambiente urbano e ai viaggi intellettuali. Del resto, ci sto lavorando, sto lavorando per allargare i miei confini e poter superare le mie paure.
Sono consapevole che, per avventurarsi, non serve partire, il che è una vera fortuna.
Sto cercando di costruire a piccoli pezzi il mio Grande Viaggio, di addomesticare la vastità. Una tensione davvero contraddittoria, fra ciò che è al di qua e ciò che è al di là dalla soglia, ma almeno ho dato un nome alle mie inquietudini.
Ricordo come la mia vita è cambiata nel momento in cui sono andata a vivere in un’occupazione. In quel momento mi sentii così terribilmente umiliata ed espulsa dal centro della vita. Abitavo in un palazzo dell’INPS fra Anagnina e Cinecittà, estrema periferia meridionale di Roma. Non mi ero neppure accorta che alle mie spalle fioriva lo splendore degli antichi acquedotti.
Ma per quanto andare e tornare da scuola fosse un viaggio della speranza, questo almeno mi costringeva all’esterno. Ho iniziato a camminare molto. L’estate 2007 mi portò fuori. Studiavo in piazza Navona e giravo il centro con uno stradario AZ che cadeva a pezzi.
Il mio palinsesto da piccola pioniera.
Roma è una città con cui si finisce per stabilire una relazione intima, per cui ci si trova cuciti alla sua continuità. Ma forse accade così in ogni città?

2: Camminare e stare all’aria aperta
Corollario del primo punto. I miei piedi sono pieni di calli, di duroni, e devo badare a non stancarli troppo perché soffro facilmente di tendiniti. Non mi piacciono molto, i miei piedi, ed evito di indossare sandali e scarpe aperte.
Mi affeziono alle scarpe, con le quali, a volte, ho ingaggiato vere battaglie. Le ho dovute domare, e loro si sono vendicate a colpi di vesciche. Si rompono sempre quando sono finalmente diventate comode, non vero?
Gli stivali fra ultimo del liceo e primo anno di università sono stati buttati con grandi onori. Si trattava pur sempre di grandi guerrieri.
Le mie ultime scarpe sono piene di fango del Tevere. Suppongo che anche loro meriteranno un funeral vichingo, ma spero che accadrà tardi. Le buone scarpe non costano poco.
Non ho voluto seppellire mio padre senza scarpe, nonostante, data la sua statura, si facesse fatica a farlo stare nella bara. Per me avrebbe naturalmente dovuto camminare a lungo, prima di arrivare ovunque sia che alla fine si va dopo la morte. Camminare è un atto di vita e di conoscenza, e il mio bisogno di calzare un corpo morto credo sia la prova incontestabile della mia fede in “qualcosa, dopo”.
Non so cosa e non so dove, ma intanto, da questa parte e dall’altra della tomba, si cammina, o così voglio credere.

3: Le coccole
(specialmente quelle del mio compagno)
C’è qualcuno che non è felice di riceverne e di farne?
In ogni caso, se si parla di coppia, una delle cose che stimo e amo di più è la dolcezza. Non c’è bisogno che sia estroflessa, continuamente ostesa agli astanti. E questa è la ragione per cui mi si scuserà, spero, se mi asterrò dal parlarne oltre…

4:La bellezza
Difficile definire un concetto così ampio, sì che non vi cape, come direbbe Dante, e poi io sono abbastanza stravagante in termini d estetica.
Oltre a collegare la bellezza al piacere, a me viene piuttosto spontaneo collegare la bellezza con il tempo. Mi pare che si manifesti in tutte le cose che sono tenaci al tempo.
Questo non vuol dire che la bellezza non sfiorisca, che sia materialmente durevole. Anzi, potrebbe sostanziarsi nella cosa più fragile della terra- la fioritura dei ciliegi, potrebbe dire un giapponese, e io gli darei ragione. Ma quella sensazione di meraviglia, quel senso di contrazione del tempo che proviamo davanti alle cose belle, non penso possa subire decadimenti. Ogni uomo in ogni luogo e in ogni tempo conosce quella sensazione, e nel provarlo si riconnette agli altri uomini che lo hanno preceduto, e sfiora quelli che lo seguiranno.
Le persone rischiano la vita per conservare la bellezza, faticano e si ostinano intorno alla bellezza, anche quando essa è in qualche misura del tutto irrilevante rispetto a una più primaria sussistenza.
Questa ininterrotta catena di sforzi verso la bellezza opera come una rete per l’uomo che è, infine, piccolo e solo e impotente, e
senza appigli rischierebbe di venir rovesciato nella vasta solitudine dell’universo.

5: Scrivere
Ho iniziato a scrivere quando avevo otto anni: per evadere, immagino, e perché avevo una buona immaginazione. Mio padre e mia madre hanno sempre cercato di favorire la mia inclinazione a leggere, ascoltare e inventare storie. A loro modo, erano dei narratori loro stessi.
Con alti, bassi e momenti mortificanti, questa attività non mi ha più abbandonato, nemmeno quando sono stata io ad accantonarla per due o tre anni.
Io ho una connaturata difficoltà all’equilibrio: mi succede con l’attività fisica, con il cibo e con la scrittura. Ci sono persone che hanno il dono della pazienza, della costanza e della meticolosità. Io devo imparare a dosarmi e a non oscillare fra estremi, senza infine concludere mai niente. Edward Morgan Forster, il grande scrittore, avrebbe parlato di asceta e di bestia e della necessità di connetterli. Credo che nel mio caso il paragone sia pienamente azzeccato.
Oggi, la mia scrittura è un laboratorio di misura. Misura nella quantità di cose che scrivo; misura nel modo di esprimermi; misura nei riguardi della mia impazienza e della mia ansia di risultati.
Ho sempre scritto per curarmi. Dalla solitudine, dalla noia, dal dolore, dai lutti; dalle crisi di panico e dai blocchi emotivi. Scrivere è la mia reazione- e anche la mia abreazione. Il che è un’ottima cosa.

6: Gli affetti e gli amici
Non sono stata abituata alle relazioni interpersonali, e non ho frequentato scuola fino al liceo. Lunga storia. In questo senso, sono estremamente immatura per la mia età e devo riconoscere che le interazioni con gli altri, ancora oggi, possono lasciarmi stremata.
Questo non significa che io non sia felice di stare con le persone che mi sono care, anche se preferisco i piccoli gruppi e le serate tranquille.
Non sono molto aperta circa i miei sentimenti, in parte per chiusura, in parte perché cerco di ascoltare. Le persone hanno già molti problemi, e non se ne fanno molto di quelli altrui.
Con gli anni, sono riuscita almeno ad ammettere quando avevo bisogno di aiuto e di vicinanza. Per un carattere come il mio non è un conseguimento di scarsa importanza.
Per lunghi periodi mi accade di non riuscire ad interagire, nemmeno via social. Cerco di contenere questo aspetto di me perché non voglio che gli altri pensino che non m’importa nulla di loro. Durante i miei silenzi, a dire il vero, penso molto agli amici, ma quando si tratta di contattarli è come se non ne avessi le forze. Migliorerò, spero.
Rispetto a una volta, però, sono certa di una cosa: vorrei realizzare qualcosa che mi permettesse di unire le persone, prime fra tutte quelle che mi sono intorno. Hanno i loro difetti, come tutti, ma nei momenti in cui non mi oscurano la stanchezza e le paure per il domani riesco a vederne chiaramente la bellezza.

7: Casa
La mia prima casa era un appartamento in affitto, ed era troppo piccola per la grande mole di oggetti che mia madre e mio padre avevano accumulato negli anni. Io dormivo in un letto di proporzioni mastodontiche, che era appartenuto a mia nonna e che era davvero troppo grande e troppo alto per una bambina della mia età.
Abitavamo nel rione Parella di Torino; dalla mia finestra vedevo un grande campo aperto e le persone che passavano per la strada. Il sole del tramonto colpiva un grande quadro scuro appeso alla parete e la camera si faceva tutta dorata. Ho un ricordo abbastanza chiaro di quella casa, e da quando la lasciammo per una soluzione più comoda le sorti della nostra famiglia iniziarono a declinare rapidamente. Non che sia stata colpa del trasloco.
Non sono stata fortunatissima, con le case, come dimostrano gli anni in occupazione e poi in residence,in attesa di un alloggio di edilizia popolare. Eppure io amo l’idea di casa e fin da piccola ho desiderato di trovare LA CASA- quella giusta per me. Immagino che tutti ne abbiamo una.
Auguro a me stessa di poter acquistare, un giorno, la mia casa- e di trovarla, perché oltre alla disponibilità economica è necessario imbattersi nel luogo che fa per noi.
Per adesso, uno dei miei guilty pleasures è leggere i depliant delle agenzie immobiliari e curiosare sui siti dedicati.

8: Ritornare alla Garbatella
Non sarebbe esatto dire che io sia cresciuta nel quartiere popolare reso famoso dal cinema e dalle produzioni televisive: tecnicamente, ci ho abitato meno di un anno. Materialmente, però, per sei anni vi ho trascorso buona parte delle mie giornate.
Là- fra Ostiense, San Paolo, la Cristoforo Colombo- ho molti dei miei affetti. In quel quartiere ha lavorato per tanti anni mio padre. È un luogo che non mi ha mai fatto mancare il suo affetto, dove ho potuto costruire dei legami. La mia vita è iniziata da lì, rincollando le macerie del mio trascorso, e io torno sempre con immensa felicità e speranza alle sue strade. Per me, esse sono abitate da un’interminabile primavera.

9: Il Tevere
Ultimamente, direi da dicembre, ho iniziato a cambiare percorso per le mie passeggiate. Dopo aver lambito Monte Mario, il monte più alto di Roma in cima al quale sorge l’Osservatorio Astronomico, ho scoperto di poter raggiungere con poco sforzo il Lungotevere.
Inizialmente percorrevo solo il tratto fra il Tevere e Mazzini. Ricordo anche di essermi fermata spesso sotto un albero in una piccola piazza, la Piazza del Fante, sotto il quale ho praticamente letto due libri di antropologia.
Il Fante: chissà chi era mai costui? Là vicino, comunque, c’è la lapide a ricordo di un ragazzo morto sul suo motorino. I suoi cari continuano a tenere fiorita e in ordine un’aiuola ai piedi di un platano. Era bellissimo e aveva i capelli lunghi- ho visto le foto inchiodate con delle puntine al tronco dell’albero. Non posso evitare di immaginare che il Fante possieda le sue fattezze, come se lui fosse diventato il nuovo guardiano di quel luogo.
Comunque, agli inizi non passavo dalla parte del Tevere: avevo le vertigini. Eh, lo so, che ci posso fare?
Infine, ho pensato di tentare lo stesso e di camminare lungo la ciclabile- ce ne sono due, sovrapposte: la prima è a livello strada, la seconda corre al di sotto sotto e poco sopra il fiume.
Non azzardavo ancora a scendere lungo i muraglioni.
Ma, già da quel punto, intravedevo quella che mi sembrava una piccola valle ai piedi della montagna: era solamente l’ansa che il fiume supera scendendo dai quartieri settentrionali della città, e dalle rapide di Ponte Milvio.
Quella vista, nelle giornate grigie, con il vento freddo, era bellissima, e mi attraeva lungo le rive. Per cui ho iniziato, poco per volta, a seguire la seconda ciclabile e a fermarmi qualche minuto per osservare il fiume- questo gravido nastro verde, senza il quale questa città non sarebbe stata possibile, e del quale ci curiamo così poco.
Sono passati ormai cinque mesi e almeno tre volte a settimana io torno sulle rive del Tevere. A volte riesco perfino ad avvicinarmi all’acqua.
Il fiume è discreto. Si scrive e si pensa bene, in sua compagnia, e c’è tanto vento, tanto sole e un odore aperto di canneti.
Quando sono preoccupata, quando sono stanca, lui ha abbastanza forza e pazienza per entrambi.
A volte lo sogno, incommensurabile presenza dagli occhi verdi.

10: L’autonomia
Sapere di poter contare su un piccolo stipendio, per quanto modesto, mi rende felice. So che ho le capacità e la costanza necessarie a lavorare per pagarmi ciò di cui ho bisogno. Non dipendo più dai miei genitori, e posso contare su me stessa per risollevare la mia condizione economica.
Non guadagno molto; lavoro ancora part-time per poter studiare, e anche perché non so ancora adeguarmi all’idea che mi rimanga poco tempo per me stessa e i miei cari. Ne parlavo in riva al fiume con una mia vecchia compagna di università. Lei non si sentiva in colpa ad ammetterlo: ho bisogno di avere tempo per me stessa, per pensare e per pregare, diceva.
Io sono abituata a una relativa povertà, se è qualcosa al quale ci si possa mai abituare, e sto tentando comunque di ridurre le mie esigenze. Non solo per limiti economici: credo che la frugalità ci renda più liberi. (Frugale: aggettivo un po’ desueto, ma lo preferisco a “minimale”. Il primo profuma quasi di stoicismo, il secondo invece ha il potere di evocare una Marie Kondo).


E questo, per ora, è tutto.

[CONTINUA…]











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