Mercoledì 18 novembre, 47 Saddington Rd., ore 7:45

      Il fatto era che lui non gradiva- anzi, non desiderava affatto- un nuovo vicino. Perché mai avrebbe dovuto?
A maggior ragione non dopo l’ultima, deplorevole esperienza: un paio di studenti stranieri perennemente euforici, instancabilmente alticci, appassionati di reggae oltre ogni limite di tollerabilità nonché di orario, dotati di amici e sodali in quantità inversamente proporzionali alle loro risorse pecuniarie.
Non che lui fosse un tipo venale: ricchi o poveri, davvero, per lui non faceva nessuna differenza. Ma che litigassero ogni fine settimana con il padrone di casa, a voce alta e in coincidenza con i suoi “momenti speciali”, oh, di questo glie ne importava eccome!
Il padrone di casa, è bene dirlo, si sostanziava in tre persone uguali e distinte: un carlino ansimante che rispondeva all’appellativo di Sir Puggsley; la signora Carson, una vecchina che chiunque non avrebbe esitato a definire adorabile (fin tanto che non ne avesse scoperto l’inquietante attitudine ad allevare piccioni. Quelle bestie schifose!) e infine suo figlio, Tibbikins Carson.
Era costui un’emanazione assolutamente grottesca di sua madre, dalla quale si differenziava solo per i baffi, le bretelle e l’insaziabile appetito per le pigioni dei suoi affittuari.
Per farla breve: non si potevano biasimare eccessivamente quei poveri studenti. Perennemente affamato di soldi com’era, Tibbikins Carson avrebbe tormentato chiunque non lo pagasse con largo anticipo.
Cosa che lui, Charles Solomon Dane, si premurava di fare ogni mese, per l’appunto con il preciso intento di tenere la Trimurti dei Carson quanto più lontana possibile dal proprio zerbino.
Nonostante tale precauzione, tuttavia, la signora Carson era venuta proprio quel mattino a squittirgli davanti alla porta. Preannunciava l’arrivo del nuovo vicino, come un arcangelo Gabriele- ma femmina, lievemente svampita ed inequivocabilmente gallese.
La sua lieta novella gli rese indigesta la sostanziosa colazione che aveva appena trangugiato compiacendosi con sé stesso di essere finalmente l’unico e silenziosissimo occupante del secondo piano.
– Vedrà, è una ragazza de-li-zio-sa!-: erano state quelle le sue esatte parole.
“Ragazza”, però, suggeriva alla sua mente scenari a dir poco inquietanti- risatine; via vai di cicisbei; melense musiche romantiche prima di andare a dormire. Telefonate fino a tarda notte. Freddie Mercury a tutto volume durante le pulizie della domenica. Effluvi alimentari dalla cucina. Promiscue condivisioni di ascensore, imbarazzanti incontri nel pianerottolo, buon Dio!…
Ora, poiché il suo appartamento e quello della ragazza avevano ingressi contrapposti- precisamente l’uno di fronte all’altro- ma erano contigui quanto a camere da letto, la prospettiva aveva dell’orrifico.
Chiese con un filo di voce che fine avessero fatto gli studenti. Non ottenendo risposta, ventilò che la signora Carson li avesse dati in pasto ai suoi piccioni.

    No, Charles Solomon Dane non voleva nessuna, nessunissima ragazza de-li-zio-sa nell’appartamento di fronte.
E aveva dannatamente ragione, sapete?
Perché finì appunto per innamorarsene- qualche mese dopo, beninteso, e nonostante fossero così evidentemente male assortiti che anche la notte e il giorno avrebbero avuto più cose in comune di loro due.

[continua…]

Nota: Questa storia fa parte della raccolta Quei due matti là a Saddington Road e ha partecipato alla White Day Run di Torre di Carta, 15-17 marzo 2019.

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