Con un piede fuori dalla bolla. Facebook e la scelta di sapere

Condivido qui I miei ultimi giorni su Facebook, interessante editoriale di Claudio Todeschini per la rivista online The Games Machine e con l’occasione ne approfitto per buttare giù due o tre idee sull’argomento.
Mi succede spesso: mentre scrivo mi rendo conto di essere partita da un’idea che mi si imbizzarrisce sotto le dita e parte per tutt’altra destinazione da quella verso cui mi ero indirizzata. Vediamo quindi dove va questo cavallo un po’ brado, sperando che non smarrisca il sentiero: l’argomento è complesso, ma chissà che scriverne non mi aiuti a sbrogliare un po’ la matassa. Visto lo stato di scarsa maturazione delle mie riflessioni, vi prego di segnalarmi se qualcosa non vi torna, se trovate delle contraddizioni che siano sfuggite alla mia revisione, insomma, se non siete d’accordo con qualsiasi punto di questo articolo. L’intento con cui lo pubblico così, in forma ancora acerba, è proprio quello di poter verificare insieme a voi la fondatezza delle mie riflessioni.
Chi mi conosce sa che non sono contraria alla tecnologia; del resto, se lo fossi, non sarei qui. Non mi conto fra quelli che si stava meglio quando si stava peggio. Tuttavia, già da qualche tempo (diciamo più o meno sei mesi?) ho iniziato a ridurre la mia presenza su Facebook. Ho riaperto Tumblr, limitandomi però ai tag di mio specifico interesse e a pochi blog che condividono soprattutto immagini. Di recente frequento con sempre più assiduità WordPress; pubblico di meno ma leggo molto, molto di più.
Ho incominciato prima che Facebook modificasse il proprio algoritmo così da favorire i post delle bacheche amiche. Per altro, prima di affrontare l’argomento “nuovo algoritmo”, ci tengo a sottolineare che non c’è molto di nuovo sotto il sole: il social di Mark Zuckerberg ha iniziato per tempo a penalizzare chi non investiva in anteprime sponsorizzate. Se ricordo bene, i primi lai sul calo di visualizzazioni per le pagine hanno iniziato a fioccare nella mia bacheca già due anni or sono (ricordo che, grazie a un appello di Mondo di Nerd, scoprii come gestire le preferenze della home). Vincolare la circolazione dei contenuti alle disponibilità economiche di chi li pubblica, coniugare mercato e informazione: cosa poteva mai andare storto?
Ebbene, circa un mese fa, con l’introduzione di alcune modifiche ai News Feed (ossia ai meccanismi che alimentano la nostra home) Facebook sembra aver assestato il colpo di grazia definitivo alle pagine. Per quanto paghino, i loro gestori (come sconsolatamente testimonia l’editoriale di Ivan Conte, sempre The Games Machine) si ritrovano a stringere fra le dita un (costoso) pugno di mosche: le spese sostenute per sponsorizzare i propri post- almeno 4 euro a contenuto- non sono compensate da un effettivo ritorno.

Con il “Nuovo Algoritmo” (il nome con cui tutti lo conosciamo, che evoca leviatanici spauracchi) devono essere i lettori a decidere esplicitamente cosa vogliono leggere in bacheca. O meglio, siamo più precisi, questo Nuovo Algoritmo ci garantirà (almeno nelle intenzioni dei suoi programmatori) un sicuro accesso ai post pubblicati da amici e parenti, mentre le pagine che seguiamo otterranno sempre minore visibilità a meno che non le segnaliamo noi stessi. La ragione pratica è che la News Feed non ha una capacità infinita; la nostra home è una lente attraverso la quale vediamo il mondo, ma anche la lente non può abbracciare uno spazio più ampio del proprio diametro. Siamo noi a doverla muovere nella direzione desiderata.

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Tommaso Da Modena, particolare dall’affresco nella Sala del Capitolo del convento domenicano di San Nicolò a Treviso.

Si è discusso e, come vedete, si discute ancora sull’opportunità di questa scelta; gli ottimisti l’hanno salutata con un certo favore mentre una nutrita schiera di “altri”(dai complottari alla Napalm51 fino ai più fini intellettuali della post-verità) ne hanno tratto fonte di scoramento e materia di analisi dal colore non di rado apocalittico. Con l’occasione, tribune televisive, editoriali e specialisti della comunicazione ci hanno introdotti a nuovi, sinistri concetti: la bolla di filtraggio e soprattutto la camera dell’eco (oltre al pezzo un po’ al fulmicotone pubblicato da mangiacervelli.it e di cui vi accludo il link, un altro articolo interessante è quello di David Bryne. Lo trovate qui ma in inglese. Nel video, invece, Eli Pariser parla della profilazione nei risultati di ricerca tramite browser, un fenomeno di notevole gravità per il quale lui stesso ha ideato la definizione di filter bubble, bolla di filtraggio.)

https://embed.ted.com/talks/lang/it/eli_pariser_beware_online_filter_bubbles

A scuola ho imparato che la prima fonte da consultare, quando si vuole approfondire un evento, è quasi sempre quella più coinvolta, non necessariamente perché è la più onesta e quasi sicuramente non perché sia la più disinteressata ma semplicemente perché, soprattutto se l’argomento è controverso, analizzare le ragioni e il linguaggio dei suoi attori principali è sempre un esercizio rivelatore.
Prendiamo in esame quel che ha da dire lo stesso Zuckerberg in merito motivazioni che lo hanno spinto a modificare gli equilibri del News Feed (traduzione in nota, fatta con le mie manine):

But recently we’ve gotten feedback from our community that public content – posts from businesses, brands and media – is crowding out the personal moments that lead us to connect more with each other.
It’s easy to understand how we got here. Video and other public content have exploded on Facebook in the past couple of years. Since there’s more public content than posts from your friends and family, the balance of what’s in News Feed has shifted away from the most important thing Facebook can do – help us connect with each other*.

Se ricordate, fino a non molto tempo ci si interrogava sulla crisi del giornalismo per come lo conosciamo noi; i protagonisti dell’informazione erano (e per alcuni versi sono ancora) i social. Del resto, lo stesso Facebook ha lievitato in importanza e valore economico proprio grazie a questo (Zuckerberg sembra quasi non ricordarsene e con conveniente eleganza glissa sulla questione). I quotidiani e le riviste web investivano e investono ancora cifre di tutto rispetto per sponsorizzare i propri contenuti su piattaforme come Facebook, Twitter e, in alcuni casi, Instagram. Soltanto ieri erano questi i più remunerativi lidi verso i quali il domani della notizia sembrava aver migrato per mai più tornare a mezzi “antiquati” e al confronto meno dinamici- blog, forum o, peggio ancora, carta stampata.
Sempre se ricordate, questa corsa al tempo reale, a un’informazione sempre più rapida e mordace, aveva già sollevato tre grandi famiglie di problemi.
Da un lato, l’evidente disparità di trattamento subita da quelle pagine che non avevano le risorse pecuniarie per poter “spingere” i propri contenuti e che finivano schiacciate dalla plutocratizzazione del mezzo informativo. Di questa criticità, per inciso, si è sentito parlare con minore vis polemica, eppure non era meno rilevante delle altre due- strettamente connesse e delle quali, invece, abbiamo sentito tutti parlare almeno una volta: la profilazione dei contenuti e il fenomeno delle fake news, gli altri bandoli di questa intricata matassa che è l’informazione ai tempi del social.
In pratica, l’aver messo mezzi apparentemente così potenti nelle mani di persone ancora inesperte (no, non è un eufemismo per “stupide”, “ignoranti” o “populiste”: davanti alla vertiginosa apertura degli orizzonti prodotta dalla tecnologia, anche i più colti e i più intelligenti possono scoprirsi impreparati) si è rivelata un’arma a doppio taglio.
Perché dico “apparentemente”? Beh, la risposta ce la dà proprio Facebook (il link è lo stesso):

Because space in News Feed is limited, showing more posts from friends and family and updates that spark conversation means we’ll show less public content**

Mi viene in mente il manifesto accelerazionista, nel quale si afferma, faccio una libera parafrasi, che il progresso dentro il quale ci troviamo non va avanti, ma si trasla ad alta velocità. La differenza, ve la spiego con parole mie, è simile a quella che intercorre fra una persona ferma al centro dell’universo e che possa ipoteticamente assistere alla sua espansione verso l’infinito, e una persona che viene sparata a tutta velocità attraverso uno stretto passaggio dentro una stanza molto più grande di cui non riesce a vedere le mura perimetrali. Entrambi gli spettatori ricevono un’impressione di apertura, ampliamento e allontanamento dell’orizzonte dal punto in cui si trovano; solo una delle due, però, sta effettivamente assistendo all’inesauribile espansione del cosmo, mentre l’altra è destinata presto o tardi a spiaccicarsi contro un muro con tutto il peso della propria accelerazione.

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Una camera dell’eco che ci piace (carta dal gioco Magic-The Gathering).

Quando ci è stato messo in mano Facebook, e più specificatamente quando Facebook ha aperto alle pagine e all’informazione, l’impressione che abbiamo ricevuto tutti è stata quella di spalancare gli occhi su un orizzonte apparentemente illimitato. In realtà, i limiti c’erano eccome: la News Feed è un meccanismo che non può processare tutti i contenuti contemporaneamente e all’infinito, esattamente come la nostra mente, per poter gestire la realtà, non può considerare tutto ciò che vi accade senza applicare dei filtri- ciò che noi chiamiamo processi attentivi e attribuzione di salienza.
La nostra ingenuità, e il mercato economico che da un effetto wow aveva tutto da guadagnare, ci hanno un po’ illuso: sin dall’inizio Facebook è stato uno strumento limitato; quella profilazione che oggi abbiamo imparato a temere era probabilmente presente già dai primordi del mezzo e forse, prima ancora che negli algoritmi zuckerberghiani, era dentro i nostri meccanismi cognitivi.
Ma possiamo davvero dire che la profilazione (e dunque la scelta, da parte dell’algoritmo, di ciò che potrebbe essere saliente per noi) è per la macchina ciò che i processi attentivi e selettivi sono per il nostro sguardo? Questa è una risposta che spetta a persone più competenti di me; io ci vedo delle analogie, quantunque non una completa identità.
Uno dei principali fattori di distinzione, a parte l’ovvia differenza che corre fra una macchina complessa come la nostra mente e un pur avanzatissimo software, è la spendibilità dei dati a fini monetari. Quando selezioniamo qualcosa di rilevante nella realtà che ci circonda, la nostra mente si basa con ogni probabilità su criteri di economia, considerando l’economia secondo la definizione dello studioso Lionel Robbins:

L’economia è la scienza che studia la condotta umana nel momento in cui, data un graduatoria di obiettivi, si devono operare delle scelte su mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi.

Tuttavia, questo genere di economia cognitiva non ha nulla a che vedere con l’economia finanziaria che ha regolato e regola la profilazione e la selezione di ciò che è rilevante per l’utente. La ragione è abbastanza ovvia: nel primo caso, l’economia è un fatto di ottimizzazione. Nel secondo è un fatto di guadagni.
Quanto guadagna chi pubblica contenuti dalla possibilità di selezionarli attraverso le abitudini di consumo e il profilo del potenziale lettore/cliente? E quanto guadagna dal fatto di circondarci con le notizie che ci interessano o, nel peggiore dei casi, con quelle che vogliamo sentire? La risposta è, prevedibilmente, che ci guadagna molto. Ed ecco il fenomeno delle fake news e delle camere dell’eco, nate dalla capacità del software di produrre ove richiesto una realtà uterina popolata solo dai fatti che ci piacciono o che confermano le nostre tesi/convinzioni, rassicurandoci, in fondo, persino quando ci spaventano di più.

Fin qui tutto a posto (si fa per dire). Eppure Zuckerberg deve essersi accorto che le cose non andavano poi così bene; per quanto fosse redditizio creare un mercato della notizia che si svolgeva proprio sulla piazza digitale di sua proprietà, la gente non ne era del tutto soddisfatta. In fondo, Facebook era nato per avvicinare le persone e infatti, secondo la narrazione ufficiale, il nuovo algoritmo è stato creato all’apposito scopo di ritornare all’Ur-Social, alla vocazione originaria della piattaforma.
Come prevedibile, chi aveva sborsato denaro per sponsorizzare i suoi contenuti non ha accolto la novità con eccessivo favore. Paradossalmente, il libero mercato si è ritorto contro i suoi più accesi fautori e infatti numerosi commentatori (compreso il succitato Ivan Conte) se ne sono lamentati più o meno con lo stampino. Quasi tutti hanno esordito dicendo che l’azienda di Zuckerberg ha tutto il diritto di muoversi per andare incontro alle richieste dell’utenza e in tal modo massimizzare i profitti, ma… (seguono querule proteste, il valore delle quali viene automaticamente invalidato dall’argomentazione che le precede).
A questo paradosso del liberismo informativo si aggiunge l’imprecisione con cui la notizia del Nuovo Algortimo è stata diffusa e argomentata, non solo come se il fenomeno di camera dell’eco nascesse con il cambiamento nel News Feed, ma come se l’utente non potesse in alcun modo esercitare un controllo critico su quali contenuti selezionare e quali escludere. Vi invito a leggere questo articoletto, per certi versi notevole per autoironia ma anche piuttosto tendenzioso: Facebook e l’algoritmo dell’autodistruzione. In questo pezzo, l’autore sembra convinto del fatto che tutto il male risieda nel software (cito: “In realtà viene pubblicato anche moltissimo materiale serio ed interessante, che però si perde nell’inesorabile avanzata dell’algoritmo autoapprendente”).

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beatrixapp (sito che non riesco ad aprire) propone 15 CEo come personaggi di GoT. Zuckerberg è, ovviamente, il Ragno Tessitore.

A essere onesti, come ho detto più volte anche in questo articolo, le cose non stanno precisamente così. In primis, perché possiamo sempre gestire le preferenze delle pagine visualizzate, per certi versi sottraendoci al meccanismo monetario che aveva preso piede prima delle ultime modifiche. Vedremo (anche) quello che vogliamo vedere, non (soprattutto) quello che gli sponsor più abbienti ci spingono giù per la gola.
In secondo luogo, perché la limitazione introdotta dall’aggiornamento ci induce a esercitare una riflessione critica su quello che effettivamente ci interessa e che effettivamente vogliamo vedere. Aprire il menu a tendina e assicurarsi che i feed funzionino a dovere è un esercizio di volontà che abbiamo l’opportunità di valorizzare invece che subire, anche se non riusciremo del tutto a ridurre l’effetto-utero del mezzo. Del resto, ce la possiamo fare: esistono tanti modi per integrare Facebook con feed alternativi e fonti più variegate.
Un inciso: la narrazione diffusa presso molte classi di moderni intellettuali (il cui punto di vista non è di necessità più disinteressato, più oggettivo e meno fallibile di quelli delle loro controparti) è che l’utente sia ormai ridotto all’impotenza davanti alla pervasività del mezzo tecnologico, cosa in parte e tristemente vera, in parte arginabile, ma alla quale è mia opinione che ci si stia confortevolmente arrendendo. L’ineluttabilità di questo processo- o meglio l’idea d’ineluttabilità che ne abbiamo- ci solleva in una certa qual misura dalla fatica di trovare delle alternative che sfruttino il mezzo senza farsene limitare. Davanti alla preannunciata apocalisse culturale ci sentiamo a un tempo martiri ed eroi, cinici dall’animo candido, biblici cowboy: saremo anche vittime della manipolazione mediatica come lo è il nostro vicino, ma a differenza sua noi almeno abbiamo la finezza intellettuale di rendercene conto. Ebbene, se mi è permesso riesumare un termine forse un po’ datato, questa mi pare una lettura un po’ disfattista e che come tale pecca di parzialità.
Tornando al nostro discorso principale, se neanche l’opzione di selezione delle preferenze nei feed di Facebook ci convince c’è sempre una terza strada, quella che, per quanto mi riguarda, sto sperimentando da un po’ di tempo a questa parte: l’allontanamento dal social e la ricerca di altri mezzi più soddisfacenti e “aperti, che è per l’appunto ciò di cui si parla nell’articolo a partire dal quale ho preso le mosse- Todeschini, per esempio, suggerisce il ritorno ai cari vecchi RSS. (Certo, anche quest’ultima possibilità si presta in ogni caso ad una serie d’interrogativi tutt’altro che rassicuranti: se persino i risultati di una ricerca su Google vengono modificati a seconda del profilo utente, quanto ci potremo effettivamente spingere al di fuori della nostra bolla? Questo è un quesito al quale, probabilmente, potremo rispondere solo più in là nel tempo).

Ma se sei così contenta di questo Nuovo Algoritmo da arrivare quasi a scriverne un’apologia-, mi direte,- perché usi di meno Facebook e senti la necessità di cercare altre piattaforme?
Questa è una buona domanda ma, come ricorderete, vi avevo preannunciato di aver allentato la mia frequentazione di Facebook prima delle modifiche apportate di recente.
Il motivo, dunque, non sta precisamente nelle dinamiche del software o nel problema delle fake news e neppure, non completamente almeno, nel fenomeno delle camere dell’eco. La ragione per cui mi sono allontanata da Facebook è proprio ciò per cui Zuckerberg lo aveva creato, ossia le persone. Mi sono ritrovata nelle parole di Todeschini, il quale accenna al silenziamento di quei contatti (li abbiamo tutti, non è vero?) che ti intasano la home con i loro sfoghi.
La pietra dello scandalo, naturalmente, non sono gli sfoghi in sé: anzi, quelli di alcune persone che stimo li leggo molto volentieri o, se non sono in vena, semplicemente passo oltre in base al principio di mutua libertà, per il quale loro sono liberi di scrivere sulle proprie bacheche ciò che più desiderano e io sono altrettanto libera di scegliere in che modo e misura interagire con i loro post.
Il problema si presenta come tale solo quando la quasi totalità dei contenuti pubblicati o condivisi da un mio contatto costituiscono uno sfogo. E per sfogo non intendo il semplice wall of text nel quale il singolo parla con maggiore o minore veemenza di qualcosa che lo addolora/lo fa arrabbiare/suscita in lui riflessioni o reazioni emotive. Classifico nella categoria sfogo, seppure impropriamente, me ne rendo conto, tutti quei contenuti che condividiamo per esprimere indignazione e/o per confermare (per confermarci) una certa visione del mondo, in opposizione a qualsiasi altro punto di vista. Contenuti che, se sono gli unici a comparire nel nostro diario, finiscono per costituire in mattoncini con cui ci costruiamo la nostra privata e personale camera dell’eco.  Sicuramente anche io ho la mia camera e i miei mattoncini; sicuramente silenziare chi ha una prospettiva diversa dalla mia è il primo passo verso un ambiente social che non metta mai in questione le mie convinzioni- il temuto effetto lobotomizzante del Nuovo Algoritmo. Tuttavia, ci sono due fattori che vanno presi in considerazione (e qui mi riallaccio all’argomento che avrei voluto trattare così, en passant e spendendoci sopra poche righe. Le ultime parole famose: sono ormai a pagina 5). Uno lo tratterò di seguito, per l’altro vi prego di prendere nota della sua esistenza; ci vorrà ancora qualche paragrafo, prima di tornarci su.
Il primo fattore, dunque, è questo: il diritto al silenzio. Non il silenzio censorio ed arcigno che tacita le voci del dissenso, no, ma il silenzio invernale, quello del seme sotterrato che lentamente si predispone alla primavera. Il silenzio della stratificazione e del deposito carsico, milleniale. Il silenzio della mente che, per approfondire e per strutturare, ha bisogno dei suoi vuoti e delle sue sospensioni, e che non ha tempo di maturare le idee se continuamente la distrae l’ininterrotto chiacchiericcio degli astanti.
Va pur detto, per amore di cronaca, che questo silenzio emotivo e intellettuale (perché ciò che ci distrae potrebbe essere un pensiero o anche un’emozione) si manifesta per ogni persona in modo diverso. Non è affatto scontato che scorrere una bacheca piena di post amici sia necessariamente e per tutti una distrazione molesta. C’è chi si rilassa condividendo meme, c’è chi si rigenera guardando ore di meme montati su Shooting Star, c’è chi trova appagante e distensivo partecipare a un flame sotto l’ennesimo titolo fuorviante di Ansa.it. Ma siamo sicuri di essere noi, quel qualcuno? Siamo sicuri che interagire così tanto con gli altri abbia un risvolto integralmente e definitivamente positivo?
In tal senso, se c’è una critica da muovere all’Algoritmo, non si dovrebbe limitare solo ad evidenziare il pericolo delle camere dell’eco (quelle riguarderanno chi continuerà a frequentare il social con assiduità e come principale fonte di contenuti). Una delle principali criticità è che riportare l’attenzione sulle persone quando sono proprio loro l’anello debole della catena potrebbe portare Facebook a un rapido spopolamento.

Eppure, anche questo Zuckerberg lo ha previsto (a suo modo).
Ancora dal suo post con il quale spiega le modifiche al News Feed, è lui stesso ad avvertirci:

Now, I want to be clear: by making these changes, I expect the time people spend on Facebook and some measures of engagement will go down. But I also expect the time you do spend on Facebook will be more valuable.

Circa il fatto che il tempo speso su Facebook sarà effettivamente di maggior valore continuo a nutrire forti dubbi; la verità è che molto dipenderà da coloro che frequentiamo nella vita reale o con i quali abbiamo stretto amicizie puramente virtuali. Se i rapporti umani sono di qualità- quanto meno per i nostri standard-, anche la nostra home lo sarà, fra fisiologici alti e bassi, si capisce. Viceversa, starà a noi usare l’intelligenza umana e tecnologica che ci si aspetta da cittadini del nostro millennio, e provvedere a rivedere o le preferenze o le relazioni stesse- oppure, perché no, proprio quegli standard relazionali cui accennavo poco fa.
Che Zuckerberg abbia tenuto conto dell’effetto svuotamento, invece, questo mi pare interessante. Per quanto lo si possa detestare, il creatore di Facebook ha dato più volte prova di una certa lungimiranza. Potremmo obiettare che questa lungimiranza è tarata esclusivamente sul suo proprio profitto, è vero, ma qui si aprirebbe un’ulteriore sotto-questione, ossia il rapporto fra etica ed industria, fra morale e multinazionali, su cui per ora sorvoliamo (però vi rimando a un articolo sulla questione Apple vs FBI, che non è affatto scollegata da queste considerazioni).
Tornando a noi, al netto di posizioni ideologico-politiche e simpatie personali, credo sia fuor di dubbio che il patron di Facebook è un potente innovatore. Correre il rischio di svuotare Facebook, indurci a spendere meno tempo e a cercare altrove uno stimolo culturale non sono scelte trascurabili; aprono delle piste. Alcune sono già state battute: penso a piattaforme dalla vocazione culturale come Pindex o Medium, ai feed RSS, a WordPress, ai blog personali e ai forum- fra queste, come vedete, ci sono anche vecchie frontiere che sembrerebbero avviate a un lento oblio ma che potrebbero offrire ancora qualcosa.

Da quando limito la mia permanenza su Facebook, ho trovato più tempo per leggere libri e curiosare alla ricerca di articoli di approfondimento; ne ho ovviamente tratto un considerevole beneficio. Sì, è vero: devo andare un po’ a caccia di fonti, devo combattere la pigrizia e imparare ad organizzare meglio segnalibri e barra dei preferiti, ma questa attività di ricerca mi costringe ad esercitare più livelli di sapere e consapevolezza. Devo prendere posizione su più fronti, definendo meglio chi sono io, cosa mi interessa, quanto riesco a mettermi in gioco, fino a quale punto sono cosciente dei movimenti intellettuali, emotivi e tecnologici del mio mondo.
Questo esercizio potrebbe approdare a un rigetto degli stimoli esterni e a una chiusura nei confronti di tutto ciò che non riconosco come “mio”? Sicuramente sì. Questo rigetto è un portato esclusivo della bolla culturale creata dai social? Non solo, non esclusivamente, e solo nel caso in cui io usi il mezzo informatico con gli stessi pregiudizi con cui potrei accostarmi a un libro, a un documentario, a un qualsiasi prodotto mediale.
Sebbene il problema della profilazione non sia liquidabile con tanta facilità- forse ne parlerò più in là, è un tema che non può essere esaurito e valutato con agio neppure da antropologi e teorici dei processi comunicativi, figuriamoci da me- resta il fatto che l’ingresso dei social e delle piattaforme nella nostra vita torna a proporci un problema non ulteriormente rimandabile: la responsabilità del singolo nell’accesso alla cultura.
Questa responsabilità non può essere scaricata sulle spalle degli algoritmi né di chi li programma, e neppure può essere affidata ai meccanismi di mercato con la pia illusione che esso regoli spontaneamente i fenomeni culturali. Nel mercato, infatti, come in natura (quante volte abbiamo sentito fare questa equivalenza?) la vittoria spetta al più forte, ma ciò che è forte non necessariamente coincide con ciò che è vero. E per la cultura, la verità (assoluta relativa rivelata negata celata manipolata frammentata ricostruita o, perché no, superata e plurale) è comunque e da sempre oggetto, interlocutore e paradigma insostituibile.

Post scriptum: alcune chiose necessarie.

Rileggendo l’articolo, mi rendo conto che si potrebbe creare un malinteso.
Il meccanismo di impostazione delle preferenze di visualizzazione non nasce dopo la modifica al News Feed; esisteva già da prima. La differenza è che l’introduzione del Nuovo Algoritmo ha implicato la necessità di rendere nota al pubblico l’esistenza di questa opzione.
Un mezzo a disposizione delle pagine per “riprendersi Facebook” è il ricorso alla creazione di gruppi ad esse collegati. Se questa possibilità ha un risvolto positivo, ossia la creazione di comunità, il rovescio della medaglia è quello di filtrare i contenuti tramite una lente uniforme, contribuendo appunto all’effetto camera dell’eco.
Sebbene mi sembri di essermi espressa con chiarezza, torno a ribadire un punto: l‘applicazione del Nuovo Algoritmo implica certamente il rischio che è stato evidenziato in altre sedi e da studiosi di grande autorevolezza. Tuttavia, ciò che contesto è che parte della polemica su di esso sia nata non da un genuino amore per la democraticità della cultura, ma da interessi economici che si sono visti in una certa misura traditi dalla decisione di Zuckerberg. Inoltre, penso che il Nuovo Algoritmo non possa far peggio dei pregiudizi che ciascuno di noi possiede a prescindere dalle tecnologie di cui si serve. Sono convinta che problematizzare Facebook e il suo funzionamento possa anzi rivelarsi molto utile, perché ci spinge ad interrogarci sul modo con cui ci accostiamo alla cultura e ai suoi prodotti.

NOTE:

*“Ma di recente abbiamo ricevuto feeedback da parte della nostra comunità che i contenuti pubblici-post di agenzie, ditte e media- stanno invadendo i momenti privati che ci inducono a connetterci di più gli uni con gli altri. Comprendere come si sia arrivati a questo è facile. Video e altri contenuti pubblici sono letteralmente esplosi su Facebook negli ultimi due anni. Dal momento che ci sono più contenuti pubblici che post da parte dei vostri parenti e amici, l’equilibrio del News Feed ha perso di vista la cosa più importante che Facebook può fare- aiutarci a connetterci gli uni con gli altri”.

**“Dal momento che lo spazio all’interno del News Feed è limitato, mostrare più post di amici e familiari e aggiornamenti che alimentano la conversazione significa che mostreremo meno contenuto pubblico”.

 

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