La generazione tradita: impressioni a caldo su The Last Jedi

 

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Alcune osservazioni a caldo sull’episodio VIII della saga di Star Wars, The Last Jedi.
Premetto che l’ho visto mercoledì sera e che da allora non sono più tornata al cinema per una seconda visione: data la lunghezza e la densità del film sarebbe cosa buona e giusta ma per ora voglio mettere su carta le prime impressioni.
Ovviamente, se procedete con la lettura vi attendono molti spoilers e quindi vi consiglio di fermarvi qui se non siete ancora andati al cinema e se (come ci siete riusciti?) siete sopravvissuti alla campagna di spoiler selvaggio in atto in questi giorni su tutti i social.

Voglio parlare immediatamente di quello che è, a mio avviso, uno dei temi più salienti di questo film-al momento, in realtà, mi sembra l’unico tema portante della pellicola: vedremo se un’eventuale seconda visione confermerà o meno la mia impressione.
Parlo del conflitto generazionale, tema che del resto è caro alla saga (penso al giovane Skywalker, Luke, che nella sua giovinezza e candida impulsività aveva il potere di infondere nuova linfa alla coscienza del padre e all’ordine Jedi; penso ad Anakin, la cui gioventù incompresa e disprezzata lo ha portato a diventare quello che tutti sappiamo).
Ricordiamoci che negli anni in cui esce il primo capitolo della saga (1977) l’America è ancora scossa dalla guerra in Vietnam (1955-1975) che ne ha divorato la gioventù. In quegli anni la protesta contro il conformismo dei padri e contro la loro società basata su un’industria della guerra è il lievito di ogni forma d’arte, dalla musica alla letteratura. I giovani di quel periodo accusano i vecchi di aver costruito un mondo malato in cui non c’è posto per loro e in generale per l’umanità.
Quarant’anni dopo sono cambiate tante cose e, allo stesso tempo, non è cambiato niente.
Il mondo si basa sullo sfruttamento delle fasce più deboli- i bambini dickensiani che aiutano Rose e Finn; sul cinico commercio della guerra- cavalcato dall’interessantissimo personaggio di Benicio del Toro; su gerarchi dal piglio manageriale- Hux e compagni- di scarso spessore morale e d’indicibile banalità.  
Non c’è posto per i giovani e non si fa che guardare al passato- da una parte la Resistenza, capeggiata da relitti della vecchia guerra che vivono aggrappati alle antiche glorie e sembrano ormai stanchi di vivere; dall’altra il Primo ordine, contraffattura dell’Impero, quasi un’accozzaglia di neofascisti affascinati dal rigore e dalla violenza del tempo in cui c’era LVI (Darth Vader, ovviamente).
Persino Snoke, la faccia masticata, sembra un avanzo mal conservato nel frigo della Galassia lontana lontana.

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In questo mondo stanco e priva di linfa vitale, dove i segnali della Ribellione vengono ricevuti senza che più nessuno abbia la forza di rispondere, ci sono due ragazzi soli.
Una ragazza abbandonata a sé stessa, sfruttata, emarginata; allevata a tutte le durezze che l’uomo rovescia sui più deboli in nome della “legge del più forte”. Una ragazza che per un po’ ha accettato il posto assegnatole senza fare altro che resistere come la ginestra nel deserto e poi, un giorno, ha deciso di cercare le risposte che per quasi vent’anni le erano state negate.
Un ragazzo, dall’altra parte, cresciuto nell’ombra del passato; per il quale molte cose erano state già decise dalla sua ingombrante famiglia. Un ragazzo che portava dentro di sé un malessere del quale suo zio ha avuto paura fino al punto di tentare di ucciderlo; un ragazzo non soltanto lasciato a sé stesso, ma forzato in una forma che gli apparteneva solo in parte, preso fra la tradizione da cui viene e il futuro individuale per il quale non è stato emotivamente preparato. Un ragazzo verso il quale altre persone, che avrebbero dovuto prendersi cura di lui ed educarlo, hanno provato il terrore che si nutre per le cose più grandi e incomprensibili di noi.
Repressione, da una parte; indifferenza, dall’altra: è questa la gioventù di Star Wars, mutilata dalla guerra e dalle aspettative generazionali. È una gioventù che non può trovare consolazione né risposte dai suoi padri e, infatti, non li conosce o li uccide.
Dopo aver eliminato Snoke, nel momento in cui sembra essere sul punto di redimersi, Kylo Ren, forse il personaggio più sorprendente di questa nuova trilogia, porge la mano a Rey e le chiede di lasciare che la vecchia generazione muoia per creare insieme un nuovo mondo. È il mito del rinnovamento attraverso il sangue, un tema caro a tutta la letteratura mondiale e alla saga di Star Wars in particolare. Rey rifiuta per correre in aiuto alla Resistenza; Ren, folle di rabbia e probabilmente deluso dall’abbandono da parte dell’unica persona che gli abbia mostrato compassione e vicinanza, si lancia all’attacco di quel che resta dei Ribelli, deciso a estirpare le rovine del vecchio mondo, Rey compresa. Coppia (non in senso erotico, ma in senso spirituale) fra le più belle e toccanti dell’universo di Star Wars, Rey e Kylo sono i superstiti di una guerra molto più crudele e radicata di quella fra Impero e Resistenza: la guerra del mondo alle cose fragili. Non importa quanto potere possiedano: interiormente sono due creature senza guida e che non hanno simili in quell’universo, se non l’uno l’altra- lo stesso Luke è (di nuovo) terrorizzato dalle somiglianze fra Rey e il suo vecchio allievo. Del resto, entrambi rispondono in maniera diversa alla sofferenza e all’emarginazione: uno con la rabbia e la violenza, l’altra con la compassione e la caparbietà. Sono due facce della stessa medaglia, come ha detto lo stesso regista (NdA: Rian Johnson), e per quanto complementari non possono che scontrarsi prima di trovare il tanto sospirato equilibrio.

Mentre questi due giovani si cercano, si trovano e tornano poi a contrapporsi, altri due ragazzi tentano la disperata impresa di penetrare sull’ammiraglia del Primo Ordine e disabilitare la tecnologia che consente il tracciamento delle navi ribelli nell’iperspazio.
Sono Rose e Finn e appartengono al popolo degli ultimi. Rose è cresciuta su un pianeta sfruttato a fini bellici non dall’Impero, non dal Primo Ordine, ma dai mercanti della guerra; Finn è stato strappato fin da piccolo a una famiglia che non ha mai conosciuto ed è stato trasformato in soldato tramite l’applicazione di un mirato condizionamento psicologico. Dietro a tutto, questa volta, non c’è la follia dispotica di un Imperatore ma solo uno squallido gioco d’affari, e i deboli come Rose e Finn non hanno altro destino che finire macinati nel grande tritacarne che è il mercato delle armi. Il loro gesto di ribellione non è privo di criticità e tuttavia è un gesto di speranza, e il film si chiude con una scena che mi ha dato i brividi: lo sguardo di sfida di uno dei bambini che li aveva aiutati rivolto al cielo, dove il ragazzo coglie il guizzare del Falcon sul quale Rey ha tratto in salvo Poe Dameron, Leia e i pochi superstiti della Ribellione.
Le vite dei giovani, bruciate anche dalla follia della generazione che voleva fare la rivoluzione e non è riuscita a cambiare niente, serviranno almeno ad alimentare una nuova speranza nei ragazzi di domani.

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Questa è l’impressione dominante che mi è rimasta dalla visione di The Last Jedi, ma ci sono anche altre cose da dire.
Il comparto visivo è assolutamente strabiliante: la lunga sequenza di guerra con cui il film si apre nel pieno dell’azione, la schematica teatralità del combattimento di Rey e Ren nella stanza di Snoke, quasi un inserto di teatro No con le sagome rosse dei Pretoriani che ruotano le lunghe armi ingaggiando splendide figure di danza con i due protagonisti; e rosso, ancora- uno dei colori dominanti della pellicola- nella terra dell’ultimo pianeta su cui avviene lo scontro fra Luke e Kylo Ren, con le trincee che sembrano scavate nel sangue e il suolo che si tinge di porpora sotto il peso degli AT-AT e dei malcerti velivoli di vecchia generazione con cui Dameron e compagnia tentano l’ultima, disperata controffensiva al Primo Ordine.
Il film è ricco di simbolismi: la dualità e la complementarità di Rey e Kylo Ren, la ricerca di fusione fra lato chiaro e lato scuro, la contrapposizione fra gli scarsi e fortunosi mezzi della Resistenza e la potenza di fuoco del Primo Ordine, il linguaggio visivo del potere che si ammanta di grandezza sulla nave Ammiraglia e di luci sgargianti fra i ricchi armatori che lucrano sul sangue e sulla guerra.
Incalzante il ritmo, a volte perfino eccessivo (pur comprendendo la necessità di frequenti cambi di scena, questa scelta narrativa mi ha un po’ frastornato).

Sul piano del canone sono stati introdotti alcuni elementi di innovazione (molti dei quali in realtà riciclati dall’Universo Espanso), altri di continuità con la prima trilogia, che bypassano gli episodi 1-3 e rinfondono nuova linfa alla saga.
Eliminati o cassati i midichlorian, la Forza è tornata a essere un legante fisico e spirituale che tutti possiedono con maggiore o minore consapevolezza.
Viene introdotto il legame di forza, un tipo di nesso spirituale e telepatico che aveva caratterizzato la relazione (amorosa) fra Bastila Shan e Darth Revan, poi convertito al lato chiaro proprio grazie alla connessione con la giovane Jedi. Il fandom, peraltro, aveva previsto questo tipo di legame, soprattutto vista l’impressionante somiglianza di design fra Bastila e Rey e fra Revan e Kylo Ren; tuttavia non è detto che un’idea maturata nell’Universo Espanso venga impiegata nello stesso modo e con esiti analoghi in questo nuovo canone. Interessante ma non esplicito il riferimento a una totale complementarità dei due lati della forza, un concetto che era stato rispolverato nella serie animata Star Wars Rebels e che sembra reintrodurre due grandi innominati della nuova saga, l’antico ordine dei Je’daii (precedente ai Jedi) e la dualità luce/ombre di Ashla e Bogan (qui per un approfondimento in inglese su Starwars. Wikia). Ci tengo a osservare che anche questo elemento era stato previsto ed esplorato da una buona parte del fandom, me compresa, e che Rey e Ren potrebbero rappresentare l’incontro e il completamento di queste due energie anticamente venerate come due aspetti di un’unica Forza. A tal proposito, bene la critica feroce di Luke all’ipocrisia dei Jedi e ai danni che censurare la parte oscura aveva provocato all’ordine.
Yoda è il maestro dell’anima che avevamo lasciato nella trilogia originale, non il miope guerriero che aveva consentito ad Anakin di trasformasi in Darth Vader salvo poi accorgersi troppo tardi dell’incombente disastro.
Luke si è evoluto un personaggio a tutto tondo, meraviglioso nella sua umanità, cinico, disamorato e allo stesso tempo capace di prendersi finalmente la responsabilità a lungo evitata (ma per molti versi è una versione migliorata del vecchio ben Kenobi nella trilogia originale).
Leia, da sempre force-sensitive, ci dà prova delle sue straordinarie doti di Skywalker con una sequenza sicuramente molto toccante ma davvero poco plausibile e per questo, al netto dell’emozione, un po’ troppo forzata.
Molti gli ammiccamenti a beneficio dei vecchi fan della saga: R2D2 trasmette il messaggio di Leia a Obi Wan, dal Millenium Falcon saltano fuori i dadi dorati di Han Solo, ritroviamo l’amore per paesaggi estremi e variegati e per l’umorismo dal sapore un po’ western di certe scene e di certi personaggi (Maz Kanata, l’Apri-codici).

Un’osservazione a margine: in questo film, le vere eroine sono le donne.
Leia, comandante di ferro che nonostante il lutto per Han e il dolore per il figlio perduto continua a guidare una ribellione senza arrendersi neppure a una morte certa; l’eroe di guerra Hondo, nonostante tutti i suoi limiti di militare una presenza forte e coraggiosa alla guida della Resistenza; Rose, più sveglia e intraprendente di Finn e infine Rey, così potente che ci si chiede quale limite possa avere e se non è davvero un po’ troppo badass per qualcuno che fino a ieri non sapeva quasi cosa fosse la Forza.
Gli uomini, invece, mostrano tutti i loro limiti: Luke ha una grave responsabilità sul destino di Kylo, lo stesso Kylo è psicologicamente instabile e il contrasto con la fermezza di Rey non fa che evidenziarlo, Poe Dameron è un uomo d’azione che prende iniziative temerarie quanto disastrose, Finn un benintenzionato e coraggioso imbecille.
Insomma, la tendenza hollywoodiana all’empowerment della donna è a mio avviso più che evidente e, nella sua spinta ideologica peraltro condivisibile, mi è però sembrato una forzatura non sempre gradevole. Interessante, però, è proprio la resa narrativa di figure maschili fragili, con le loro debolezze e le loro paure rese ben visibili; il sessismo è fatto anche di modelli machisti e gli uomini “deboli” di questo film sono molto più veri e più umani delle eroine perfette, e per questo un po’ appiattite, con cui condividono lo schermo.



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