Gatti, haiku e altre meraviglie: un romanzo di Natsume Sōseki.

gatto
La copertina della ristampa BEAT 2016 del romanzo di Sōseki

 

Oggi voglio parlarvi di un libro che è proprio qui mentre scrivo, alla mia sinistra, e che nonostante gli acciacchi stagionali ho finito stamattina appena sveglia: Io sono un gatto, di Natsume Sōseki.
Forse qualcuno di voi se ne ricorderà: l’anno scorso in libreria, più o meno verso questa stagione, se ne vedevano parecchie copie in bella mostra sui bancali delle novità editoriali. L’edizione che forse vi sarà capitato di prendere in mano (e magari comprare) è la ventiduesima ristampa (dal 2010) della BEAT, Biblioteca Associata di Editori di Tascabili, ma si basa su un’edizione precedente della Neri Pozza.
Anche se sono molto affezionata a Neri Pozza, che fa sempre delle bellissime edizioni molto maneggevoli e dal fascino un po’ retrò (copertina flessibile in carta ruvida, molto piacevole al tatto e facile da infilare in borsa), anche questa edizione BEAT mi ha lasciato molto soddisfatta.
Va detto che le note e la traduzione sono le stesse, anche perché Neri Pozza è una delle quattro consorziate dell’iniziativa (meritoria) degli editori associati che, cito dal loro sito, “nascono nel settembre del 2010 per raccogliere i tesori delle case editrici letterarie e indipendenti italiane in pubblicazioni economiche inedite” e ambiscono a “dar voce all’insieme dell’editoria indipendente italiana”.
In ogni caso, per apprezzare un libro come questo ci vuole un buon apparato critico e la pazienza di consultarlo, se non tutte le volte, quanto meno con una certa assiduità. Unica pecca, la mancanza di un’introduzione che spieghi la vita di Sōseki e il contesto dell’opera; senza queste premesse il libro è sempre godibilissimo, ma rischia di non corrispondere alle aspettative che un lettore generico potrebbe farsi nel prenderlo in mano così, un po’ casualmente, magari sapendo poco o pochissimo dello sfondo su cui si snoda la vicenda.
Io non sono una laureata in letteratura giapponese ma me ne sto appassionando da qualche mese; con i miei modesti mezzi cercherò quindi di fare un piccolo “cappello” che possa aiutare il lettore ad affrontare questo bellissimo e (anche strampalatissimo) libro.

Partiamo dal contesto storico; siamo in Giappone, a Tokyo, negli anni dal 1905 al 1907 circa.
Sono passati 37 anni dal fatidico 23 ottobre 1868, la data che segna l’inizio della cosiddetta Rivoluzione (o Restaurazione) Meiji, a seguito della quale Mutsuhito, l’imperatore Meiji appunto, spazzerà via le rimanenze del feudalesimo shogunale giapponese e tornerà ad accentrare i poteri sulla figura solare dell’Imperatore. L’era Meiji, che durerà dal 1868 alla morte di Mutsuhito nel 1912, sarà un’epoca elettrizzante e al contempo drammatica: il contatto con l’Occidente porterà in Giappone le idee positiviste e il senso del divario tecnologico e militare rispetto alle potenze coloniali ponentine. Alimenterà così rivolgimenti senza precedenti, sia nel campo della filosofia, della letteratura e dei costumi sociali che nella vita materiale del popolo nipponico. Sarà in questo periodo di incredibili cambiamenti che il Giappone si doterà di un’impressionante rete ferroviaria, investirà nell’industria pesante e nel commercio, vedrà la nascita di colossi tecnologici alcuni dei quali continueranno a produrre innovazione fino ai nostri giorni. Ditte come la NEC (Nippo Electronic Company) e la Mitsubishi nascono proprio in questi anni.
Del resto, il Giappone è una nazione desiderosa di affermarsi e preoccupata dall’espansionismo occidentale in Cina; ben presto ha inizio la stagione delle guerre per assicurarsi un durevole influsso politico e militare su Corea, Indocina, Manciuria, ed è adesso che si gettano le basi per le tragedie della seconda Guerra Sino-Giapponese (1937-45) e per la partecipazione al secondo conflitto mondiale al fianco di Italia e Germania.
Gli anni fra il 1904 e il 1905 vedono il Giappone impegnato contro la Russia per il controllo su Manciuria e Corea e infatti il libro è percorso di riferimenti al celebre, sanguinoso assedio di Port Arthur e alla vittorie giapponesi sulle forze zariste.
Tuttavia, il contatto con la cultura e lo stile di vita occidentale non è affatto privo di traumi le cui inquietanti ombre si allungano sulla società giapponese: capitalismo, darwinismo sociale, individualismo sono avvertiti da un lato come caratteristiche imprescindibili di un paese e di una società vincenti, dall’altro appaiono come indissolubilmente legati all’identità occidentale.
Sono quindi percepiti come assolutamente estranei ai valori più autenticamente nipponici e orientali; l’imitazione dell’Occidente, o quella che agli intellettuali e al popolo pare tale, è un processo di snaturamento che non può condurre ad altro se non all’infelicità.

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Promulgazione della Costituzione Meiji, xilografia di Yōshū Chikanobu, 1889, da Wikimeda Commons.

In questo contesto così problematico, e proprio all’indomani della vittoria contro la Russia, Natsume Sōseki, al secolo Natsume Kinnōsuke, scrive Io sono un gatto, romanzo satirico e umoristico dalla vena allo stesso tempo comica e amara come lo spirito del suo tormentato autore.
Sōseki è un uomo per certi versi inquieto, infelice: un’infanzia triste e povera di affetti, una serie di patologie nervose e depressive, una salute cagionevole che lo porterà alla morte per ulcera nel 1916, a soli 49 anni (era nato il 9 febbraio 1867, solo sei giorni dopo l’ascesa al trono del futuro Imperatore Meiji, e morì quattro anni dopo di lui).
Il suo studio della letteratura inglese è in qualche misura una costrizione: lui vorrebbe studiare letteratura e poesia cinese, ma negli anni in cui attende all’università è l’Occidente ad attrarre gli interessi degli intellettuali giapponesi, così si trova spinto fra le braccia della letteratura britannica.
La sua vicenda di docente universitario, ricercatore e studioso è profondamente sofferta: la vera passione di Sōseki è la scrittura, un mestiere che anche allora e anche là era evidentemente considerato poco dignitoso e indegno di un uomo rispettabile.
Finalmente, fra crolli nervosi e crisi personali, Sōseki decide di dedicarsi interamente alla “vera” letteratura, quella che non è riuscito a conoscere nelle aule accademiche, attraverso i libri dei critici e le noiose elucubrazioni degli intellettuali.
Per lui scrivere è conoscersi, analizzarsi, analizzare l’anima anche quando quest’opera di scavo è profondamente faticosa, solitaria, insomma dolorosa.
Però, Sōseki è anche un uomo dall’umorismo caustico; il suo interesse non risiede soltanto nell’analisi delle psicologie, si diverte anche ad osservare le idiosincrasie dei “nuovi Giapponesi” e sorridere, più o meno amaramente, della società che gli si trasforma intorno.
Questo spirito umoristico imbeve le pagine di uno dei suoi romanzi più importanti, del quale finalmente posso parlarvi più nel dettaglio, visto che mi sembra di aver detto tutto ciò che basta ad introdurlo (molta parte dei materiali provengono dalla bellissima introduzione di Gian Carlo Calza a Il cuore delle cose, edito da Neri Pozza).

Soseki
Un ritratto dell’autore

Io sono un gatto (vi allego il link dal catalogo della BEAT, ricordandovi che non percepisco partecipazioni sulle vendite. Niente kittipaca, insomma) racconta le vicende del Professor Kushami, umile insegnante di inglese alle superiori, dispeptico nonché svampito umanista, e della sua cerchia di amici intellettuali, tutti egualmente strampalati, tutti- chi più, chi meno- inadeguati alla nuova società, dove pare esserci posto solo per gli affaristi come il meschino signor Kaneda o il suo protegée arrivista, Suzuki.
Ad assistere alle prodezze e alle lunghe chiacchierate Kushami e compagnia- ricche di osservazioni sconclusionate e citazioni letterarie che pescano a piene mani dalla poesia cinese e dalla prosa occidentale- è un gatto, il protagonista e narratore dell’opera.
Gatto- non ha un nome- è allo stesso tempo amato e odiato dal suo padrone che ostenta indifferenza nei suoi confronti ma non manca di trattarlo con una distratta forma di tenerezza.
A causa delle sue frequentazioni- il professore; il suo amico, l’esteta e burlone Meitei; l’avvenente scienziato di belle speranze, Kangetsu; l’improbabile filosofo Zen Dokousen e il poeta in erba ma di scarso talento Tofu- il nostro Gatto si sente una persona importante.
La sua attenzione è rivolta all’osservazione degli esseri umani, dato che i suoi simili gli offrono pochi spunti d’interesse e gli sono tutti drasticamente inferiori in termini d’intelligenza e cultura.
A forza di analizzare l’uomo e scoprirne le contraddizioni e le meschinità, il nostro protagonista si sente presto più umano che felino- il che, purtroppo, lo porterà a conseguenze molto spiacevoli, ma che donerà a noi lettori una serie di capitoli d’indimenticabile garbo e umorismo, come la visita del ladro di patate dolci o l’episodio della guerra ai topi, modellato, quest’ultimo, sulle imprese dell’Ammiraglio Togo a Port Arthur.
Il nostro gatto filosofo s’intende di poesia, di confucianesimo, di nichilismo; e su ogni cosa che vede, dalle manovre arriviste di Suzuki agli assurdi motti di spirito di Meitei sino alle irresolutezze e le sconfitte quotidiane del suo inetto padrone, esprime il suo giudizio felino, allo stesso tempo ingenuo ed acuto.

Utagawa Kuniyoshi (1797-1861),
Il gatto è uno dei soggetti ricorrenti nelle opere del grande pittore e illustratore Utagawa Kuniyoshi (1798-1861)

Non ho avuto modo di leggere Il Circolo Pickwick di Dickens ma, a partire dal tono mordente fino all’immagine di una scompaginata società di gentiluomini che stentatamente sopravvivono alla grettezza dei tempi moderni, il libro di Sōseki me ne ha ricordato le caratteristiche fondamentali.
C’è qualcosa in comune fra lo spirito dickensiano, bonario e feroce insieme, e quello del nostro autore: mi sono anche chiesta se Sōseki ne fosse un ammiratore, ma non sono stata capace di trovare nessun riferimento al grande Charles fra le tenere e malinconiche pagine della satira sōsekiana.
Quanto a noi, ci troviamo trascinati in una sarabanda di piccoli avvenimenti familiari, talvolta scollegati e apparentemente insignificanti ma che documentano il senso di spaesamento del narratore (e forse dell’autore) davanti a una società in cui sono i prepotenti a farla da padrone, a tutto svantaggio di chi, pur con le sue pecche personali e caratteriali, non si svende in cambio di denaro e status sociale.
La conclusione è che il nuovo mondo Meiji è fatto per chi “non ha spigoli”, per chi è “rotondo” e “rotolerà su qualunque pendio lo spingerà il suo interesse. A forza di rotolare si imbratterà di fango. Ma anche sporco di fango avrà più influenza di chi non rotola”.
Il capitolo finale del romanzo, quello da cui ho tratto questa citazione, è fra i più divertenti, sconclusionati e intensi di tutto il romanzo; ma è senza dubbio quello dalle pagine più tristi, in cui si addensa tutto il malcelato dolore della voce narrante e dell’autore, poiché “quando si batte in fondo al cuore delle persone, anche di quelle che appaiono più spensierate, si sente da qualche parte il suono della sofferenza”.
Come avevo già osservato per i romanzi di Mishima e Kawabata, il lettore occidentale si troverà un po’ disorientato: la narrazione sōsekiana, come quella di molti autori nipponici, è minimale, incentrata su dialoghi, piccoli eventi e una prosa piana che sembra indugiare sulla vita quotidiana senza alcun interesse per la trama. Per lo più si tratta di episodi, a volte scollegati, che Gatto cuce con il variopinto filo della sua curiosità felina; tuttavia, se ci si lascia trasportare dal piacere della lettura, ci si scorderà presto quanto esile sia la trama e si finirà con l’affezionarsi ai personaggi e alle loro alterne fortune. Anzi, io credo che, una volta chiusa la copertina, vi accorgerete di sentirne già la mancanza.

Goyo Hashiguchi for Natsume Soseki'
Illustrazione di Goyo Hashiguchi per un’edizione giapponese

Un’ultima nota tecnica circa la forma a episodi del romanzo: il libro venne pubblicato a puntate sull’importante rivista letteraria Hototogisu: si trattava di un periodico dedicato agli haiku, alla poesia moderna e alla letteratura sperimentale. Sōseki ne era un importante contributore e infatti il romanzo contiene vari riferimenti satirici alla sua attività di poeta e narratore, mentre la figura del giovane poeta Tofu è probabilmente un omaggio scherzoso al fervere della sperimentazione letteraria che gravitava intorno alla rivista. Pare che Sōseki avesse inteso scrivere solo un racconto breve, quello che dà titolo al libro e ne costituisce l’attuale primo capitolo; fu poi convinto a darvi un seguito dall’editore, che ci ci aveva visto giusto: Io sono un gatto fu un vero successo e consacrò Sōseki all’ammirazione del pubblico, facendone forse l’autore moderno più influente del suo paese, il quale dal 1984 al 2004 ne ha omaggiato la memoria in un modo che forse lui non avrebbe gradito: riproducendone il bellissimo e malinconico viso sulle banconote da 1000 yen.
Concludo  segnalando ai gattofili questo interessante articolo di Andrea Gibbon (in inglese) su Soseki e uno dei suoi riferimenti, da lui citato proprio nell’ultimo capitolo: La vita e le opinioni di Tomcat Murr, di E. T. A. Hoffman, che a questo punto credo proprio finirà dritto dritto nella lista delle mie prossime letture.

 

 

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