Gli occhi di Wallenstein

Manuscript_on_alchemical_processes,_by_Raymundus_Lullius_Wellcome_L0072782
Da un manoscritto contente testi sull’alchimia di e attribuiti al letterato, poeta ed esoterista catalano Ramon Llul (1232-1316)

** vedi note**

Chi sono io?
Questa domanda mi tormenta.
Ma la ragione della mia irrequietudine non risiede, come forse credete, nella domanda; io so chi sono, certo, lo so- così come ciascuno di voi conosce il proprio nome- ed è esattamente perché lo so che non trovo pace.
È la risposta a torturarmi, non la domanda.
Forse c’è fra voi chi può capirmi?
Forse fra voi c’è chi non si accontenti di giudicarmi?
Io non credo.
Ma se c’è, ti prego, fatti avanti, parlami, guardami negli occhi: fammi questo dono, di offrirti a me nudo come il primo uomo, di offrirmi il tuo sguardo non velato dalla follia o dalla menzogna.
Sono gli occhi la ragione per cui sono vivo, sai, sono proprio questi occhi la mia maledizione.
Come vorrei guardarti negli occhi, fratello, e non trovare in essi niente più che la tua innocenza- forse perfino la tua compassione!
Ma, vedi, neppure in quel caso potrei trarre conforto dalla tua pietà; non appena la parola “fratello” risuona nella mia mente (ha il suono grave e fresco della prima pioggia dopo una lunga ed arida estate), il Demone che è dentro di me alza la testa e sogghignando prende a deridermi.
“Non essere sciocco- mi dice- non è tuo fratello. Tu non hai fratelli. Tu sei unico nel tuo genere, non c’è al mondo una creatura uguale a te. Sei unico nella tua perfezione, unico nel tuo abominio. Perché temi la tua solitudine? È la solitudine delle cose rare; dovresti esserne orgoglioso. Invece non fai che tormentarti e desideri quello che non ti è concesso.
Che individuo patetico, davvero. Non so cosa mi trattenga dall’ucciderti”.

Questa è la mia condizione; sono solo con me stesso, solo con il Demone.
E la ragione è che io sono ciò che sono: un essere contro natura.
Cosa avrei potuto fare per sfuggire alla mia condizione?
Uccidermi, forse… Sì, uccidermi sarebbe stata la scelta più saggia, e tuttavia non mi è permesso: il Demone me lo impedisce perché togliendomi la vita ne priverei anche lui e lui non vuole. La sua brama di vivere, per me completamente inconcepibile, è immensa; egli ha fame di questa esistenza che a me sembra tanto miserabile, sì, ha fame di cibi delicati in cui io non trovo nessun conforto, desidera il lusso e l’agio, per me privi di significato, e ricava piacere da abitudini per me del tutto esecrabili.
Chi sono io?
Un prigioniero.
Chi sono io?
Uno schiavo, come tale nato e vissuto.
Non avevo che un tesoro, la morte, e mi è stato strappato il giorno stesso in cui sono venuto al mondo; io, un essere immortale, sono condannato a conoscermi in eterno.
Ma se tu mi stai ascoltando, chiunque tu sia, ti prego, non te ne andare; rimani con me un altro po’.
Permettimi di raccontarti la mia storia; non è necessario che tu ti trattenga oltre la parola fine, te lo assicuro. Mi è sufficiente sapere che sarò ricordato e che, sia pure per un solo momento, qualcuno ha avuto pietà di me.

Mio Padre non era mio Padre: era il mio creatore.
Finché è vissuto, l’ho odiato con così tanta passione che in questo non mi si sarebbe potuto distinguere da qualsiasi altro essere umano sotto l’occhio del cielo.
La ragione per cui mio Padre mi aveva prodotto- non potrei usare altri termini che questo, perché nella mia nascita non ebbero ruolo né amore né dedizione alla vita, bensì mero egoismo- era la sua cecità.
Chirurgo di giorno, studioso delle arti magiche di notte: Zeno di Wallenstein, colui che più che un Padre si sarebbe rivelato essere il mio padrone, soffriva fin dall’infanzia di un male apparentemente incurabile.
Si era avvicinato alla medicina e in seguito alle arti mistiche precisamente con l’intento di riacquistare la vista, destinata a venirgli meno per via di una grave malattia ereditaria.
Inflessibile costanza, incrollabile disciplina, una fortuna familiare a sostenerlo nei suoi studi e, in più, uno sciagurato genio per le cose oltremondane: con queste premesse, e nonostante la sua malattia, egli aveva rapidamente conseguito una stupefacente padronanza della sua materia.
Il fatto che i suoi occhi stessero progressivamente perdendo la loro facoltà- negli ultimi anni non vedeva altro che macchie luminose immerse in una sorta di perenne crepuscolo- non fece che renderlo ancora più celebre, per l’assoluta eccezionalità di quel suo talento che si era sviluppato a dispetto e anzi quasi in virtù delle avversità.
Poteva piagare un corpo con le più terribili malattie e improvvisamente rimuoverle senza che vi restasse traccia d’infermità. Poteva creare morbi spaventosi e con la stessa facilità portare sollievo a intere popolazioni tribolate dalle medesime epidemie che lui, e chi altri?, aveva rovesciato sulle loro teste. In particolare, non c’era malattia degli occhi che lui non fosse in grado di emendare; non ce n’era nessuna, certo, a parte la sua.
La sua sapienza e apparente magnanimità lo avevano reso così celebre che divenne presto uno degli uomini più influenti del suo tempo; e poiché le sue arti, quando non tentava di riacquistare la vista, avevano come prima applicazione la sua propria salute, vi assicuro che la sua vita fu molto, molto lunga, al punto che dovette ritirarsi prima del tempo ed esercitare di nascosto la professione medica per non destare sospetti.
Del resto, era così potente che chiunque si fosse arrischiato a denunciarlo per stregoneria avrebbe incontrato la morte ancor prima che le sue accuse potessero raggiungere le orecchie di qualcuno disposto a darvi credito.


Sepolto nel suo tetro isolamento, il signore di Wallenstein consumava i suoi anni nello studio equanime della fisiologia dell’occhio così come della magia del sangue: lo scienziato procedeva di pari passo con lo stregone. Tuttavia, nelle aspre solitudini di quel suo romitaggio, le occasioni di mettere alla prova la sapienza accumulata non erano affatto frequenti. Ben presto, mio Padre dovette rendersi conto che le sue speculazioni sulla propria malattia non sarebbero approdate a nulla senza un’applicazione pratica.
E poiché non sempre poteva condurre su sé stesso gli esperimenti di cui aveva bisogno per provare certe sue teorie, e dato che più di una cavia umana di cui riuscì (non so come) a impossessarsi dimostrò che nessun uomo ordinario avrebbe potuto sopportare troppo a lungo le terribili prove a cui lo sottoponeva, decise di creare da sé un essere su cui condurre i suoi esami.
Non so quando quest’assurda idea colpì per la prima volta la sua fantasia; ho però l’assoluta certezza di non essere stato il primo.
In base a quanto ho potuto ricostruire dai suoi appunti, dovette precedermi una lunga serie di disgraziate creature, tutte più o meno deformi, alle quali mio Padre tentò di dare vita a partire da corpi che l’avevano perduta in chissà che terribili circostanze. Posso solo supporre che se li sia procurati fornendosene da chi aveva tutto l’interesse di occultarli. In più passi delle sue note afferma di essersi basato sulle ricerche condotte prima di lui da alcuni studiosi per i quali riserva parole di morbosa ammirazione; tuttavia, nessuno dei risultati ottenuti sembrava soddisfare le sue esigenze.
Quel che mio Padre scoprì era che non si poteva tentare di ridare la salute ai morti; per quanto li avesse rianimati per virtù di antichi rituali e astruse formule alchemiche, la loro carne rimaneva carne di cadavere.
I morbi più elementari (sono le sue parole per definire vaiolo, lebbra, difterite) non attecchivano in alcun modo; era come spargere sementi fra le dune del deserto.
Il sistema nervoso reagiva grossolanamente agli stimoli più violenti e, così come nessuna malattia eccetto la putredine sembrava aver ragione di quelle povere creature, così anche nessuna cura era in grado di rimuovere l’impronta impressa su di loro dalla morte.

Con grande disappunto, devo concludere che non posso baloccarmi più oltre con questi miserabili fantocci. La malattia non conosce clemenza: ogni giorno strappato all’oscurità è prezioso, ogni giorno conteso alle tenebre è come se fosse l’ultimo.
Tutti questi grandi luminari volevano dimostrare a sé stessi di poter sconfiggere la morte, rendendola niente più che uno stato reversibile della materia.
Sembrava loro troppo banale fare quello che solitamente fa la natura- trarre vita da altra vita. E io, sciocco, non ho tenuto conto di quanto la divergenza fra i miei e i loro scopi
rendesse i miei tentativi di emularli completamente inutili.
No, io solo devo percorrere questa mia strada sulla quale sono l’unico uomo a porre il piede; non posso contare su nessun altro che me stesso.”

Queste sono le sue parole, tracciate con una grafia sinistramente nitida e ferma sul verso di un foglio macchiato da quello che mi sembra incontestabilmente sangue. Era l’alba successiva al suo ultimo tentativo di emulazione dei suoi scellerati maestri.
Da quel giorno, mio Padre si prefisse come unico obiettivo di creare vita da vita; in poche parole, egli desiderava fare una copia di un essere vivente su cui condurre i suoi esperimenti.
Era un terreno completamente inesplorato: in questo campo non poteva contare sulla guida di nessuno.
Si mise così all’opera, notte e giorno, profondendo in quest’impresa le ultime facoltà della sua mente e dei suoi occhi malati.


La notte in cui vidi la luce, mio Padre aveva lavorato ininterrottamente per ore e ore.
Il suo studio si trovava nella colombaia di quella è che ora la mia casa: si tratta di una torre occupata da un’unica stanza dal soffitto estremamente alto, sulla quale si apre imponente una serie di grandi finestre vetrate. Da queste ultime filtra a fiotti la luce rarefatta del giorno e, di notte, le stelle sembrano assieparvisi intorno, avide di origliare tutto ciò che accade fra queste mura.
Sopra la camera il soffitto di legno rivela la struttura aguzza del tetto, illuminato al centro per mezzo di un lucernario praticabile sul quale ci si inerpica seguendo una sinuosa scaletta di ferro.
In cima a quel lucernario mio Padre aveva fissato dei tiranti che sostenevano una complessa macchina di metallo, simile a un gigantesco nido di ferro sospeso nel cuore della camera.
Sopra il nido pendeva una grande bolla di vetro all’interno della quale, come sono riuscito a dedurre da una serie di schemi di alquanto complessa interpretazione, si trovava quella che, nelle idee di mio Padre, doveva essere la materia prima della mia creazione: unghie, capelli, saliva, liquido seminale e persino brani di pelle che lui stesso, Zeno, si era strappato dalle braccia e dalle gambe con le sue proprie mani. Ad essi aveva aggiunto fango e altre sostanze alchemiche di cui non sono riuscito a decifrare i simboli- spesso vergati in gran fretta, come se non intendesse sprecare altro tempo prima di mettere pratica le sue teorie.
Per essere portato a termine, il rito richiedeva almeno altri due elementi: calore ed energia.
Il contenuto della bolla di vetro fu dunque posto a riscaldare per mezzo di un complicato congegno: esso permetteva di accendere il fuoco direttamente sotto la bolla, e convogliava poi il liquido che ne sarebbe risultato verso la struttura di ferro sospesa al centro della stanza.
Quanto a lui, mio Padre, egli salì sul punto più alto di quello strano ballatoio, sopra una proda di assi di legno di quercia che vi aveva precedentemente assicurato: si trovava così perfettamente in linea con il calice di vetro in cui la materia del Nuovo Adamo sobbolliva per effetto della fiamma che la riscaldava.

Ora, per quel che riguarda ciò che avvenne negli istanti precedenti la mia nascita io non mi baserò sugli appunti di mio Padre; anzi essi sono, a dire il vero, assolutamente confusi e praticamente illeggibili. In ogni caso, egli li stese dopo diverse ore, in stato di estrema eccitazione e probabilmente senza una chiara cognizione di come si fossero svolti gli eventi.
Io ho dei ricordi; questi ricordi precedono di qualche minuto la nascita del mio corpo e sono straordinariamente nitidi: come questo sia possibile, in assenza di una mente e di un sistema nervoso che registrasse gli stimoli (provenienti da quali organi di senso, poi?) non mi è dato saperlo.
Più di una volta sono tornato in quella stanza, che è rimasta così come lui l’ha lasciata; più di una volta (che dico? Innumerevoli volte!) ho percorso con estenuante lentezza la scala e il ballatoio alla ricerca del più piccolo indizio. E ho perlustrato affannosamente le assi di legno che lui aveva calpestato; ho trascorso notti insonni e giorni inquieti, sempre piegato sulle sue carte, sempre cercando qualche nota che mi fosse sfuggita e in cui finalmente si nascondesse la risposta a tutti i miei dubbi.
Eppure, mio Padre non sembra aver nemmeno lontanamente ipotizzato la possibilità che io avessi preso ad esistere prima del mio corpo; in effetti mai, in nessuno dei suoi appunti in cui parla di me, ho potuto leggere la parola anima.
Così, per anni, i ricordi di quei febbrili minuti in cui la fiamma rosseggiava intorno alla concava forma del vetro, e un denso liquido scuro colava lungo le cannule, verso il ferro, e poi di colpo la corrente crepitava come centinaia di neri cavalli al galoppo nella tempesta ed ecco, una frustata di milioni di volt si scatenava all’interno di un curioso cerchio alchemico disegnato sotto la gabbia in cui dovevo nascere e vi si comunicava in un spaventoso fragore azzurro… Ma mi sto facendo trascinare; questi ricordi, dico, così vividi ed esatti, hanno tormentato i miei sogni, suggerendomi che io esistevo da prima, in qualche luogo invisibile e privo di coscienza, e che la volontà di mio Padre mi aveva suscitato a questo mondo per incatenarmi ad esso attraverso i vincoli della carne. Una carne che presto mi si formò sotto gli occhi- occhi che ancora non avevo- mentre la osservavo affascinato e inorridito da un punto che non sono riuscito ad identificare, ma che era certamente esterno a quelle membra coagulate in corpo dallo scatenarvisi degli elementi.


Ecco, io guardavo mio Padre sopra di me, l’avambraccio bianco lungo il quale colava il sangue che egli stesso si era spillato mentre pronunciava parole che non riuscivo a ricordare, ma il cui suono echeggiava in me come fragore di tremendi marosi o come il battere di un misterioso tamburo nascosto nelle viscere dell’oceano.
La fiamma faceva scintillare le sue spessissime lenti e, dal basso, dove evidentemente mi trovavo, mi rivelava il suo viso come una macchia bianca, percorsa da bagliori di sangue e improvvisi, funesti candori.
Poi, io vedevo il sangue colare e unirsi al magma che gonfiava con sordo ribollio nel calderone della mia anima- la bolla di vetro gorgogliante materia; e il sangue penetrava nel magma con un sibilo premonitore, come se le fiamme dell’inferno si allungassero verso il cielo dalle loro voragini e ridessero pregustando la sublime infelicità della mia esistenza.
Sotto di me, la gabbia sospesa somigliava a un orrido ragno in procinto di divorare la sua preda; ed ecco, l’elettricità correva come un bianco staffile e incideva nel terreno un enorme cerchio intessuto di molte forme geometriche, fra le quali ebbi il tempo di riconoscere un triangolo e un esagono, prima che esse mi accecassero con il loro splendore.
Sotto i miei occhi la corrente risalì la gabbia di ferro e qualcosa iniziò a pulsarvi all’interno, come un cuore di cui sussistano il battito e il calore, ma non ancora la forma.
Lentamente una caligine tempestosa si aggregò fra quelle sbarre; un terribile vento che sembrava scaturire dalla terra e non dal cielo agitava la torre fino alle sue fondamenta, come se anche la struttura di umile mattone si ribellasse all’empietà dell’atto con cui venivo richiamato alla luce.
Mormorii, sospiri e grida riempirono l’aria così tormentata; e mio Padre, sopra tutto, osservava ormai in ginocchio sulle assi di legno il compiersi del suo disegno.
Io guardai ai miei piedi, che non erano ancora nati, e vidi una creatura: la sua bellezza mi abbagliò e io mi avvicinai per guardarla meglio e con la speranza di poterla sfiorare (non avevo dita, né mani, né pelle con cui toccarla, ma questo non sembrava preoccuparmi).
La creatura alzò la testa verso di me, gli occhi ancora serrati: le sue ciglia erano lunghe e morbide ed io sentii, in quello che forse per un uomo sarebbe stato il cuore, il sobbalzare del desiderio.
Allora seppi che non avrei potuto vivere senza aver guardato almeno una volta dentro gli occhi che si celavano sotto quelle splendide ciglia.
Scesi verso di lui, verso l’essere: il suo viso pallido e nobile provocava in me una qualità di turbamento così violenta che ne percepivo, in qualche modo confuso, l’oscura minaccia… Ma, al contempo, non desideravo in alcun modo sottrarmi a quel tormento e l’idea della sua cessazione mi era persino più penosa che sopportarlo.
Mi chinai sulla sua fonte, sui suoi capelli scuri che contrastavano con la sua pelle bianca, provocando in me lo stesso incanto che prende il viandante quando ammira il candore della luna contro il nero cielo notturno.
La luce in cui eravamo immersi a causa della malattia di mio Padre, che per aiutare la sua debole vista aveva appeso lungo le pareti enormi lampadari affollati di candele, mi tramortiva. Non vedevo altro che la creatura, immersa in uno sfolgorio oltremondano.
– Chi sei?- mormorai, piegandomi sull’essere di cui mi ero innamorato.
Egli aprì le sue bellissime labbra e dischiuse i denti per parlare, e la mia anima tremò di passione nel vederlo trarre il suo primo respiro.
– Io…- mi rispose; aprì i suoi occhi su di me e mi guardò, e inspirò sorridendo attraverso la bocca.
Io sentii che la sua voce era melodiosa e che mi scuoteva come il vento, come il mare; ma non feci in tempo a rallegrarmi di averlo visto negli occhi e aver udito le sue parole.
Quando me ne accorsi era tropo tardi: mi aveva già risucchiato dentro di sé.


Da allora, non ho mai più visto la luce se non attraverso i suoi occhi; da allora, non ho mai più goduto della sua bellezza, perché so che la sua essenza è cava ed abitata da un mostro, un Demone, che parla al mio posto e agisce al mio posto; un auriga crudele che mi conduce legato e impotente dentro uno splendido carro sul corso del quale non ho alcun controllo.
Di notte, solo di notte, quando Lui si addormenta, io resto solo con me stesso; qui dentro, dove mi trovo, è terribilmente buio e angusto e non c’è traccia di luce né di amore.
Io sono prigioniero del mio corpo e dello spirito che lo abita; e a loro volta il corpo in cui vivo e il suo Demone sono stati schiavi di mio Padre per anni e anni.
Da questo scrigno di dolore che è la mia forma corporea (mia? Ormai non la definirei neppure più tale) ho assistito alle terribili torture inflitte da lui, da Zeno, a me- il suo infelice figlio, fratello, clone.
Ho provato il mio dolore, il dolore del Demone, il dolore del corpo a cui entrambi siamo legati; ho visto la collera del mio creatore che si accaniva sulla sua creazione, folle d’invidia perché il suo figlio e gemello non recava traccia della sua malattia e i suoi occhi vedevano con la chiarezza con cui vede il falco.


E ho mio malgrado versato il suo sangue, il sangue del Padre, il giorno in cui il Demone mi ha trascinato a ucciderlo per vendicarsi delle sofferenze che ci aveva inflitto.
Per quanto lo odiassi avevo compreso ormai da tempo che la mia unica salvezza era astenermi dall’odio, e pregare che la mia sete di vendetta nei suoi confronti non mi rendesse uguale a lui, Zeno, l’uomo che tanto disprezzavo.
Quel giorno io urlavo e mi dibattevo dentro questa camera gonfia di tenebra, questo sacrario sconsacrato, questa fessura nella terra dei morti; e Lui, il Demone, muoveva le bellissime mani del golem, ridendo di me e del mio terrore, e affondandone le dita dentro il cranio di nostro Padre urlava in trionfo “Met!, Met!1”.
Poi, quando Zeno, nostro Padre, era ormai ridotto a un grumo di carne informe, lui mosse il corpo in cui eravamo rinchiusi come si muove una marionetta; mosse le mani e le unghie, sì, in modo che cavassero dal teschio del Padre i suoi occhi ormai ciechi.
Li prese sul palmo, “Ecco? Vedi?”, mi disse, gracchiando, “Non sono bellissimi?”.
Io mi raggomitolai nell’oscurità che mi circondava, cercando di distaccarmi dai sensi di questo povero corpo indemoniato, rifiutandomi di guardare.
In quel momento, la cecità contro cui il Padre aveva lottato per tutta la vita e a causa della quale eravamo nati mi parve una benedizione; ma anche questa consolazione non mi era concessa.
Nonostante mi ostinassi a non guardare, potevo ancora avvertire quello che accadeva del mio, del nostro corpo: lo sentii scuotersi, pesante come un fantoccio, e capii che il Demone lo stava spostando.
Avvertii anche il peso del corpo di nostro Padre che veniva sollevato e caricato sulle braccia dell’essere; poi mi resi conto che le gambe si muovevano verso lo studio di Zeno.
– Che cosa vuoi fare?- urlai.
Il Demone rise davanti a me, intorno a me.
– Siamo soli, adesso, il Babbo non c’è più. E quando il Babbo è fuori, i piccoli bambini giocano e giocano, e sono felici!

Entrammo nella stanza in cui tutto aveva avuto inizio; il Demone imboccò la scala che conduceva al ballatoio.
Mentre saliva, il suo intento mi si fece atrocemente chiaro; tentai di opporre resistenza e la forza della mia disperazione era tale che riuscii davvero a ostacolare l’avanzare della creatura. Per un tempo incredibilmente lungo il corpo dell’essere si dimenò in una serie di grotteschi spasmi, proiettando sulle pareti della torre una teoria di ombre convulse e mostruose che combattevano fra loro, così come io e il Demone combattevamo dentro quel misero simulacro di umanità.
Più volte l’essere fu sul punto di precipitare con tutto il peso del cadavere di nostro Padre; ma dopo tanto lottare, il mio tiranno ebbe la meglio su di me e, emettendo orribili strida di vittoria, trascinò il suo corpo ancora agitato dalle convulsioni su, sempre più su per la scala.
Quando arrivammo all’altezza della bolla di vetro, mentre io lottavo ancora ma troppo debolmente per ottenere qualche risultato, il Demone riuscì a trarre a sé il contenitore e vi gettò all’interno quel che rimaneva del nostro creatore.
– Sta’ buono, maledetto- ansimava, la voce che gli crepitava dentro la carotide come il rantolo di un lupo strozzato- non capisci che lo sto facendo per noi?
Intanto, la macchina infernale stava riprendendo a funzionare: la fiamma si accese, spandendo un sinistro splendore tutto intorno a sé.
Come emulando nostro Padre la notte in qui eravamo nati, il nostro misero corpo si spinse sulla pedana di legno sospesa nel vuoto.
Io tentai di rovesciarlo- persino la morte mi sembrava preferibile a una vita in compagnia del mio Tiranno- ma nulla, non ottenni che di far cadere bocconi la creatura.
Sentii il ruvido legno sotto le palme delle sue mani; spine si conficcarono sotto le sue, le mie, le nostre unghie, suscitando in me una remota sensazione di sofferenza.
Alcune gocce di sangue stillarono dall’alto verso il calderone in cui il fuoco aveva ormai liquefatto il corpo di Walleinstein: ora non era che una mostruosa poltiglia rossastra sopra la quale mi fissavano, affondandovi, i suoi bulbi, vitrei e immobili come biglie dipinte.
Un senso di angoscia e di disgusto si impossessò di me e diedi un’ultima, disperata spallata verso il vuoto; il Demone, colto alla sprovvista, tentò di aggrapparsi a una leva sulla piattaforma ma non riuscì a fermare la nostra caduta.
Mentre precipitavo nel vuoto, per la prima volta da quando era entrato in questo corpo provai una sensazione di pace.
È questa la morte?, mi chiesi.
Perché gli esseri viventi la rifuggono?
Non è forse la cosa più dolce che tu abbia mai sperimentato?

Quando riaprii gli occhi, la luce intorno a me era tanto forte da risultarmi insopportabile.
Cercando di capire dove mi trovassi tentai di girarmi di lato; non riuscivo a muovermi con completa scioltezza e anzi le mie membra erano stranamente intorpidite e legate.
Forse si tratta di un normale effetto della morte; forse mi trovo già nell’aldilà.
Con enorme fatica mi sforzai di abituarmi alla luce; pensavo che, se fossi stato in grado di vedere quello che mi circondava, sarei riuscito ad orientarmi.
Quando mi sentii pronto aprii completamente gli occhi: e quale non fu il mio orrore nel vedermi circondato da una serie di tentacoli purpurei che fremevano debolmente, come le ali di una falena morente quando si dibatte nel tentativo di spiccare ancora una volta il volo verso la candela!
Curiosamente, più io stesso tentavo di muovermi, desideroso di alzarmi e fuggire via da quelle orrende propaggini, e più esse tremavano e sembravano sforzarsi di fare lo stesso.
Con un ultimo, disperato tentativo mi diedi una spinta verso sinistra, sperando che, se fossi almeno rotolato su un fianco, sarei poi riuscito a strappare le mie povere membra dal torpore che le bloccava.
Appena sentii che la mia testa crollava di lato su qualcosa di gelido e duro che mi faceva dolere la tempia, il mio cuore si gelò per il raccapriccio.
Davanti a me, fuori dal cerchio alchemico e riversa fra i tentacoli come una fanciulla addormentata fra i suoi lunghi capelli, giaceva la creatura. I suoi occhi erano spalancati e la bocca socchiusa sembrava essere sul punto di esalare un sospiro. Il suo petto era immobile come una lastra di marmo: nella fissità della morte, pallido, fragile, mi appariva ancora come la cosa più bella che avessi mai visto.
Preso dalla compassione, e sconvolto da qualcosa che era al contempo disperazione e desiderio, io pensai di muovermi verso di Lui e accarezzarlo: ed ecco, uno dei tentacoli si alzò e, arrotolandosi sopra la creatura, ne sfiorò il viso, scarlatto contro il biancore della sua pelle.
Fu allora che capii: e mentre la rivelazione si faceva strada in me, esplodendo nella mia mente con il fragore di una galleria di cristalli spezzati dal riflesso di una creatura mostruosa, il Demone, che era ancora e sempre al mio fianco, si destò e rise.
Rise di collera, rise di disprezzo e di malizia; ed io sentii ancora la sua odiosa voce intorno a me, dentro di me:
– Se tu mi avessi lasciato fare, ora avresti il tuo corpo ed io avrei il mio. Credi forse che vivere accanto a te mi piaccia, pavido e spregevole come sei? E così, eccoci ancora qui, fratello; perché tu non hai nessuno, nessuno all’infuori di me. E del resto, con questo corpo orrendo, non potrai mai più avere nessun altro.

Piangendo e urlando per coprire le sue risa, mi trascinai fuori da quello che, ora lo vedevo chiaramente, non era l’aldilà ma lo studio di Zeno di Wallenstein.
Nostro Padre non era certo un uomo interessato alle apparenze, così sapevo di non avere speranze, non avrei trovato uno specchio né in quella stanza né in nessun altro luogo della casa; ma potevo almeno specchiarmi nell’acqua piovana che si raccoglieva nella fontana di pietra davanti all’ingresso della casa.
Scivolai bocconi per le scale, dato che il mio nuovo corpo sembrava non sopportare la posizione eretta; intorno a me i tentacoli si annodavano in un groviglio di sangue che mi incuteva rabbia e terrore.
Quando finalmente raggiunsi l’ingresso, il mio involucro rivelò un’altra delle sue caratteristiche: una forza immane.
Nel tentativo di aprire la porta, le mie mani- ormai orride zampe dalle unghie ricurve- si conficcarono nello spesso legno dei battenti; in men che non si dica li avevo divelti e gettati alle mie spalle, in un mostruoso fragore di suppellettili rotte.
Sopra di me, la volta stellata spandeva il suo quieto splendore; questa vista mi rincuorò sia pure per un attimo. Trattenendo il respiro mi avvicinai alla fontana e mi chinai sull’acqua che stagnava fra i licheni nella conca di pietra.
Alla debole luce delle stelle, la creatura che si affacciò verso di me da dentro la fontana mi guardò con occhi iniettati di sangue; eppure, c’era in quegli occhi un’infinita tristezza.
Questa, più ancora dell’orrore che l’essere mi suscitava, mi spezzò il cuore: in preda a un folle dolore colpii la creatura con i suoi stessi tentacoli. Il riflesso si frantumò in una serie di faville rossastre.

Poiché non c’era più nulla che potessi fare, mi accasciai- anzi, mi accucciai- ai piedi della fontana e alzai la testa verso il cielo. La sua sublime bellezza mi trafiggeva l’anima.
D’un tratto, tremuli bagliori si accesero nella notte ed io vidi che il cielo s’infiammava di bianche scie, come lacrime incandescenti: era il pianto luminoso delle Orionidi.
Mentre l’universo si doleva con me e la sua immensa solitudine si rifletteva nella mia, io levai il mio lamento al dio inconoscibile che, non diversamente da mio Padre, non mi aveva mai mostrato la sua compassione.
Le valli erano piene del mio ululato: ed era come il suono di mille stelle che si abbattano al suolo, in un deserto esiliato oltre il tempo.

FINE

** Questa storia è nata per una sfida di scrittura ideata dal gruppo Facebook Il Giardino di Efp; si trattava di elaborare qualcosa di ispirato al Frankenstein di Mary Shelley e a personaggi che amiamo. Le mie fonti, oltre al Frankenstein di Mary Shelley, sono la leggenda ebraica del Golem, Dr. Jeckill & Mr. Hide e Il ritratto di Dorian Gray; il personaggio la cui vicenda ho qui rielaborato è Rezo, villain nell’anime anni 80 Slayers, di Kanzaka Hajime. Si tratta quindi di un omaggio sia al Frankenstein che all’opera di Kanzaka ai quali riconosco il debito per questo polpettone gotico, più che altro un divertissement.
Fra i testi che mi hanno influenzato metto inoltre un racconto bellissimo scritto da Old Fashioned, che vi invito caldamente a leggere, Il mostro di Galgenberg, anch’esso ispirato a echi frankensteiniani; l’autore ha saputo rendere giustizia a questi illustri antecedenti assai meglio di me, e gli sono immensamente grata per la sua splendida storia.


1“Morto, morto”. La formula Met proviene dalla storia del Golem, creatura di fango animata da un rabbino istruito nelle arti esoteriche del Sefer Yetzirah: secondo la leggenda, da cui lo scrittore ed esoterista Gustav Meyer trasse il romanzo Il Golem (1915), una creatura fatta di argilla poteva essere animata scrivendo sulla sua fronte la parola “Emet” (verità?). Per uccidere il mostro così concepito, l’unica soluzione era cancellare la “e” iniziale, ottenendo appunto la parola Met qui citata.

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