L’uomo attraverso il tempo: “Il suono della montagna” di Yasunari Kawabata.

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Che cos’è questo suono della montagna che dà titolo al libro?

Lo incontriamo molto presto. Kawabata ci presenta subito Shingo e il suo male (se così si può definire): la vecchiaia.
Shingo è anziano e sta perdendo la memoria. Ma in realtà, ciò per cui perde memoria sono le cose poco importanti, quelle prive di un più profondo significato.
Così gli accade di dimenticare il viso di una cameriera ma non la sua gentilezza; scorda come ci si fa il nodo alla cravatta ma, in cambio, i ricordi del suo passato e della sua vita interiore si fanno incredibilmente più vivi. 

Il fluire delle stagioni, il grande ciliegio nel giardino della sua casa, le cime degli alberi lungo il tragitto della ferrovia che ogni giorno lo porta al lavoro diventano abitanti ed attori di verità.
La sua testa è la testa di uno splendido girasole reciso dal vento, la sua famiglia è il ciliegio soffocato da un arbusto infestante e che ha bisogno di nutrimento, di luce. L’arbusto deve essere estirpato come le cose superflue e insincere, non importa quanto dolore ciò possa comportare- si tratta pur sempre di una vita, non è così?

 

E che cos’è allora il suono della montagna?
Io credo che sia il suono del sangue che udiamo quando con una mano ci chiudiamo le orecchie; suono della nostra intimità, della nostra vitalità, ma anche della nostra fragilità di esseri dipendenti dal funzionamento della carne. E allo stesso tempo quel suono ricorda il vibrare del vento e il respiro del mare, ed è dunque anche il suono delle cose eterne, suono della terra e della sua vastità, ben oltre il nostro tempo individuale.
Questo è ciò che Shingo prova mentre vive lentamente i suoi ultimi anni, incantato dalla vita che gli scorre fra le mani; tuttavia, la sua esistenza interiore deve necessariamente misurarsi con la realtà, quel luogo complicato e spesso così triste in cui si intersecano altre innumerevoli esistenze interiori non meno ricche e sofferte della sua.
C’è Shuichi, il figlio di Shingo: è stato in Cina e nel Pacifico, ha combattuto per il Giappone e la guerra ha violentato anche lui. Ora è un uomo crudele, un uomo fragile.
C’è Fusako, la figlia, il bellissimo seno che nasconde un cuore pieno di amarezza e di risentimento: ha due bambine e un matrimonio infelice di cui Shingo sente sulle spalle la responsabilità.
C’è Kinuko, la bella e dolce nuora con la quale Shingo sviluppa un legame di affinità e amore (spirituale e, sussultivamente, sensuale), e Yasuko, la familiare sconosciuta che è sua moglie.
E tutto intono a loro c’è il nuovo Giappone, questa nazione che faticosamente torna a coagularsi alla vita quotidiana con il ricordo della guerra che lo “insegue dentro, come un fantasma”, con nuovi valori, nuove donne e nuovi uomini, una nuova idea di famiglia (negli articoli di critica letteraria, troverete spesso dire che Il suono della montagna è un romanzo sullo sgretolamento del modello patriarcale nel Giappone post-bellico).

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La scena della maschera del No ripresa dall’adattamento cinematografico del 1945, Yama No Oto (Il suono della montagna).



Come spesso accade con i pionieri del romanzo nipponico moderno (Mishima, Soseki, Kawabata e, mi dicono, anche Tanizaki, che però non ho ancora letto) il romanzo può parere, ai nostri occhi, inconcludente.
Ci sono molti accadimenti interiori ma la realtà è lenta ed abitudinaria, senza fatti sconvolgenti, con una trama estremamente esile; il romanzo si conclude lasciandoci senza risposte e completamente di sorpresa (per me, che lo leggevo su E-reader e avevo disattivato le informazioni sulla percentuale completata, è stato un po’ un trauma).
Quello che rimane è il senso del passaggio.
Passaggio, sì, ma di cosa?
Io credo, passaggio del tempo. Il tempo di una vita, che è così piccolo e limitato, in termini esteriori, ma è anche dilatato e universale, purché si impari ad ascoltare il suono della nostra personale montagna.

Vi saluto con una citazione che non proviene da questo, ma da un altro romanzo di Kawabata: credo che però spieghi meglio di ogni ulteriore commento l’emozione che questo libro- come una bellissima orma sopra la neve- ha impresso in me.

Il tempo cosmico è il medesimo per chiunque, ma il tempo umano è diverso per ciascuno. Il tempo passa nello stesso modo per ogni essere umano; ogni essere umano passa attraverso il tempo in modo diverso.
Yasunari Kawabata, Bellezza e tristezza (1964)

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