Il gioco di Fu Lai

Avvertenze:
Questo esperimento- una totale follia- nasce dall’iniziativa della pagina Efp Fandoms per lo scambio di generi narrativi. 
Due scrittori di generi differenti venivano accoppiati casualmente e ciascuno doveva scrivere una one-shot del genere familiare all’altro scrittore.
LadyHawke83 ha scritto una one-shot di guerra, In the desert; a me tocca il fantasy, genere di cui solitamente non mi occupo.
L’ambientazione è di gusto orientale (Tibet/Cina/Giappone) ma i luoghi e il mondo in essa rappresentati sono di pura fantasia e quindi non mi sono sforzata di fare qualcosa di antropologicamente e filologicamente corretto. Prendetela per quello che è: una favola senza nessuna pretesa.
La documentazione per il gioco degli scacchi e del Go viene dalla pagina History of Chess e dai bellissimi articoli di Rodolfo Pozzi sugli scacchi in Mongolia, che potete trovare qui.
Il Saggio Cremisi è il mio omaggio al mio grande amore degli anime di quando ero piccola. 
Vediamo chi indovina xD

Molti secoli fa, nel cuore delle montagne di Shi-Ju, si diceva che abitasse un uomo particolarmente santo e particolarmente sapiente.
Viveva, così pare, nel più completo isolamento, in una capanna nascosta fra la vegetazione; si nutriva di radici e praticava il più rigido ascetismo, astenendosi da qualsiasi contatto umano che potesse in qualche modo arrecargli impurità.
Sembra che conducesse questa vita da tempo immemorabile, così tanto che non solo la brava gente dei villaggi circostanti non aveva la più pallida idea di come fosse fatta la sua faccia, ma addirittura se ne ricordavano a stento il nome.
Infatti, avevano smesso da un bel pezzo di recarsi in pellegrinaggio ai piedi del suo eremo: sapevano ormai per esperienza che il sant’uomo, per quanto appunto santo, era anche completamente sordo alle loro invocazioni.
Mai una volta si era degnato di ricevere i loro anziani e i loro malati, né tanto meno si era preoccupato di prestare loro soccorso dopo le molte calamità che spesso tormentavano la regione.
Se non si dimenticavano della sua presenza era solo perché, di tanto in tanto, qualche straniero saliva fino al villaggio e chiedeva del Saggio Cremisi. Si trattava invariabilmente di giovani monaci o di altri consimili zeloti che speravano di persuadere il pio eremita a prenderli con sé e a istruirli nella sacra arte della meditazione.
La brava gente del villaggio cercava quasi sempre di convincerli che i loro sforzi erano del tutto inutili: il Saggio non li avrebbe degnati della minima considerazione.
Quelli, naturalmente, troppo giovani e troppo ardenti com’erano, per tutta risposta li guardavano con il sorriso trasognato di chi si è già votato al martirio.
E in effetti, se non si trattava di martirio, poco ci mancava, perché nessuno sapeva dove si nascondesse il Saggio e le piste che si inerpicavano fra i boschi erano così impervie che chi le percorreva lo faceva a suo rischio e pericolo: perfino i più pratici fra i pastori della regione evitavano con molta prudenza di avventurarsi più del dovuto fra quelle gole.
Ma gli aspiranti allievi del santo non sembravano preoccuparsi molto della propria incolumità; anzi c’era chi, sperando di impressionarlo, si incamminava scalzo, vestito solo di uno straccio attorno ai fianchi e con l’unico equipaggiamento di un bastone.
Che fine facessero, spesso non era dato saperlo: ma quelli che tornavano attraversavano il villaggio mogi e a testa bassa o addirittura lo aggiravano, pensando di non essere visti dai caprai seduti sulle rocce a pascolare le loro bestie. Quelli, per parte loro, ridacchiavano vedendoli andarsene con la coda fra le gambe.

Le cose procedevano a questo modo da anni e anni quando, un giorno, arrivò alle porte del villaggio un monacello diverso da tutti quelli di cui il paese aveva memoria.
Come coloro che lo avevano preceduto era vestito poveramente, ma non ostentava la sua sobrietà. Sulle spalle portava uno zaino di lana intrecciata, indossava un paio di buone scarpe da montanaro e avanzava appoggiandosi a un lungo bastone.
In cima al bastone erano assicurati dei campanelli di legno che producevano un allegro frastuono mentre il ragazzino procedeva di buon passo verso la locanda del posto.
Una volta che fu entrato, si sedette e chiese con voce squillante che gli si portasse qualcosa da mettere sotto i denti.
Il locandiere (se locanda si poteva chiamare quella specie di casupola messa su alla bell’e meglio per dare rifugio a qualche viandante di passaggio) si affrettò a preparagli una ciotola di riso e un po’ d’acqua fresca. Dopodiché glieli mise davanti.
Il ragazzino guardò la ciotola, poi guardò il locandiere e di nuovo la ciotola.
Il brav’uomo, poveraccio, non sapendo cosa dire si grattò la testa con il mestolo e si azzardò a chiedere se qualcosa non andava.
– Assolutamente nulla- rispose il ragazzo- ma vorrei anche della carne stufata e del latte fermentato. E un altro po’ di riso, per piacere.

Il locandiere se ne tornò nell’angolo in cui sobbollivano i paioli con il cibo e diede una gomitata alla moglie. – Ha chiesto più riso. E carne, e del latte fermentato- le mormorò.
Lei sgranò gli occhi.
– Carne e latte fermentato? Non si è mai sentito che un monaco mangiasse carne e bevesse alcolici!- esclamò.
– Forse non è qui per il Saggio- rispose il marito.
– Che sciocco che sei- replicò la donna, strappandogli il mestolo per mescolare lo stufato- perché mai uno straniero dovrebbe venire in un posto come questo, se non per il Saggio?
– Che vuoi che ne sappia, donna? Forse è uno stregone.
– Uno stregone piccolo come un soldo di cacio? Ma guardalo. Il suo bastone è più grosso di lui! No, no, sono sicura: dopo aver mangiato, ci chiederà la strada per le montagne. Sta’ a vedere.
E si mise a dimenare il cucchiaio nel sugo; suo marito, invece, rimase a guardare il ragazzo con un’aria perplessa.
Davvero uno strano tipo, pensò.

Nei giorni seguenti, il ragazzino non diede cenni d’interesse per il Saggio Cremisi.
Quando non assediava la dispensa del locandiere trotterellava in piazza; qui estraeva dalla sua sacca uno strano seggiolino rosso e ci montava sopra.
Dopo di che scollava il suo bastone quando vedeva un passante.
– Tu, da quanto tempo hai male a quel dente?
– Tu, fammi vedere quel ginocchio.
– Ehi, nonna, tuo nipote ha degli incubi da tre mesi; portamelo qui e glieli farò passare.
La gente, che aveva iniziato col ridere, presto si spaventò: il ragazzino non sbagliava mai.
Ci volle un po’ perché ci si abituassero, naturalmente, ma dopo un po’ iniziarono ad andare da lui per farsi guarire, per scacciare il malocchio e per parlare con i loro morti.
In breve tempo la voce si sparse nella regione e venivano anche da altri villaggi a vederlo e a parlargli.
Gli stranieri che salivano al monte alla ricerca del Saggio Cremisi si diradarono, mentre sempre di più aumentavano coloro che volevano ricevere le benedizioni del Piccolo Stregone.
Il locandiere, agli inizi disperato per la quantità di viveri che il ragazzo gli consumava sotto il naso, ebbe più volte modo di rallegrarsi: gli affari andavano proprio a gonfie vele! Il Piccolo Stregone gli aveva fruttato dieci volte quel che mangiava.
Il villaggio cresceva e si allestivano casupole e tende per i viaggiatori.
Costruirono una capanna anche per il Piccolo Stregone, ma lui si limitava a ricevervi chi veniva a visitarlo; poi, quando il sole tramontava, metteva via le sue cose e nonostante la gente insistesse per farlo restare se ne andava da qualche parte dove nessuno era in grado di trovarlo. Là scompariva fino al sorgere del sole.

Così andarono le cose, per oltre dodici lune dall’arrivo dello stravagante ragazzino.
L’inverno fu molto rigido, quell’anno, e mieté molte vittime nelle contrade circostanti; anche afflitti dal gelo e dalla fame, numerosi pellegrini sfidarono il freddo e le tormente pur di accaparrarsi i favori dello Stregone.
Ci fu chi morì tentando di passare i valichi ostruiti dalla neve, ma certamente molti di più furono quelli che ricevettero cure e conforto in quel villaggio al quale l’inverno, altrove così feroce, sembrava mostrare un volto più benevolo.
Le notti, però, come in qualsiasi altra parte del mondo, erano lunghe, quasi interminabili; e di notte, esattamente come nei precedenti mesi, il Piccolo Stregone scompariva fra le nevi.
Dove trovasse riparo non era dato sapere.

La moglie del locandiere, però, era una donna dannatamente curiosa.

– Se riuscissi a scoprire dove se ne va quel moccioso potrei prendermi una bella rivincita su tuo padre- borbottava tutti i santi giorni a suo figlio, il giovane Fu Lai.
– Da quando gli affari gli vanno bene non fa che brindare e gozzovigliare con quei suoi inutili amici e si riempie la bocca dello Stregone. Ma lo so bene io, qui c’è sotto qualcosa. Se solo sapessi cosa! Ecco quanto poco mi basterebbe per essere felice!
E dato che lo ripeteva giorno e notte e che la faccenda sembrava angustiarla terribilmente, Fu Lai, che era un dolce ragazzo e amava sua madre forse più di quanto lei meritasse, decise di accontentarla.
Così, una sera, quando vide che il Piccolo Stregone si avviava ai margini del villaggio, gli andò dietro.

Per sua fortuna la luna era piena e la notte più mite delle precedenti: non ebbe difficoltà a seguire il ragazzino fino alle porte del bosco.
Qui si fermò, stupito: nascosta dalla neve e dalle basse fronde dei sempreverdi c’era una piccola tenda di cuoio.
Lo Stregone vi entrò scrollandosi le scarpe; quanto a Fu Lai, dopo aver riflettuto un po’ sul da farsi, decise di arrampicarsi su un albero e spiare da sopra il tetto cosa accadeva all’interno della tenda.
– Se lo sorprenderò a fare qualcosa di strano me ne resterò in silenzio e potrò riferire tutto quel che ho visto a mai madre; se invece andrà semplicemente a dormire, ritornerò al villaggio e la rassicurerò- pensava fra sé.
Essendo agile e snello non gli ci volle molto per raggiungere un ramo che facesse al caso suo; dopo di che vi si sdraiò sopra stando ben attento a non far crollare la neve sopra la tenda e, incrociate le mani sotto il mento, iniziò a tenere d’occhio quello che succedeva sotto di lui.

Di cose strane o curiose lo Stregone ne faceva parecchie: del resto, ragionò Fu Lai dandosi poi dello stupido per non averci pensato prima, fare cose strane è proprio quel che ci si aspetta da qualcuno con poteri straordinari.
In ogni caso, una volta entrato nella tenda e dopo aver fatto una serie di strampalate abluzioni in una grossa ciotola d’acqua, il ragazzino tirò fuori dalla sua sacca una specie di scacchiera e due scatoline decorate.
Fu Lai si sporse per vedere meglio: è un goban1, constatò pieno di curiosità.
– Che strano- si disse- ho giocato tante partite giù al villaggio, e sono anche abbastanza bravo; eppure non mi è mai capitato di vederlo interessato al gioco del Go.
Dopo aver deposto a terra la tavola e le scatole, il ragazzino posò il suo bastone di fronte a sé, appoggiato alla panchetta rossa su cui usualmente si arrampicava per parlare alla gente.
Poi scoperchiò i due contenitori: una conteneva pietre nere, l’altra pietre gialle.
Pescò una fra le nere e la posizionò sul tavoliere all’intersezione fra due righe.
Poi emise un gran sospiro e si scosse tutto; e da quel momento in poi Fu Lai dovette reggersi forte al suo ramo, perché nei minuti successivi le pietre che non era lo stesso Stregone a muovere lasciavano da sole la loro scatola e da sole ricadevano sul goban, come guidate da una mano invisibile.
– Com’è possibile? Sta giocando…contro il suo bastone?- pensò il figlio del locandiere.
E quello non era che l’inizio, povero Fu Lai: dopo un tempo che gli parve interminabile, durante il quale aveva cercato di riprendersi e capire quale sortilegio muovesse le pietre, sentì dei soffici passi che smuovevano la neve.
Si rannicchiò come poteva fra le fronde e guardò in direzione del suono: dal bosco scendeva una strana figura ammantata.

Con tutta evidenza, anche lo Stregone dentro la tenda doveva aver sentito i passi: tuttavia non diede il minimo cenno di turbamento.
La figura, nel frattempo, si era avvicinata: Fu Lai aguzzò la vista.
Da quel che riusciva a distinguere si trattava di un uomo di alta statura, magro e pallido, con un lungo viso straordinariamente nobile.
Curiosamente, camminava a occhi chiusi; si appoggiava anche lui a un bastone in cima al quale era assicurata una strana sfera opalescente, simile a una piccola luna.
Fu Lai si chiese se potesse trattarsi di un bastone magico come quello del Piccolo Stregone, ma il cuore gli si fermò nel petto quando l’uomo gli fu abbastanza vicino perché la luce all’interno della tenda si riflettesse sul lembo del suo mantello.
Era indubbiamente rosso, un rosso cupo e vibrante: in una parola, rosso cremisi.

Il Saggio (chi alti poteva essere?) si fermò davanti all’ingresso della tenda e, per un attimo, alzò la fronte verso l’albero di Fu Lai.
– Povero me, povero me! Da solo, di notte, e con due stregoni! Mi faranno a fettine se mi scoprono- pensò il ragazzo; per quanto facesse un gran freddo, era sicuro di non aver mai sudato tanto in vita sua.
Il Saggio rimase un po’ in quella posizione, come se stesse ascoltando qualcosa, ma non aprì gli occhi. Poi si chinò per entrare nella tenda.

Fu Lai tirò un sospiro di sollievo.
– E adesso che faccio? Ragiona, brutto zuccone- si disse- ora che ti sei cacciato in questo guaio hai due possibilità: andartene alla chetichella sperando che non ti sentano, o rimanere quassù buono buono e vedere cosa succede. Forse inizieranno a parlare e saranno distratti, e allora potrò scendere da questo dannato albero e darmela a gambe.

Decise che avrebbe fatto a questa seconda maniera anche perché, per quanto spaventato, era anche molto curioso di cosa si sarebbero detti il Saggio e lo Stregone.
In fondo, si rincuorò, l’unico aspetto positivo di questa faccenda era che sua madre aveva visto giusto e che probabilmente il ragazzino aveva qualche rapporto con il santo eremita: con le informazioni che stava raccogliendo le avrebbe consentito di spuntarla con suo marito dopo un anno di litigi e di scommesse, e finalmente la pace sarebbe tornata sotto il loro tetto.

Confortato da questa rosea prospettiva, Fu Lai rivolse tutta la sua attenzione a quello che succedeva nella tenda.

Il Saggio era entrato e solo allora, proprio come aveva fatto prima di iniziare la sua strana partita, il ragazzino aveva dato un gran sospiro e si era tutto scosso, come uno che si risveglia da un profondissimo sonno.

– Finalmente ti sei degnato di scendere dalla tua montagna- disse rivolto al suo ospite.
Il Saggio rise sommessamente.
– Avrei preferito rimanere in santa pace, ma a quanto pare non è stato possibile.
Il ragazzino prese il suo bastone.
– Siediti, ti prego- disse- o hai bisogno che ti sorregga?
Il Saggio si mise a sedere senza rispondere.
– Sai che con me puoi aprire gli occhi, vero?

– Sì, lo so. Tuttavia mi sono abituato: preferisco così.

Il ragazzino fece spallucce: – Come ti pare.
– E quindi, sei venuto a confortare anche la povera gente di questi villaggi- osservò l’uomo.
– Proprio così. Ci sono talmente tanta miseria e povertà: ero sicuro che avrei trovato qualcosa da fare.

– Un pensiero davvero generoso. Ma sono convinto che c’è dell’altro.
– Sei sempre stato tremendamente sospettoso, Splendido Akai.
– Chissà che non sia una virtù, nel mondo che tu e i miei fratelli state preparando.
Il ragazzino scosse la testa.
– E anche un po’ prevenuto. Comunque, non manchi a nessuno di loro. Io, d’altro canto, ti ho sempre trovato simpatico (a modo tuo, inteso), quindi non ho avuto problemi quando Lui mi ha chiesto di farti una piccola ambasciata.
– Oh, ti ringrazio; la tua stima mi scalda il cuore- replicò il Saggio, con un sorriso che a Fu Lai sembrò tutt’altro che raccomandabile.

– “Cuore”? Sono davvero sorpreso che tu ne abbia uno. Forse è dovuto alla tua particolare condizione?
– Sbrigati e dì quel che sei venuto dire- tagliò corto il Saggio.
– Quanta fretta! Ti sei proprio inselvatichito, fra queste montagne. Ma se insisti, eccoti accontentato. Il Padre desidera che tu torni a casa: se accetti, è disposto a restituirti tutti i vantaggi che si convengono al tuo rango. Inoltre, provvederà a fare qualcosa per quel tuo…piccolo inconveniente. Naturalmente, non ha voluto dirmi cosa, ma me lo posso immaginare.

– Davvero nobile offrirsi di porre rimedio a un problema che si è stati i primi a creare.
– Suvvia, non sarai ancora arrabbiato per quella ragazza? È passato un sacco di tempo.

– Il tempo trascorre molto lentamente, su queste montagne. Perfino per quelli come noi- rispose l’altro; aveva chinato la fronte.
(Fu Lai, che finora non aveva provato un’oncia di simpatia per l’uomo, si sentì stringere il cuore. C’era qualcosa di davvero triste nella sua voce e nella sua espressione).

– Coraggio, non è il caso di abbattersi. Se accetterai la proposta di nostro Padre, sono sicuro che qualche soluzione si troverà. Nel frattempo, dato che ci siamo, che ne dici di farci una partita? Giocare contro sé stessi è davvero noioso.
Il Saggio strinse la mano intorno al bastone: la sua bocca si piegò in un’espressione dura.
– Chi era?- disse, accennando allo Stregone.

– Chi, questo?- replicò il ragazzino, e indicò sé stesso- Oh, un pastorello che era venuto a cercarmi per far guarire sua madre da non so che terribile maledizione. Naturalmente, si trattava di una banale sifilide, ma che cosa poteva saperne lui? L’ho aiutato per un po’ e poi lei è morta. A questo punto, al povero ragazzino non era rimasto più niente per cui valesse la pena vivere, così ho pensato di prenderlo con me.

– Direi piuttosto che hai pensato di prenderlo per te.
– Sottigliezze. È più utile come contenitore che lasciato a sé stesso a morire di fame sulla tomba di sua madre. Inoltre, se sarai dei nostri, anche tu avrai diritto a sceglierti qualcosa di meglio. Questa tua vecchia carcassa ti fa sembrare terribilmente serio. Giù al villaggio c’è il figlio del locandiere: è giovane, forte e di bell’aspetto. Dopo tutto, suo padre è così contento di come vanno gli affari che non fa che brindare con i perdigiorno del paese, e visto e considerato che il suo fegato non è nelle miglior condizioni…
Quanto alla madre, quella orribile donna, non ci vorrà niente a farla uscire di senno: una volta rimasto da solo, sarà un gioco da ragazzi.
– Hai davvero pensato a tutto- commentò l’uomo ammantato, e alzò la testa.

Non aprì gli occhi, quindi non si poteva dire che guardasse in qualche direzione particolare: eppure, in quel preciso istante, Fu Lai, al quale il sudore si era letteralmente ghiacciato addosso, sentì che in qualche modo il Saggio Cremisi lo stava fissando dallo stretto sfiatatoio alla sommità della tenda.
Anzi, forse lo fissava al di là della tenda; lo fissava, ad essere precisi, fin dentro l’anima.
La sensazione di quello sguardo lo riscosse dal profondo orrore in cui il suo cuore era precipitato.
Istintivamente si rivolse a quegli occhi con il pensiero- era proprio come se li potesse vedere: due occhi di colore diverso, uno giallo come tormalina, l’altro nero come l’opale.
La sua anima si affacciò all’occhio nero e subito se ne staccò inorridita: vi aveva visto l’abisso senza fondo, un deserto in cui regnava l’indifferenza degli elementi e un cielo, un vasto cielo infinito, in cui le stelle non erano che fucine incandescenti e non c’erano né vita né dei a ordinarla.
Poi si aggrappò all’occhio giallo: qui, il suo cuore spaventato fu confortato da una sensazione di tepore e di profonda compassione. Gli sembrò di vedere luminosi giardini d’autunno, foglie dorate trascinate via nel vento e sul pelo dell’acqua, e infine solo una figura che gli dava le spalle nella luce del tramonto.
Nelle orecchie gli risuonò la voce dello Stregone che si rivolgeva al Saggio chiamandolo per nome, e quel nome gli salì spontaneamente alle labbra.
– Splendido Akai!- mormorò la sua anima.
La figura si voltò e fissò su di lui un paio di occhi severi: un occhio giallo, un occhio nero.

Al di sopra del legno vi è il fuoco:
questo è il crogiolo.
Nel crogiolo vi è cibo;
i compagni ne hanno invidia, ma non possono farci nulla.
Così il viandante giunge alla locanda
Ha il suo possesso con sé1.
Te ne ricorderai, Fu Lai delle montagne di Shi-Ju?

II

il Piccolo Stregone
il Piccolo Stregone arriva nel villaggio delle montagne di Shi-Ju

Quando rincasò, tutto rosso e senza fiato dopo aver corso e inciampato nella neve, Fu-Lai trovò sua madre che lo aspettava alzata.
– Dove sei stato, eh, furfante che non sei altro? – gli disse, tirandogli un violento scappellotto- Sei andato a bere e a giocare con quei senza cervello dei tuoi amici? Vuoi forse far morire tua madre di crepacuore?
– Hai ragione, mamma, sono proprio un disgraziato. Non mi sono reso conto del tempo che passava- rispose Fu Lai.
– Povera me! Non solo mio marito non mi rispetta, adesso ci si mette anche mio figlio!- piagnucolò la donna.
– Non ti preoccupare, mamma cara, mi farò perdonare subito; tu va’ a dormire, io inizierò a preparare qualcosa per domattina.
Dopo essersi lagnata un altro po’, finalmente sua madre decise di dargli retta e si ritirò nella sua stanza.
Fu Lai, invece, rimase alzato: aveva molte cose da preparare prima del sorgere del sole.
Per prima cosa andò nel pollaio e sgozzò un pollo, facendone sgocciolare lentamente il sangue dentro una ciotola mentre recitava certe paroline, esattamente come gli aveva mostrato il Saggio.
Quindi si mise all’opera e lavorando duramente passò tutto il resto della notte, finché all’alba poté dirsi soddisfatto e, per quanto l’angoscia di commettere anche un solo passo falso gli attanagliasse il cuore, per la stanchezza stese la giacca davanti al focolare e ci si rannicchiò sopra, addormentandosi per qualche ora.

Il mattino trascorse e venne il pomeriggio; non accadde niente di notevole, se si eccettua il fatto che un viandante tutto infagottato per il freddo e con una capretta bianca al seguito venne in paese e chiese al locandiere di poter riposare un po’ nel suo locale.
Il brav’uomo gli fece legare la capra fuori dalla soglia e gli indicò un angolo in penombra; per un po’ la moglie fece congetture sullo straniero, e fra i pochi avventori ci fu un certo parlottio su chi potesse essere e se fosse venuto anche lui per lo Stregone. Tuttavia, vedendo che se ne stava tranquillo nel suo cantuccio, alla fine venne lasciato perdere.
Lo Stregone, come d’abitudine, si fece vivo qualche ora prima che tramontasse il sole: chiese il suo solito, latte fermentato, riso e carne stufata, ma mentre mangiava si fermò con il cucchiaio a mezz’aria e aspirò l’odore che proveniva dal focolare.
– Che cos’è questo profumo?- chiese.
– Mio figlio si è messo in testa di fare dei dolci- spiegò il locandiere- così ne stiamo offrendo un po’ a chi li vuole.
– Dolci? Che tipo di dolci?
– Semplici dolci di riso- intervenne prontamente Fu Lai- per festeggiare la fine dell’inverno. Assaggiateli: senza falsa modestia, sono molto buoni.
E gli mise davanti una ciotola di brodo speziato in cui galleggiavano delle candide sfere di riso3.
– Sembra davvero appetitoso- mormorò il ragazzino sgranando gli occhi: nel suo sguardo c’era qualcosa di sinistramente famelico.
Fu Lai lo osservò mentre intingeva il cucchiaio nella zuppa e divorava avidamente prima una, poi due, poi tutte le palline di riso.
– Ce n’è ancora?- chiese poi lo Stregone, asciugandosi la bocca nella manica.
– Ma certamente; tutte quelle che desiderate- rispose Fu Lai senza battere ciglio.

Lo Stregone trangugiò la seconda portata ancora più voracemente di quanto avesse fatto con la prima; alla terza e alla quarta, poi, perse ogni ritegno, al punto che gli altri avventori, dopo averlo guardato non poco sconcertati, decisero che era meglio togliere il disturbo.
Nella locanda non rimasero che lui, Fu Lai e lo straniero, il quale si era appisolato nel suo angolo con i piedi su una tavola e il cappuccio tirato sulla fronte.
– Perché non andate a portare un po’ di dolci allo zio Tiang, prima che se li mangi tutti?- disse Fu Lai ai genitori- qui ci penso io a sbaraccare.
Così li convinse ad andarsene e, una volta rimasto solo con lo Stregone, si sedette al suo tavolo e lo guardò mangiare.
Se non fosse stato preparato, probabilmente sarebbe morto di paura: infatti, più quello mandava giù dolci e più le sue iridi si allargavano e divoravano il bianco delle cornee, finché il ragazzino non alzò su Fu Lai due occhi da rettile, mostruosamente lucidi e completamente neri.
– Ne voglio ancora- ansimò con voce rauca.
– A tempo debito. Prima voglio chiederti un piccolo favore.
Lo Stregone lo guardò con un’espressione diffidente; poi impallidì.
– Che cosa hai messo in quei dolci?
Fu Lai sorrise.
– Non vuoi sapere quale favore voglio chiederti?
Lo Stregone digrignò i denti, e non erano di certo i denti di un bambino di dieci o dodici anni.
– Avanti, parla, prima che ti faccia a pezzi.
– Non penso che tu possa farlo: ti ho offerto del sangue versato appositamente per te questa notte, il che, secondo le leggi del mondo degli spiriti, dovrebbe bastare a proteggermi dalla tua collera per un po’. Non è così?
– Tu sei molto furbo. Troppo furbo per aver fatto tutto da solo.

Fu Lai non fece una piega. Quanto allo straniero nell’angolo, si accomodò meglio sulla sua panca e continuò saporitamente a ronfare come se nulla fosse.
– Bah, accidenti a te. Accidenti a tutti voi- borbottò il ragazzino; la sua voce si era fatta cavernosa e non sembrava provenire dal suo corpo.
– Non dovresti essere così ingrato; ti ho dato del buon cibo, sangue in abbondanza e tutto quel che intendo chiederti è di giocare con me- replicò Fu Lai, estraendo da sotto il tavolo il suo modesto goban di bambù e poggiandolo fra sé e lo Stregone.
– Guarda guarda, qualcuno deve aver fatto la spia!- ruggì quest’ultimo: un odioso ghigno di scherno gli illuminava lo sguardo- E magari vuoi propormi un patto, nel caso che tu vinca.
– Precisamente- rispose Fu Lai; la sua voce era ferma, ma il suo cuore tremava.
Sta’ ben attento a ciò che dirai e a cui acconsentirai: è molto furbo, risuonò nelle sue orecchie il monito del Saggio Cremisi.
– La mia proposta è questa: giocheremo insieme e, se io vincerò, mi regalerai il tuo bastone; se invece sarai tu a vincere, mi consegnerò a te come tuo ricettacolo.

Lo Stregone sputò a terra per il dispetto; poi sogghignò.
– Non posso tirarmi indietro, come di certo sai: il sacrificio che mi hai offerto a tradimento mi vincola ad accettarla. Ma di due cose puoi star sicuro: ho ancora molte frecce nel mio arco e quanto a vincere, poi, vedremo di cosa sei capace, piccolo umano.
– Lo vedremo senz’altro. Ma se vincerò, sarai tenuto a consegnarmi il tuo bastone e non potrai sottrarti, per il sangue che ti lega a me.
– Parola mia, lo farò. Però sta’ attento: il sangue mi lega a te, questo è vero, ma il legame funziona in due sensi.

Fu Lai trattenne un conato e sostenne lo sguardo del suo interlocutore: uno sguardo straordinariamente compiaciuto, a dire il vero, dato che lo Stregone si andava trasformando sotto i suoi occhi in qualcosa che doveva somigliare molto più da vicino alla sua vera forma.
Il corpo di cui si era appropriato era agitato da violentissime scosse.
Presto i bulbi oculari si rovesciarono; dalle orbite traboccava un umore nero, viscoso. Nell’aria si sprigionò un odore nauseabondo.
La pelle del viso era così tesa da sembrare lucida e, Fu Lai avrebbe giurato, quasi sul punto di spezzarsi; negli strati fra l’epidermide e le vene ingrossate dallo sforzo si agitava qualcosa di scuro e strisciante, simile a un groviglio di serpi.
Il ghigno che poco prima gli increspava le labbra si distese, tornò nuovamente a contrarsi e quindi si squarciò in un grido senza voce.
Sul silenzio della locanda si rovesciò una serie intermittente di crepitii, come calpestio di rami secchi nel sottobosco: era il suono della laringe schiantata dagli spasmi.

– Lo so che vuoi spaventarmi- disse Fu Lai, estraendo dalle tasche del suo grembiule due sacchetti di pelle che contenevano le pietre per il goban– ma io non ho intenzione di ritirarmi.
La voce che gli rispose proveniva da tutti e quattro gli angoli della stanza.
– Oh, è proprio questa la ragione, mio caro. Questa e nessun’altra.
Fu Lai alzò le spalle cercando di sembrare spavaldo.
“Farà di tutto per confonderti ma non avrà alcun potere su di te, se tu non glie ne concederai”: era più facile a dirsi che a farsi, pensò, ma non aveva davvero molte altre scelte.
– Io sono il nero4– disse ad alta voce, pescando dal sacchetto la sua prima pietra.
– Ed io sono il bianco- fu la risposta.

Fu Lai guardò il corpo che gli sedeva davanti, ormai deforme e stravolto, e ne provò una grande pietà. Chissà come si chiamava, pensò.
Il cuore gonfio di pena e angoscia, allungò una mano e fece la sua mossa.
La pietra toccò il goban con un suono sordo e secco5: e fu come un’esplosione.

Appena fu in grado di guardarsi intorno, tentò di capire dove si trovava.
La caligine che lo circondava si andava diradando: aguzzò la vista.
Si trovava nella piazza del villaggio- eppure no, somigliava certamente alla piazza, ma c’era qualcosa che non…
Le case sembravano essersi allontanate; non c’era traccia dei festoni colorati che dall’autunno erano rimasti appesi ai pali di legno conficcati qua e là agli angoli delle strade.
Anzi, al posto dei festoni pendevano degli stracci: guardandoli meglio, Fu Lai si accorse che erano uccelli. Si erano impigliati nei fili e vi giacevano sopra riversi, le ali penzoloni, come i passeri quando a volte incappano nei rovi e ne restano prigionieri.
Ma quei fili, a ben vedere, erano diversi da come Fu Lai li ricordava: ce n’erano molti di più e s’intrecciavano in una sorta di reticolato, e la debole luce che filtrava dal cielo (un cielo plumbeo, così gravido e cupo che agli inizi aveva creduto fosse calata la notte) ne proiettava sul terreno l’immagine speculare.
Una fastidiosa impressione gli fece rizzare i capelli alla base della nuca: quel reticolato impresso sulla terra battuta era così simile a…
Non ebbe il tempo di rifletterci oltre: un sordo ronzio attrasse la sua attenzione.
Proveniva dal suolo, così pareva, e di secondo in secondo si faceva via via più forte, finché la terra fu scossa da una serie di bruschi singulti che ne increspavano le zolle.
La sottile rete disegnata sul terreno scomparve, i pali furono travolti e con essi quegli strani festoni di rovo: come rinvenuti, gli uccelli se ne strappavano volando via in un terribile palpitare di ali nere.
Il suolo si spaccò e si gonfiò come un bubbone: Fu Lai cadde e si aggrappò al battuto conficcandovi le unghie fino a farle sanguinare.
Davanti a lui sorgeva ora una specie di strana montagna: innalzandosi, aveva distrutto le case circostanti e spianato il terreno in una brulla distesa.
Per qualche istante il ragazzo rimase a guardare la formazione che finiva di divincolarsi dalla terra, come qualcuno che stia affogando e lotti per tenere la testa sopra il pelo dell’acqua.
E infatti la roccia si piegava e si torceva e si agitava, finché la montagna non assunse precisamente la forma di un viso, e vi si aprirono crateri come occhi e incavi come orbite e zigomi e guance. E alla fine anche una bocca vi si aprì, una bocca che si spalancò: e dalla bocca uscì finalmente un suono.
Non era una voce ma piuttosto un frastuono, come di oggetti cavi che sbatacchiavano l’uno con l’altro.
Poi, il fragore si ricompose e si ordinò, e quel che ne usciva, si disse Fu Lai, doveva essere certamente una melodia ma mai, nella sua vita, aveva sentito niente di così profondamente inquietante e, sì, malvagio.
La sinistra melodia si distese e rallentò; una serie di trilli e di clangori si rovesciò sulla piatta terra su cui ora si disegnava l’inconfondibile griglia di un gigantesco goban.
A ogni nota, dalle zolle ai piedi della montagna si sprigionava un vapore candido che presto si raggrumava convulsamente a mezz’aria e quindi si dissolveva, lasciando al suo posto una figura, e poi un’altra, e un’altra ancora…E così via, finché, davanti a Fu Lai, non fu radunato un esercito di cento ottanta pallidi cavalieri.
Erano completamente bianchi e perfettamente immobili, simili a statue di porcellana; i loro piedi non toccavano terra, i loro bellissimi volti non mostravano segno di vita e sotto le loro splendide armature a scaglie, lucide come pelle di serpe, non c’era respiro a sollevarne il petto.

E si alzò il vento: un vento sottile e malsano che odorava di paludi e di pioggia e di erbe marce
Le piume che gli uccelli avevano perduto volando via si sollevarono da terra in un vortice.
Fu Lai le osservò mentre si coagulavano in una lunga striscia nera alle sue spalle: ci fu un frullare di penne e un suono confuso di piedi sul battuto ed ecco, dietro di lui c’era ora una folla di figure vestite di scuro che fronteggiavano il pallido esercito.
Le contò: erano cento ottantuno.
– Questa è una partita a Go…dal vivo!- mormorò; e mentre lo faceva, una figura si staccò dalle altre e lentamente prese posizione.
– Questa è la prima pedina che ho mosso, quella che ha dato inizio a tutto- rifletté Fu Lai.
Una risata infantile lo scosse dai suoi pensieri.
– Beh, che ne dici? Niente male, non è vero?- esclamò il Piccolo Stregone.
Era seduto in cima alla gigantesca faccia, la veste rimboccata e le piccole gambe abbronzate che penzolavano davanti alle cieche orbite della montagna.
Fra le mani stringeva quel suo dannato bastone; sorrideva, gli occhi nuovamente umani che scintillavano e un’espressione innocente sul volto.
– Coraggio, non vuoi giocare con me?- sogghignò, guadando Fu Lai.
Poi, stese il suo bastone: i campanelli di legno risuonarono (quel suono…quel suono era della stessa qualità della melodia che aveva suscitato i pallidi cavalieri!) e una delle figure bianche si staccò dal fronte avversario e avanzò sulla piana, puntando dritto verso la pedina di Fu Lai.
Procedeva fluttuando, l’armatura a scaglie increspata dall’aria e il volto impassibile.
Bianco in chiusura. Devo contrattaccare. Non è saggio concentrare tutte le forze in un solo punto, si disse il ragazzo.
– Nero, copri l’hoshi6! – gridò.
Dall’alto della montagna, il Piccolo Stregone si stringeva le ginocchia al petto e lo guardava sorridendo.

III

– Hai intenzione di lasciarlo da solo contro Yori?
Un viandante incappucciato sedeva su un masso lungo la grigia via che conduceva al villaggio. Ritta in piedi davanti a lui, una donna scrutava l’orizzonte; era alta, magra e avvolta da una cappa di colore giallo. I capelli, sciolti e lunghi, erano neri all’attaccatura e via via sempre più dilavati; le punte, che le sfioravano i calcagni impolverati, trascoloravano dal grigio a un pallore azzurrino.
– Chiaramente no. Tuttavia, non c’è alcun bisogno di intervenire adesso.
– Il ragazzo è sotto l’influsso del suo potere- replicò la donna, sollevando la mano verso la piana che si stendeva poco più in là.
– Com’era prevedibile.
– Cosa farai, dopo?
L’uomo si calò il cappuccio sulle spalle, scuotendo i capelli; aveva un lungo viso severo e grandi occhi dallo sguardo penetrante- uno nero, l’altro giallo.
– Prenderò il bastone e andrò a reclamare ciò che è mio.
La donna sorrise: sembrava allo stesso tempo incredibilmente vecchia e splendidamente giovane.
– Capisco. Il Regno di Tsei-shi-ke?
L’uomo si alzò: fra le pieghe del mantello riluceva un’armatura di fitte piastre rosseggianti.
– Non ho mai desiderato il potere.
Lei gli porse la destra e lo guardò: i suoi antichi occhi bruni splendevano di mestizia.
– Lo so bene, Akai. Di tutti, sei sempre stato il più dolce.
– Non è più tempo per la dolcezza, se mai lo è stato. Ma con me tu sei sempre stata buona, ed io te ne sarò per sempre grato.
La donna fece un gesto di assenso.
– Va’, ora; il ragazzo è in difficoltà.
– Addio, Tsuchi.
– Addio, figlio; che la guerra abbia pietà di te.

La pianura che si stendeva sotto di lui era brulla e riarsa come la steppa: nessuna traccia di montagne, né di gole boschive o delle fitte foreste che circondavano abitualmente il villaggio.
La creatura distese le ali, virando di qualche grado a sud ovest; l’aria non gli oppose alcun attrito. Planò con un movimento obliquo: la terra gli veniva incontro come un mare di sabbia. Sorrise, perché sapeva che lo spazio in cui si stava muovendo non era che un’illusione.
Alzò lo sguardo: sopra di lui era sospeso un cielo gravido di tempeste- un cielo che doveva senza dubbio apparire quanto mai minaccioso a chiunque camminasse sotto la sua ombra. Eppure, le nuvole vi scorrevano attraverso come veli contro un fondale dipinto, le sue livide profondità rimanevano immobili, silenziose, e ad agitarlo non c’erano vortici né correnti né vuoti di pressione.
A quell’altezza la brina avrebbe dovuto condensarglisi sulle spalle e le cariche elettrostatiche avrebbero dovuto increspargli le scaglie; invece, quando dolcemente perse quota, fu come affondare in un fluido rarefatto, viscoso, che gli riempiva le froge di uno sgradevole aroma dolciastro.
Eccoti qui, Yori; chi altri potrebbe puzzare di carogna a questo modo?, mormorò.

Sotto di lui infuriava una spaventosa battaglia; aguzzò la vista, puntando verso gli eserciti che si scontravano uno solo dei suoi occhi, quello nero.
L’altro rimase socchiuso; da sotto la palpebra squamosa filtrava una luminescenza simile a una pietra d’ambra colpita dal sole.
Schiere di guerrieri bianchi si affollavano intorno a drappelli di soldati neri.
I bianchi, le armature che scintillavano sinistramente, si muovevano come sulle note di un’orribile musica: mentre avanzavano, circondando e spezzando il fronte avversario, l’aria era percorsa da cigolii, fragore d’ossa e palpitare di oggetti cavi.
I neri, invece, non indossavano altro che stracci scuri ed erano armati chi di pale, chi di bastoni, chi addirittura solo di secchi o pentole; quando i bianchi li accerchiavano menavano fendenti alla cieca, piangevano e imprecavano e si lamentavano nelle maniere più pietose.
Ai bordi del campo, un ragazzo di circa vent’anni seguiva lo scontro: la creatura lo vide gridare mentre un manipolo di pallidi cavalieri piombava su un soldato nero.
Il soldato, constatò la creatura, era in realtà niente più che un povero vecchio: non aveva che il suo bastone e, quando i pallidi cavalieri furono sopra di lui, non fece altro che rannicchiarsi coprendosi il volto con gli avambracci.
I cavalieri lo circondarono; con uno scatto, quello che gli era più vicino girò verso di lui il bellissimo viso privo di espressione. Poi dischiuse le bianche labbra: ci fu un sordo rumore di frantumi ed ecco, la mandibola del cavaliere si spalancò fino a squarciarsi.
Il vecchio disse qualcosa, qualcosa di fragile e sussurrato che somigliava a una preghiera e che morì nel vento; le sue piccole braccia scure tremavano come ramoscelli.
La mascella del cavaliere si chiuse sulle sue mani con un movimento floscio, osceno: nell’aria si sparse il nero odore del sangue.
Gli altri guerrieri dalle armature bianche si piegarono sul vecchio e sul loro compagno: dall’alto sembrò come il chiudersi dei petali sul cuore di un loto.
Il ragazzo cadde in ginocchio e si portò le mani agli occhi: piangeva.

La creatura si avvicinò, osservando con maggiore attenzione i volti dei soldati neri: gli erano stranamente familiari.
Sono gli abitanti del villaggio. Così è questa la tua illusione.
Distese le ali e mormorò qualcosa.
Le scaglie si abbassarono, i possenti muscoli del torace e delle zampe posteriori furono attraversati da uno spasmo; l’impalcatura cartilaginea che sosteneva il volo si accartocciò e la membrana che la ricopriva si spiegò nel vento, serica, rosseggiante, come un papavero.
Poi vorticò nell’aria, si contrasse e infine toccò terra.
Il mantello cremisi che spazzava la sabbia, lo Splendido Akai si diresse con passo sicuro verso i margini della battaglia.

Bocconi nella terra, Fu Lai non vedeva altro che sabbia e sangue.
Intorno a lui i suoi soldati- la gente del villaggio, i suoi parenti, i suoi amici- cadevano uno dopo l’altro, le insegne nere strappate, le facce maciullate e gli arti smembrati.
Si abbattevano ai suoi piedi, alcuni ancora quasi riconoscibili, gli occhi spalancati verso di lui.
Quegli occhi sembravano implorarlo- anzi, ne era certo, le loro bocche, per quanto scarnificate, si muovevano, lo chiamavano, Fu Lai, Fu Lai, perché ci hai mandati a morire? Perché non ti sei immolato per salvare le nostre vite? Così poco valevano a paragone della tua felicità? Fu Lai, Fu Lai, perché ci hai mandati a morire per una guerra che non ti appartiene? Fu Lai!…
Il ragazzo si portava le mani alle orecchie ma le voci erano dentro le orecchie, dentro la sua mente, nella musica infernale che muoveva i pallidi burattini della morte, nel battito del suo cuore.
Mentre si rannicchiava con la bocca pena di polvere, vide a un tratto qualcosa che si fermava davanti a lui.
Stivali?…
Un mantello…?
Che sia giunto il cavaliere che mi divorerà, che divorerà anche me?, si disse.
Tremando, osò alzare la testa: sopra di lui, e contro il cielo di petrolio, svettava una figura.
– Guardami- comandò la figura- guarda il mio occhio.
Due mani dalla stretta di pietra lo afferrarono per le spalle, la figura si chinò sopra di lui.
Un fiotto di luce ambrata investì Fu Lai fin quasi ad accecarlo; il ragazzo si divincolò ma la morsa di quelle mani era troppo più forte ed egli precipitò in un confuso splendore in cui le cose che lo circondavano- la figura davanti a lui, la terra, gli uomini, l’orizzonte e tutti quei terribili, terribili suoni che fino a poco prima l’avevano tormentato- si sfarinava in una miriade di macchie nerastre, come nugoli d’insetti sopra una palude anzi, no, come il pulviscolo dentro un raggio di sole.
Qualcosa colpì allora la sua comprensione: fu come un colpo di falce che si abbatte sull’avena, e nel silenzio e nell’oro di quella visione produsse davvero il sibilo e lo schianto del grano mietuto.
Tutto gli fu incredibilmente chiaro, ma per un istante soltanto- Yori, questo era il nome dello Stregone; il suo malvagio potere di dominare le menti attraverso il suono che il suo bastone produceva; la sua inesauribile sete per il dolore e la fragilità degli uomini e il suo disprezzo per le speranze a cui debolmente essi si aggrappavano e che lui, il Misericordioso, alimentava per avvincerli a sé… Stava per comprendere molte altre cose che andavano ben al di là di questo, quando fu come se qualcuno avesse chiuso d’improvviso una porta.
Di quel che aveva intravisto, poco dopo non ricordava già più nulla se non la sensazioni di immensa meraviglia che aveva colmato il suo cuore fino al punto di farlo quasi scoppiare.

Si stropicciò gli occhi: non c’era più luce, adesso. Fu Lai si guardò intorno e vide che era tornato nella piana, ma che non c’era più traccia di orizzonte né di villaggi né di pallidi cavalieri. A terra era disegnato il reticolo del goban; sopra, non c’erano che delle pietre bianche e nere, immobili.
– Sbrigati a fare le tue mosse- sentì una voce alla sua sinistra; poi ci fu uno schianto e, alzando la testa, Fu Lai vide due figure che si libravano nello strano cielo piatto e slavato sopra di lui.
Al di fuori di lui, quelle due creature erano le uniche cose dotate di vita e di colore in quello spazio: le osservò meglio.
Una era qualcosa di contorto e di orrendo: forse un serpente, un insetto? Non era in grado di distinguerlo. Quanto all’altra, beh, direi proprio che quello è un drago, pensò Fu Lai.
– Che mi serva di lezione; d’ora in poi, basta immischiarsi in faccende troppo più grandi di me. E basta soprattutto col dare retta a mia madre!- si disse ad alta voce.

Non so dirvi esattamente cosa accadde poi, in quello strano luogo fra i mondo in cui il sortilegio del Misericordioso Yori aveva trascinato la mente del povero Fu Lai; quel che è certo è che, quando il nostro coraggioso giovanotto si risvegliò, sulla locanda erano scesi il silenzio e la notte.
Con tutta evidenza si era addormentato al tavolo; davanti a lui c’era un goban con le ultime pietre posizionate sulla griglia e una ciotola vuota, con dentro un cucchiaio incrostato di liquido appiccicoso.
Scuotendosi e stiracchiandosi, Fu Lai si grattò la testa: era stato dunque tutto un sogno?
Eppure…
Si alzò e andò al focolare: in un paiolo sospeso sulle braci ormai spente c’era ancora un po’ di liquido; sul fondo galleggiavano alcune piccole sfere di pasta di riso.
Fu Lai ne pescò una e la aprì: il profumo di zucchero e l’odore dolciastro del sangue si diffusero nella stanza.
Si girò verso il tavolo e contò rapidamente le pedine accumulate ai lati del goban.
Aveva vinto.
Ma allora, lo Stregone…
Si avvicinò: di lui, Yori, neanche l’ombra.
Del resto, non c’era neppure il bastone.
E lo straniero che dormiva nell’angolo, dove…?
Senza indugiare oltre, Fu Lai inforcò la porta della locanda in tempo per imbattersi nei suoi genitori che rientravano ridacchiando, le guance arrossate per il freddo e per il troppo liquore di riso che sicuramente lo zio Tiang doveva aver offerto loro in gran copia.
– Disgraziato, dove te ne vai a quest’ora a bighellonare? E non avevi detto che avresti chiuso tu la locanda?- iniziò a sbraitare sua madre.
Fu Lai si girò verso i suoi genitori, fermi sulla soglia; nell’azzurro della sera sembravano statue alle porte di un tempio.
– Vado dal Saggio Cremisi a chiedergli di diventare suo allievo- rispose.
Non perse tempo ad ascoltare la risposta; sapeva che non li avrebbe mai più rivisti.

Lungo la via che scendeva a valle, una figura ammantata procedeva nel buio; si sosteneva a un bastone con dei sonagli di legno e una strana sfera opalescente che spandeva una flebile luce sui ciottoli del sentiero. Dietro di lui, legata a una sottile cordicella intrecciata, lo seguiva mitemente una capretta bianca.
– Ehi, tu, non credi di essertene andato con qualcosa di mio?- chiese una voce dai cespugli lungo la strada.
Il viandante si fermò e la luce proiettata dalla sua curiosa lanterna oscillò intorno a lui.
– Non è esatto; quel che ho preso è anche mio, dato che è stato vinto con il mio aiuto.
Diciamo che l’ho preso in prestito.
Un giovane di circa vent’anni scivolò fuori dal fogliame; respirava affannosamente, come se avesse fatto una gran corsa.
– Sta bene, ma allora voglio qualcosa in cambio.
– Non sei nella posizione di contrattare: ti ho già fatto un grandissimo favore, uno che la mia gente non dovrebbe mai fare alla tua.
– Sciocchezze; il favore ce lo siamo fatti in due, io ti ho aiutato a sconfiggere quella…cosa e tu mi hai aiutato a salvare il mio villaggio; il bastone è fuori da questo calcolo.
Ma dato che non me ne farei nulla, come in effetti devi aver pensato anche tu, mi va bene che l’abbia tu; però io ho un diritto su di esso, e non te lo cederò a titolo di pura gratitudine.
– Per essere un sempliciotto, hai il cervello piuttosto fino- replicò infastidito il viandante.
– Questo lo lascio giudicare a te; ma di sicuro non avrei potuto vincere al gioco del Go, se non me la sapessi cavare abbastanza bene con le strategie.
– Sappi che, prima del mio intervento, stavi perdendo.
– Certamente, quella era una battaglia contro degli esseri magici, non una partita normale.
L’uomo sospirò.
– E va bene, non intendo perdere altro tempo con te, Fu Lai delle montagne di Shi-Ju. Parla, che cosa vuoi da me?
Il ragazzo si avvicinò, entrando nel cerchio di luce.
– Io voglio che tu mi faccia vedere la verità.
– Quale verità?- chiese il viandante; il cappuccio gli copriva la fronte e gli occhi, lasciando scoperta solo la bocca dal taglio sottile, modellata in un’espressione sprezzante.
– La verità che c’è dentro ai tuoi occhi. Ho capito che tu hai questo potere, sai? Quando mi hai guardato, per un attimo, ho avuto l’impressione di comprendere tutti i misteri dell’universo. Mi è sembrato che la realtà fosse solo un’illusione e che, dietro di essa, ci fosse nascosto qualcosa che mi era possibile vedere solo alla luce delle tue pupille.
Voglio tornare a guardare il tuo occhio per un’ultima volta.

Il pellegrino sogghignò; poi, il suo ghigno si trasformò in aperta risata e risuonò a lungo nella quiete delle verdi valli di Shi-Ju.
– Ragazzo, sei fortunato che io non sono Yori- replicò poi l’uomo.
– Perché?- chiese Fu Lai, guardandolo con diffidenza.
– Perché potrei facilmente sbarazzarmi di te e del disturbo che mi stai arrecando, ma non lo faccio. Comunque no, non posso accontentarti: e credimi, è meglio così.
Mentre parlava, il Saggio riprese a camminare, la luce del lume che scorreva sugli alberi lungo il ciglio della strada.
Fu Lai, però, non si arrese; come ormai avrete capito, non ne era il tipo.
– Perché non puoi?
– Perché non sei pronto, e ne moriresti.
– È questo quello che è successo a quella ragazza di cui parlava lo Stregone?

Il viandante tornò a fermarsi, questa volta di scatto; strinse il bastone fino a farsi imbiancare le nocche e poi si girò verso Fu Lai.
– Come osi farmi queste domande, ragazzino umano?
La sua voce somigliava al sibilo di qualcosa che precipiti nelle profondità d’un pozzo senza fondo; Fu Lai rabbrividì e tuttavia si fece coraggio.
– Ho sentito le parole dello Stregone e ho visto qualcosa, mentre guardavo nel tuo occhio; quella donna è morta per causa tua?
Il Saggio sospirò, facendo un evidente sforzo su sé stesso; quando rispose la sua voce era tornata normale, e tuttavia era cupa, era violenta e disperata; per la seconda volta da quando l’aveva incontrato, Fu Lai non poté far a meno di provare pena per lui.
– Sì, per causa mia. Ma c’era qualcuno che avrebbe potuto evitarlo; ed è per trovarlo che ho bisogno di questo bastone, mentre di sicuro non mi serve un ragazzino impertinente fra i piedi. Ed ora lasciami andare, prima che io mi spazientisca e decida di aprire i miei occhi.
Di te non resterebbe che un mucchio di pietre.
– Ma ragiona!- gridò Fu Lai alle sue spalle- come posso tornare a casa, sapendo quello che ho saputo? Come posso tornare alla mia vita di prima, quando so che si può vivere in un altro modo e che quel modo mi mancherà per sempre ed io non potrò mai essere felice altrimenti?

(“Suvvia, Akai. Perché non prendi con te il ragazzo?
Non ha detto forse le stesse, identiche parole che dicesti tu a tuo padre, in quei tempi lontani in cui speravi di poter essere felice come uomo?”
“Non posso portare con me un mortale, Tsuchi. Non posso.”
“Eppure non hai esitato a coinvolgerlo nei tuoi affari privati, nella tua personale guerra contro tuo padre. Ora gli hai mostrato qualcosa che il suo cuore anelerà per il resto dei suoi giorni, proprio come tu anelavi l’amore degli uomini. Mi dispiace, Akai, ma l’infelicità di questo giovane è interamente sotto la tua responsabilità”.
“Sarà comunque infelice, se mi seguirà; vedrà cose che gli spezzeranno il cuore, e forse morirà durante il cammino. Non è meglio per lui rimanere qui, fra queste montagne?”
“Sarà infelice, sì, ma non vivrà come l’unico desto in un mondo di sonnambuli; fra due sventure, non è meglio quella per cui otteniamo qualche spiegazione?
Pensaci bene, Akai: esattamente per chi è meglio che il ragazzo resti qui?
Confido che tu sappia già la risposta”).

– E va bene, va bene. Verrai con me. Ma non ti mettere in testa strane idee.
Fu Lai non credeva alle sue orecchie.
– Allora mi insegnerai i segreti della conoscenza? Mi insegnerai la Verità in modo che io non resti pietrificato al Suo cospetto?
– Ma per chi mi hai preso, ragazzino? Per adesso, tutto quel che farai sarà occuparti della mia capra. E della cucina, quello almeno lo sai fare. Avanti, cammina; e non guardarmi così! Anche se tengo gli occhi chiusi posso vederti lo stesso, sai?

Nel frattempo, nella locanda, la madre di Fu Lai, come suo solito, stava imprecando contro suo figlio e i suoi stravizi- “sempre a giocare d’azzardo; adesso anche con quella specie di santone bambino”.
– E questa che roba è?- borbottò, chinandosi sotto il tavolo: ai piedi della panca su cui prima era seduto lo Stregone era sparso un mucchietto di pietre e di sabbia.
– Che fine ha fatto quel tipo strambo con la capra?- chiese il marito, rientrando dalla stalla con un fascio di fieno da spargere sul pavimento.
– E che vuoi che ne sappia? Comunque, a me non piaceva per niente, se proprio lo vuoi sapere- replicò sua moglie brandendo la scopa.

Qui comincian le avventure di Fu Lai e del suo compagno;
ma che cosa avvenne poi, quella è tutta un’altra storia.
Forse un giorno siederò, squattrinato e senza gloria,
Fra i soldati, le puttane, i mercanti ed i caprai:
Ed allora canterò, sì, cosa accadde ai nostri eroi.
Ma per ora, col permesso di voi illustri ascoltatori
Spenderò in buon cibo e vino il modesto mio guadagno
Dedicando questa sbronza ai fratelli sognatori.

FINE

1 Tavola per il gioco cinese e giapponese del Go (Wéiqí in cinese). Si tratta di un quadrato di formati diversi, solitamente 19×19, 9×9 o 13×13, su cui due giocatori dispongono le proprie pietre (nere e bianche) formando gruppi di pietre collegati fra loro sugli assi verticali e orizzontali.
Il goban equivale a un campo di battaglia dove le pedine si scontrano a gruppi non sistematici.
Le intersezioni fra assi, che consentono al giocatore di mettere altre pietre e alimentare i gruppi, sono dette libertà, ed equivalgono all’idea di un battaglione che possieda delle vie di fuga.
Quante più vie di fuga il battaglione di pietre possiede, tanto più esso è forte.
Le possibili vie di fuga si riducono quanto più si è accerchiati dal nemico: se se ne possiedono almeno due interne al gruppo, si dice che il gruppo di pietre ha “occhi” e pertanto è ancora “vivo”. Un gruppo privo di due occhi è detto “morto”, ed è esposto all’atari, posizione di perdita delle libertà che implica la cattura da parte del nemico (Regole del Go, Wikipedia).

2 Questo è il testo, liberamente modificato e combinato, di due caratteri del libro sapienziale cinese dell’I-Ching; il primo è il carattere n. 50, il Crogiolo o Calderone; il secondo, che, se l’oracolo presenta determinate caratteristiche, si configura come uno sviluppo del carattere 50, è invece il 56, denominato Viandante.

3 Si tratta di una variante del dolce noto come Tāng yuán o Yuanxiao, che consiste di palline di farina di riso ripiene, a seconda della ricetta, di pasta di sesamo e strutto, azuki (fagioli rossi dolci), semplice zucchero di canna cristallizzato o cioccolato. Dolce tradizionalmente servito per la Festa delle Lanterne, nei matrimoni o in tutte le occasioni in cui si sta insieme alla famiglia e agli amici, può essere servito al vapore o nel liquido di cottura. Nei ristoranti cinesi è spesso servito con una copertura di cocco.

4 Nel gioco del Go o Wei Qi il nero, salvo precedenti sconfitte o situazioni di svantaggio, muove per primo.
Fu Lai è colui che propone il gioco, quindi sarà lui a iniziare, lasciando all’avversario le pietre di colore bianco. Ricordo che il colore bianco, nei paesi orientali, è spesso associato al lutto e alla morte e, in generale, a fenomeni ultramondani.

5 Nel Go o Wei Qi deporre una pietra sul goban producendo rumore non è considerato scortese; capita facilmente perché la presa tradizionale della pietra dal sacchetto non è fra pollice e indice opposti, ma fra indice e medio, poggiando la pietra sull’unghia dell’indice e trattenendola con il polpastrello medio.

6 Hoshi, stella; uno dei nove punti marcati sul goban per consentire di orientarvisi meglio.

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