Jundo. Junjo.

Jundo. Junjo1

Questa storia partecipa alla Challenge La notte di Tanabata indetta dal sito Fanwriter. it.
Prompt 8; bonus: 39, 50; conteggio parole: 4.
486
Un sentito ringraziamento a Nat_Matryoshka per aver dissipato i miei dubbi sulla scelta del titolo.

 

旅に病んで夢は枯野をかけ廻る

“Tabi ni yande
yume wa kareno wo
kake meguru”

____________________________

Casa è distaccata dal villaggio, lontana dalla baia.
Si cammina, sì, si cammina su per il pendio, per circa un’ora.
È tutta salita, sebbene non ripida; ci sono molte altre case, ma tutte quante più a nord.
Casa è l’ultima, la più isolata.
Intorno c’è un boschetto di eucalipti, e davanti un piccolo cancello di legno che Ichiyō ha faticato molto a riparare e riverniciare.
Povera Ichiyō, con le sue vecchie morbide ossa.
Buona donna, brava donna. Fedele Ichiyō, uccisa a dicembre dai rigori dell’inverno, prima che lui potesse tornare a casa e rivederla un ultima volta- un’ultima volta rivedere i suoi bianchi capelli quasi ingialliti sopra le tempie, e le sue piccole dita distorte dall’artrite, simili a radici di ninfea.
Radici di ninfea, proprio così: come quelle che crescevano nello stagno ai piedi della collina. Quando erano piccoli, lui e sua sorella Azumi le tormentavano sempre con dei bastoncini per stanarne i girini e le pulci d’acqua.
Ora sembra tutto lontano come millenni fa.
Quando i miei occhi erano vergini. 
Quando la mia anima era vergine.
Tu vegliavi su di me e su Azumi2; i tuoi capelli erano già grigi.

Fa caldo, adesso: è quasi sera, ed è il settimo giorno del settimo mese. L’anno è il 1939.
Sono passati esattamente ventiquattro mesi dall’inizio della guerra3; questa è la prima licenza che gli concedono, e la gran parte l’ha spesa per tornare a casa.
Non ha molto tempo per fermarsi. Poco, sì, ma è quanto basta.
Le scarpe sono pesanti e fanno rumore, calpestando i ciottoli e la sabbia sul sentiero.
Gli alberi intorno sussurrano e lo fissano, e lui li sente, sente il sospiro della sera fra le fronde dei liquidi eucalipti e ode un suono d’acqua da qualche parte dietro di lui.
E sente scricchiolare le cinghie del suo zaino, e tintinnare la zavorra che gli pesa sulle spalle come se vi portasse il cielo…Un tondo cielo nero, pieno di bombe e di fumo e di cose innominabili che non hanno niente, niente a che vedere con questa pace, con questi alberi, con questa terra.
La terra lo giudica facendogli sentire il suono dei suoi passi e del suo corpo e del metallo con cui lo grava: tutti rumori così sgraziati e cruenti, mentre il rumore degli alberi e del vento è così puro e così mite.
Senza peccato.
Naitō Minori4, sembra che dicano, Naitō Minori, tu sei fuori posto.
Tu non appartieni a noi, e se mai ci hai appartenuto ora c’è troppo fango giallo sulle tue suole, troppo sangue sotto le tue unghie.
Sangue e polvere da sparo, e violenza nei tuoi occhi.
Noi non ti vogliamo, Naitō.
Noi non ti vogliamo.

Si ferma per riprendere fiato: manca poco.
Neanche io mi vorrei, pensa.
– Perdonate il disturbo- , mormora. Gli alberi fremono.
Sono così alti e possenti, eppure tremano davanti a lui come bambini.
Come il bambino che ha incontrato meno di un anno fa alle porte del villaggio cinese di Juang Shi: lo ricorda bene, aveva i capelli tagliati a scodella e la frangia gli ricadeva sugli occhi neri, a forma di mandorla. Proprio come i suoi.
Jūn rén? Jūn rén?5”. “Soldato? Sei un soldato?”.
Sì, un soldato. Un soldato giapponese.
Sono un soldato, e tu un bambino.
E ti ho ammazzato prima che lo facessero gli altri.
Se avessi avuto il tempo di crescere e diventare un uomo, avresti saputo perché.
Andarsene guardando negli occhi il tuo assassino, vedi, è meglio che morire stuprato a sei anni. O mentre un jūn rén violenta tua madre e le tue sorelle davanti a te e tu piangi, e anche se sei troppo, troppo piccolo per capire esattamente cosa succede senti, nell’intimo del tuo cuore minuscolo come un usignolo, che tutto questo è irrimediabilmente, mostruosamente sbagliato.
Lo senti come lo sento io, e come lo sentono gli altri. Ma a loro, credo, non importa.
Per questo è molto meglio che tu sia morto subito.
Ma tu, del resto, non lo sai.

Casa è immersa nel silenzio.
Tuttavia, dalla baia, sale a folate un sommesso brusio di voci e di risate che si rifrange contro i tronchi e nell’angusto cortile davanti all’ingresso.
Per un attimo gli sembra di non essere solo: si irrigidisce.
Tende le orecchie, come fa un vecchio cane mezzo sordo quando, alla fine di una lunga giornata, sente rientrare il padrone.
Spia sull’aia e lungo il sentiero le tracce di altri passi oltre ai suoi, ma tutto quel che vede sono due differenti scie di orme: suole chiodate che vengono, piccoli piedi che vanno.
Tutto bene. Non c’è nessuno, sono andate alla festa.
Naitō Minori si volta: il villaggio, da lassù, non è che un palpitare di piccole luci sulla riva del lago. Le luci di Tanabata6.
Sua madre e Azumi saranno certo laggiù fra la folla, con tutti gli altri abitanti: non le ha avvertite del suo ritorno.

Nulla è cambiato, alla fine della salita: la terra bianca picchiettata dalle impronte del pollame, il piccolo pozzo di pietra sbeccata, il patio di legno, gli arnesi da giardino addossati al muro.
C’è persino lo stesso profumo di fiori- ultimi fiori selvatici dell’estate- e lo sgabello intrecciato lasciato accanto alla soglia, là dove un tempo sedeva la vecchia Ichiyō.
Si china a raccogliere un ciottolo da terra, lo infila in tasca.
Lo porterà con sé: porterà con sé qualcosa della sua casa.
Il ciottolo gli lascia le mani impolverate e la pelle secca, ma non importa, le sue dita sono ormai ricoperte di calli ed indurite dalle corde e dal calcio del fucile; forse la sabbia e la terra ammorbidiranno quei calli e li scioglieranno via dai polpastrelli.
Come il primo sole scioglieva la neve sui rami e noi uscivamo rotolando giù per la collina; il lago davanti a noi era azzurro, Azumi, sorella mia.
Non ho più rivisto acque tanto azzurre, nemmeno in Cina. Eppure è così bella.
Ma neanche tu sai di che parlo, vero?

Si siede sul patio: non entrerà in casa con le scarpe, e tanto meno con quelle.
Sono sporche di terra straniera ed hanno calpestato molte cose impure: cose che portano radici di un altro luogo e che trascinano con sé fantasmi, come le briciole e il miele attirano le formiche.
Per cui si accoccola sul basamento e prudentemente, pazientemente, si toglie gli stivali.
Effettivamente sono pieni di sabbia: sabbia giapponese e sabbia di Cina mescolate in parti uguali. Se vi versasse sopra un po’ d’acqua e un po’ di sangue forse potrebbe modellarne un uomo di fango.
Un uomo che possa combattere al suo posto. Uccidere al suo posto.
(Arrivederci a Nanchino7).
Scuote la testa e la sabbia vola via nella sera sempre più luminosa e più profumata.
Il cielo si è riempito di piccole nuvole simili a petali di ciliegio e il lago, adesso, è come un cesto di frutti rossi.
E la luna? Dov’è la luna? Arriverà?
In fondo era piena, pochi giorni fa.

Guarda i suoi piedi: sono avvolti in spesse calze fornite dall’esercito agli inizi della campagna.
Quand’ero bianco lo erano anche le mie calze. Quando mi sono sporcato, loro si sono sporcate con me, pensa, e poiché è a casa questo pensiero (che sarebbe in sé triste e forse anche sciocco) gli sembra buffo, perfino tenero.
Le pietruzze sparse sull’aia s’impigliano nel tessuto e lo penetrano, pungendogli la pelle, e tuttavia questo lo conforta.
Sono a casa. Davvero a casa.
Sorride.
Appoggia gli stivali sulla nuda terra, che non tocchino le fondamenta, e si rimbocca le braghe intorno alle caviglie nodose.
Le calze sono spugnose e rigide, perciò deve tirarle via dai piedi con una tale violenza che alla fine gli dolgono le unghie. Quando ha finito le caccia dentro le scarpe e per un po’ rimane ad ascoltare il vento, gli alberi, lo scricchiolare della casa e il mormorio di Tanabata sotto di lui.

A volte, quando abbassa le palpebre, vede i vecchi pomeriggi di luglio, i piccoli polpastrelli di Azumi, le rughe negli angoli della bocca di sua madre e i campi di erba medica dietro la collina, aspersi di rugiada e fitti di minuscoli fiori.
Ma l’ombra è vicina (l’ombra di Nanchino), così si affretta a riaprire gli occhi prima che i fiori si trasformino in mostri e le rughe in orridi solchi purulenti.
La zavorra pesa e lui ha voglia di tabacco, per cui vince la spossatezza e stancamente si alza.
Gli assi del patio sono tiepidi e gemono sotto il peso di lui e del suo zaino militare; Naitō Minori si avvicina alla soglia in punta di piedi, come un ragazzino. Mentre scosta il fusuma8 la sua mano trema un po’, ma presto il tremito si confonde con lo scorrere dei pannelli dentro i loro binari.
Apre uno spiraglio sulla penombra della casa, ci incastra il viso: c’è odore di riso e di fieno.
(La vecchia Shu-li era povera ma cucinava il riso per tutti: uomini, stranieri, animali. Persino per i Giapponesi.
Ma adesso non più.
Dopo quello che avete fatto, non più).

Lo zaino va posato: per un attimo medita di indossarlo ma, per quanto gli dispiaccia l’idea di adagiarlo sul pavimento della sua casa, spalle e reni invocano il loro riposo.
Il suo corpo è innocente: non ha nessuna colpa di quello che lui gli ha ordinato di fare.
La sua carne, presa separatamente dall’anima che la abita, è pura, è schietta: non conosce che semplicità.
Non c’è peccato nel mite cavallo che pascola l’erba; solo il cavallerizzo sa cosa sia il peccato, eppure…
Sceglie l’angolo più appartato della stanza e vi si accuccia per adagiare il suo carico: le sue membra, ora liberate dal peso, sono attraversate da un brivido di sollievo.
Quando si rialza, la testa gli gira; nelle orecchie c’è un suono lontano, come un frinire di grilli, eppure è tremulo e rauco e a volte gli fa dolere i timpani.
È l’effetto del chinino, unico rimedio alla malaria con la quale l’antica terra di Cina si è vendicata del suo violentatore.
La malaria, amico mio, è democratica, come tutte le epidemie; e la democrazia è il fiore all’occhiello della modernità”.
Sogghigna, Naitō Minori, e si avvicina alla finestra che dà sulla vallata.

Si tasta la giubba: la tabacchiera è ancora lì, incastrata nel taschino anteriore sinistro.
Ci sono due prese di tabacco, le ultime di tanta gloria. Solleva il coperchio: HK, legge, e la sua voce rimbalza sulle stuoie del pavimento, contro gli shōji9 e contro il muro di alberi e vento che circonda la casa.
Hajime Kayaba10.
Prima di partire non fumava: questo è uno dei vizi che ha imparato con la guerra.
La prima volta è stata con lui, con Kayaba, in un locale gremito di soldati.
L’aria era spessa di fumo e pregna di sudore; qualcuno nascosto in un angolo della stanza pestava su un pianoforte scordato una musica d’oltreoceano. Le luci erano troppo basse e troppo gialle.
Nel vociare della soldataglia, Naitō Minori avrebbe potuto giurarlo, si sentivano ogni tanto delle grida di donna. Erano disperate, ma nessuno sembrava farci caso.
Lo avevano spinto in mezzo alla sala dopo avergli fatto ingollare tre o quattro piccoli bicchieri scintillanti.
Le loro facce gli sembravano sempre più gialle e sempre più allungate: si stanno liquefacendo, aveva pensato, reggendosi a fatica sulle gambe, la vista offuscata dall’alcol.
– Avanti, pivello. Tira una boccata- gli aveva abbaiato un soldato.
Era più alto degli altri e portava i capelli raccolti in una coda lucida come tegmine11 di grilli. Lo fissava con i suoi occhi allungati, un sorriso di scherno sulla bocca larga e sottile.
Gli uomini intorno ridevano e applaudivano, e lo guardavano come si guarda un insetto prima di schiacciarlo in un angolo.
Il soldato aveva proteso un braccio e gli aveva stretto una spalla.
– Coraggio, un bel respiro- gli aveva detto, a voce più bassa, fissandolo negli occhi.
E gli aveva passato la sua sigaretta: una sigaretta sottile, con la carta color crema e un’impronta di caffè intorno al filtro.

È morto a Quai Long, di notte, un anno fa. Malaria; così hanno detto.
Naitō Minori ridacchia portandosi il tabacco alle narici.
Malaria, sì, certo.
Sai, Naitō, a volte è meglio che un uomo sappia quando è il suo turno di pagare i debiti dei suoi padri. E forse anche i suoi, gli aveva detto qualche mese prima.
Quella volta erano seduti sui gradini di una casa di gusto occidentale; sopra di loro ardeva un denso tappeto di stelle. Kayaba gli aveva allungato una scatola.
– Tienila tu- aveva detto.
Lui lo aveva guardato senza capire.
– Dove vado non mi serve- aveva aggiunto l’altro.
– Che intendi dire?
– Non vorrai che te lo spieghi, spero.Comunque non occorre che tu ti agiti, non farò nulla di sconsiderato e tanto meno di spettacolare. In realtà è già iniziato. Ho iniziato un anno fa.
– Iniziato cosa? Di che parli?
– Della mia morte, Naitō. E di che altro si parla, in fin dei conti, dal momento in cui si è nati?

È così assorto nei suoi ricordi da non sentire più alcun rumore al di fuori di quelli che risuonano nella sua memoria; così, quando se ne accorge, è semplicemente troppo tardi.
Scricchiolare d’assi, un sospiro, il suono di qualcosa che cade e va in frantumi.
Naitō si gira, un’espressione colpevole sul volto. Fa’ che non sia come penso, fa’ che…
Davanti a lui, sulla soglia, c’è sua madre.
Per terra, scaglie di terracotta: quel che resta di una ciotola ovale.
Si guardano per qualche secondo, lui il cuore gonfio di rimorso, lei vecchia, piccola, gli occhi che luccicano nella penombra.
– Perdonami, io…
Lei non parla: le basta aprire le braccia.
Nel confuso colore del buio, le maniche del suo kimono sono come vele sopra il lago di notte. Naitō si avvicina, incerto.
Lei lo fissa: il viso è severo, ma le labbra tremano e il suo sguardo è umido di dolcezza.
Il ruvido panno militare scivola contro la stoffa della sua bella, vecchia veste- bella, vecchia, odorosa di erba: proprio come lei.
– Sei tornato!
La sua voce è minuta e vibrante e nell’udirla Naitō si sente come un marinaio tenuto per troppo tempo lontano dal mare.
Non dice niente, non ce n’è affatto bisogno: quella voce può, da sola, coprire per quanto basta il ricordo di Nanchino.

Dopo averla aiutata a raccogliere i resti della ciotola si siedono fuori, sul bordo del patio.
Qualche coccio lo ha tagliato fra le dita, dove la pelle è più morbida: ha perso un po’ di sangue e lei gli ha strofinato sulla ferita foglie di artemisia e gliel’ha fasciata con uno scampolo di vecchia stoffa bianca.
Ora non si vede che il riverbero delle stelle sulla ghiaia, e tutto il resto è nero e per orientarsi non ci sono che le costellazioni e il suono dell’erba.
Gli fa delle domande sulla guerra, sulla Cina, ma soprattutto su come ha trascorso questi mesi lontano dalla sua casa e dal Giappone.
Com’è stata la sua salute? Ha riportato molte ferite in battaglia?
Ha trovato degli amici, fra gli altri soldati?
Ha più pensato a Natsuki12, la figlia del vecchio Shimori che vive sulla riva est del lago?
Non si è ancora sposata e nessuno l’ha chiesta in moglie; forse, quando sarà tornato…
Lui risponde a ogni domanda scegliendo parole semplici, che possano sembrare abbastanza sincere mentre le scandisce a bassa voce nella quiete della sera.
Di Nanchino, cioè la cosa che più gli preme e che lo fa sanguinare di ferite per cui non c’è né fasciatura né foglia, non dice nulla. Non può dire nulla.
Il silenzio è penoso; cerca di distrarsi, distogliendo ogni tanto lo sguardo.

Prima di sederglisi accanto lei ha acceso una piccola lampada per illuminare il patio, e ora gli insetti vi danzano intorno e balzano all’indietro, respinti dal suo tenue calore.
Al lume di quell’unica luce Naitō torna continuamente a fissarla, e il viso di lei trasmuta in quelli delle tante donne che ha veduto mentre attraversava lo Jiangsu.
Le donne cinesi dai capelli di seta; le donne dalle mani ritorte. Quelle chine sui campi, ingrossate dalla fatica e deformate dall’acqua; quelle scavate dalla malaria e dalla tubercolosi. Donne belle come fiori di pesco, donne rugose come salici, donne scure come la terra e bianche come è bianca la neve. Giovani, vecchie, bambine.
Donne che i soldati hanno stuprato.
E intanto ridevano.
Ridevamo.
Di nuovo guarda altrove e pensa che lui è come gli insetti e il viso di sua madre è come il lume, e che se la guaderà troppo a lungo finirà per bruciare.

– Sai, ho una cosa qui con me- dice lei, all’improvviso.
Infila una mano nella piega della veste e tira fuori qualcosa.
– Chiudi gli occhi.
– Che cos’è?
– Suvvia, chiudili, ho detto.

Obbedisce, naturalmente. Un brivido gli corre lungo la schiena, ed è la febbricola della sera ma è anche l’euforia di quando era piccolo e spiava dalla collina il ritorno di Ichiyō, che rincasava sempre dal villaggio con qualche stravagante sorpresa nelle tasche del grembiule.
Sente che la madre gli prende la mano e vi depone qualcosa. È leggero.
Fa per chiuderla, ma lei lo ferma, – Fa’ piano, lo rovinerai- gli dice.
Naitō riapre gli occhi: sul palmo destro c’è un foglietto di carta ricoperto di scrittura tremolante.
Guarda sua madre: lei sta sorridendo. Sulle guance incavate le sono comparse, chissà da dove, un paio di fossette che la fanno sembrare una bambina.
– È il tanzaku13 di due feste fa, prima che tu partissi. L’ho tenuto per ricordo e perché ci portasse un po’ di fortuna- sussurra con aria cospiratoria.
Naitō si porta il foglio agli occhi: la sua vista non è più così buona, da quando ha aumentato le dosi14.
Lei intuisce la sua difficoltà, anche se di certo non ne indovina il perché.
– Avevo chiesto che tu tornassi a casa almeno una volta, prima della fine della guerra- spiega – Ed eccoti qui.

Lui inspira lentamente.
Non ci sono né un modo né un momento migliori di altri per dirlo; e poi, è meglio così.
Le stringe la mano mentre le allunga il tanzaku e sorride- uno sciocco sorriso di circostanza, niente di più. Che altro?
– Mamma, io…devo partire.
– Questa notte?
– Questa notte. Ho impiegato molto tempo a venire, sai. Il mare era agitato e non riuscivo mai a salpare. Non sapevo nemmeno se avrei fatto in tempo e…

Il lume si abbassa: la candela si sta consumando e proietta sul patio un cerchio sempre più stretto, sempre più malcerto.
Nella poca luce che ancora rimane gli occhi di lei si fanno splendenti.
Gira in fretta la testa e non gli lascia tempo di replicare.
– Vieni, fra un po’ farà buio. Scriviamone un altro insieme, e poi lo appenderai tu giù in piazza. Io sono stanca, sai: è l’età. E poi, sono sicura che Natzuki è rimasta a chiacchierare con tua sorella; non sarebbe carino se potessi salutarle prima di andar via?

–—————————————-

Giù per la collina, e poi di nuovo su per il versante.
Ora è buio, è tremendamente buio: si vede solo il villaggio.
Non dovreste festeggiare, c’è la guerra. Nelle città non lo fanno, ha detto a sua madre.
Forse non è prudente, è vero, gli ha risposto, ma tutti hanno qualcosa da chiedere, e soltanto questa notte per farlo.
Le ha promesso che appenderà il suo tanzaku al piccolo bambù al centro della piazza, vicino alle rive del lago, e che saluterà Natzuki e sua sorella; sempre che, beninteso, le trovi per quando sarà arrivato.
A presto, mamma, le ha detto: lei lo ha salutato in piedi sulla soglia, piccola, pallida, azzurra.
Si è incamminato giù per il sentiero, verso il paese, finché non è stato abbastanza lontano, e solo allora è faticosamente risalito fuori dal tracciato, aggrappandosi alle zolle e alle radici smosse, oltre la sua casa, verso il bosco e verso una piccola altura a ponente su cui un tempo cresceva un grande albero dalla chioma scura.
I boschi stillano intorno a lui una specie di umido profumo; la luna è piccola come un’unghia e non fa neanche lontanamente luce a sufficienza da illuminare il sottobosco.
Tutto sussurra ed è sveglio, e lo guarda con i freschi occhi della notte.
La mèta è vicina: per raggiungerla, lascia cadere lo zaino in qualche punto fra i rovi.
Con le poche forze contese alla malattia e a giorni di digiuno, Naitō Minori si arrampica in cima al lago, in quell’unico punto di tutta la baia in cui si può abbracciare con un solo sguardo il villaggio, il piccolo molto e la cresta delle colline drappeggiate ai piedi dell’acqua.

Quando finalmente si issa contro la roccia, mani spellate e sassi nelle scarpe, ad attenderlo trova solo un tronco spaccato in due da qualche fulmine caduto durante l’inverno e, vicino, ancora in piedi, un piccolo bambù.
Accende un cerino e si fa luce per ispezionare quel che resta dell’albero.
Mentre si china, la tabacchiera gli scivola dal taschino e si apre, rovesciando a terra l’ultimo avanzo di tabacco.
Sul fondo, fra le briciole di foglie rinsecchite, c’è una scritta sbalzata nel metallo che luccica quando la fiammella la colpisce.
In silenzio, Naitō si allunga per raccoglierla. Un colpo di vento spegne il cerino ed ecco, d’un tratto intorno a lui c’è odore di bruciato, e di sigarette, e di rhum.
Per un attimo sbatte le palpebre: il ronzio nelle orecchie è diventato assordante.

– Hajime-san15?

Uno, due, tre.
Lo scattare di un accendino.
Lo sfrigolare di un filtro acceso.
Naitō si volta: per un attimo il buio è rischiarato da un guizzo azzurro.
Sopra la fiamma, per quanto nello spazio di un secondo, gli riesce di distinguere due lunghi occhi neri, una fronte breve, una stretta bocca, un naso ossuto: poi, di nuovo, non c’è che la notte, e un piccolo punto rosso che brucia a mezz’aria.

– Quel tabacco valeva una fortuna.

Naitō Minori si alza, infila la tabacchiera nella tasca dei pantaloni e aspira il fumo.
Muove qualche passo verso il bordo dello sperone, scalciando quietamente nell’erba alta come se  stesse cercando qualcosa.

– Com’è andata con mammina?

La voce è roca ma gradevole, come il crepitio della sterpaglia sotto le piogge d’agosto.
Le parole sono irridenti, eppure il tono è docile. Più docile di come lo ricordava.

– Bene.

– Hai fatto quello che dovevi?

– Sì. Sì, l’ho fatto.

– E quindi?

– E quindi cosa?

Il vento gonfia la baia e increspa la vecchia fronte del lago.

L’odore di tabacco e di sudore si è fatto penosamente intenso e disperatamente lui lo inspira, e d’un tratto è nel locale giallo con la donna che grida e i soldati che suonano (solo un altro cicchetto, uno soltanto) e poi è sotto un cielo troppo fervido e troppo lontano, nella casa occidentale a Quai Lu dopo il poker con gli americani (Kayaba ha barato, hai barato, vero?), e dopo ancora in un ospedale (lezzo di cloroformio e di formaldeide e poi quel sentore così acre, quel liquido marrone che entra nelle vene e lava via il dolore) e alla fine c’è odore di lino e di oppio e di sudore, di nuovo, e sangue, sangue dappertutto, perché lo facciamo?, perché li ammazziamo?, sono gli ordini, ordini, ordini.

– Hai paura?

Ora tutto è tornato calmo: calmo, e fresco, e azzurro.
Ora è di nuovo in piedi sul baratro, sulla cima del lago, e le luci di Tanabata pigolano quiete proprio laggiù, ai suoi piedi, come tante piccole chiocce con i loro biondi pulcini.

– Di chi dovrei aver paura, Hajime-san? Tu sei morto.

– Non ci sarebbe proprio niente di strano. La gente ha sempre paura dei morti.

A che pro altrimenti, tutte quella stronzate per seppellirli in modo che non tornino dall’aldilà? Per non parlare delle storie di fantasmi.

– Ma sta’ zitto.

In effetti, per un po’, scende il silenzio.
Ma Kayaba non è mai stato molto bravo a demordere, questo no davvero.

– Beh, alla fine hai deciso? Lo farai?

– Certo che lo farò. Lo abbiamo promesso. Volevo solo rivederla un’ultima volta.

Kayaba, o il suo fantasma, non risponde; nell’oscurità o ovunque si trovi, Naitō ne è sicuro, sta annuendo e si stringe il mento con la sinistra. Come ha sempre fatto.

– Non ce l’hai fatta ad ammazzarti col chinino16, eh?

– No- risponde l’altro.

– Beh, non fa niente. Un modo vale l’altro.

Naitō si gira, le spalle verso la baia.
Tira fuori da taschino un foglietto di carta e lo allunga nel buio.

– Che cos’è?

– Un tanzaku. Me lo ha dato mia madre per appenderlo in piazza.

– Un desiderio?- risponde la voce: c’è qualcosa di incuriosito e di canzonatorio, nel suo tono. (Per quanto sia tutto e solo nelle mie orecchie, certo)– Che aspetti? Leggilo.
– Leggilo tu- replica Naitō.

l piccolo punto rosso si avvicina.

– Per essere un’allucinazione- mormora, la mano che trema nelle tenebre- devo dartene atto, sei parecchio realistico.

Il tanzaku prende fuoco: una breve vampata, niente di più, ma abbastanza perché Naitō possa vedere chiaramente il volto di Hajime Kayaba disegnarsi al di là della fiamma.
La risata di Hajime Kayaba- o meglio la risata che le allucinazioni hanno riesumato dalla sua memoria per tormentare lui, Naitō Minori- inghiotte il suono delle cicale.

– C’è una cosa che non mi hai ancora spiegato. Perché il chinino e non la spada?
Perché hai deciso di ucciderti? Mi sembrava che fossi felice, in guerra; che ti sentissi a tuo agio. Non ti sei mai pentito di quello che facevi.

Le ceneri si staccano da quel che rimane del tanzaku e volano via, ma Naitō non le vede.
Alza lo sguardo sopra la sua testa: da qualche parte del cielo, che i suoi occhi non hanno più le forze di mettere a fuoco, Vega, la bella Orihime, e Altair, il suo diletto Hikoboshi, si stanno per congiungere al di là della Via Lattea.

– Dimentichi una cosa: io sono solo un’allucinazione. Non posso sapere più di quello che sai tu.

Naitō Minori abbassa le palpebre: la sua bocca è secca e amara.

– Non mi hai detto cosa c’era scritto sul biglietto.

– “Che mio figlio possa essere per sempre felice fra le braccia del suo amore”. Ecco quel che c’era scritto. Lo sapevi, del resto, no?

Naitō Minori sorride e muove un piede dietro di sé.
L’aria è leggera e profumata di fiori e gli alberi cantano, cantano, cantano.
Nanchino?
Cos’era Nanchino?
Non resta nient’altro che odore di fumo.
Mentre precipita, ha il tempo di estrarre la tabacchiera e leggere per un’ultima volta le parole che vi Hajime ha fatto incidere.

Tabi ni yande
yume wa kareno wo
kake meguru17

FINE

1 純度Jundo: purezza di una sostanza/ di metalli; 純情junjo: purezza, innocenza, verità.
Per la verifica della correttezza e il supporto datomi ringrazio tantissimo Nat_Matryoshka, di cui vi invito a leggere le bellissime fanfiction su Star Wars e American Gods.

2 AZUMI (あずみ) nome femminile; significa “dimora sicura”.

3 La seconda guerra sino-giapponese che, nonostante qualche disaccordo fra storici, si fa convenzionalmente iniziare il il 7 luglio 1937 con l’incidente del ponte di Marco Polo nei pressi di Pechino (uno scontro fra fra truppe giapponesi e cinesi).

4 MINORI (里), nome femminile e maschile il cui carattere significa “verità”. Come nei nomi giapponesi, il nome proprio segue il cognome e così farò per tutto il racconto, salvo specificazioni.

5 军人( jūn,军, militare, armata; rén人, uomo, persona): “soldato” in Mandarino. Questa variante di cinese è parlata nella provincia settentrionale dello Jiangsu, dove si trova appunto Nanchino.

6 Tanabata, una delle cinque festività più importanti in Giappone. Da Wikipedia: “Tanabata (七夕? “settima notte”) è una festa tradizionale giapponese derivata dall’equivalente festival cinese di Qīxī. Celebra il ricongiungimento delle divinità Orihime e Hikoboshi, rappresentanti le stelle Vega e Altair. Secondo la leggenda i due amanti vennero separati dalla Via Lattea, potendosi incontrare solo una volta all’anno, il settimo giorno del settimo mese lunare del calendario lunisolare.”

7 Fra l’inverno del 1937 (probabilmente prima del 13 dicembre 1937, giorno in cui la città cadde in mano all’Esercito Imperiale) e i primi mesi del 1938, Nanchino fu teatro di una serie di impressionanti crimini di guerra perpetrati dai giapponesi ai danni della popolazione civile: le stime delle vittime ammontano a decine di migliaia di morti, forse più di 200.000 secondo il Tribunale internazionale Militare per l’Estremo Oriente. Non si contarono gli stupri ai danni di donne, bambine, bambini e ragazzini che spesso venivano poi impalati o torturati fino alla morte. L’evento, noto come Massacro o Stupro di Nanchino, è ancor oggi argomento scabroso sia nei rapporti internazionali fra Cina e Giappone che nei libri di testo scolastici proposti ai giovani giapponesi. Il massacro di Nanchino costituì il secondo gruppo di capi d’accusa contro le autorità politiche e militari giapponesi durante il processo di Tokyo (3 maggio 1946- 12 novembre 1948) e chiamò in causa non solo gli alti gradi dell’esercito, ma anche i soldati che avevano preso parte alla carneficina o che, semplicemente, non vi si erano opposti (imputazioni n. 54 e 55).

8 Si tratta dei pannelli verticali che fungono da porte nella casa giapponese; in questo caso, è la porta d’ingresso. I fusuma sono inseriti su due binari, kamoi e shikii, rispettivamente binario superiore ed inferiore.

9 障子 shōji, pannelli in carta di riso che fungono da pareti divisorie nella casa tradizionale giapponese.

10 肇HAJIME, nome maschile: significa inizio, primogenito, primo, o genesi, come in questo caso, data la grafia adottata. Le iniziali sono in caratteri romani e l’ordine è nome-cognome, all’inverso di quello usato in Giappone e in questo racconto, segno che era una persona in contatto con gli usi e i costumi occidentali.

11 Tègmine, s. f. pl., ali coriacee degli insetti. Sono brune nei grilli.

12 懐希 NATSUKI, nome femminile che, in questa grafia, significa “speranza, reminiscenza, desiderio”.

13 Foglietti di carta su cui solitamente vengono scritti i desideri che si spera vengano realizzati con il favore degli amanti celesti. Vengono appesi ai rami del bambù e sono uno dei tratti più caratteristici di Tanabata.

14 La cura a base chinino può provocare seri disturbi visivi, talora non reversibili neppure dopo la fine della terapia; fra gli altri sintomi da chinonismo (avvelenamento per chinino) vi sono tinnitus e allucinazioni uditive, allucinazioni visive, vertigini, nausea, crisi cardiovascolari e respiratorie, disordini del sistema nervoso.

15 – san, secondo quanto trovo online, indica un appellativo neutro e rispettoso, che può essere usato anche fra conoscenti per indicare una forma di rispetto e stima che spinge chi lo usa a non ricorrere ad altri appellativi più intimi e familiari. Purtroppo non ho riscontri per l’uso in quegli anni e ho avuto poco tempo per svolgere ricerche. Inoltre, ricordo che di rado è in uso il nome proprio e che quindi il suo utilizzo indica un rapporto estremamente stretto ed informale.

16 Se assunto in dosi eccessive, il chinino è letale.

17 Haiku di Matsuo Bashō (1644-94)
mi sono ammalato in viaggio
i miei sogni vagano
per i campi spogli

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...