Fire Warnings- Pt. 9

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(continua da Fire Warnings- Pt. 8)
Era un momento stupido per farsi venire mente come l’avevo conosciuta.
Del resto non c’era proprio niente d’intelligente che si potesse fare, niente di adatto, e siccome non c’era nemmeno lo cercai.
Che cosa dovevo dire? Cosa dovevo fare? Cosa dovevo pensare?

Mi appesi al muro con le unghie e misi un piede da qualche parte sotto di me: se fosse la spalla o la testa di Black, o qualsiasi altra cosa, non lo ricordo.
Lì per lì non ce la feci a issarmi.
Rimasi un po’ affacciato, la maschera che sbatteva contro il bordo del muro.
Sentii Black che mi scrollava una caviglia, spazientito, così finii di arrampicarmi alla meno peggio e mi misi a sedere sull’orlo, senza staccare gli occhi.
Per qualche minuto subii l’impossibilità di guardare altrove; subii il fatto che lo sguardo fosse diventato pesante e che gli occhi bruciassero perché non riuscivo nemmeno a sbattere le palpebre. Poi, non so neanche io da dove, perché non sono mai stato il tipo da notare certe sottigliezze, mi venne un pensiero: cioè, che non potevo continuare a subire.
Che dovevo dare un significato al mio sguardo. Che dovevo fare qualcosa, proprio io, proprio perché l’avevo deciso e non perché non potevo fare altrimenti.
Così mi misi a guardare con occhi diversi, e finalmente vidi tutto- ogni singola cosa.
Ogni singolo taglio, ogni macchia di sangue incrostato, ogni livido e ogni centimetro di pelle rotta e tumefatta Ogni pezzo di orrore, per dio, ogni pezzo di schifo e di cattiveria che le avevano fatto.
E, quando ebbi guardato bene, quando ebbi guardato tutto e fui sicuro che me ne sarei ricordato, solo allora chiusi gli occhi per un attimo, ricomponendo nella mia testa l’immagine così come l’avevo vista; e poi li riaprii, e guardai di sotto, e davanti a me, fin dove arrivava lo sguardo e fin dove la luna illuminava i mucchi di ossa e i sacchi di carne e tutto il resto, che prima avevo visto, ma senza vedere.

Ricordo che pensai chi è, chi ha fatto tutto questo, e perché gli è stato permesso di farlo?

Ma non ci potevo fare niente: erano domande troppo grandi persino per gente più adulta e migliore di me. Per me, figuriamoci, erano completamente al di fuori della mia portata.
E questo mi fece male, perché in quel momento avrei avuto un gran bisogno di risposte.

Anche se non glie lo dissi né allora né mai, fui molto grato a Black per come mi agguantò un piede, tirandomelo senza troppe cerimonie.
In effetti, servì a riportarmi alla realtà; e la realtà era che avevamo un lavoro da fare, di cui non avevo capito molto ma che ormai avrei portato a termine a qualunque costo.
Quantomeno perché non ci era rimasto nient’altro.

Mi sporsi: Black mi fece segno di aiutarlo da su e io capii subito quel che dovevo fare.
Il muro era profondo circa un metro e mezzo: lei era rannicchiata nell’ombra, riversa su un fianco. La schiena poggiava contro la parete del Fondale e la testa era nascosta nei capelli, in una posa abbastanza innaturale. A dirla tutta, ebbi l’impressione che ce l’avessero messa e non che ci si fosse trovata; in ogni caso, mi avvicinai e cercai di tirarla verso di me, cosa che si rivelò un po’ più complicata del previsto, perché pesava molto più di quello che mi ero aspettato.
In qualche maniera riuscii a staccarla dalla parete quel tanto che bastava per infilarmici io: e da lì, con tutta la cautela di cui ero capace, la spinsi verso l’orlo del parapetto, finché non si inclinò leggermente e rimase sospesa nel vuoto sopra Blackout che, la faccia indecifrabile dietro gli occhialini della maschera, ci aspettava con le braccia alzate e poggiate contro il muro.
Carponi, il boccaglio che m’impacciava i movimenti, cercai di affacciarmi oltre lei e guardare giù, verso il mio compare.
Lui annuì, mostrandomi il pollice alzato: il gesto, nonostante tutto, mi fece venire quasi voglia di sorridere.

– Prendila sotto le ascelle e calamela giù.
– Che cosa?
– Ho detto: prendila sotto le ascelle e calamela giù.
– Pensi che sia facile?
– Certo che no; chi credi che ce l’abbia messa, lì sopra?
– Chiunque sia stato poteva lasciarla di sotto, no?- ribattei con un tono acido.


Me lo immaginai, Black, da solo, con Marion sulle spalle, intento a inerpicarsi come uno scimmione su per il muro; pensai alla fatica che doveva aver fatto e alla fatica che avremmo fatto noi, e questo sali scendi mi sembrò terribilmente assurdo.

Black portò le braccia ai fianchi; anche se non potevo vedere la sua espressione, non ci voleva una cima per capire che l’avevo fatto infuriare.

– Stammi bene a sentire, razza di moccioso, qui non siamo nel Tunnel. Ti ho chiesto di aiutarmi, ed è quello che farai, senza fare storie e senza fare domande, se ci tieni alla pelle.
– Perché se non obbedisco che fai, mi ammazzi?
– Non ce n’è bisogno; qui c’è qualcosa che ci farà fuori entrambi, se non ci muoviamo.

Mi si imperlò la fronte; il cuore rallentò.
– Che intendi? Quale cosa?

Black alzò di nuovo le braccia verso di me.
– Avanti. Niente domande, ho detto. Non avremo niente da temere, se ci spicciamo.

La sua risposta non mi rincuorò per niente.
Del resto, ragionai, il sudore che mi si raffreddava addosso, non potevo fare altro che fidarmi.
Pensai che, se Black era sopravvissuto mentre si arrampicava sul muro per mettere Marion al riparo da qualsiasi cosa si nascondesse in questo inferno, a maggior ragione ce la potevamo fare in due. Inoltre, non potevo neanche escludere che si trattasse di una sua trovata per mettermi pressione e rendermi più docile.
Mentre riflettevo mi tornarono in mente le oscure gallerie che avevamo superato durante la nostra discesa.
Vero o no, non intendevo restare là sotto un solo minuto in più del necessario.
Facendo leva sulle gambe un po’ malferme mi tirai indietro e passai le braccia sotto le ascelle di Marion.
Un bel respiro fondo, vecchio mio, e poi uno, due, tre, issa.


Il busto venne su come una bambola di segnatura; la testa, invece, crollò in basso e di lato, trascinandosi dietro la capigliatura come uno scopettone, cadendo, si trascina dietro il suo straccio. Qualche capello si distaccò dagli altri e fluttuò per qualche secondo in controluce.
Puntando le ginocchia la tirai verso di me in modo da metterla quasi seduta.
Il suo corpo freddo e stopposo finì inavvertitamente pigiato contro di me: senza calore, senza vita. Una spallina le scivolò giù lungo la spalla e trascinò con sé la maglia.
Indossava lo stesso reggiseno nero di quella sera quando l’avevo conosciuta, solo che la sua pelle, adesso, era livida come il cemento.
Distolsi lo sguardo.

Mentre la giravo, le gambe erano slittate giù dal bordo.
Sentii che Black le afferrava.
– Ok, presa. Adesso cerca di spingerla verso di me.
Obbedii, trattenendo il respiro e sforzandomi di guardare dritto davanti a me.
Non era facile. Era inerte e mi trascinava giù con sé. Diverse volte, durante la manovra, rischiai di perdere l’equilibrio. Ogni volta mi riassestavo sulle ginocchia, che oramai mi bruciavano in modo insopportabile, e lei tremava con me, con dei movimenti bruschi, grotteschi, che la squassavano da capo a piedi.
– Ecco, così. Piano- faceva ogni tanto Black.
La sua voce era cambiata: parlava sommessamente, come si parla a un animale o a un bambino spaventato.
Mi sembrò evidente che non si rivolgeva a me.

Poi, non so come, finalmente mi trovai da solo sopra il muro; mi sedetti sui talloni, le mani sopra le braghe.
Sotto di me, Black si stringeva addosso quel che ci era rimasto di Marion.

– Beh, e adesso come conti di farmi scendere?
Black grugnì, infastidito.
– Aspettami qui.
– Ehi, ehi, ehi, frena. Cos’è che dovrei fare?

– Ma sei sordo?
– No, ma neanche scemo.
– A me pare proprio di sì, invece.
– Che ne so che non mi pianti in asso?

Per tutta risposta, lui mi diede le spalle.
Si allontanò inciampando e affondando come una barca sul punto di colare a picco, la testa rossa di Marion reclinata su una spalla e le braccia di lei che gli ciondolavano lungo il corpo.
A vederla così sembra solo ubriaca come la merda, pensai.

Black raggiunse come meglio poteva la sponda del cancello, che era rimasto aperto. Depose Marion sulla banchina, in un punto riparato dal contatto con gli altri corpi; poi, si sfilò il giaccone e ce la avvolse.
Tornò indietro rimboccandosi le maniche della sudicia camicia che portava sotto quella sua palandrana.
Senza dire una parola si chinò, porgendomi la schiena.


Mentre mi sporgevo per balzargli a cavalcioni, non so nemmeno come mi venne da alzare lo sguardo verso le gallerie scavate nel perimetro del Fondale, ormai quasi completamente immerse nell’oscurità. La luna, infatti, stava calando oltre il bordo della conca, e ormai non illuminava nient’altro che il muro metri metri al di sopra le nostre teste.
Mi sembrò che due piccoli punti verdi si accendessero lassù, nelle ombre coagulate fra un pilastro e l’altro.

– Ehi.
– Che c’è?

Buttai un’altra occhiata verso le gallerie: niente. Buie come la morte.

– Mi è passato di mente. Si vede che non era importante.

Black annuì evasivamente e inclinò il busto quel tanto che bastava perché io potessi scivolare a terra.

– E adesso dove andiamo?

Lui si grattò fra i capelli sotto l’elastico che gli teneva su la maschera; dopo di che puntò l’indice verso l’alto, in direzione della scala e delle gallerie.

– Ci serve il Tunnel. E ci servirà anche l’ossigeno.

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