Fire Warnings- Pt. VIII

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(segue da Fire Warnings- Pt VII)

– Ehi, lo so che sei lì. Vieni fuori.

Sono rannicchiato in un angolo.
La stanza in cui sono entrato è buia: ci sono solo una finestra, qui, proprio sulla destra, e, davanti a me, oltre un piccolo frigo con sopra delle scatole e delle cianfrusaglie accatastate in precario equilibrio, una porta aperta.
Da entrambe, la porta e la finestra, entra la luce di un lampione, biancastra.
L’esterno è scuro come l’interno; c’è un forte odore di polvere e di sudore e un profumo ancora più forte che impregna l’aria.
Sulla soglia, nero su bianco, c’è una figura femminile.
È alta e magra, e ha molti capelli. Da qui, controluce, non riesco a vedere di che colore sono, né la faccia che c’è in mezzo.
Calcolo che, se non fosse per questo frigo di merda qua davanti, potrei schizzare fuori dalla porta in un attimo e sparire al fondo della strada; quando ha mosso qualche passetto dentro casa ho sentito rumore di tacchi, e se ha i tacchi è a posto, di sicuro non ce la farà mai a tenermi dietro.
Potrebbe sempre toglierseli, però le ci vorrebbe comunque qualche secondo, il che mi darebbe un bel vantaggio. Ma c’è il frigo e, mi ricordo, un sacco di altre stronzate sparse per terra. Questo posto è terribilmente disordinato e pieno di roba, e rischierei di inciampare.
D’altro canto, se si mette a cercarmi, posso sgattaiolare mentre è dall’altro lato, vicina alla finestra; sì, posso approfittare di un attimo in cui ha mi dà le spalle.
Se mi va veramente male, e ha già capito dove sono, posso sempre buttarla a terra; sono un ragazzino, ma sono forte, e lei è una femmina e per giunta ha quei ridicoli trampoli che giocano a mio favore.
Non è la migliore situazione in cui trovarsi, ma ce la posso fare.
Vorrei poter respirare forte per snebbiarmi la testa da questo profumo, e dal sonno, soprattutto dal sonno; una pessima idea, perché qui dentro c’è un silenzio tombale e, a momenti, mi chiedo se non senta battere e rimbombare il cuore che nel frattempo mi è risalito in gola.
Non è mica la prima volta che mi beccano, beninteso; però, per quanto ci abbia preso la mano, tutte le volte mi agito e non riesco a deglutire.
Finché è durata, penso, è stata una bella storia.

Quando non hai una casa e ti infili in quelle degli altri, e vivacchi con gli avanzi delle loro dispense (o delle loro pattumiere);
quando dormi nei letti degli altri e vedi dove vivono e come, perché in assenza lasciano tutto così com’è e la loro casa, per te, è nuda;
quando pisci dove pisciano loro, e leggi i loro giornaletti porno;
quando fumi i mozziconi che hanno lasciato sul comodino;
ecco, quando fai tutto questo, alla fine, per strano che possa sembrare, ti affezioni.
Il più delle volte non li vedi in faccia ma solo di schiena, quando lasciano l’abitazione che hai puntato per rifugiartici.
Così, conosci tutto, tutto di loro- come piegano le maglie, da che parte mettono il rotolo della carta igienica, quanto dannatamente sporchi sono o, viceversa, quanta paura hanno di topi e scarafaggi- tutto. Tutto meno che la faccia.
Schiene, cassetti di biancheria, l’odore del loro sudore. Ma la faccia no.

Io sono nuovo, di questo quartiere: di lei ho solo sentito parlare.
Il vantaggio è che sta via per giorni e che nessuno sembra aver voglia di infilarsi in casa sua. Di conseguenza, mi aspettavo un immondezzaio; invece, era disordinata ma tutto sommato vivibile.
In un armadietto ho trovato un sacco di giornali vecchi; alcuni risalivano addirittura a prima del Comando.
Cosa strana per questo posto, la dispensa era ben fornita: di gran lunga la migliore che mi sia capitato di svuotare da quando vivo per conto mio.
Per quattro giorni ho campato come un principe: cibo a volontà, sigarette ovunque, riviste piene di figure e un letto con lenzuola fatte di una roba morbida e scivolosa, che mi faceva rabbrividire di piacere quando mi ci infilavo dentro.
Non l’ho mai vista, la padrona di casa. Del resto, ho i miei metodi, così non sono del tutto impreparato.
Si mantiene facendo la puttana di Sopra, mi hanno detto; quanto al resto, l’ho imparato, come si dice, sul campo.
Per esempio, ha una specie di armadio pieni di strani abiti colorati; fuma, e fin qui tutto bene, ma le sigarette sono diverse da quelle che si trovano nei soliti spacci.
In effetti, c’è poco da discutere, sono di qualità migliore; niente saporaccio chimico e, dopo che le hai fumate, niente gola secca. Niente bocca impastata.
Indossa del profumo, e non si tratta certo di quella porcheria dell’Esercito della Salvezza.
Il suo sudore è vagamente acidulo; insieme al profumo e al sentore delle sigarette, quel suo odore impregna le lenzuola.
Quattro giorni sono bastati per fissarmelo nelle narici e adesso, mentre giro lentamente la testa nel buio del mio angolo, non sento nient’altro..
Troppo cibo e troppo riposo, penso; è un miracolo che io abbia sentito il rumore del catenaccio e mi sia svegliato in tempo.
Troppo cibo e troppo riposo.
Troppo lusso, che mi ha rincoglionito per bene.

Lei fa due passi; la sento rovistare accanto alla porta e poi c’è un “clic”.
Qualcosa di giallo e vagamente rotondo si è coagulato laggiù, proprio nell’angolo opposto al mio.
Mi abbasso, la testa sotto la linea del frigo; spero che non mi veda.
Intanto inizio a pensare a una storia strappalacrime, nell’eventualità che il piano A non funzioni.
C’era una buona probabilità che lo facesse, ragiono, ma qui la corrente è poca, la sera, e il frigo dovrebbe succhiarne la maggior parte.
Del resto, di notte me ne sono sempre ben guardato, dall’accendere le luci (o anche soltanto dal provarci); qui, tutti si fanno gli affari loro, ma chissà che a qualche buon samaritano non fosse saltato in testa di venire a controllare.
Mi sarei aspettato una torcia, ecco, quella sì che me la sarei aspettata.
Una lampada da tavolo, francamente no.
La luce proietta sul muro delle macchie irregolari; sicuramente, la lampadina è impiastricciata di polvere e insetti morti.
La quantità di cose impiastricciate, dentro quella casa, è impressionante; si tratta quasi sempre di sostanze colorate, dall’odore appetitoso ma che, come ho scoperto, non sono apparentemente commestibili.
In altri casi, si tratta di un materiale colloso che ho trovato dentro a dei barattoli aperti: sopra, un’etichetta piena di ditate recitava: “Ciliegie”.
Come ho constatato, quest’ultimo composto è invece perfettamente commestibile.
Cerco di distrarmi con questi pensieri, mentre striscio verso il frigo e mi appiattisco contro il radiatore.
Sento il rumore della lampadina che ronza come un moscerino, e il fruscio dei suoi vestiti mentre si muove con calma, come se la mia presenza non la disturbasse affatto.
Due colpi secchi, e sbircio cautamente dal fianco del frigo.
Si è tolta le scarpe e le ha buttate in giro per la stanza.
La porta è aperta.
Sento altri rumori: un accendino, il tabacco che prende fuoco e il suo sospiro mentre inghiotte il fumo.

– Ehi, ragazzino, guarda che lo so che sei là dietro. Falla un po’ finita e vieni fuori.

Ho già sentito quelle parole.
La prima volta che qualcuno me le ha dette, il suo tono era gentile.
Quindi, ci ho creduto; le botte che ho preso dopo mi hanno lasciato mezzo morto per una settimana.
Nessun problema, mi sono detto non appena sono riuscito a pensare di nuovo, ho imparato la lezione; non ci cascherò un’altra volta.

Oggi non è diverso, mi dico, e mentre me lo dico vengo fuori, ma più lentamente di come dovrei.
È proprio questo il momento in cui devo prendere e scappare a gambe levate; è la mia unica occasione e la sto bruciando così.
Perché sono curioso, e voglio vedere se è come me l’ero immaginata.
Nella mia testa ce l’ho, una scusa: sono sicuro che ci metterò un attimo a schizzare fuori, se le cose si mettono male.
In realtà, se la fisica è la fisica ( e per quanto io sia ignorante mi risulta che sia così) no, non ce la farei mai. Potrebbe tirarmi un oggetto pesante, persino spararmi; le armi non sono difficili da trovare, da quando hanno limitato la Vigilanza al perimetro del Cubo.
La scatole piene di strampalato ciarpame pre-comandatista mi occludono la visuale; vedo il muro illuminato dalla lampadina, vedo la porta aperta sulla strada buia da cui provengono zaffate di piscio, vedo la roba sparsa per terra o accatastata su mobiletti improvvisati, e vedo i suoi piedi.
Mi sporgo un po’: attaccate ai piedi ci sono le gambe; le avvolge una stoffa velata di cui non conosco il nome.

Quando faccio capolino da dietro il frigo, ormai completamente esposto a qualsiasi proiettile più o meno improvvisato con cui deciderà di bersagliarmi, lei è stravaccata su una specie di poltrona ricoperta da un telo colorato che ha visto giorni migliori.
Indossa una gonna stretta e corta che si ferma poco sopra al ginocchio, e una camicia aderente, tutte e due rosa pallido.
Si è rimboccata le maniche e ha slacciato i primi due bottoni della camicia: posso intravedere un pezzo di tessuto scuro e traforato e, sotto, la sua pelle.
È bianca.
La luce della lampadina si riflette sulla stoffa lucida della gonna e sui capelli, una nuvola rossa che le esplode attorno alla testa.
Fuma, il gomito appoggiato su un comodino sul quale sono impilati, in ordine sparso, vecchie riviste sbiadite, piatti sporchi, un posacenere con la cenere incrostata sul fondo e degli oggetti quadrati e sottili. Ne ho già visti altri, in giro per casa; li tiene appesi alle pareti.
La guardo bene, aspettandomi che la mano senza sigaretta mi punti contro un blaster o qualche altro aggeggio di quel genere.
Invece, sta armeggiando con una strana valigia di stoffa.
Quando la apre, sento un suono soffocato: qualcosa fuoriesce da un lato della valigia.
È un gatto.
Scende dal bracciolo della poltrona e si siede ai suoi piedi.
Lei gli dà un colpetto con il dorso del piede sinistro.

– Beh, che devi fare? Resti o te ne vai?

Non so se ce l’abbia con me o con il gatto, quindi mi limito a fissarla; e credo- credo, perché non posso vedermi allo specchio- di avere un’espressione talmente imbambolata che nemmeno il lerciume sulla mia faccia riuscirebbe a mascherarla.
Il che, immagino, spiega la risatina con cui scopre una fila di dentini bianchi e aguzzi, per non parlare dell’attitudine divertita con la quale sprofonda sempre più a suo agio dentro la poltrona.

– Se non vuoi andartene, per me fa lo stesso. In quel caso, però, chiudi la porta; adesso non mi va di avere compagnia.

Le obbedisco. Maledizione, le obbedisco.
Mentre passo davanti a lei, il gatto mi guarda con un’aria poco amichevole.
Poi, si alza e trotterella verso di me, sgusciando attraverso lo spiraglio fra stipite e porta prima che io abbia il tempo di sbarrargli la strada.

– È…è scappato- dico, stringendo il catenaccio arrugginito che funge allo stesso tempo da maniglia e serratura.

– Lascialo perdere. Tornerà.

Faccio del mio meglio per infilare il catena dentro le guide, incuneate nella lamiera con delle strane grappette di ferro che le fanno somigliare a una specie particolarmente brutta di ragni.
Ho le mani sudate.
Sento che mi sta osservando.

– E così, Bucky ci aveva visto giusto.
Aggrotto le sopracciglia e continuo ad armeggiare con la catena.
Di cosa sta parlando? Non ne ho la più pallida idea.
Sento che aspira il fumo e allunga le gambe sul pavimento.
– Mi aveva avvertito che c’era una blatta ma, francamente, non potevo giurarci.
Ogni tanto si fa prendere dagli eccessi di zelo. E poi, avevo da fare.

La blatta, naturalmente, sono io; è così che si chiamano i tipi come me, che si approfittano della gente ed entrano nelle case in assenza del legittimo proprietario.
Non è esattamente la stessa cosa di un topo d’appartamento: il nostro principale obiettivo non è rubare ma mettere qualcosa sotto i denti e, soprattutto, non dormire per strada.
Sì, è vero: se troviamo qualche soldo da farci scivolare in tasca non ci sputiamo sopra.
Mi sembra legittimo. Ma non è quello il punto.
Del resto, penso, non è il momento di andare per il sottile.

– Quanti anni hai?
Le faccio segno: due mani aperte, poi solo un indice alzato.
– Undici. Un po’ troppo giovane, per raccattare mozziconi.
Inclina verso di me il posacenere; quattro giorni fa era pieno di fondi di sigaretta, gialli e attorcigliati intorno al filtro.
Alzo le spalle.
– Ogni generazione è più precoce della precedente. Tieni – mi allunga la sigaretta che sta fumando e che ora è quasi a metà- Per avermi fatto sentire vecchia.

Faccio qualche passo, prendo la sigaretta, me la infilo in bocca; mio malgrado, non riesco a trattenere un sospiro di sollievo.
Lei si alza e mi dà le spalle, armeggiando con qualcosa dentro una piccola borsa bianca.

– Non ho mai conosciuto nessuno che fosse contento di sentirsi vecchio.
Lei si gira e mi sorride: un sorriso sghembo, che non credo di aver mai visto su altre labbra a parte le sue, pitturate di un rosso che sembra uscito dai suoi barattoli di “Ciliegie”.
– Ma allora ce l’hai, una lingua. È vero- torna a girarsi, tira fuori qualcosa di bianco e lo appallottola in un pugno. Cerco di sbirciare: non vedo molto- a nessuno piace.

Ma per me è diverso: con il mio lavoro, la maggior parte della gente che frequento è molto più grande di me. Ti dirò, mi sta bene così: di solito, si guadagna bene e si fatica poco. Ogni tanto fa piacere poter guardare qualcuno dall’alto in basso. Oh, dio, non che non lo faccia, a volte…- e ride in un modo che mi fa sentire escluso anche se non capisco perché.
Si allontana senza guardarmi e scivola dietro il frigo: oltre lo stipite di muratura sbeccata, oltre la tenda di stoffa arancione, cosparsa di bruciature di sigaretta e di non so quali altre macchie colorate.
– Ehi- sento la sua voce arrivare leggermente attutita, insieme ad altri rumori di roba che cade a terra- non è che hai fatto cose strane nel mio letto, vero?
Non rispondo.

– Beh, spero proprio di no. Non entrare, per favore.
Mi avvicino alla barricata che mi separa dalla sua stanza da letto.
C’è un mobile bianco con degli sportelli scuri, ricoperti di ruggine; c’è un tavolo con un piano inclinato, di plastica, che, un tempo, doveva essere trasparente.
Sotto, per quanto la plastica sia ormai bianca di polvere e graffi, intravedo una pista in miniatura, lastricata di simboli e di strane scritte colorate: “England”, “Italy”, “France”. Ci sono buffi pupazzetti incollati ai lati e, in cima, da un grosso disco grigiastro fuoriescono strani esseri verdastri. Stringono delle specie di blaster.
Su un fianco, mezza scrostata, faticosamente leggo la scritta: “ A**ack f**m Mars”1.

La tipa ci sta mettendo un po’; mi alzo sulle punte, oltre le scatole ammassate sopra il mobile arrugginito, e cerco di sbirciare nella striscia di luce rossastra fra lo stipite e la tenda.
– Guarda che ti vedo.
Una vampata del suo profumo mi investe mentre esce dalla stanza; adesso indossa una lunga camicia bianca stretta in vita da una cintura di stoffa.
I capelli le arrivano fino alla vita; quando mi si avvicina e si china su quella specie di assurdo trabiccolo alcune ciocche mi sfiorano la mano.

– Ti piace?-
– Che cos’è?

– Un gioco. Un gioco che giocavano moltissimi anni fa. Ti farei vedere come funziona, ma bisogna attaccarlo alla corrente e adesso non mi va. La prossima volta, magari.

Si allontana, apre lo sportello arrugginito del frigorifero e ci si accuccia davanti.
– Vediamo un po’ quanto ti sei divertito in mia assenza. Spero proprio che tu mi abbia lasciato qualcosa; ho una fame da lupi.

Per la prima volta da quando ho lasciato quella che era casa mia e ho iniziato a vivere in strada, torno a provare una sensazione di vergogna.
Mi vergogno di essermi infilato in casa sua spaccando il telaio della finestra.
Mi vergogno di essermi sdraiato sulla sua poltrona.

Mi vergogno di aver saccheggiato la sua dispensa e infilato le mani nei suoi barattoli, mani non sempre propriamente pulite.
Mi vergogno moltissimo di aver dormito fra le sue lenzuola, e anche di tutto il resto.
Per un attimo, mi sfiora l’impressione che ci sia qualcosa, qualcosa che non vedo ma che è proprio lì, sotto il mio naso.
Come quando ti alzi per fare una cosa e dopo qualche passo non te la ricordi più; o come quando ti viene in mente una parola e poi, il secondo dopo, puff!, è scomparsa. Da mandarti ai matti.

– Comunque, il mio nome è Marion. Sempre che non lo sapessi già, ovviamente.
Che ne dici, te ne stai lì impalato o mi aiuti a finire quel poco che mi hai lasciato?

Si è seduta a terra, davanti alla poltrona, le gambe incrociate e due scatolette di carne in grembo.
Le vene verdastre sono ben evidenti lungo l’osso dello stinco. Le cosce sono ricoperte di una finissima peluria ramata: sarebbe del tutto invisibile, se la luce non la facesse scintillare ogni tanto con minuscoli barbagli.
Vedendo che non mi muovo, Marion alza le spalle e inizia ad aprire una delle scatolette bloccandola con le gambe.
L’odore chimico della gelatina mi fa arricciare il naso e brontolare lo stomaco.

– Vediamo se indovino cosa pensi. Sono abbastanza sicura di prenderci perché, sai, solo qualche anno fa c’ero io al tuo posto.

Mentre mi parla, armeggia con la linguetta di alluminio assicurata al coperchio della scatola: le si è quasi spezzata fra le dita.

– Probabilmente pensi che io sia molto stupida, molto falsa, o molto stramba.
È vero, dovrei essere arrabbiata con te, lo so perfettamente, e non nego che mi dia un po’ fastidio sapere che ti sei fatto le seghe sul mio materasso, e poi magari hai anche messo le dita nella mia marmellata. In questo preciso ordine, perché no.

Alza gli occhi e mi guarda; io, invece, non sono abbastanza furbo e li abbasso.

– Sai, dopo un po’ che mi conosce la gente decide che sa tutto di me; che sono un libro aperto. “Marion è tanto buona, dà una mano a tutti. Sicuramente ha avuto un’infanzia difficile. Sicuramente soffre di carenza d’affetto, ed è per questo che non si tira mai indietro. È per questo che fa la puttana”.
Beh, mi dispiace molto per loro, ma non è affatto quello il motivo.
Faccio la puttana perché è un buon lavoro; faccio la puttana perché fatico poco e guadagno molto, e i soldi che prendo valgono la pena di tapparsi il naso o far finta di non vedere. Forse potrei trovare qualcos’altro ma, semplicemente, non mi va.
È questione di costi-benefici: niente di più, niente di meno.
Quanto alla ragione per cui non ti caccio a pedate, non è perché sono buona o perché non so farmi rispettare, o per chissà che altro motivo tu e tutti gli altri vi possiate far saltare in testa quando non avete nient’altro di meglio da fare.
In ogni caso, però, sono affari miei; tu e gli altri non c’entrate niente.
Per cui, non fare domande e soprattutto non provare a fare lo psicologo da due soldi con me. Resta fuori dalla mia testa e andremo d’amore e d’accordo. Intesi?

Mi guarda di traverso e sotto una ciocca di capelli che le è scivolata sulla fonte e io annuisco,lentamente: come mi hanno insegnato a fare con la gente un po’ tocca.
Mi è venuta una gran fame e sono piuttosto confuso: in questo momento, mi terrei fuori da qualsiasi cosa non sia un letto.
Marion posa la scatola a terra: è riuscita ad aprirla ma si è tagliata con il bordo di latta.
Imprecando a mezza voce aggrotta la fronte e si spreme il sangue dalla ferita: la pelle intorno al taglio diventa ancor più pallida, finché non la vedo scomparire dentro la rossa fessura delle sue labbra.
Per un po’ si succhia il dito, con forza, quasi con rabbia, lo sguardo perso in un punto indistinto non so se della sua gamba sinistra o del piancito.
Poi, all’improvviso, solleva la fronte, tutta allegra.

– Fine della predica! – annuncia- Su, muoviti. Quell’idiota di un maggiore è un pazzo fissato, “niente olovid qui, niente olovid lì”. Sono cinque giorni che non la guardo e oggi c’è il mio programma preferito.

Mi arrendo all’evidenza: questa è completamente sciroccata.

– Sarebbe?- chiedo, sedendomi vicino a lei.

Marion allarga le gambe e si appiattisce a terra, la schiena inarcata come se fosse fatta di gomma; allunga un braccio sotto la poltrona e fruga per qualche secondo prima di ripescare una specie di scatoletta scura con un pulsante al centro, tutta avvolta di grumi di polvere, peli biancastri e grovigli di riccioli rossi.

– Sexdroids versus Robokiller2, che altro?

1 Attack from Mars è un gioco per flipper prodotto nel dicembre 1995 dalla Midway Manifacturing Company di Chicago, la stessa del fortunato Elvira and the Party Monster (agosto 1989) La sua uscita precede di un anno il film Mars Attacks! di Tim Burton ma i due progetti non hanno relazione. Per chi è appassionato di flipper, un esemplare funzionate e accessibile al pubblico si trova a Pomezia (RM) in un pub della cittadina che mi è capitato di visitare mentre scrivevo questo capitolo. La storia è ambientata nel 3065; il protagonista è ignaro di trovarsi di fronte a un cimelio storico paragonabile praticamente a ciò che per noi sarebbe, oggi, un oggetto dell’epoca carolingia.

2 Il nome non è farina del mi sacco; ringrazio il mio compagno, più esperto di me nel trash, per avermelo fornito.

(segue…)

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