Fire Warnings- Pt. 6

gas-mask-in-shadow-1485193480t2n(segue da Fire warnings- Pt. 5)

C’era molta luce, là dentro. Molta di più di quella a cui mi ero abituato.
La maschera ne filtrava parecchia, però; quindi, penso di aver strizzato le palpebre più per la sorpresa che per altro.
La prima cosa di cui mi accorsi, dopo la luce, fu la ringhiera: era a circa tre passi da me.
Cercai con gli occhi Blackout. Se ne stava a sinistra, addossato alla parete; per via della maschera e della luce, che era allo stesso tempo bianca e azzurra, la sua faccia sembrava quella di una mosca.
Non potevo minimamente vedere la sua espressione, ma mi fece un cenno con la testa e si avvicinò alla ringhiera.
Lo imitai e abbrancai saldamente il corrimano; il ferro tremò insieme a me.

Curiosamente, non guardai subito di sotto, e neanche sopra; ero troppo preso da quello che avevo davanti.

Oltre il parapetto, il perimetro dell’ambiente disegnava un perfetto cerchio, dal diametro di decine e decine di metri.
Dall’altra parte c’era, prevedibilmente, un’altra ringhiera, ma il muro non era piatto come quello che avevamo alle spalle: distinsi una galleria con dei pilastri.
Oltre, non potevo vedere: il contrasto fra luce ed ombra era troppo forte, per cui le arcate erano avvolte nel buio più profondo.
Quanto ai pilastri, erano altissimi; così alti che l’intera faccenda, vista da questa parte e con quella strana luce, somigliava a una grandissima bocca con dei lunghi denti bianchi digrignati.
Mi venne spontaneo cercare dove finissero, e così alzai la testa.
Penso di essermi attaccato alla ringhiera con tutte le forze che avevo, perché, dopo poco, i tendini iniziarono a farmi un male cane e dovetti allentare la presa.
Sopra di noi c’era un cerchio perfettamente rotondo. Una metà era bianca; l’altra, scura.
Ci misi un po’ a processare.
Andiamo, dai. Non può essere.


Ma quella che scendeva giù dal cerchio, e sfiorava le poche dita di pelle nuda fra l’orlo della maschera e l’attaccatura dei miei capelli, era indubbiamente aria; e quella che sentivo sulle nocche, anche quella lo era.
Non l’aria umida e compatta dei dotti di ventilazione, e nemmeno le correnti convettive che si producevano agli snodi fra un dotto e l’altro, e neanche, credo, l’aria che, si diceva, circolava nei quartieri di Sopra, pura e priva di odori.
Lasciai il mancorrente e allungai una mano nel vuoto: era la prima volta che toccavo l’aria della terra, e la sensazione era completamente diversa da quella che conoscevo.
Era asciutta, più rarefatta, e trasportava granelli di sabbia che mi graffiavano la pelle.

Tornai a guardare in su: il cerchio non era nient’altro che il perimetro della stanza, che era scoperchiata, e la luce lattiginosa che colava da sopra l’orlo doveva essere…

Mi sporsi leggermente per vedere meglio. Il braccio di Blackout mi si parò davanti e mi respinse indietro.
Allora, finalmente, guardai giù.
Sotto di noi- saranno stati, che so, più o meno venti metri- si distinguevano altri piani aperti nelle pareti.
Una scala seguiva il muro, la stessa scala che avevo intravisto senza notarla davvero appena ero entrato: iniziava dal ballatoio dal quale ci stavamo affacciando e scendeva fino a pochi metri dal fondo.
Poi, si fermava su una specie di banchina di ferro: i barbagli del metallo arrivavano fino a noi.
La banchina era protetta da una rete e finiva in un cancelletto.
Oltre, qualsiasi cosa ci fosse stata, non si vedeva: era nascosta sotto un tappeto di cadaveri, e da lì all’altro capo della conca, metri e metri sotto i nostri piedi e sotto la fitta griglia di ferro su cui poggiavano, non c’era altro che cadaveri.

Non li vedevo bene, da questa distanza, ma nella metà in luce del cerchio, quasi addossati alla rete della banchina, si distinguevano delle braccia, e dei piedi, e credo anche qualche testa.
Rimasi per un bel pezzo a guardare quella povera insalata di corpi, immobile sotto di me.
Blackout non si muoveva. Chissà quanti ne aveva visti lui, con il suo lavoro; probabilmente non lo impressionavano più, oramai.
Alla fine parlai; se non altro, per scrollarmi di dosso tutta quella morte.

– Da uno a dieci, quanto sono fottuto, se mi tolgo il filtro?
Lui si girò. Sembrò sorpreso.
Poi, sentii la sua voce uscire dall’apparato ancora più cavernosa del solito; rimbombava nel vuoto.
Ridacchiò.
– Venticinque.

Dato che ormai non c’era altro da fare, ci avviammo per le scale.

(segue…)

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