Le mutande di Biancaneve: i racconti di Andrzej Sapkowski

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Ho appena finito (per la seconda volta) Il Guardiano degli innocenti e, anche dopo una seconda lettura, continuo a pensare che, almeno in Italia, Andrzej Sapkowski, non sia famoso quanto merita.

Qualcuno ha sentito parlare della fortunatissima (e bellissima) saga videoludica The Witcher?
Beh, sappiate che sto parlando del papà di Geralt di Rivia, lo strigo che ne è il protagonista.

Lo scrittore polacco esordisce nel lontano 1986 con una serie di racconti, la cui pubblicazione sulla rivista settoriale Fantastyka si protrae fino al 1990.
Nel 1990, i primi cinque racconti vengono pubblicati in un’edizione che circola solo in Polonia e viene tradotta in ceco, Wiedźmin (Lo strigo).
Di questi cinque, quattro racconti vengono estrapolati e inseriti dentro una cornice narrativa (La voce della ragione): sono Lo strigo, Un briciolo di verità, Il male minore e Una questione di prezzo, al quale vengono aggiunti Il confine del mondo e L’ultimo desiderio.
Così nasce la raccolta che, in Italia, conosciamo come Il Guardiano degli Innocenti, pubblicata nel 1993 e tradotta da noi nel 2010 dalla sempre benemerita Editrice Nord.I racconti, come vi dicevo, sono incastonati dentro una narrazione che ne costituisce il filo conduttore; il nesso non è sempre evidente, ma per lo più i racconti spiegano, ampliano e danno profondità alla storia principale.
Geralt, il picaresco protagonista, è uno strigo, un mutante.
Deve la sua natura all’estenuante addestramento ricevuto dal proprio ordine, che lo ha reso sterile e metaumano.
Del resto, gli ha anche dato gli strumenti necessari a combattere mostri e creature magiche che infestano la terra.
Lavora come mercenario, girando i villaggi in cerca di mostri da uccidere o scacciare, in un mondo ispirato alla Polonia due-trecentesca.
Occasionalmente, lo accompagnano Rutilia, una cavalla dotata di maggior buon senso del suo padrone, e Ranuncolo, bardo di chiara fama e robusti appetiti alimentari e sessuali.
Non si può certo che le cose gli vadano alla grande, però.
Geralt sperimenta l’ostracismo della gente, che lo accomuna ai mostri di cui si occupa; vive avventure più o meno tragicomiche, a contatto con sospettosi villici dalle scarpe grosse e dal cervello non sempre fino; un giorno fa la fame e quello dopo (beh, parecchi giorni dopo, in realtà) siede al desco re e regine, presi nei loro disegni di potere e di vendetta.
Intanto, il mondo, inesorabilmente, cambia, mentre la sua stirpe, la stirpe degli strighi, lentamente muore, ponendo paradossalmente fine a sé stessa proprio nel momento in cui svolge il suo servizio alla comunità.

Sapkowski è uno scrittore che non spreca molte parole nelle descrizioni: nella gran parte dei casi, sappiamo a stento che aspetto abbiano i personaggi, anche se, lo ammetto, leggendo Il guardiano mi sono fatta un bel vocabolario ornitologico ed erboristico.
Ma la sua acutezza è spiazzante, e il grosso del lavoro lo fa con dei dialoghi degni di western e noir, pieni di arguzia, pieni di autenticità, divertenti, sferzanti e…amari.

Amari, dico, perché Geralt è un personaggio disincantato; un uomo buono, con i suoi limiti ed i suoi difetti, e un’inveterata vocazione a una saggia neutralità nei confronti di umani e non umani.
Ma il suo sguardo sul mondo, anche se offuscato dalla malinconia, dalla solitudine e da un certo cinismo (più una posa, di cui lui è convinto, ma a cui nessuno di quelli che gli sono davvero amici crede) è uno sguardo dotato di calore umano.
Uno sguardo che mette perfettamente a fuoco ignoranza, meschineria, ed i molti rapporti di forza della storia- quantomeno di quella europea.
E lo fa senza appesantire, lasciando sempre la porta aperta alla risata o alla commozione.
Le sue storie sono spesso delle riletture di grandi archetipi fantastici: la Bella e la Bestia, Biancaneve, Aladdin.

Il problema (o, meglio, il pregio) è che Sapkowski sa rileggere le storie in maniera così inaspettata che, all’improvviso, non si tratta più di favole per bambini, e neanche di metafore storicizzate.
Anzi, Sapkowski fa proprio il contrario di molti autori moderni che si sono cimentati in un compito simile: dà alla favola la misura del più letterale realismo, con risultati che vanno dall’esilarante al tragico, come nella sua versione di Biancaneve, una principessa ingiustamente diseredata che si trasforma in una spietata vendicatrice, sì…ma in mutande di batista.
Sto parlando de Il male minore, un racconto che vi consiglio di leggere con attenzione, perché contiene molto dello spirito del nostro strigo, e perché pone un problema fondamentale per tutta la Saga di Geralt di Rivia (tra l’altro, giocando a The Witcher II- Assassin of Kings, direi che il tema investe sia i libri che i giochi, ispirati a questi ultimi e scritti con l’aiuto dell’autore, ma che non seguono alla lettera la trama di racconti e romanzi).

La domanda che si fa Geralt davanti alla sua Biancaneve, la straordinaria Averla, ma che si trascinerà dietro per tutto il libro anche quando non la esprime, è vecchia come il mondo.
Eppure, è ancora giovane, è viva, e non fa meno male di quando è stata posta la prima volta.

Quale domanda, dite?
Beh, questo lo scoprirete voi, spero, perché Il guardiano degli Innocenti merita davvero il tempo che si spende a leggerlo (e rileggerlo).
Lo spero anche perché Sapkowski è uno scrittore con i fiocchi, capace di intrattenere, sì, ma soprattutto di costruire una saga che, dietro al fantasy, nasconde, come spesso accade per gli scrittori di grande statura come Martin, un pensiero autenticamente politico.
Politico come la vera politica, ossia, la riflessione su come possa e debba vivere l’uomo, che trova nella comunità dei suoi simili lo spazio in cui realizzare un giardino di sapienza e di rispetto o, come è più spesso accaduto, un’arena di rovine insanguinate, dove la bellezza e lo spirito sbiadiscono, e resta in piedi solo la legge del più forte.

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