Volpe

volpe

Lo chiamavamo Caino. Meritava quel soprannome.
Era gretto, meschino e violento, ma per fare il suo lavoro non aveva rivali.

Quando mi sveglio, la luce filtra dalle persiane.
Ha un colore meraviglioso ed è inadatto alla mia stanza- un posto spoglio e triste, persino per me. Non ho molte esigenze, davvero, e, al momento, nessun desiderio, nessun vincolo; mi bastano un divano letto con una fodera monocolore, un tavolo abbastanza solido da stare in piedi, una sedia altrettanto spartana, poche stoviglie a buon mercato e un armadio.
I precedenti inquilini hanno lasciato dei poster di cattivo gusto, quelle cose da ragazzi alternativi, attaccate senza troppi convenevoli al muro con dei grossi pezzi di scotch.
Adesso, il sole li ha scoloriti e sono ancora più sciatti di come dovevano sembrare appena messi. Prima di dormire, ho apparecchiato: un piatto e un bicchiere. Anche quello è un malconcio lascito dei miei predecessori- un tentato addomesticamento, per far sembrare questo posto un po’ meno di passaggio e un po’ più familiare. Sul vetro del bicchiere, molti lavaggi fa, c’era un pupazzo a forma di gatto, un cartone di cui adesso non mi viene il nome.
Un raggio lo ha incendiato ed ora risplende, finché non sarà notte oltre le case.

Mi alzo.
Non ci vorrà molto a prepararsi: mi so organizzare.
La cena è già pronta nel frigo da campo.
Mentre la riscaldo sulla bomboletta portatile, sistemo il copri-divano, una vecchia tenda color porpora.
Tiro su le persiane e cambio aria; la città sta scivolando nell’ombra. Conosco bene lo spettacolo ma mi affascina sempre nello stesso modo.
Mentre io inizio a vivere, la maggioranza si ritira in famiglia e quello che rimane sono, per lo più, persone in cerca di divertimento.
Il tempo è mite: non viaggerò per strade deserte.

Per i pochi minuti in cui il cemento rilascia il tepore accumulato durante la giornata, aprile mi investe: profuma, più dolce di quello che posso sopportare.
Resto affacciato ancora qualche minuto, annuso l’aria tiepida e ascolto la risacca che il vento porta dalla periferia.
Guardo l’orologio: il quadrante è lattiginoso ma so che è venuto il momento di chiudere. Ritiro il cibo e spengo la bombola.
Mangio lentamente.
Mi accorgo di non sentire nessun sapore; ci penserò, dopo.
Lascio la stanza.

Spazzolino, dentifricio, asciugamano e un bagnoschiuma con una catenella, ricoperto da un’etichetta rastremata, con un rilievo a foglie d’acanto, rame su marrone.
Agli inizi non mi rispettavano perché sono calmo, silenzioso. Amo i particolari.
Non che dessi molto peso alle loro opinioni, allora; la mia superbia mi ha insegnato tante cose ma, questo è certo, mi ha tolto d’imbarazzo quando altri si sarebbero sforzati di compiacere qualcuno, di essere diversi.
E’ curioso il bisogno di etichette che accomuna tutti gli esseri umani; perfino un tubetto di bagnoschiuma può identificare una persona e io stesso, in fondo, l’ho scelto per il suo aspetto.
Alzo gli occhi e li vedo: sono lontani e mi danno le spalle.
Un tempo, il mio passo si sarebbe fatto impercettibilmente più veloce per raggiungerli, quelli che chiamavo i miei compagni, che avevo imparato a rispettare e in qualche misura ad amare, come loro avevano imparato cosa significa far svegliare la Volpe.
Sono sporchi di terra e di sangue e ovunque sento la sferza del vento e le esplosioni che percuotono la terra. Loro sono stesi e strisciano come vermi, con il cane del fucile sotto il mento.
Si muovono con la rapidità di un serpente, pancia nel fango.
Sono nella melma anche io, vestito con quelle braghe scivolose, color militare, il giubbotto e le cinghie di cuoio strette attorno al dorso. Vorrei gridare loro di fermarsi ma, dalla mia bocca, escono i suoni inarticolati di un animale e impazzisco di rabbia.
Il sangue mi esplode in testa e sento una furia paragonabile solo alla foia.
Sangue in bocca, terra e merda, ovunque.
Lui vi ha traditi, tornate indietro.
Corro nel liquame, loro si voltano e mi guardano come se volessero chiedermi cosa sto facendo.
E’ così ridicolo, io sono scoperto e loro sono a terra e presto ci ammazzeranno tutti con i loro mitra scintillanti.
Non posso correre: il fango mi si indurisce attorno alle gambe e mi chiude la pelle, simile al catrame sulle ali dei gabbiani.
Sono una statua che urla.
I loro occhi sono diventati tizzoni ardenti.
Fa caldo, tanto caldo: non c’è più acqua in me e dentro i loro corpi, e loro si sono accartocciati. Ora vedo solo delle mummie annerite e non riesco a respirare senza che il calore mi bruci i polmoni. La morte sta dando i suoi ultimi colpi nel grembo della baia: ecco, sta per venire.
E’ così forte che mi sbatte dall’altra parte e non sento più una gamba.
Sussulto e apro gli occhi.

Mi sveglio in un vagone della metro di superficie: il grigio sporco dei sedili è la prima cosa che vedo. Annuso ferro e plastica usurati, il sentore di orina e deodoranti che impregna il pavimento di gomma. E’ giorno. Il mezzo sta correndo con qualche breve scossa e vedo solo i pilastri di un viadotto e un tipo che mi guarda, due sedili più in là.
Mi raddrizzo contro lo schienale.
La sua scomodità contro gli anelli della mia spina dorsale è un sollievo al confronto di quello che mi aspetta quando chiudo gli occhi.
Stendo le gambe e cerco di concentrarmi sulla geometria del mio respiro. Lo modello sul ritmo del treno. Ho imparato da solo che è un buon metodo per domare il panico e gli incubi: il mio cuore obbedisce più docilmente e le aritmie si riducono a trascurabili intermittenze. Scemeranno, presto.
Oggi è stato Forte ParaMpui, ancora e ancora, domani o più tardi sarà Caino.
C’è qualcosa di malato o di provvidenziale in tutto quello che mi sta accadendo.
Io sono confuso e forse anche spaventato, ma non la Volpe, no, lei è vigile, e corre nelle mie vene, aspettando che le lasci uno spiraglio per scappare nella foresta, dove sarà libera di assecondare la sua natura.
Non è mai in quiete; in questi anni non l’ho ascoltata, eppure non c’è stato secondo che Lei non fosse al mio fianco.
Un odore, uno sguardo, un particolare che a chiunque altro sarebbe sfuggito: basta poco per richiamarla all’imboccatura della sua tana, ad annusare l’aria e ad aspettare il momento giusto. Quando ho aperto la porta, sembrava che se lo aspettasse: è scattata e si è protesa a guardare, attraverso i miei lunghi occhi violacei, come era un tempo, quando strisciava nella terra e uccideva, veloce.
Quando Lei ritorna, il mio cuore non trema più.
Non faccio sogni spaventosi, non so cosa sia un’allucinazione; sto bene, ogni mio movimento è fluido e provo una sottile eccitazione quando il mio corpo entra in contatto con l’aria ed io sento gli odori che porta con sé. Ne sento così tanti, e i rumori mi inebriano.
Il suo sudore giovane.
Il suono sgusciante che la sua giacca ha fatto, quando mi ha visto e non ero quello che si aspettava, e si è mossa per fare un passo indietro. Il suo respiro stanco e lo scricchiolio della valigia che si è messa davanti alle gambe, come uno scudo- suo padre le ha insegnato bene. Tutto era chiaro, agli occhi della Volpe.
Sono passati oltre dieci anni dall’ultima volta che l’avevo vista. Sono tornato in patria, non a casa. Sono sopravvissuto, perché questo è quello che so fare e perché, dopo Palawan, non c’è nient’altro che mi rimanga.
A volte mi domando cosa sarebbe accaduto se fossi rimasto laggiù.
Reintegrato o forse, più probabilmente, buttato a marcire in una delle loro carceri, in pasto ai topi. In ogni caso, la sua vita non sarebbe cambiata molto ma, ora, si ricorderebbe di me.
Dopo il 14 di agosto sarà stata affidata a qualche parente.
In cuor suo deve odiare chi glie lo ha ammazzato.
Volpe sorride: per il suo istinto, quello che è accaduto rimane giusto oggi come allora.

Lo chiamavamo Caino. Meritava quel soprannome.
Era gretto, meschino e violento, ma per fare il suo lavoro non aveva rivali.
Tutti avevano paura della sua collera e lo rispettavano.
Il potere lo rendeva seducente, in qualche misura, anche ai miei occhi, per quanto avessi le mie ottime ragioni per odiarlo.
Sapevano che era disposto a tutto ma, a differenza di me, loro credevano che non si sarebbe spinto fino a quel punto.
Mi sono spesso chiesto perché gli uomini trovino giustificazioni per i loro simili e per se stessi; loro si facevano comandare ed umiliare, eppure non importava quanto figlio di puttana fosse, lo amavano almeno tanto quanto ne avevano paura, e anche io subivo il suo fascino.
Eravamo stati amici, molti anni prima, cresciuti insieme nelle strade coloniali, bianche e azzurre. Poi, lui aveva scoperto il gusto della sopraffazione, e ormai non inseguiva che quello.
Sapeva essere persuasivo.
Sapeva farli sentire, allo stesso tempo, i suoi schiavi e i suoi uomini.
Guerra e morte corrodono ogni legame e, per chi ne fa il proprio mestiere, anche una catena sembra più desiderabile della solitudine, purché lo tenga ancorato a qualcosa.
Perché è da solo che morirai; è da solo che sparerai in fronte a qualcuno che ha appena incrociato il tuo sguardo. Nessuno porterà questo peso per te.
Hai bisogno di illuderti che si può trovare scampo alla solitudine, ogni tanto.
Ecco perché sono tornato e ho reciso i miei fili: io non ho mai voluto essere legato.
Ho sempre avuto paura di essere solo un servo, un numero: ho visto dove porta quella strada. Lavoravo da solo, ascoltavo molto e parlavo poco. Sapevo sopportare l’isolamento. Per questo non si fidavano troppo di me. Pazzi. Sarebbero ancora vivi, adesso.
C’era una sola persona che Caino non avrebbe tradito; una sola, per cui avrebbe dato via la pelle. Forse l’ha fatto per lei, mi dicevo, pochi giorni dopo averlo ammazzato, mentre lasciavo Palawan. Volevo credere che non fosse la merda che era, volevo sentirmi più colpevole, per paura che dare la morte fosse diventato un’abitudine, ma non ha funzionato.

Quando l’ho raggiunto, a Mpurango, a pochi chilometri dal forte, di loro non rimaneva che un mucchio di carne affumicata. Lui si stava preparando per raggiungere i suoi nuovi amichetti del quartiere governativo: era sicuro che non fosse sopravvissuto nessuno.
E’ un peccato che le persone si dimentichino sempre dei particolari, ma questo fu la mia fortuna. Aveva scordato che lavoro da solo e che non li avevo raggiunti subito, ma mi ero fatto un giro nei pressi di ParaMpui, a vedere cosa faceva la controparte.
Era di buon umore, la carogna schifosa.
Faceva caldo e lui era tutto sudato, a petto nudo, con una camicia a maniche corte, rosso scuro. Puzzava di birra, ci avrei giurato.
Sul comodino c’era la foto della sua principessa; quanto al resto, lo aveva già messo in valigia. Stava finendo di far fagotto. Fischiettava.
Aveva la pistola alla cinta ma solo per abitudine: si sentiva tranquillo.
Forse credeva di poterli ricattare; altrimenti, come avrebbero potuto chiudere un occhio sul fatto che, fino a ieri, era uno dei leader del fronte rivoluzionario?
Io non mi reggevo su una gamba, ma potevo ancora sopraffarlo, se avessi contato sulla sorpresa, se mi fossi affidato alla Volpe, per un’ultima volta.
Strisciai sempre più vicino all’edificio.
Non c’era nessuno.
Non ne uscirai vivo neanche tu, probabilmente.
Il tempo diventava pigro, gli istanti sempre più lenti e il mio cuore affamato come un falco.
Uno spazio sempre minore mi divideva da Caino, ed io pensavo a come farlo morire.
Mi sembrava di vedere il filo della sua vita sospeso sopra di lui: l’aveva spesa a rubarmi quello che amavo. Nell’intreccio, riconoscevo i momenti con Emma, la speranza della liberazione, i pomeriggi a Sant’Ander e le vele spiegate nella baia.
Era mio, tutto mio, ed ora era il mio turno di strapparglielo.

Accavallo le gambe.
Prima di oggi, i momenti in cui il mio corpo era sveglio erano pochi.
Non ho mai smesso di muovermi silenziosamente e di essere attento, ma era come se fossi altrove, ogni cosa lontana dal suo nocciolo.
Adesso guardo le mie cosce, avvolte nella divisa blu, i miei goffi stivali neri: mi sembrano diversi e sento caldo. Annuso il mio odore.
La donna che è a casa mia ora starà dormendo. O forse disfa il suo trolley.
Potrebbe essere nella stessa doccia in cui tornerò a lavarmi.
Volpe vuole tornare indietro e spinge nei miei fianchi. Sento la strada che il treno si lascia alle spalle: mi sembra che mi stiano strappando un pezzo di carne dalla schiena.
Dovrei calmarmi. Dovrei pensare.
Invece riesco solo a rivedere i suoi occhi verdi e azzurri, due pozze equatoriali: quando mi hanno guardato, nessun fremito di riconoscimento increspava le loro acque.
Se ne sarebbe dovuta occupare l’altra ragazza con cui convivo: forse non avrei mai saputo che era tanto vicina, i miei orari sono così strani.
Invece, Sara ha avuto uno dei suoi contrattempi e mi ha lasciato le chiavi della stanza in mano. Entro un’ora arriva la nuova coinquilina, ha detto.
Io non capivo perché, ma Volpe era inquieta.
Mi sono messo a sedere in camera mia; avrei voluto poggiare la chiave sul comodino e, invece, l’ho tenuta in mano e ho iniziato a giocherellarci mentre aspettavo.
Ho abbassato le palpebre; l’appartamento era buio e vuoto intorno a me. Desideravo ascoltare.
Un rubinetto che gocciola. La città sottofondo.
Ho chiuso gli occhi e ho immaginato di essere ancora là.
Il rumore del mare era ovunque ed impregnava ogni attimo della nostra vita.
Pensavamo spesso a quando saremmo tornati a casa; c’era chi aveva qualcuno da rivedere o qualcosa da riprendere ma tutti, senza eccezione, avevamo tante cose da mettere in ordine.
Le onde erano forti come la ribellione e si abbattevano contro le rocce come se avessero il potere di annientarle, e il salino era così denso che odorava di ruggine.
I gabbiani sghignazzavano tutto il santo giorno.
A volte mi prendeva la vertigine che fosse tutto inutile, ma facevo come l’acqua, davo solo una spallata, per continuare a non vedere, mentre cantavamo e pulivamo le canne dei fucili.
La polvere mi prendeva alla gola.
Il campanello mi ha fatto saltare dal divano come una schioppettata.
Deve essere la ragazza della stanza.
Ho socchiuso la mia porta e mi sono mosso senza fare rumore.
Mi lodavano per questo; per loro, io ero Volpe.
Ho controllato attraverso lo spioncino: era senz’altro lei, anche se la lente è vecchia e sporca e non ho visto bene.
Percepisce che la sto osservando. Ora l’animale si stira. Alla Volpe piace guardare senza essere vista.

Ho aperto la porta. Tutte le luci dietro di me erano spente, e forse, nella penombra del pianerottolo, ha visto solo un guizzo davanti a sé.
Ha trattenuto il respiro.
L’ho presa alla sprovvista: non si aspettava di essere sola con uno sconosciuto.
Perché non sono altro, per lei, naturalmente; ma a me, lei è così inevitabilmente familiare. Riconoscerei ovunque il suo naso: il setto è un po’ deviato, e ricoperto di lentiggini.
Gli occhi sono quelli di Emma. La bocca ha qualcosa di selvatico e indimenticabile.
Il mio cuore è un cervo e fugge fra i rovi.
Che anno è? Dove sono adesso? Non può essere.
Certo che no, non è lei; eppure, è come se lo fosse.
Si è presentata, mi ha chiesto scusa; credeva che io non c’entrassi niente con la stanza da affittare. Immagino che faccia uno strano effetto, vedere un uomo sulla quarantina condividere un appartamento con ragazzi più giovani di lui.
Vita.
Un nome bellissimo.
E’ identica a sua madre.
Il sangue di Volpe è diventato piombo arroventato e la mia testa gira per la paura e l’eccitazione.
Le ho fatto spazio perché passasse e ho odorato la traccia.
Tornare a sentire una donna da vicino è stato esaltante.
Portava i capelli raccolti in una treccia alta: sono lucidi, come l’ebano del kamagong1 che cresceva vicino al forte, e io ho ricordato la sensazione del tronco ruvido e caldo, il terreno scosceso, in cui la pianta affondava le sue radici ed io i piedi, per non scivolare.

I miei palmi erano sulla corteccia; fra lei e il mio petto c’era Emma, e io ero felice solo di guardare nella calma dell’arcipelago- i suoi occhi verdi e azzurri- e ascoltare il vento che, da occidente, trascorreva fra le foglie, lavando via ogni altro pensiero. Non faceva più così caldo attorno a me: io ero immerso in Emma, e il nostro albero era la colonna del mondo.

E’ per questo che l’ho ucciso con quel coltello e non con una pistola, con un fucile o un’altra cosa del genere.
Quando sono strisciato dentro la sua stanza e l’ho preso di spalle, non mi sono sentito un traditore ma la morte stessa, che arriva inattesa, quando hai ancora così tante cose da fare e non hai vissuto a sufficienza; e la morte viene sempre di spalle, perché viene dal passato, come ogni genere di logica conseguenza.
La sua, di logica conseguenza, era il mio barong nella sua schiena, fra cuore e fegato- la mia garanzia che non mi sarebbe sopravvissuto.
Nei pochi minuti in cui lo avevo raggiunto avevo pensato a tutto.
La lama me l’aveva regalata un ragazzo che si era unito a noi l’estate di tre anni prima, Aman.
Era l’unico vero amico di cui io abbia ricordo.
Era musulmano.
Cinque volte al giorno, ovunque si trovasse, si metteva bocconi e pregava, con la testa più bassa dei talloni e le mani sul terreno.
Aveva un animo fiero, ma non ho mai visto un uomo cercare più umilmente il contatto con la terra. Accoccolato al di sotto dei nostri stinchi, sembrava un feto; le prime volte, lo avevano sfottuto.
Poi fece con noi la sortita a Sulu e, da allora, nessuno gli disse più niente.
Era tornato sfregiato e coperto di sangue ma, mentre combatteva, mi era sembrato splendere come Arjuna sul carro.
Morì dopo due anni di militanza, portandosi via un bel po’ di quelli del caporalato, ma io avevo perso il mio amico e non sapevo cosa farmene della strage che si era fatto attorno.
Dev’essere stato allora che ho iniziato a capire: ne avevo fin sopra la testa.
La guerra mi stava rendendo una bestia.
Io ero Volpe, nulla più di questo.
Mentre ripensavo ad Aman, il suo barong2 era davanti a me: si scuoteva impercettibilmente, conficcato nella flaccida carne di Caino.
Il sangue aveva scaldato la lama ed ora il calore si propagava rapidamente all’impugnatura.
Quella era tutt’altra storia.
L’avevo fatta lavorare io stesso, con l’ebano del kamagong, pochi giorni dopo che un fulmine lo aveva abbattuto.
Avevo rubato dei rami la notte prima che lo portassero via.
Là è reato.
Nel modo in cui incontrava le mie dita e si lasciava stringere, sentivo ancora la schiena della mia donna contro la corteccia, molti, molti anni prima che Caino me la portasse via per sempre.

Lui si girò.
La camicia era diventata nera: l’avevo quasi passato da parte a parte.
Mi guardò in faccia.
Aveva le mani sul petto: non voleva capire.
Le allontanò da sé come se stesse per passarmi un peso. Poi fece uno sbocco.
Non aveva nemmeno avuto il tempo di prendere la pistola e spararmi.
Mi appoggiai al muro. Ancora vivo. Devo andarmene in fretta.
Non mi preoccupavo della ragazzina: le aveva messo un bel po’ di cani da guardia intorno e si trovava a molte ore di volo, in un posto sicuro.
Vita non avrebbe mai saputo che razza di bastardo era suo padre.
Non l’aveva nemmeno visto, quando aveva massacrato di botte Emma.
Me l’avevano riportata al campo in coma: se n’era andata in tre giorni e i suoi occhi erano neri come il frutto del mabolo3 quando va a male e le mosche gli volano intorno.
Uscii strisciando come ero entrato, ma prima ripresi quello che mi apparteneva.
Venne via con un rumore viscido: il sangue del fegato e delle arterie si mescolava in una densa melma rossa.
Gli ripulii la lama sulla camicia e me la rimisi addosso.
Non volevo la sua pistola, né i soldi che il governo doveva avergli passato.
Avevo già avuto la mia ricompensa, anche se tutto era durato troppo poco.
Mi fermai un attimo a pensare, poi scivolai giù dal terrazzo e mi rinfilai le scarpe che avevo tolto per non lasciare impronte, giusto nel caso me la cavassi.
Nei giorni seguenti, trovai modo di sparire dal paese: c’era ancora troppo caos perché mi cercassero.
Passai la frontiera con dei vestiti da turista addosso: il coltello me lo feci mandare in un secondo momento, come un qualsiasi cimelio da collezionista.

Il barong è ancora nella mia stanza: confina con la sua, dalla parte del letto. Sotto l’impugnatura, ho lasciato qualche scaglia del sangue di Caino ma, a dispetto di quello che desidero, lei non oltrepasserà mai quella soglia e la sua testa non si appoggerà mai dove adesso tengo quello che mi resta di sua madre e di Aman.
Sarebbe giusto;è sua figlia. Sarebbe il tuo risarcimento. Potresti avere la tua donna e un albero contro cui premere il suo corpo e sentire il suo odore.
Il pensiero è così dolce che un peso mi trascina il cuore nei lombi: mi sento mancare il respiro.
Ma il prezzo sarebbero ancora e solo bugie, come è sempre stato: me la sono bevuta troppe volte, per non sapere che, arrivato al fondo del bicchiere, non troverò la verità che ho sempre cercato. Guardo fuori dai finestrini: sono arrivato.
Domani, dopodomani, penserò ad un altro posto dove andare, o forse no.
Volpe non mi troverà più seduto alla bocca della sua tana e sarà di nuovo padrona della foresta, come ha sempre desiderato.
Mi alzo di scatto e scendo dal treno. Un’ombra mi passa accanto.

1 Nome locale che designa l’albero di una varietà di ebanacee dell’arcipelago malese, il Diospyros blancoi. L’albero produce un frutto commestibile, mabolo o talang, e l’ebano che si ottiene essiccandone la corteccia è particolarmente resistente e ha molteplici utilizzi. Sono in kamagong numerosi coltelli da addestramento per l’arte marziale dell’eskrima, come pure alcune impugnature di barong, coltello utilizzato dalle tribù islamiche del Sud delle filippine.

2 V. nota 1;

3 Frutto commestibile del kamagong, simile al kaki, coperto di una peluria vellutata. L’odore è particolarmente sgradevole, a differenza del sapore; tuttavia, quest’ultimo si può apprezzare solo quando il frutto è maturo.

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