Cane

cane

Io sono pazza.
Sono una pazza precoce.
Ho iniziato presto a esercitare la mia professione.
E’ stato tutto molto impegnativo; verso i 12 anni ho preso il diploma- mi hanno cioè assicurato che non stavo troppo bene.
Ho fatto il mio tirocinio con le gocce e tutte le varie cose che bisogna provare per essere matti a pieno titolo.
Ho passato molti anni a chiedermi che cosa ci fosse di diverso, nell’architettura del mio cervello; quale confine io avessi oltrepassato, e quando, per diventare quel che sono. Ho riflettuto molto sui limiti del pensiero, su che cosa sia la realtà, perché mi sembri diversa, e che cosa avrei dovuto cambiare.
Ci sono pazzi umili e pazzi sicuri di sé, esattamente come accade alle persone equilibrate; io ho capito che mi sarebbe convenuto mantenere le giuste prospettive, e cercare di guardare oltre il vetro. Non sono guarita, nel senso tecnico del termine, però non sono un pericolo per me stessa e per gli altri.
E’ come perdere la destra in tarda età e dover guidare un trattore: agli inizi la mano sinistra non è sufficiente e si rischia di precipitare nei burroni o travolgere chiunque capiti sul tuo tragitto.
Poi, con la pratica, è come se fossi sempre stato mancino; un lento, goffo mancino, che fa le cose nel doppio del tempo, ma senza cavarsela poi troppo male, e non si sente neanche più così strano se deve farsi il bidè dal lato sbagliato.

E, a proposito di prospettive, in effetti mi sono chiesta anche io l’utilità di considerarla affatto, una qualche “prospettiva”.
Il problema di quelli come me è, di solito, esattamente quello.
Almeno, così dicono le persone di là dalla barriera.
Dicono che non abbiamo senso dell’oggettività e viviamo in un mondo tutto nostro, che il nostro punto di vista è viziato, sfalsato, distorto, e così via.
Non posso smentirlo, perché è a questo modo che ho sempre pensato e non so cosa si provi a essere differenti; per me, quello che vivo è perfettamente oggettivo, plausibile e, come tutte le persone che ho conosciuto- sane, o bacate, o metà e metà- provo un notevole fastidio a sentirmi dire che mi invento le cose. Che non le vedo sotto la giusta luce.

Così, guardando l’arroganza di quelli che non si dovevano porre ogni istante il problema di quanto fosse vero quel che vedevano, ho imparato a non cadere nello stesso errore.
Quello che vedevo e sentivo avrebbe potuto essere frutto della mia fantasia, questo ho compreso, e ora non mi allarmo più, non troppo, e, soprattutto, vivo pacificamente con tutte le cose abbastanza sorprendenti che ci sono nella mia testa.
È probabilissimo che non siano vere: così in effetti mi hanno detto.
Se prendessi le medicine, una bella percentuale di esse sparirebbe.
D’altronde, esattamente come non è del tutto vero quel che vedo io, lo stesso procedimento logico mi concede il beneficio del dubbio nei confronti di quel che gli altri dicono di vedere, di quel che per gli altri è sano, canonico, veritiero.
Non dico che non ci sia una realtà univoca e scientifica: non sono così matta da andarmene in giro a dire che tutto è relativo, quello proprio no, o io non avrei la mia bella diagnosi nel taschino, e sarei una fantastica e normalissima donna di mezza età con una vivida immaginazione.
Semplicemente, anche supponendo che le mie siano allucinazioni, non vedo come non possa esserci, in qualche misura, un fondo di verità.

Quando sono stata abbastanza grande, ho capito che la mia condizione mi stava portando via quello che, per gli altri, era naturale.
Che cosa dovevo fare?
Battere i piedi per terra e urlare?
Se lo aspettavano tutti. Persino io me lo aspettavo.
E invece, decisi di capire che cosa fosse “avere”.

Penso che chiunque, al mio posto, se lo sarebbe fatto, questo problema.
A ben vedere, in fondo, si trattava di come sarei potuta sopravvivere, senza tutto ciò che la gente riteneva indispensabile.
Sembravano tutti così preoccupati che io fossi infelice, da non contemplare nessun’altra possibilità; chi può biasimarmi se mi chiedevo il perché?
La mia non era una malattia angosciosa. Non per me, almeno.
Sì, c’erano altri, come me, che stavano tremendamente male, si tormentavano, erano dei morti ambulanti, ma non io.
Io non ero sola: sentivo i Canti, e l’unica cosa che mi disturbava sul serio era il Rumore.

Quali Canti? Che Rumore?

Loro, i miei genitori, gli altri ragazzini, le persone, in generale, non sembravano capire, quando gliene parlavo.
C’era solo una persona a cui questi discorsi non sembravano per nulla stravaganti: il mio cane.

Quando ero piccola, e la città non sembrava ancora necessaria, abitavamo ai piedi di una montagna,in una casa bellissima, con il tetto spiovente, di legno.
Tutto intorno era verde e giallo.
L’erba era gialla, d’inverno, per il freddo, e d’estate e in primavera per via della giunchiglia e delle ginestre.
Casa era circondata di sterpaglia e di pascoli- e l’odore, oh, l’odore!
Quello era davvero meraviglioso.

Ogni domenica veniva qualcuno dal paese. Mia madre non era contenta di ritrovarsi degli ospiti sulla porta di casa; “non ho nemmeno il tempo di mettere a scaldare il latte e sistemarmi il vestito!”.
Così, un giorno, mio padre scese a valle e stette via tutta la giornata e, quando tornò, sul pianale del camioncino c’era una scatola di cartone mangiucchiato.

Mio padre smonta, posa la scatola a terra e sta a guardare cosa succede.
Passano i minuti, e la scatola non fa niente.
Mio padre, intanto, mastica il tabacco.
Poi, avvicina un piede e dà un colpetto, così, con delicatezza, e la scatola si mette a uggiolare.
Io stavo rientrando con mia madre e venivo dal margine dei campi: vidi la scatola che tremolava.
E’ il vento, pensai. Mi avvicinai, per vedere cosa aveva portato mio padre da valle.
La scatola mise fuori un naso e annusò l’aria.

“Chi c’è? Chi c’è?” chiese mio padre, con tono un po’ vago; chissà se ce l’aveva con me o con la scatola.
Io mi chinai e tirai su i lembi, rosicchiati verso l’interno.
Guardai dentro.
“Cane!” dissi.
E Cane fu.

Da allora, è sempre stato con me.
Ultimamente, mi hanno detto che è morto, ma la notizia è un puro fatto storico, irrilevante, per la mia vita interiore: eccolo, ora punta un gatto nero in bilico su un cassonetto.
Non sto mettendo in dubbio che sia morto: è solo che, per me, non ha mai smesso di essere perfettamente vivo.
La verosimiglianza con cui affonda i garretti sporchi di terra nella strada, del resto, trarrebbe in inganno chiunque.

Sento un clic da macchinetta fotografica; deve stare dall’altra parte del secchio dell’immondizia, ma, dallo scalino su cui me ne sto seduta, non vedo niente.
Anche io facevo foto, una volta: avevo paura che, se la malattia avesse fatto il suo corso, mi sarei trasformata in una specie di zombi e non avrei ricordato niente di chi ero, prima.
Devo ammettere che, allora, il tempo mi faceva paura, e molta, anche.

Cane si è calmato e ritorna da me; si siede sulle zampe di dietro, mi guarda e sbadiglia.

Che l’hai preso a fare un cane da guardia, se poi la ragazzina se lo porta sempre dietro e stanno via tutto il giorno?
La fa la guardia, infatti: alla ragazzina”.

Mio padre aveva capito tutto, molto prima di mia madre; ma, d’altronde, lei non è mai stata molto sveglia.

Quando fui abbastanza grande per andarmene a zonzo, non c’era verso di farmi stare ferma: mi lasciavano sciolta, naturalmente, ma avevo divieto assoluto di salire a monte da sola.
Era pericoloso.
Così, io e Cane ci aggrappavamo ai primi massi che si innalzavano dai mari d’erba, a ridosso del versante; strisciavamo per le creste o ci infilavamo, fin dove possibile, nei boschi che infittiscono, su per i grossi, neri fianchi del san Giuliano.
Si chiama così, il monte grande che incombe sulla mia prateria, e fa da inciampo alla luna nelle notti in cui è piena.
Quante sere siamo rimasti sul patio a guardarla, mentre consumava pazientemente la sua arrampicata, la più grande e splendente delle scalatrici!
Bei ricordi, Cane, gran bei ricordi; sono contenta di essere pazza, ma non rinfrollita.
Dalla finestra della mia stanza, si vedeva benissimo la spaccatura nel massiccio.
Oltre, mio padre mi aveva spiegato, c’erano ancora monti, sempre più impervi, e poi, dopo molte terre digradanti, che lui aveva visitato tutte da giovane, c’era il mare.
Detto così, era naturale che volessi vederlo.
Mi avevano raccontato che, quando lo si incontra dalla piana, è piatto come la terra; fa molta meno impressione, e sembra una spessa fascia. Tremola appena: un acquerello.
Ma non era a quel modo che volevo conoscerlo: c’era bisogno di un punto strategico, da cui si vedesse per come era- grande, agitato, interminabile.
Salendo sarà tutto più chiaro, nella sua giusta dimensione, mi dicevo.
Così, iniziai a passare sempre più tempo per il san Giuliano, anche se, ai miei, dicevo che andavo nei boschetti alle pendici, o fra i pasturi.
Sì, penso che sia stato quello, l’inizio, dei Canti e di tutto il resto.
Ma sto divagando; eh, non è per niente facile, mantenere il filo del discorso.
Dicevo che mi sono posta il problema dell’avere.
Non che io non potessi “avere” delle cose, come tutti; in qualche maniera, però, mi veniva fatto capire che non sarebbe stato lo stesso.

Era tutto più difficile, per me, come se gli oggetti fossero bollenti e io rischiassi di ustionarmi ogni volta che allungavo le mani per prenderli.
Alcune cose, invece, era come se fossero solo disegnate su un fondale, e non mi era possibile afferrarle; ma gli altri ne sembravano perfettamente in grado: anzi, erano integrati a meraviglia, in quel fondale.
Direi che era stato fatto per loro.

Per me no, c’era solo uno scivoloso palcoscenico in pendenza verso la fossa del pubblico, che rideva e rideva, ogni volta che la maldestra prima attrice tentava di sedersi su una sedia o bere un bicchiere d’acqua- entrambi inesistenti.

Agli inizi, mi sentivo inadeguata; poi, disperata; alla fine, ero solo piena di rabbia.
Verso me stessa e il mio cervello assemblato male, ma soprattutto verso chi era nato in ordine, con tutti i pezzi al posto giusto.
Mi ripetevano che non era colpa mia e che era un difetto fisico, una malformazione; lo facevano certamente per alleggerirmi, rassicurandomi, dal loro punto di vista, che si trattava solo di un grosso incidente nella catena di montaggio, del quale io ero assolutamente senza colpa.
Era buffo vederli affannarsi a lavare via la mia responsabilità, come Lady Macbeth con il sangue di Duncan.
Erano così presi che non si accorsero di come si sente una persona, a pagare una vita intera per una cosa che, nelle loro minimizzazioni, era solo un soprammobile fuori posto sulla mensola del camino di una vecchia zia.
La verità, la triste verità era che io non avevo il controllo; non lo avevo avuto prima di nascere, nonlo avevo ora, e nemmeno loro lo avevano, nonostante si dessero un certo tono.
Sono vissuta tanto tempo nella rabbia del non avere alcun controllo; credevo che mi precludesse ogni altro possesso.
Quindi, è stato un bel giorno quando mi sono resa conto che, fra me e la controparte, nessuno ci aveva capito un cazzo.

Mi sono seduta sul marciapiede, proprio come adesso, e mi sono messa a ridere.
Non avevo niente, niente, e nemmeno lo volevo; potevo andare a vedere il mare dalla cima della montagna più alta.
Era abbastanza da pazzi, e io avevo tutte le carte in regola per farlo.
E, infatti, fu proprio la prima cosa che ho fatto, da quando ho imparato a essere matta.

E questi ‘canti’, che cosa sono, dimmi?

Il tempo potrebbe essere misurato in scarpe, per quanto mi riguarda, perché è così che è passato, guardandomi le scarpe tutte le volte che qualcuno mi rivolgeva la stessa domanda, sempre con lo stesso tono conciliante, come ad avvicinare un cane forastico.
Loro chiedevano, io mi guardavo le scarpe.
Le scarpe dei sei anni, colorate, con il laccetto trasversale sul collo del piede, che facevano sembrare le mie estremità dei fagottini al lampone, gonfi e rosa.
Le scarpe degli otto anni, di vernice rossa, molto più seriose, che bastava muoversi e si riempivano di graffi.
Le scarpe dei dodici anni, da ginnastica, con i lacci che si disfacevano sempre e che io facevo rimbalzare sulle caviglie, osservandoli ostinatamente, mentre da me si esigeva una risposta che avevo già dato.

Non erano mai convinti, naturalmente.

Comunque, non riesco più a ricordare il giorno in cui ho iniziato a sentirli.
Non so se sia colpa di tutte le volte che mi è stato chiesto di analizzare quel momento o se, in qualche misura, una parte di me considera irrilevante ciò che ha vissuto prima.
Mi viene in mente solo il Càrcaro, una piccola vetta del san Giuliano, da cui rammento di aver guardato in giù; però non mi è chiaro che giorno fosse, o se era mattina, pomeriggio, sera.
C’erano molte cicale, e molti mosconi, nei pasturi sotto di me, come succede in montagna, e posso solo presumere di essere salita con Cane, perché so che lui era lì.
Tutto il resto è camminare nella nebbia.

Non che il quando conti molto; quanto al resto, funziona così: io percepisco molti suoni, con le mie piccole orecchie, ma non si tratta esattamente di sentire.
È come se io vedessi con le orecchie, e quello che vedo, beh, dipende da cosa ho intorno.

Questa spiegazione mi sembra abbastanza semplice e accurata, ed è esattamente ciò che ho sempre riferito a medici, parenti, alla gente che voleva sapere.
Non è esatto dire che “sento le voci”; ci tengo a precisarlo, perché è sempre stata la primaria preoccupazioni di tutti quelli che mi visitavano, che io sentissi qualcuno che mi diceva fai questo, fai quello.

I Canti non mi hanno mai chiesto nulla; non si sono nemmeno mai accorti di me, né di Cane.
Era questo il bello, che non si voltassero a guardarmi, non mi chiedessero come ti senti, cosa ti passa per la testa, come va, hai preso le pastiglie, ora calmati, dicci cosa provi.
Lo so che le malattie come la mia non sono una bella cosa, e lo so che non c’è da scherzarci, ma avrei solo voluto essere lasciata in pace, a non possedere niente, a non essere nessuno, a non dover soddisfare nessuno.
Invidiavo la loro condizione di nuda esistenza, e così ho scelto di imitarli, di scoprire da dove venivano.

Ho buttato via tutte la roba accumulata fino ad allora, ho conservato solo un paio di cose a cui tenevo e le ho messe nello zaino di mio fratello, quello che ci hanno rimandato dal Qualcosistan, come si chiama, con tante condoglianze, ci dispiace che abbia messo il piede nel posto sbagliato e bum!
A quei tempi, Cane era già morto, così me ne sono andata con lui: non avrebbero avuto nulla in contrario se glielo portavo via, adesso.

Per prima cosa, sono tornata sul Càrcaro, a piedi; da qui al san Giuliano è moltissima strada, ma a me e a Cane piace camminare.

Molte persone vogliono sapere cosa dicono i Canti, o perché il Rumore mi disturba.
È naturale, per loro, azzardare delle spiegazioni, a volte razionali, altre volte, raramente, basate su qualche stravagante convinzione spirituale, circa l’eco dei karma e non so quale altro arnese cosmico.
In nessuno dei due casi posso smentire né avvalorare le loro tesi ma vorrei che sapessero che me ne importa, del perché io senta.

Logico, che vorrei capire; logico, che mi piacerebbe avere uno straccio di certezza.

Ma, nell’impotenza delle mie facoltà cognitive, sono stata davvero costretta ad astenermi da ogni forma di giudizio, almeno finché non avrò dati sufficienti.
E’ una condizione di follia sospesa, ma mi lascia ancora del tempo per indagare, e forse, se la mia malattia peggiorerà all’improvviso, e questa che vivo è solo una tregua, vorrei spendere i miei ultimi anni da semi-lucida cercando di comprendere.
Da quando sono tornata sul Càrcaro, ho passato molto tempo ad ascoltare, con orecchie diverse, però.
Sento che dovrei andare verso dove la musica è più forte e i fili si intrecciano armoniosamente, ma se non c’è niente, niente, oltre al fatto che sono pazza, e se accetterò di seguire i Canti, sarà come passare da una porta che si richiuderà alle mie spalle.
E io ho paura, come chiunque altro.
Ho tanta paura di non poter tornare a casa.
Ho persino paura di scordare che cos’è casa.
È per questo che portato Cane con me, proprio come facevo da piccola, sui monti; qualsiasi cosa accadesse, ero certa che lui avrebbe saputo quale strada imboccare e come fare per tornare indietro, sani e salvi.

Ad esempio, mi ha riportato in tempo per rivedere mio padre.
E adesso sono tornata per mia madre.
Quando mi ha visto rientrare, mi ha solo detto “Lo sapevo”.

Ora, casa è chiusa.
Le chiavi sono scivolate da qualche parte al fondo del mio zaino.
I dentelli mi scavano la schiena attraverso la tela; sento il loro soffuso tintinnìo risuonare, triste, al di sopra della cacofonia che gonfia le strade della città.
Qui c’è un desolante Rumore, e molti odori, anche, che incuriosiscono Cane e lo fanno fermare spesso.
Ma, da come mi guarda, so che è tempo di andare.

Mi alzo. Le mie gambe sono lunghe e forti: ho camminato così tanto che sono diventata un giunco.
Afferro con le dita l’orlo della manica: mia madre era sempre preoccupata che mi perdessi e, dato che per lei Cane era morto e sepolto, si premurava come poteva, pinzandomi sui vestiti un foglietto con nome, cognome e indirizzo, per essere sicura.
Aveva un sapore un po’ obitoriale, glie l’ho detto tante volte, ma le madri sono testarde.
L’ultimo è ancora qui, attaccato.
Un pacco postale, ecco che mi sembri”.

La mia casa non dista molto, da qui.
Era un bel posto, prima, anche se non lontanamente paragonabile alla casa delle montagne. Quando venni a vivere qui, ricordo che andavo sempre nel parco vicino a un certo albergo Palace che, a quanto pare, è ancora lì.
Mi sedevo spesso su una panchina, quelle scomodissime, di marmo, che, dopo un po’, ti facevano sentire come se anche il tuo didietro fosse un gelido pezzo di pietra.
C’era un cedro, ancora giovane, allora; lo ascoltavo cantare con il suo tremulo filo azzurro, sperso nella rete delle macchine e delle persone.
Era un piccolo riverbero del Canto, ma mi sembrava potente, e mi calmava sapere che non tutto era stato inghiottito dal Rumore.

Faccio un fischio a Cane; voglio passare un’ultima volta per il parco; in fondo, ora che ho tutta la famiglia in terra e così tante domande a cui dare risposta, non ho più molte ragioni per tornare. Cane si volta e mi guarda, un po’ deluso.
Nella mia testa o nella sua, non so bene dove, non è felice di trattenersi ancora a lungo in questo caos.
Ma voglio vedere ancora il mio snello cedro, il suo tronco verde e le sue pigne d’argento.
Chissà com’è invecchiato, chissà che canzone canta.
Il cielo è nero e viola, presto pioverà, e l’odore del cedro sarà così dolce che sarà valso la pena di tardare. Varco i cancelli: sono alti e aguzzi.
Mi sembra di essere in una cattedrale.

Ecco la mia panchina: la riconosco perché, vicino al piede destro, c’è una larga macchia grigia, che neppure i graffiti dei writers hanno coperto.
Poco più in là vedo il mio cedro, ma qualcosa distoglie la mia attenzione. C’è qualcuno. Una ragazzina, così piccola, pallida e magra che sembra un’elfa in un libro per bambini.
Indossa una felpa simile alla mia, se la tira nervosamente sulle mani e sta accucciata su una scatoletta grigia- un computer.
Come un bimbo al suo utero, due lunghi auricolari la collegano alla sua scatola; sta parlando con qualcuno e guarda nello schermo. Non è felice.

Cane si è avvicinato, scodinzolando, e le annusa le piccole scarpe, sporche e piene di graffi; deve aver camminato molto anche lei.
L’elfa agita la punta dei piedi e, per un attimo, se li guarda: è impaziente? Nervosa? O forse ha sentito Cane?
Ci fissiamo.
Ansia; impazienza; desiderio; paura, una paura immensa, che fa scappare via il suo sguardo malfermo, pronto a correre via come un tremulo daino.
Tutti hanno paura, in questo posto: la paura è l’essenza del Rumore.

Vorrei che non fosse così.
Vorrei che tutti sentissero i Canti, ma non posso pretendere che anche gli altri siano disposti a pagare il prezzo che sono costati a me.
Eppure, se ci fosse un modo per sentirli e non essere matti, non so spiegare il perché, ma vorrei che fossero quelli come lei, i primi a provare che cosa significa.
E’ bellissimo, in fondo; e poi niente, niente vale la pena di vivere immersi nella paura, nemmeno l’amore, né la famiglia, forse nemmeno un cervello tutto intero.

Non ascoltarlo, il Rumore, qualunque sia il tuo nome.

Non ascoltarlo.

C’è tanta strada da fare.
Andiamo, Cane; senti la pioggia?
Non è meravigliosa?

Creative Commons Licence

This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.

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2 pensieri riguardo “Cane”

  1. ottimo. davvero un terreno fertile la mente rumorosa di questo io narrante. mi piace come prende corpo la parola, come germoglia a partire dal cervello assemblato male, sorprendente e viva come non capita spesso di incontrarla, neanche andandosene in giro a zonzo a dire che tutto è relativo. e poi mutando appena l’accento, non capìta, non compresa da chi non è in grado di vedere con le orecchie, o di leggere col naso (come cane, che infatti non trova stravaganti i pensieri della protagonista). che aggiungere ancora? l’ordine è noioso, la perfezione pure, quindi benvenga lo smarrimento (tanto possiamo sempre pinzarci sui vestiti un foglietto con nome, cognome e indirizzo) e la sorpresa per tutte le cose che ci sono nelle nostre teste. anche perché, in fondo, la protagonista che sente le voci non è poi molto dissimile (anzi in un loop temporale sembrerebbe essere la stessa persona) dalla ragazzina di oggi che cellulare alla mano ascolta le voci e parla con una scatola, avvalorando l’ipotesi che tutti siamo cervelli assemblati male (c’era da dubitarne?)
    : )))
    e mentre ascolto il loop temporale ululare alla luna, mi viene da chiosare che in fondo il tempo potrebbe essere solo un concetto astratto inventato dal cervello umano, un modo più artificioso di misurare lo spazio e il moto. allora perché non misurarlo, in passi? o, giustamente, in scarpe? ed ecco il motivo per cui, che nelle sue odi, il poeta latino Orazio scrisse “scarpe diem”! avanti, sù, avanti: c’è tanta strada da fare…
    : )

    1. A scarpe diem non avevo pensato, ma direi che è azzeccatissimo! Ed è graditissimo il tuo commento, che mi ha fatto anche sorridere, perché è bello vedere che chi legge scopre sempre cose a cui lo scrittore aveva pensato solo in parte.
      Sono felice che ci sia qualcosa del mio racconto che ti ha colpito, e ti ringrazio davvero per avermi dedicato il tuo tempo! L’idea, in parte, mi venne da “Le vie dei canti”, un bellissimo libro di Bruce Chatwin che, come spesso capita quando si legge e si scrive, non c’entra proprio nulla con quello che ho scritto.

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