Lo stregone- estratto

Aichiyk Temuluin era un uomo miope.

Lo era nel corpo così come nello spirito; quale dei due avesse principiato a deteriorarsi, tuttavia, era impossibile dirlo, e forse egli stesso, se mai qualcuno dei suoi consigliere lo avesse onestamente richiamato su questo punto, non avrebbe saputo rispondere.
Era solito pensare alla sua malattia come il frutto di lunghe notte trascorse a studiare le carte geografiche della regione e a compulsare dispacci all’avaro lume di piccole candele, che lasciava consumare fino allo stoppino, troppo preso per accorgersene o, forse, inveteratamente parsimonioso.
Parsimonioso, sì: come il contadino che era, e come il guerriero che era diventato.
Ma era o no merito di quelle notti insonni, se adesso si trovava qui, le gambe giunte sotto la casacca di seta, e accanto un tavolo ben lavorato da un diligente artigiano, con sopra raffinate stoviglie ed un the d’ambra di prima qualità?
Aveva perso in acutezza di vista, pensava, ma guadagnato in tutto quello che un uomo può desiderare.
Sollevò l’oculario: era costato una fortuna, ma i suoi medici avevano fatto un ottimo lavoro.
Posizionò i due piccoli cerchietti d’argento sul setto nasale e sospirò di sollievo.
Le lenti gli rischiaravano notevolmente la visuale.

Ora poteva guardare meglio il vagabondo che gli era stato sospinto davanti.

Per abitudine, più che per bisogno, adesso, Aichiyk strizzò le palpebre.
L’uomo davanti a lui pensò che la sua faccia, già stolida e priva di qualsiasi lume d’arguzia o nobiltà, così arricciata nello sforzo di vedere somigliava più a quella di un maiale che d’un uomo.
Ma la miopia interiore di Aichiyk lo salvò dal cogliere il guizzo del disprezzo negli occhi del suo interlocutore.
Lo esaminò, invece; lo esaminò a fondo, dall’alto in basso e poi, di nuovo- dai piedi polverosi, avvolti in grossolani stivali di pessima fattura, alla testa coperta di fini capelli spruzzati qua e là di grigio.
La costituzione era robusta, il viso franco; l’età, non più di una cinquantina.
Indugiò sulla strana cicatrice che gli attraversava in senso longitudinale lo zigomo e parte del sopracciglio sinistro.
Sembrava un mercenario squattrinato, fuoriuscito da un esercito in rotta.
Fece una smorfia e lasciò ricadere l’oculario sul petto, dove rimase a penzolare.

– E così, sei tu il famoso stregone?

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