Il lettore alla porta. Ovvero, di carta, penna e tastiera.

Scrivere su carta o su editor di testo?
Cambia qualcosa? O è solo questione di gusti e di comodità?

Lo spunto per questo articoletto nasce mentre navigo su Torre di Carta, il forum di scrittura al quale sono iscritta, dove un utente ha aperto una discussione in merito.
Mi piace chiacchierare e scambiare idee e, naturalmente, mi sono messa subito a digitare la mia risposta…per accorgermi poi che, effettivamente, c’era molto altro che avrei voluto dire.
Non tanto (o non solo) osservazioni personali, che sono e restano arbitrarie: quello che stava uscendo dalla mia tastiera era piuttosto una riflessione su come il mezzo cambia il rapporto di un autore con la sua scrittura.
Ovviamente, non ho la pretesa di affermare verità universali; se vi vi va, però, vi dico la mia, e resto in ascolto per sentire soprattutto cosa ne pensate voi.

Abbiate pazienza un attimo, adesso: si andrà un po’ più sul tecnico, ma per poco.
I miei studi mi hanno insegnato che, quasi sempre, il mezzo plasma la mente di chi lo usa (o, per dirlo in maniera accademica, il mezzo ha un impatto sul panorama cognitivo del suo fruitore).

Vi faccio un esempio un po’ meno eclatante di quelli che solitamente avete sentito (la rivoluzione della stampa, l’introduzione della tecnologia del vapore, il boom dell’informatica).
A suo tempo, rimasi molto colpita da un fatto: a un certo punto, nella storia del manoscritto medievale, la struttura della pagina (il layout) cambia.
Cambia in risposta ad un mutato bisogno dei lettori ma, allo stesso tempo, ha una conseguenza sulle abitudini di lettura e sul modo in cui le persone visualizzano il testo.

Il fiorire delle città contribuisce allo svilupparsi di grandi centri culturali; le persone che riescono ad accedere ai libri sono poche, rispetto all’epoca della stampa o all’era moderna, ma sono comunque in crescita. Studiano filosofia e scienze naturali, patristica, teologia; la pagina deve essere ordinata e il sapere deve essere a portata di mano. Anzi, di occhio.

La pagina del libro medievale si trasforma sotto gli occhi del suo lettore: il testo entra in gabbie grafiche ben delineate (il cosiddetto specchio di scrittura) e i margini bianchi assumono un preciso scopo: quello di lasciare spazio per appunti o, addirittura, altro testo (note e commenti che aiutano lo studente a capire il testo).
È così che nasce l’antenato del ipertesto: quella rete di rimandi fra documenti, al quale la pagina digitale ci ha abituato tanto da rendercelo naturale.

Oggi, passiamo il mouse su una parola evidenziata nella pagina di un sito, ed ecco aprirsi un commento interattivo, un’altra pagina web, il link di un video: ieri, indici, glosse e illustrazioni costituivano l’unico ipertesto conosciuto dai lettori.
Ormai, però, era nata un’idea: l’idea, cioè, che la forma della pagina possa e debba avere una relazione con la conoscenza e l’apprendimento. L’idea che l’impatto visuale giochi un ruolo fondamentale nella ricezione di un messaggio, e che possa farlo non solo per un’opera visuale come un dipinto o una statua, ma anche per un testo.
Quando arriva la stampa, quest’idea è già in qualche modo radicata: i lettori ci hanno già “fatto l’occhio”.

Oggi, dopo oltre 150 anni di antropologia, sociologia e scienze della comunicazione, tutto questo ci sembra scontato ma si trattò di un grande passo avanti; soprattutto perché andava nella direzione di una facilitazione dell’accesso alle conoscenze, in un’epoca in cui la cultura non era per tutti e neanche intendeva esserlo.

(Sul tema dell’evoluzione del testo e del rapporto dei lettori con la pagina scritta, vi segnalo alcune bellissime considerazioni di Ruggero Eugeni, sempre un po’ tecniche ma non meno interessanti, che trovate in questa intervista dal titolo “Dall’alba del testo all’ipertesto”).

Questa introduzione mi era necessaria per sottolineare un fatto importante, in vista delle mie considerazioni: la veste tipografica e la struttura visiva giocano un ruolo fondamentale in due momenti diversi della vita di un testo.
Il primo è la produzione del testo; il secondo è la sua lettura.

La mia tesi è questa: quando scrivo a penna su un foglio, sono eminentemente scrittore. Quando scrivo al pc, sono sia scrittore che lettore, e questo presenta dei problemi sui quali, come scrittore e come lettore, mi viene naturale interrogarmi. Le risposte che mi do, o il fatto stesso di pormele, ha un effetto sulla mia scrittura.
La differenza fra scrittura a mano e scrittura al pc è una differenza che può essere sostanziale e non solo legata alle preferenze.
Non mi interessa dare un giudizio di valore, e non lo troverete fra queste righe.
Sono figlia della carta stampata, ma credo fortemente nel valore positivo dell’innovazione e non sono una nostalgica del “profumo dei libri”- non per partito preso, almeno.
Ciò che mi preme è discutere di una possibile conseguenza del mezzo e, a tal proposito, cercherò di spiegarvi perché la penso così.
Seguitemi.

Premetto: parlerò quasi sempre delle differenze fra mezzi di scrittura in fase di prima stesura;
in caso contrario, lo specificherò.
Bene, quando lavoro a una prima stesura su carta, il carattere di quello che scrivo è provvisorio.
La carta mi consente, se ho facilità nella grafia e non sono troppo lenta, di seguire fluidamente il pensiero.
Questo vale anche per la tastiera, se si acquisisce facilità nella battitura.
La scrittura manuale, però, mi consente di delineare su carta le parole, con un movimento della mano che non ha soluzione di continuità, è relativamente diretto, e non frammenta la parola nei suoi componenti- cosa che devo fare per digitarla sulla tastiera.
Essendo una millenial, non sono “nata sulla tastiera”; spesso riesco a scrivere senza guardare i tasti, ma non mi viene così spontaneo.
Il mio occhio si sposta impercettibilmente per anticipare e direzionare il movimento nella porzione di tastiera dove so che si trova la prossima lettera.
Non posso dunque valutare se la mia osservazione è valida anche per i nativi digitali.
Mentre scrivo a mano, il mio occhio ha il solo scopo di fissarsi sulla pagina e verificare che le linee siano dritte e contenute nella pagina. Il suo lavoro è molto ridotto, rispetto a quello che fa quando lavoro al pc. Inoltre, sono certa di ciò che scrivo; a meno che io non perda il filo, è raro che, mentre sto seguendo un treno di pensieri, mi fermi a verificare se ho fatto errori di scrittura, molto improbabili, o di ortografia, che possono essere revisionati dopo,

Questo, invece, è appena accaduto mentre vi scrivo: mi sono fermata già tre volte nell’arco di due righe per controllare errori di battitura.
Possiamo convenire che ci sia chi batte sulla tastiera molto rapidamente, e torna a correggere refusi a una seconda lettura: però, non so voi, ma quando lo faccio io, solitamente mi fermo ogni 5-10 righe a correggere, per evitare di sorbirmi poi pagine e pagine di obbrobri tipografici.

Ogni volta che il mio sguardo corre alla pagina battuta su tasti, io divento un lettore.
Non lo divento dopo che il testo è scritto, quando sono revisore di me stessa: lo divento nell’atto stesso di scrivere una prima stesura su computer.
Il giudizio del lettore- o meglio, da lettore– nasce con il testo.

Questo accade certamente anche con la cara, vecchia macchina da scrivere; questo è effettivamente è un punto debole della mia argomentazione.
Tuttavia, la mia impressione è che vi siano due differenze sostanziali fra pc e macchina da scrivere.
La prima, è che la macchia da scrivere non consente quella che chiamerei una “ritrattazione dell’errore”.
Chiunque abbia avuto la fortuna di usare uno di quegli splendidi strumenti lo sa bene: la pagina che esce dal rullo riporta impietosamente ogni errore commesso.
Posso anche rileggere il mio testo, mentre lo scrivo, ma non l’impaginazione, né cambierò errori egià commessi (tutt’al più, li potrò sbianchettare).
Se voglio ristrutturare la frase, dovrò farlo su un nuovo foglio, o sul vecchio, ma lasciando tracce della forma originaria.
La seconda differenza è che il rullo della macchina da scrivere nasconde parzialmente il foglio. Mentre batto a macchina, vedo solo quello che ho fatto fino ad ora, e dovrò attendere l’ultima riga per avere davanti la pagina così come l’ho scritta.
Al pc, mi basta diminuire lo zoom per avere una visione completa non solo della pagina su cui lavoro, ma anche di quelle che la precedono.
Praticamente, ho già un progetto tipografico pronto sotto i miei occhi.

Tornerò su questo punto più in là, perché quello che chiamato “ritrattazione dell’errore” apre un discorso a parte, peraltro abbastanza dibattuto sia dagli scrittori che in ambito accademico.

Il fatto che io disponga di una bozza di stampa ha vari effetti.
Uno dei primi che mi vengono in mente è che, avendo maggiore controllo sulla forma visuale del testo, mi porrò il problema della sua struttura.
Mi porrò, cioè, il problema, degli a capo, dei paragrafi, della brevità del periodo: sebbene quest’ultimo problema sussista anche quando si scrive a mano, l’unico modo per verificare se un periodo sia lungo o no è verificarne la tenuta concettuale o leggerlo ad alta voce.
L’attenzione, in fase di lettura silenziosa o ad alta voce, è prolungata nel tempo.
Viceversa, quando controllo la lunghezza del periodo su schermo, se sono una persona abituata al mezzo, la prima spia d’allarme circa l’eccessiva lunghezza della frase sarà il suo numero di righe e quanto è fitta. Quanto, in parole povere, stanca l’occhio che la segue.
La visione favorisce, in media, un apprendimento di tipo panoramico, complessivo: ripeto, a costo di essere monotona, non caso si dice “colpo d’occhio”.
Scrivendo su schermo, quindi (ma anche revisionando su schermo) forse si potrebbe favorire un periodare più conciso e breve.
In parole povere, il testo, anche quello letterario, subisce almeno le seguenti trasformazioni:
– viene disposto in modo da arrivare più direttamente al lettore;
– tende a farsi più breve, incisivo. In breve, la visualizzabilità del testo impatta sulla scelta dello stile;
– ingloba lo spazio della pagina e ne fa una componente del messaggio. Con paragrafi, a capo, spazi, posso microsegmentare il testo, creare sezioni concettuali, imitare stacchi temporali ed emotivi. La pagina, come insegnano le avanguardie poetiche ottocentesche e, poi, autori come Ungaretti e Luzi, fa parte del testo, fa parte del messaggio, perché parla all’occhio.
– il valore cognitivo del testo, inteso come corpo o, se preferite, come organismo, è assai più evidente.

Un layout definibile e modificabile già in fase di bozza interviene decisivamente nel testo, che nasce già con un’idea di corpo testuale e grafico molto ben definita e controllabile.
Questa idea di testo che è più una struttura che una narrazione e la cui dimensione è più lo spazio che il tempo, secondo me, è ancora più evidente se pensiamo a come materialmente tagliamo, cuciamo e risistemiamo i blocchi di testo grazie alle opzioni di copia e incolla.

Ma torniamo su quello che ho detto poco fa: “ avendo maggiore controllo sulla forma visuale del testo, mi porrò il problema della sua struttura. Mi porrò, cioè, il problema, degli a capo, dei paragrafi, della brevità del periodo”.
Banalmente, come arrivo a pormi questo problema?
Rileggendo il testo, se l’ho già scritto, o provvedendo almeno parzialmente alla sua strutturazione mentre esso nasce.
Come valuto la necessità di queste modifiche?
Con l’occhio del lettore o, nel secondo caso, pensando al lettore.

Siamo tutti d’accordo, credo, sul fatto che, quando si scrive, persino nel caso di un resoconto privato come un diario, il presupposto della comunicazione ad un altro- che potremmo essere anche solo noi stessi, o, appunto, il “caro diario”- è un dato acquisito.
Ogni testo, dunque, anche quello scritto a mano, nasce sempre implicandone un lettore, più o meno poetnziale.
Vi è però una differenza fra questo presupposto comunicativo e la precisa progettazione del testo.
Questo è vero per la progettazione formale: se scrivo una lettera a un giornale, se scrivo un articolo accademico, se scrivo un romanzo per ragazzi terrò conto del mio pubblico e sceglierò concordemente stile, forma e contenuti.
Ma è ancor più vero se penso il mio testo per come sarà visto, per come visivamente impatterà sul lettore.
Mentre la progettazione formale adatta il contenuto al livello culturale del mio lettore, la progettazione visuale è più democratica, e si preoccupa di processi comunicativi e cognitivi del mio lettore.

La possibilità che mi si comprenda in breve tempo; la facilità della visualizzazione e della comprensione; la corrispondenza di forma visuale e concetti: sono queste le mie preoccupazioni più o meno coscienti, quando verifico la disposizione del mio testo su pagina digitale.
E le sperimento su di me, sulla mia reazione davanti alla pagina.
Mentre mi rileggo, io sono il mio lettore-tipo, e cerco, naturalmente, di venirmi incontro.
Questa operazione può non essere spontanea, le prime volte che si scrive al pc ma, in base alla mia esperienza, lo diventano dopo poche volte, per cui, ben presto, anche la mia scrittura manuale sarà almeno in parte influenzata dalla mia precedente esperienza al pc.

La scrittura manuale, dunque, ha due caratteristiche: un carattere più provvisorio, ma anche molto più libero ed indipendente.
Lo scrittore che scrive al pc dialoga sempre con il suo lettore interiore; lo scrittore che scrive eminentemente a mano, invece, lascia il lettore fuori dalla porta del suo studio immaginario, almeno per un po’, pur essendo perfettamente cosciente che egli lo aspetta là fuori.
Aggiungo che, in base alla mia esperienza, ma solo in base ad essa, la carta favorisce il fatto di prendere piccoli appunti o fare schizzi.
Da quando uso il pc, tendo a riflettere mentalmente sulle trame, senza prendere appunti volanti;
se li prendo, tendo a formulare una frase compiuta, e questo sforzo di formulazione fa sì che, di fatto, l’idea che appunto abbia dei tratti più fissi e compiuti.

Torno brevemente sulla ritrattazione dell’errore: come abbiamo detto, la scrittura digitale ci consente di cancellare l’errore commesso senza lasciare molte tracce.
Va detto, ad onor del vero, che i migliori editor di testo consentono proprio di conservare le modifiche del testo insieme al testo modificato (con qualche problema, se si vuole poi copiare il testo finale su un nuovo file).
Non uso Scrivener, ma immagino che, se il mio modesto Libroffice me lo consente, a maggior ragione lo farà un’applicazione appositamente studiata per scrittori.
La maggior parte di noi, però, ha due opzioni.
La prima è creare file diversi per differenti versioni (in ogni file, comunque, possono essere lasciate tracce delle frasi cancellate, ma bisogna pensarci per farlo. L’opzione “cancella” viene molto più spontanea, specie per chi è insicuro del suo lavoro, come un po’ tutti siamo o siamo stati.
Una menzione a parte merita la cultura scolastica dell’infallibilità, per cui gli errori erano frutto di imbarazzo o cattiva valutazione, e dovevano perciò essere attentamente sepolti sotto la sabbia per evitare votacci, occhiatacce e/o pubblico ludibrio).
La seconda è, semplicemente, consegnare all’oblio le fasi del testo che non corrispondono al nostro progetto finale.

Questo problema ha fatto inorridire molti filologi moderni che, legittimamente, si sono preoccupati per la potenziale perdita di preziosi documenti sulle varie fasi di gestazione di un testo, che sono ben documentate per autori novecenteschi come Pascoli o Tolkien, ma rischiano oggi di venire meno, con un notevole danno per gli studi di settore.
A questo proposito, voglio sollevare due osservazioni: una più semplice, un’altra di natura più tecnica.
In primis, la coscienza di questo problema mi viene dai miei studi: qualcuno (il professor Pasquale Stoppelli, di cui ho un gran bel ricordo) vi ha attratto la mia attenzione, grazie al suo insegnamento.
La soluzione a questo problema, a mio avviso, sta nell’insegnare ai ragazzi che, se mai vorranno intraprendere una carriera letteraria, dovranno preoccuparsi non solo dei risultati, ma del processo creativo che li ha prodotti.
Alcuni lo fanno spontaneamente, ma senza pensare alle implicazioni della loro scelta..
Questo fa parte di un’educazione all’imperfezione, alla progressività del sapere e della perfezione umana, che dovremmo valorizzare un po’ più di ciò che si fa oggi con frasi fatte (“Roma non fu fatta in un giorno”, “sbagliando si impara”) ma senza alcun concreto progetto educativo e culturale.
Di fatto, nella nostra società, la fallibilità è un problema, checché se ne dica.

In secundis, ogni scrittore che ci abbia lasciato del materiale- appunti, revisioni, bozze- aveva quasi sempre una precisa coscienza autoriale. Ossia, sapeva che il suo materiale aveva un valore, e sapeva che qualcuno, in futuro, sarebbe tornato a compulsarlo.
Spesso, questo materiale rivela addirittura un progetto specifico: l’autore sa che i posteri consulteranno il suo materiale e vuole lasciare un’immagine molto precisa di sé, della sua opera e dei suoi metodi di lavoro.
Questa coscienza autoriale è spesso collegata al mestiere di scrittore o di intellettuale; non c’è dunque alcuna ragione di dubitare che un George Martin o un Neil Gaiman si siano posti il problema di poter essere oggetto di futuri studi, e abbiano lasciato materiale sufficiente per favorire un approfondimento successivo.

Va osservato, a onor del vero, che il digitale sta modificando il mestiere dello scrittore e il modo in cui questi vive la sua professione.
Ma, su questo punto, la mia speculazione si ferma: fin qui ho camminato con l’esperienza e la facoltà del ragionamento logico, e mi sembra che, senza supporti accademici, non sia saggio proseguire oltre.

Fonti:
Ruggero Eugeni, Dall’alba del testo all’ipertesto
Prima lezione di paleografia, A. Petrucci, Laterza;
Filologia della letteratura italiana, P. Stoppelli, Carocci;
Ipertesto, Wikipedia.it

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4 pensieri su “Il lettore alla porta. Ovvero, di carta, penna e tastiera.”

  1. Prima di cominciare, vorrei dire che ho trovato questa argomentazione assolutamente interessante, soprattutto per quanto riguarda la parte storica di cui non sapevo molto. Per cui ti ringrazio. Vorrei anche dire che, anche se non condivido alcune delle cose che sono state citate, ogni parte di questo discorso mi ha lasciato pensare, e che sono riuscita a comprendere perfettamente il tuo punto di vista.

    Spero di poter essere altrettanto chiara.

    (Aggiungo inoltre che nominerò solo le cose di cui sono convinta. Tutto ciò che non verrà nominato è perché sono concorde con ciò che è già stato detto o perché non ho le capacità/conoscenze per rispondere a certe affermazioni.)

    Anche io sono una millenial, e anche se sono più piccola di te e quasi sicuramente avrò passato più tempo tra computer ed elettroaggeggi vari, mi ritrovo comunque nella tua descrizione: non sono nata con il computer in mano. La prima volta che ho usato un computer per piacere personale è stato ai miei 13 anni, quando usavo Messenger per parlare con gli amici. Ero un disastro a scrivere, ma con Messenger lo eravamo tutti. La prima volta che ho usato un computer per scrivere i miei racconti, o quello che più generalmente mi passava per la testa, è stato alle superiori. Quindi diciamo che sono un po’ tardiva.

    Però non ho comunque problemi nello scrivere senza guardare lo schermo, né mi distraggo a guardare dove sia il tasto X o il tasto L. Ma questa, più che una questione di quando e dove si è nati, credo che sia una questione di abitudine.

    Io negli ultimi anni ho lavorato costantemente col computer. Prendevo e prendo appunti in classe col computer, scrivo articoli e racconti col computer, e semplicemente non ho il tempo di soffermarmi a vedere se sto premendo la lettera giusta o quella sbagliata. Se ho premuto quella sbagliata, fa niente: correggerò più tardi. Noto anche che scrivere a computer, e avere davanti una pagina schematica, limpida, ordinata, mi permette anche di ricordare meglio ciò che sto scrivendo.

    Mentre scrivo a mano, invece, sono molto più lenta e confusionaria. Le mie parole perdono senso, le lettere si confondono, le doppie diventano singole. Ammetto che ho sempre avuto questo problema fin da quanto ero una bambina: sarà la mia scrittura sconfusionata, sarà la fretta, sarà che per scrivere una effe fatta bene devo cancellare tre effe fatte male, ma alla fine della giornata, quando rileggo gli appunti, per la maggior parte non hanno senso. E quindi alla fine devo buttarli. I problemi elencati sopra (la scrittura confusionaria, le lettere scritte male, i problemi delle doppie, etc.) mi portano anche a dover fare il triplo del lavoro in più. Infatti il mio occhio scivola continuamente all’indietro per poter vedere se ho fatto degli errori, e nel farlo perdo il senso del discorso (sia nel caso io stia ascoltando qualcuno parlare, sia nel caso io stia ascoltando i miei pensieri). Questo molto spesso porta al perdere punti fondamentali dei discorsi – nel peggiore dei casi, una scena particolarmente importante non viene scritta perché semplicemente non ricordo più le parole che volevo usare.

    Cosa vuol dire, questo? Semplicemente che io, con un computer, faccio il quadruplo del lavoro: scrivo, riporto ogni singola parola, memorizzo ciò che sto scrivendo e mi sento molto più rilassata perché non devo costantemente tornare indietro ad assicurarmi di non aver scritto le parole così male da non poterle comprendere. Quando scrivo a mano non solo mi viene il nervoso perché dimentico frasi o parole, ma mi viene anche rabbia perché la metà delle parole non si capiscono. Soprattutto, parlando di studi, quando devo andare a studiare, ricordo solo il 30% di ciò che invece ricordo scrivendo a computer.

    Perché? Proprio per il motivo che hai detto tu: il computer ha un layout che porta a catturare l’occhio, e di conseguenza la mente riconosce per immagini. Se io non mi ricordo un dettaglio, mi basta ricordare in quale pagina, in quale punto, in quale angolo del foglio l’avevo scritto. Questo, però, è possibile con il computer solo perché la facciata computerizzata è organizzata. I fogli scritti da me, ad esempio, non lo sono.

    Un’altra cosa che ho scoperto da poco è che ricollego il computer e carta e penna a due elementi completamente distinti. Il computer, tanto per cominciare, è lo svago. La carta e la penna, invece, sono il lavoro – o meglio detto: i compiti e gli esami. Quando scrivo a mano, non posso fare a meno di pensare di star scrivendo per qualcuno. Nei miei fogli d’appunti non si troveranno mai scarabocchi o frasi che mi sono venute in mente nel bel mezzo del discorso. È come se non avessi privacy, perché ciò che scrivo sarà poi da valutare. Questo mi porta a stressarmi esageratamente quando, ad esempio, voglio scrivere un racconto a mano. Faccio molta più fatica perché è come se, una volta completato il tutto, io fossi costretta poi a farlo leggere a qualcun altro. E magari io volevo solo sfogarmi un attimo.

    Il computer, invece, mi lascia più spazio e libertà. Se io voglio cancellare una frase extra scritta per caso, posso farlo in un batter d’occhio e nessuno saprà mai niente. Se io faccio un errore, posso modificarlo e nessuno se ne accorge. Se io scrivo male coscienza e conoscenza, non mi devo vergognare per averlo fatto (o almeno: mi dovrei proprio vergognare, ma almeno mi vergogno nel mio privato, LOL). Per questo motivo io mi trovo molto meglio con il computer. Ho meno pressione addosso.

    Inoltre, nello scrivere a penna, mi rendo conto che perdo un po’ della mia “poeticità”, diciamo. La mia scrittura diventa accademica. Quando sono a computer, posso decidere se scrivere in modo romanzesco o in modo accademico. Mi verrà più facile scrivere in modo romanzesco per abitudine, ma non avrò troppi problemi a cambiare stile. Scrivendo a mano, invece, non riesco a fare il cambio.

    Altra cosa: come abbiamo già appurato, io faccio pena a scrivere. Inoltre, io so scrivere solo in stampatello. O almeno: la mia scrittura è chiara solo se scrivo in stampatello. Se mi metto a scrivere in corsivo non capisco niente. La mia mano non è ferma. Questo comporta anche altre cose: se sottolineo una parola, quasi sicuramente mi ritroverò a disegnarci sopra (e quindi non si capirà più nulla, e quindi dovrò riscriverla); questo mi porta a dover usare altri colori per evidenziare parti del testo. Ma usare altri colori significa anche dover allontanare la penna dal foglio, lasciare in sospeso il punto del discorso, colorare, e poi tornare a scrivere, sempre ricordando dov’eravamo rimasti.

    Troppo laborioso.

    Con il computer, mi basta cliccare un tasto mentre sto scrivendo e una parola si mette in grassetto automaticamente. Oppure posso metterla in corsivo, evidenziarla, sottolinearla e barrarla, e 1) continuerà a vedersi perfettamente e 2) non devo sprecare tempo.

    Cosa ne evinco da questo discorso? Il fatto che, per me, la scrittura a mano porta più complicazioni del necessario. E non ho bisogno delle complicazioni quando ho bisogno di svagarmi.

    Nel mio caso, la tua tesi sarebbe rovesciata: io mi sento lettore e scrittore mentre scrivo a mano; mi sento solo scrittore quando scrivo a computer.

    Ho deciso di commentare questa parte perché mi sembrava quella più soggettiva. Tutto il resto, invece, è perfettamente allineato con il mio pensiero. Condivido soprattutto l’ultima parte: è verissimo che la digitalizzazione sta cambiando il mestiere dello scrittore, così come il mestiere del giornalista, e anche il mestiere del lettore stesso che deve imparare a non lasciarsi distrarre dallo stesso layout creato per catturare la sua attenzione.

    (Per chiarimento, sono Heartbreakerz von Krieg su Facebook!)

    1. Ti ringrazio tantissimo, hai dedicato del tempo al mio testo e anche a rispondermi e lo apprezzo tantissimo.
      Sono anche molto felice che tu abbia portato a galla un aspetto problematico della mia tesi, dandomi un punto di vista diverso e che mi costringe a rivedere i presupposti (il che è bene, anzi, benissimo).
      La cosa è complessa; intanto, vedo che esiste davvero la cultura dell’errore, ossia, il fatto che veniamo talmente tartassati a scuola da quanto sia, passami il paradosso, “sbagliato sbagliare”, che alla fine si finisce per avere l’incubo del refuso che ti perseguita e modifica il rapporto che le persone hanno o con la scrittura a mano o, per alcuni, proprio con la scrittura e basta.
      Questo è un problema molto grosso, nella nostra formazione, e dovrebbe essere approcciato da persone esperte e cambiato.
      Ora, per tornare a noi: se è vero che la tua osservazione invalida la privatezza del rapporto fra scritto a mano e scrittore, che io avevo proposto, resta un punto su cui mi interrogo e che ti chiedo: il lettore di cui ti preoccupi quando scrivi a mano è il lettore-fruitore, o il lettore giudicante?
      C’è una differenza, secondo me, ma dimmmi tu se sbaglio.
      La differenza è, che quando scrivi, tu pensi che il lettore non capirà niente (anche tu sei in difficoltà a rileggerti e deduci che altri saranno ancora più in difficoltà) e che vedrà gli errori.
      Ti senti sicura del mezzo digitale, e sai che chi ti dovesse leggere ti capirà.
      Anche se non sei affatto preoccupata del lettore mentre scrivi al pc, ti sei posta comunque il problema a monte, anche se per te viene innanzi tutto l’essere libera e comoda nella scrittura. Ti sei comunque posta il problema che chi ti legge lo possa fare agevolmente e comprenda bene.
      Non riesco adesso, su due piedi, a capire se è un mio bias, o se questa posizione si può conciliare con la mia tesi, rivedendola.
      Che ne pensi?

      Io all’uni sono stata così abituata a leggere ragionamenti contorti e poco collegati alla realtà, che cerco di verificare se è tutto un costrutto mentale mio.

      1. Il lettore fruitore non è, allo stesso tempo, anche il lettore giudicante? Io quando leggo qualcosa – sia esso un libro, un racconto, un cartello stradale – comprendo il senso generale, ma mi sforzo anche di chiedermi: ne è valsa la pena di spendere tempo per leggerlo? Ho imparato qualcosa? C’è qualcosa che mi è piaciuto, qualcosa che non ho apprezzato? Ho notato degli errori?
        Però mi rendo conto che non tutti ragionino così. Per cui, dal mio punto di vista personalissimo, quando scrivo a mano miro al lettore fruitore che è anche il lettore critico.
        Questo però non sarà sicuramente uguale per tutti.
        Per il resto, io considero la scrittura al computer più personale. Non è necessario che qualcuno legga ciò che scrivo sulle mie pagine di Word. Molti dei miei file sono nascosti, segregati, e sicuramente non troveranno mai la luce. In questo caso, direi che è giusto distanziare gli scritti che sono mirati ad un pubblico (racconti, commenti e articoli – non devono per forza essere scritti per il pubblico, ma prima o poi verranno mostrati a qualcuno che non sia io) e scritti che sono mirati al mio personale.
        Presumo che qui abbia più senso parlare degli scritti mirati al pubblico.
        In questo caso, è normale che io voglia essere chiara. Come hai detto anche tu: se una frase è troppo lunga e contorta, la si taglia e la si rende più agevole. Idem per gli errori di battitura o di grammatica: dove me ne accorgo, sistemo. Se scrivo a computer, e scrivo qualcosa che dovrà essere pubblicato, voglio essere comprensibile, voglio che le mie idee arrivino al lettore. Ma non è la stessa cosa che vogliamo quando parliamo nelle conversazioni di tutti i giorni?
        Più in generale, credo che la storia del voler essere comprensibile si possa estendere anche nella vita quotidiana. Quando parli un’altra lingua, se non la mastichi bene, cercherai di parlare più lentamente per farti capire nonostante gli errori. Quando crei un post-it con su scritto una cosa importante da ricordare, ti assicurerai di scriverlo con attenzione, con la data o il numero giusto.
        È normale mirare ad essere compresi – e allo stesso tempo comprendere sé stessi quando si scrive o parla. Secondo me, quella della comprensione è una cosa che va al di là del mezzo usato.

      2. Hai ragione:mi hai fatto notare che bisogna fare una distinzione fra scritture private e scritture rivolte al pubblico. Questa differenza io non l’ho esplicitata e invece andava chiarita. Non l’ho considerata perché nel forum si era partiti pensando alla scrittura e io ho dato per scontato che si pensasse poi alla pubblicazione. Anch’io scrivo testi che non pubblico, e in quel caso, sebbene l’abitudine mi induca a dare una buona veste grafica, poi rinuncio perché so che non verranno pubblicati.

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